Some1elsenotme

Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

The death defying unicorn

con 3 commenti

E’ uscito il nuovo Motorpsycho. E ovviamente mi ci sono fiondato al volo, come faccio da circa 12-13 anni per ogni loro disco, abbandonando temporaneamente quel che stavo ascoltando nell’ultimo periodo (e cioé l’ultimo Florence + The Machine, Perdition City degli Ulver, il sempreverde Generation Terrorists dei Manic Street Preachers, Warrior Soul, Therapy?, Wildhearts, e qualcos’altro che ora non mi sovviene).

Si chiama The death defying unicorn ed è un concept album distribuito su due cd/lp. Alla realizzazione della cosa hanno partecipato il noto (?) tastierista Ståle Storløkken e altri musicisti jazz, nonché alcuni figuri provenienti dal mondo della classica (cose che non mi interessano un granché: lo si capisce, vero?).

Purtroppo non ci siamo. No, no, no, no. Non mi convince. Questo lungo e pretenzioso lavoro – tra psycho-prog, atmosfere fiabesche, King Crimson, Yes, Genesis, violini, fiati, estenuanti intermezzi strumentali e mielosità esagerata – non mi convince. C’è poco da fare. Lo trovo forzato, tronfio, esagerato.

Come dicevo qualche post addietro, è così poco interessante/emozionante che non ho neanche troppa voglia di parlarne. Al momento sono indeciso tra il classico – e vigliacco – “è un disco che ha bisogno di esser sentito più volte” e il più viscerale – temo sincero – “che gran rottura di palle”. Ma son certo, certissimo, che questa roba non passerà alla storia. Peccato.

A scanso di equivoci, confermo la mia presenza al concerto che terranno a Livorno il prossimo aprile. Perché dal vivo, è bene che lo sappiate voi che non avete mai assistito a un loro concerto, non li batte nessuno.

Scritto da Gianluca Bartalucci

15 febbraio 2012 alle 12:57

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La versione di Barney

con 6 commenti

Non sempre si ha voglia di scrivere riguardo a un libro/film/quel-che-volete che non ci ha esaltato. Qualche giorno fa ho letto La città sostituita di Philip K. Dick – che è uno dei miei autori preferiti – e l’ho trovato, posso dirlo?, una stronzata senza capo né coda. Avevo cominciato un post ad hoc per dire quanto trovassi infantile quella storia ma poi, a un certo punto, mi son reso conto che non ero un granché motivato a scriverlo. La verità è che più cresco – invecchio – meno ho voglia di perdere tempo con ciò che non mi piace. Di attaccarlo. Di ridicolizzarlo. Di smontarlo pezzo dopo pezzo. Ho di meglio da fare, forse. O almeno mi piace pensarlo.

Però sulle cose belle scriverei a ore. Sì, a ore.

E tra le cose più riuscite che ho letto negli ultimi anni – avete presente quelle letture che ti tengono sveglio fino a tardi, quelle letture che ti fanno dimenticare che stai, cristo, stai leggendo! – c’è La versione di Barney, di Mordecai Richler. Un capolavoro della letteratura contemporanea, se ascoltate il sottoscritto.

In breve (“Ehi, ma non eri quello che potrebbe scriverne a ore?” “Sì, bellezza, ma ahimé devo anche fare qualcos’altro”), il libro rappresenta una sorta di strampalata autobiografia di Barney Panofsky, sessantenne di origine ebraica che vive in Canada, dove lavora come produttore televisivo. Detta così, lo so, pare nulla. Ma fidatevi. Dentro c’è un sacco di roba.

Su tutto, c’è Barney. Barney, alcolizzato, cinico, bastardo, permaloso, vendicativo, viscido, vigliacco, detestabile… ed estremamente vero e simpatico. Attraverso uno stile fluido (nonostante la narrazione faccia di tutto per sfuggire a qualsiasi linearità) è la voce di questo controverso personaggio che ci rende partecipi degli eventi principali della sua incasinata esistenza. Il periodo trascorso a Parigi, il processo per un omicidio che sostiene di non aver commesso, i suoi tre matrimoni, il rapporto complicato con i figli e, last but not least, il suo incrollabile amore per Miriam, Miriam, l’adorata Miriam, forse uno dei ritratti femminili più affascinanti della letteratura mondiale. In mezzo a tutto ciò c’è una lunga serie di tradimenti, bugie, ritratti di artisti e pseudo-tali, derisioni di persone stupide, ipocrisie, gelosie, notti passate a vomitare, bicchieri di alcol, droghe e tanto, tanto altro ancora. L’insieme, l’ho già accennato, è reso coerente da Richler con una classe e con un’abilità nella gestione del caos – un caos meticolosamente organizzato – che secondo me ha pochi eguali. Per capirsi, fila via che è un piacere.

