Spiazzante morte di un Teatro Cartesiano
[...] non immaginiamo consciamente e deliberatamente quali narrazioni raccontare e come raccontarle. I nostri racconti vengono tessuti, ma lo più noi non li tessiamo; essi ci tessono. La nostra coscienza umana – e la nostra individualità narrativa – è un loro prodotto, non la loro fonte.
L’organizzazione di una colonia di termiti è così meravigliosa che alcuni osservatori hanno pensato che ogni colonia deve avere un’anima. [...] L’organizzazione di un sé umano è così meravigliosa che molti osservatori hanno pensato che anche ogni essere umano abbia un’anima: un benevolo Dittatore che governa dal Quartier Generale.
Daniel Dennett, Coscienza
Coscienza di Daniel C. Dennett non è un libro facile. Al contrario di altra roba simile letta in passato, non mi sentirei di consigliarlo con tanta leggerezza. Questo è un libro complicato. Contiene delle parti che ho, in tutta franchezza, trovato incomprensibili: un po’ perché la materia trattata è complicata e un po’ perché, ribadisco, le strategie narrative di Dennett sono talvolta discutibili. Anche se in linea di principio mi trovo d’accordo con molto di ciò che l’autore afferma, riuscire a seguirlo non è sempre una passeggiata. Si poteva, credo, fare un piccolo sforzo per rendere più leggibile il lavoro.
Parlando di contenuti, Coscienza espone una teoria “forte”, controintuitiva, e cerca di dimostrarla attraverso cinquecento pagine ricche di metafore, di aneddoti, di esperimenti empirici e di osservazioni di natura neurologica, filosofica ed evoluzionistica. In parole misere, la teoria è la seguente (1).
Non esiste un “teatro cartesiano” in cui, nella nostra testa, viene mostrato “il film” dell’esperienza: la nostra “narrazione” interna è frutto di una serie di mini-processi paralleli inconsci (le “molteplici versioni“, distribuite nello spazio tempo del cervello senza alcun ordine preciso) che saltuariamente fissano il proprio contenuto in memoria. Non c’è un Autore Cosciente che racconta una storia o un “sé” che assiste allo spettacolo dell’esperienza, semplicemente perché non esiste il “palcoscenico della coscienza”: molti (spiazzanti) esperimenti dimostrano che in certe circostanze è davvero arduo tracciare una linea di demarcazione netta tra esperienze coscienti e non. Il “teatro della coscienza” sarebbe dunque illogico e anti-economico: chi “dentro di noi” osserva lo “spettacolo” ha a sua volta un universo interno in cui si rappresenta lo spettacolo dello spettacolo? E cosa, poi, succede all’interno di quest’ultimo? Questo tipo di ragionamenti, ricorda Dennett, non spiega nulla. Rimanda semplicemente il problema.
La conferma arriva da Ramachandran (dal godibilissimo Che cosa sappiamo della mente) a proposito della percezione visiva:
L’errore più comune è pensare che l’immagine all’interno del bulbo oculare ecciti i fotorecettori retinici per poi essere trasmessa fedelmente lungo un cavo chiamato nervo ottico e mostrata su uno schermo chiamato corteccia visiva. E’ un evidente errore logico, perché se un’immagine viene proiettata su uno schermo interno, nel cervello ci deve essere qualcuno che la guarda e, perché ci sia questo qualcuno dovrà esserci qualcun altro all’interno del suo cervello; e così ad infinitum.
Per dimostrare la suddetta teoria Dennett utilizza una multiforme serie di strumenti e spazia senza timori reverenziali attraverso molteplici discipline. Tra le tante cose interessanti che racconta vorrei citare la teoria secondo cui la (illusione della) coscienza nasce parallelamente all’evoluzione del linguaggio, con i nostri lontani antenati che passano dal parlare con gli altri al narrare a se stessi, l’effetto Baldwin, e la fantastica critica al concetto di qualia (2), convincente come poche altre che ho letto. Notevole anche la maniera in cui viene smentita la nota (e un po’ stupida, a mio avviso) provocazione della Stanza Cinese di Searle.
Vi è poi una marea di roba in più che può interessare chi non ha paura di confrontarsi con un testo che – spesso – dà per scontato che il lettore abbia qualche conoscenza pregressa in materia. Se dovessi descrivere Coscienza con una frase direi che è “un mescolarsi piuttosto caotico di sorprendenti informazioni dal quale emerge una teoria tutt’altro che facile da afferrare”. E i vari passaggi, a volte, sono anche più interessanti dell’insieme.
