No, il libero volere non esiste

Cos’è allora tutto questo chiasso attorno al “libero arbitrio” o “libero volere”? Perché così tante persone insistono su questo magniloquente aggettivo, spesso addirittura trovandovi la suprema gloria dell’umanità? Cosa ci guadagniamo, o meglio così ci guadagneremmo, se la parola “libero” rispecchiasse la realtà? Onestamente, non lo so. In questo mondo complesso non vedo come la mia volontà possa essere “libera”.
Sono contento di avere una volontà, o almeno sono contento di averne una quando non è troppo frustrata dal labirinto di siepi variopinte da cui sono vincolato, ma non so cosa proverei se la mia volontà fosse libera. Cosa diavolo vorrebbe dire? Che qualche volta non ho seguito la mia volontà? Be’, perché mai avrei dovuto farlo? Per frustrare me stesso? Immagino che, se volessi frustrare me stesso, potrei fare una scelta simile – ma allora sarebbe perché volevo frustrare me stesso, e perché il mio desiderio di meta-livello era più forte del semplice desiderio precedente. Così potrei scegliere di non prendere una seconda porzione di pasta, anche se a me – o meglio, a una parte di me – non dispiacerebbe prenderne ancora un po’, perché c’è un’altra parte di me che vuole che io non metta su peso, e si dà il caso che la parte che tiene sotto controllo il peso ha (stasera) più voti di quella golosa. Se non li avesse, perderebbe, e il goloso che è in me vincerebbe, e andrebbe bene – ma in ogni caso la mia non-libera volontà trionferebbe, e io seguirei il desiderio predominante nel mio cervello.
Sì, certo, prenderò una decisione, e lo farò con una sorta di votazione interiore. [...] Ma cosa c’è di “libero” in tutto questo?
[...]
La nostra volontà, proprio all’opposto dell’essere libera, è salda e stabile, come un giroscopio interiore, e sono la stabilità e la costanza del nostro non-libero arbitrio che rendono me me e voi voi, e che fanno rimanere me me e voi voi. Il libero volare è soltanto un altro specchietto per allodole, allocchi e altri uccelli.
Douglas Hofstadter, Anelli nell’io



E’ interessante. In cosa si tradurrebbe l’essere ingannati? Qualcosa o qualcuno ha fatto sì che la direzione che prevedevo per la mia volontà, non fosse più quella. Essa ha quindi deviato. Le conseguenze previste per la deviazione non sono state nemmeno esse, quelle che prevedevo, quindi proteggo quello che credo essere il mio ego, con una giustificazione: possiedo una volontà, l’altra persona o cosa l’ha manipolata togliendola momentaneamente dal mio arbitrio, per questo e solo questo motivo, l’esito a cui sono arrivato non è stato quello che auspicavo.
Ma se la volontà è stata deviata, è certamente accaduto perché era già in uno stato tale da poterlo permettere nel caso capitasse un’influenza di quel tipo.
Masque
10 gennaio 2011 alle 21:21
mi prendo un paio di giorni per pensarci :)
Gianluca Bartalucci
11 gennaio 2011 alle 14:09
Nel senso che non è un argomento facile.
Se la volontà non è libera – e non lo è – allora è diretta da un numero altissimo di più o meno microscopici simboli (che rappresentano stimoli del mondo esterno e di quello interno, come avevo provato a spiegare in questo post casinosissimo), simboli-stimoli la cui importanza tendiamo, per nostra fortuna, a non considerare.
In questo caso cosa è l’inganno? Eh. Per me in questo caso l’inganno è manipolare l’universo di stimoli percepito dal soggetto (ora si può fare cambiando l’ambiente, in futuro si potrà farlo inserendo direttamente idee nel cervello altrui come in “Inception”?) in modo che egli abbia una risposta comportamentale in linea con le aspirazioni dell’ingannatore.
In questo senso la volontà agisce sempre in maniera coerente (come può agire in maniera incoerente, se non è libera?) a ciò che il soggetto percepisce.