E’ un libro, questo, da leggere e rileggere. Densissimo e vivo. Incredibilmente divertente (vorrei citare la descrizione del primo appuntamento con Miriam, vivido e spassoso ritratto di umane debolezze) e a suo modo di rara profondità, non risparmia improvvisi e violenti fendenti – tristezze, depressioni, squilli anonimi notturni -, non lesina feroci attacchi alla società contemporanea e non tralascia di comunicare inquietanti e amorali scenari di solitudine. 

Tant’è. Anche se – temo – non tutti riusciranno ad amare Barney quanto l’ho amato io, La versione di Barney è ovviamente un lavoro che, ok, non posso che consigliare, consigliare e riconsigliare.

Prendete e leggetene tutti. Amen.

E’ vero, Mike si serve solo da Harvey Nichols, dove prende tutte quelle sue robe giap – funghetti, alghe, riso nishiki, zuppa shiromiso; ma poi, appena fuori, non manca mai di comprare dal barbone di Sloane Street una copia di “Big Issue”. Possiede una galleria in Fulham Road decisamente lanciata, visto che ha già avuto due processi per oscenità. La specialità sua e di Caroline pare sia comprare opere di pittore e scultori mai sentiti eppure, come si dice nel giro, “caldissimi”. Il mio superaggiornato, informatissimo figlio è una vera enciclopedia vivente per tutto quanto riguarda il gangsta rap, le autostrade (non ho detto le biblioteche, ho detto le autostrade) informatiche, il rave, la psicomotricità, internet, figate varie ed eventuali, e tutti, dico, tutti gli stereotipi linguistici della sua generazione. Non ha mai aperto l’Iliade, né Gibbon, Stendhal, Swift, il dottor Johnson, George Eliot, o qualsiasi altro screditato fanatico eurocentrico, ma in compenso non c’è romanziere o poeta della pompatissima “minoranza variabile” di cui non si sia fatto mandare le opere da Hatchards. Scommetto che non ha mai passato un’ora davanti al ritratto della famiglia reale di Velàsquez, avete capito quale, quello del Prado, ma invitatelo a una vernice che promette un crocifisso affogato nel piscio o un culo sanguinolento trafitto da un’arpione e arriverà di corsa, sventolando il libretto di assegni.

Mordecai Richler, La versione di Barney

Scritto da Gianluca Bartalucci

2 febbraio 2012 alle 19:23

Queensryche – Speciale Videomusic 1995

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Ce l’ho fatta.

Lo registrai su VHS nel lontano 1995. Per anni e anni mi sono dimenticato di lui. Oggi, finalmente, sono riuscito a portarlo in digitale. Ed è stato più complicato di quel che pensassi.

Si tratta di uno speciale che Videomusic fece sui Queensryche qualche mese dopo l’uscita di Promised Land (disco sul quale qui dentro s’è parlato parecchio). Un documento a suo modo storico. Enjoy:

Scritto da Gianluca Bartalucci

20 gennaio 2012 alle 22:15

Symphony of Science: The Greatest Show on Earth

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E’ uscita una nuova traccia del progetto Symphony of Science (ne avevo già parlato). Si chiama The Greatest Show on Earth, come il best-seller di Richard Dawkins, ed è incentrata – ovviamente – sull’evoluzione, con interventi di David Attenborough, Bill Nye e dello stesso Dawkins. Musicalmente non è ai livelli di We are all connected (un commovente capolavoro), ma tutto sommato non è niente male.