Infine, mi fa piacere anche il constatare che la postfazione all’edizione Laterza è scritta dal mio ex-professore di Scienze Cognitive, Massimo Marraffa. Chiudo citando una bella recensione (tecnica) trovata in rete:
La coscienza non rappresenta un mistero: siamo gli zombi di Chalmers, privi della res cogitans cartesiana, di quel fantasma nella macchina (Ryle) di cui è imbevuta gran parte della cultura tradizionale e altrettanto privi di un unico centro (neurale) nel quale le percezioni del mondo esterno diventerebbero coscienza. Il Sé come coscienza non è che “fenotipo esteso” (Dawkins), l’estensione (protesica) del proprio essere, parte dell’equipaggiamento biologico fondamentale degli individui. Come i castori collaborando costruiscono le dighe, le termiti si aggregano a milioni per costruire i propri castelli e l’uccello giardiniere australiano elabora “templi” per il corteggiamento, così ogni individuo appartenente alla specie “Homo sapiens” crea un sé, fila una trama di parole e atti (Wittgenstein) con le altre creature che lo «protegge dall’esterno», gli «fornisce mezzi di sostentamento» e «incrementa le sue fortune sessuali» (p. 462).
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(1) Riassumere in poche righe studi e riflessioni di questo genere può dare l’impressione di banalizzare fortemente il tutto, e forse è davvero così: leggere i libri in questione, però, aiuta (a volte in un modo che non si può concepire finché non si passa alla lettura stessa) a comprendere come e perché teorie che appaiono tanto astratte e astruse (e, anche, metafisiche) possano invece risultare razionali e convincenti.
(2) Un paio di volte, con i miei amici, mi son ritrovato a parlare di “spettro invertito” sul treno, al ritorno da una qualche serata in giro per Firenze. Eravamo – ovviamente – ubriachi. Devo dire che l’idea che “il mio rosso potrebbe essere il tuo verde, ma non avremo mai conferme in tal senso” aveva sempre attratto anche me, fino a pochi mesi fa. Poi Hofstadter e (anche meglio) Dennett mi hanno aiutato a cambiare idea.




[...] di inquadrare il fenomeno all’interno delle teorie controintuitive di Hofstadter e di Dennett. Perché da stanchi – o da ubriachi – le parole sembrano uscire più liberamente dalla [...]
Non è la materia, è il movimento « Some1elsenotme
25 giugno 2010 alle 18:33
[...] parte delle cose che dice Dennett le avevo più o meno già intuite, anche per merito di altri suoi scritti. Ma i suoi esempi hanno fornito lo stesso un utile supporto alla mia [...]
I tipi di mente secondo Daniel Dennett « Some1elsenotme
6 ottobre 2010 alle 14:50
[...] Coscienza: Che cosa è, di Daniel C. Dennett (ne ho parlato qui) [...]
Un anno da lettore (2010) « Some1elsenotme
29 dicembre 2010 alle 15:38
[...] dà per scontato che linguaggio e pensiero siano strettamente interconnessi (l’ho imparato da Dennett e Fouts), la correlazione sembra tutto sommato logica anche ad un profano come me, visti gli [...]
Bilinguismo « Some1elsenotme
8 febbraio 2011 alle 19:12
[...] dà per scontato che linguaggio e pensiero siano strettamente interconnessi (l’ho imparato da Dennett e Fouts), la correlazione sembra tutto sommato logica anche ad un profano come me, visti gli [...]
La forza del bilinguismo « Some1elsenotme
8 febbraio 2011 alle 19:14
[...] dà per scontato che linguaggio e pensiero siano strettamente interconnessi (l’ho imparato da Dennett e Fouts), la correlazione sembra tutto sommato logica anche ad un profano come me, visti gli [...]
La magia del bilinguismo « Some1elsenotme
8 febbraio 2011 alle 20:06
[...] da diverse letture compiute l’anno scorso (1, 2, 3 e così via), anche io ho alla fine maturato una mia idea sulla questione, ed è forse questa [...]
La coscienza è un trucco di magia « Some1elsenotme
7 luglio 2011 alle 13:12