Scritto da Gianluca Bartalucci

18 gennaio 2012 alle 08:58

Ultime letture (Heinlein, Dick, Hicks, Twain)

con 7 commenti

Fanteria dello spazio, di Robert A. Heinlein. Parte forte, fortissimo. La prima metà (qui la trama), quella che tratta dell’addestramento del soldato – il protagonista Johnny Rico – è scritta bene, scorre che è un piacere ed è buonissima. Molto coinvolgente. Nella sua seconda parte il libro si inceppa, invece, più di una volta. In primo luogo viene fuori il maggiore difetto di Heinlein – riscontrato anche in altri suoi lavori – e cioé quello di farsi prendere la mano da velleità di saggista mettendo da parte la pura narrazione degli eventi. Si sente che vuole spiegarci le sue teorie: nel farlo, purtroppo, si dimentica di portare avanti la storia. In seconda battuta ho trovato un po’ noiose le pagine dedicate a quella che definirei grossolanamente “burocrazia militare”. Un comandante deve fare questo e quello, un sergente entra in azione quando muore caio, il tenente succede a tizio solo in circostanze particolare, il capitano ha compiti precisi X e Y, il caporale Z e K…insomma, questa roba qui. Non proprio emozionante, no? Infine, anche la narrazione della battaglia finale contro i Ragni mi ha lasciato abbastanza freddino. Libro belloccio, nel complesso – soprattutto per il folgorante inizio – ma niente che mi cambi la vita.

Un oscuro scrutare, di Philip K. Dick. Scritto malissimo, il libro (qui la trama) avanza a tentoni,  dando a volte l’impressione di non saper dove andare a parare. Eppure, forse anche per tale (presumo involontaria) zoppicante prosa, riesce a comunicare cosa si prova a essere un drogato – cosa si prova a percepire che le nostre facoltà cognitive ci stanno pian piano abbandonando – molto più di tanti altri libri letti sul tema. Il finale, tipicamente dickiano (così come è dickiana l’ossessione metafisica di cui è permeata l’intera opera), è qualcosa di fantastico. E terribile. E angosciante. E geniale.

Love all the people, su Bill Hicks. Ho parlato di Hicks fino alla nausea, nei post passati. Lo cito nuovamente solo per sottolineare, ancora, la grandezza del personaggio. Questo libro contiene la trascrizione dei suoi spettacoli, delle sue poesie, interviste e alcuni dei racconti che il comedian americano ha scritto nella sua breve vita. Il crudo e tremendo Thoughts on love and smoking (l’ho già detto) vale da solo il prezzo del volume.

A Dog’s Tale, di Mark Twain. Brevissimo racconto – credo si trovi trascritto sul web – letto il giorno di Natale. Ottimo se volete (ammesso che vogliate) che il vostro bambino scopra cos’è la vivisezione.

Scritto da Gianluca Bartalucci

17 gennaio 2012 alle 17:12

Ultime musiche (Anna Calvi, Fucked Up)

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Sto ascoltando un sacco di roba. Nuova, vecchia, dischi mai approfonditi, dischi che conosco benissimo. Vago su Youtube trascinato qua e là da video, suggerimenti e video correlati. Riprendo in mano vecchi vinili. Tolgo la polvere da cd comprati quindici anni fa. Grateful Dead, primissimi Pink Floyd, i Motorpsycho più acidi (ad Aprile sono a Livorno, e non me li perdo), punk tardo-adolescenziale (ho ri-ascoltato quelle mille volte Dookie dei Green Day), dubstep, elettronica, pop piuttosto raffinato (Florence + The Machine) e così via, e così via.

Ma tra i dischi che sento con più assiduità nell’ultimo periodo si ergono l’omonimo di Anna Calvi e l’ultimo (David Comes to Life) dei Fucked Up. Il primo non è quel capolavoro di cui tutti parlano, ma non passa inosservato e ha almeno un paio di singoli incredilmente acchiappanti. Il secondo, forse troppo lungo, propone un hardcore/punk pieno di intuizioni e preziosismi che non può non colpire e coinvolgere. Insomma: due buone scoperte.

Scritto da Gianluca Bartalucci

16 gennaio 2012 alle 13:48

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La top-ten delle cose che ti vengono a mente studiando neuroscienze

con 2 commenti

10. “Sto studiando il consolidamento a lungo termine (memoria). Sarò in grado di consolidare a lungo termine il concetto?”

9. “Concentrazione e attenzione selettiva, ok, sono importanti e hanno probabilmente a che fare con l’idea di coscienza. Sembrano nozioni fondamentali, e devo studiarle bene-bene-bene, perché se no… Ehi, guarda, un’auto blu!”

8. “Ho bisogno di psicostimolanti per studiare questa roba che parla di psicostimolanti.”

7. Il cerebro va pazzo per le droghe.

6. Tutto è connesso con tutto. O quasi: nel dubbio, dì di sì.

5. Percepiamo quello che le nostre cellule ci consentono di percepire. Percepiamo quello che abbiamo imparato a percepire. Percepiamo quello che ci interessa maggiormente percepire.

4. Niente eccita il neuroscienziato tipo come un deficit mentale curiosissimo e imprevisto.

3. Non è ancora chiaro cos’è che, in ultima analisi, “muove le cose” nel cervello. O meglio, si continua a evitare di parlarne.

2. In futuro la distinzione tra movimenti riflessi e movimenti volontari (presente sui manuali) tenderà ad assottigliarsi e, poi, a scomparire. Si parlerà solo di movimenti semplici (che tengono conto di pochi parametri) e di movimenti complessi (analisi di più informazioni).

1. Bestemmie, bestemmie, bestemmie. Ognuna per ogni tremendo esperimento compiuto sugli animali.

Scritto da Gianluca Bartalucci

11 gennaio 2012 alle 13:12

L’ora del tè (alla psilocibina)

con 4 commenti

Leggendo Love All the People, in cui Bill Hicks parla spesso e volentieri delle sue esperienze con i cosiddetti magic mushrooms, mi è sorto una specie di interesse (puramente…) “scientifico-filosofico” per tutta la faccenda. Allora ho cercato un po’ di cose, ho letto diversi articoli e così via. Tra tutto il materiale con cui ho avuto a che fare, segnalo il recente articolo di Time: Magic Mushrooms’ Trigger Lasting Personality Change ispirato a questo studio.

Alcuni dei soggetti (qui un certo Brian) che hanno partecipato all’esperimento descrivono l’esperienza psichedelica – l’uso di funghi allucinogeni – come

There was this point where, basically, I forgot about anything Brian-like or who Brian was. I was really in touch with all experienc.

o

I was just able to drop ego totally and experience the world without all those filters, and experience Brian without all that.

Stesse cose che racconta Hicks, più o meno. Tutto ciò mi ha ispirato una riflessione, ehm, collaterale. E superficialissima, e brevissima. Se è vero che i nostri sensi sono uno dei tanti modi scelti dall’evoluzione per interagire col mondo (col noumeno eternamente inaccessibile, e buonanotte) e se è vero che certe droghe possono modificare il modo in cui lavorano i nostri strumenti di percezione – donandoci un altro parziale punto di vista -, la maniera in cui le droghe psichedeliche decostruiscono il concetto di io (anima, coscienza o quel che volete) potrebbe fornirci un’ulteriore conferma del fatto che ci percepiamo come un’unità (vs resto-del-mondo) solo perché, di nuovo, all’evoluzione ha fatto comodo che le cose andassero così. E non altrimenti. Esperimenti come quello sopra citato fanno infatti pensare che la nostra coscienza non avrebbe una realtà – chiamiamola – oggettiva. Lo dimostra il fatto che, non appena distorciamo i nostri canali sensoriali, concetti come “Gianluca” o “Elisa” non hanno più – magicamente - un significato. Si perdono nel tutto, si confondono con l’universo.

Come detto qualche mese fa, la coscienza sarebbe da questo punto di vista solo un utilissimo trucco di magia. I racconti dei soggetti che hanno avuto esperienze allucinatorie tenderebbero a confermare questa ipotesi. O almeno mi pare, almeno a livello intuitivo.

Scritto da Gianluca Bartalucci

1 gennaio 2012 alle 17:49

Woody Allen Jesus

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Tale gioiellino di canzone, che trovo piuttosto divertente, sarebbe dovuto andare in onda questa sera al Jonathan Ross Show. Non se ne farà niente, invece, causa censura (per motivi stupidi ma purtroppo ovvi). La spiegazione la dà l’autore stesso, Tim Minchin, sul suo canale YouTube. Dove racconta anche che:

Being Christmas, I thought it would be fun to do a song about Jesus, but being TV, I knew it would have to be gentle. The idea was to compare him to Woody Allen (short, Jewish, philosophical, a bit hesitant), and expand into redefining his other alleged attributes using modern, popular-culture terminology.

Ecco il testo:

Jesus was a Jewish philosopher
Had a lot of nice ideas
About our existential fears
Much admired by his peers
Short and Jewish and quite political
Often hesitant and very analytical

Praise be to Jesus
Praise be to Woody Allen Jesus
Woody Allen Jesus!

Jesus was a great entertainer
Doing cool tricks all of the time
Turning water into wine
Making stormy weather fine
Even now his stunts confound us
Kinda did what Darren Brown does

Praise be to Jesus
Praise be to magic Woody Allen Jesus
Magic Woody Allen Jesus!

Jesus died but then came back to life
So the Holy Bible said
Kinda like in Dawn of the Dead
Like a film by Simon Pegg
Try that these days, you’d be in trouble
Geeks would try to smack you with a shovel

Praise be to Jesus
Praise be to Magic Woody Allen Zombie Jesus
Magic Woody Allen Zombie Jesus!

Jesus ascended into Heaven
He was an incredible guy
You don’t often find fellas that fly
Disappear right into the sky
And only once did he use this ability
With great power comes great responsibility

Praise be to Jesus
Praise be to Magic Woody Allen Zombie Superman Jesus
Jesus!

Jesus’ mom gave birth to him
Without having sex with a dude
No, she would never be that rude
Never even be nude with a dude
Breeding without the opposite gender is
Commonly known as parthenogenesis
Other animals that don’t need males
Include a lot of lizards and various snails

Praise be to Jesus
Praise be to Magic Woody Allen Zombie Superman Komodo Dragon Jesus
Jesus!

Jesus can communicate with the deceased
Like Psychic Sally–
Jesus lives forever, which is pretty odd
But not as odd as his fetish for drinking blood
Jesus is in more than one place at a time
Like an electron or Schrödinger’s feline
Jesus pulled off that water walking miracle
He was as handy as an amphibious vehicle
Jesus had very long hair and a beard

But I’m not saying it’s me
I’m not saying that I am Jesus
I’m not saying that I am Jesus
I am Jesus!

Praise be to Jesus
Praise be to Magic Woody Jesus
Woody Allen Jesus!
Praise be to Magic Woody Allen Zombie Superman Komodo Dragon
Telepathic Vampire Quantum Hovercraft *Me* Jesus!

Scritto da Gianluca Bartalucci

23 dicembre 2011 alle 15:06

American: The Bill Hicks Story

con un commento

Periodo Bill Hicks, come detto a più riprese. Prima di mettermi a leggere Love all the people mi sono procurato il film-documentario (BBC, 2009) American: The Bill Hicks Story. Il film è ben realizzato (anche se talvolta regia, post-produzione e foto animate sono un po’ invadenti) e racconta, attraverso i passaggi fondamentali, i 32 anni di vita del comedian americano utilizzando le immagini, le voci dei suoi più grandi amici e le testimonianze dei familiari. Vi si narra dei precocissimi inizi, dei primi successi, delle esperienze psichedeliche (che, raccontate così…), del periodo dell’alcolismo – dal quale ha comunque trovato la forza di emergere – e degli ultimi toccanti mesi, che Hicks affronta sapendo di dover morire a causa di un cancro al pancreas. Il tutto intervallato da alcune delle sue battute più riuscite – o delle sue caricature più feroci.

Credo si potrebbe dividere la vita di Hicks, grossolanamente, in quattro capitoli. Il primo riguarda la sua straordinaria, tenace, voglia di emergere. Il secondo gira attorno all’alcool (memorabili alcune scene in cui lo si vede completamente sbronzo sul palco: “ormai la gente andava a vederlo solo per vedere quanto avrebbe bevuto quella sera”, racconta un suo amico) e alla paura di perdere il controllo della propria vita. Il terzo parla del suo successo e di una serenità ritrovata. Il quarto è la morte: aspettata con dignità, ingannata (scuola Timothy Leary) con l’ennesimo – l’ultimo – trip assieme agli amici di sempre.

“Una bella spazzolata al nostro terzo occhio”? Non solo. Anche tanti sprazzi di umanità. Il diciannovenne Hicks, partito per Los Angeles con l’intenzione di sfondare nel mondo dello spettacolo, a un certo punto vive un momento di sconforto e di frustrazione – le cose non stanno andando come aveva sperato, tutt’altro. Allora accende il registratore a cassette e parla, si confida, si confessa, sguinzaglia le paure. Il film ci regala la sua voce, ed è uno dei momenti più devastanti dell’intera pellicola:

Hello. This is Bill. I just need to talk to somebody and this tape recorder is all I’ve got right now. I haven’t been funny in a long time. I haven’t come up with new material in a long time. And I’ll tell you one thing – there’s nothing scarier, especially for me out here forsaking college and an easy life, coming out here…what happens if I’m just not funny? I have nothing. I am a bum.

Scritto da Gianluca Bartalucci

20 dicembre 2011 alle 17:22

Pubblicato in america, cinema, esaltazioni, filosofia, video

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