Ma forse tu dici qualcosa di leggermente diverso e io ho deviato dal nocciolo dell’argomento, mi sa :) (dannata volontà)
Gianluca Bartalucci
11 gennaio 2011 alle 17:55
Dicevo pressapoco quello che hai scritto. In pratica, non esiste l’inganno, non essendoci una vera volontà. L’impressione di essere stati ingannati, probabilmente deriva dal fatto che abbiamo previsto degli esiti che non si sono verificati, mentre ciò che si è verificato riteniamo non sarebbe stato tale se non fosse intervenuta una ben distinguibile “interferenza” a modificare la nostra supposta volontà.
La sensazione dell’inganno deriverebbe dalla discrepanza delle previsioni che facciano sul nostro stesso agire e quelle che facciamo in seguito all’intervento esterno, in relazione a ciò che è poi accadrà realmente.
Se l’esito della previsione dopo l’intervento è quello che ci aspettiamo, non ci poniamo nemmeno il problema di essere stati ingannati. In caso contrario, proteggiamo la nostra idea di liberà volontà (illusoria) ed il nostro ego (illusorio), inventandoci l’idea dell’inganno.
(Forse)
Masque
11 gennaio 2011 alle 19:28
Pensa che io, per anni, prima di arrivare a conoscere i testi di Hofstadter, mi sono sentito come se fossi un po’ pazzo. Ma non nel senso che fosse folle credere una cosa del genere (io sostenevo questa tesi tranquillamente, perché avevo le mie buone e ponderate argomentazioni!), ma perché il 99% dell’umana gente dà così tanto per scontato l’esistere del Libero Arbitrio (senza essersi mai fermata a smontare, ad analizzare la questione), e ne è “cum-vinta” così tanto, che quando sente fare tali discorsi, ti guarda come se stessi mettendo in discussione il fatto che l’acqua non sia vino. Sgranano gli occhi come vacche, e quasi ti ridono in faccia, come se avessi detto che Babbo Natale esiste davvero. E non mi riferisco solo a persone culturalmente poco preparate eh!
Un po’ di tempo fa ho anche ritrovato un mio vecchio diario, in cui annotavo quelle che per me erano le illusioni degli esseri umani: pensa un po’, il Libero Arbitrio era al primo posto, indicato come la Madre/Genitrice di tutte le altre illusioni, che ne erano per vari versi una quasi diretta conseguenza…
L’ho già detto che questo blog mi piace?
No, chiedo, perché non vorrei fare troppi salamelecchi :P
Sebastian
11 gennaio 2011 alle 17:31
Oddio, non so se si è capito, ma quello che volevo dire era che quando ero più piccolo (20/22 anni) mi capitava di avere il dubbio o persino il timore di essere l’unico ad aver notato che la teoria del libero arbitrio facesse acqua un po’ da tutte le parti :P
All’epoca non ero ancora arrivato a certe letture, ma di lì a poco avrei scoperto certe pagine di Toltoj, Spinoza, Hofstadter, ecc. … :)
Sebastian
11 gennaio 2011 alle 17:47
S’era capito :)
Io non ricordo bene, ma credo che anche io avessi pensato cose simili in tarda adolescenza. Ovviamente senza arrivare ai livelli di profondità di Hofstadter, Dennett etc etc (devo leggere i libri di Parfit, che Hofstadter stesso cita spessissimo).
Ho sperimentato il tuo stesso stupore nel momento in cui ho parlato dell’argomento con altri. Ok che non è un argomento da tirar fuori alle cene alcoliche o durante una chiaccherata al pub, ma qualche volta m’è successo. E ho testato anche una certa frustrazione nell’accorgermi che non riuscivo ad essere convincente come volevo essere.
I motivi sono due:
1) Arrivare al nocciolo della questione è un’impresa non da poco, alla quale si giunge con fiumi di metafore e di ragionamenti che pian piano crescono in complessità. Ci vuole tempo. La conclusione di Hofstadter che ho citato in questo post si trova quasi alla fine del libro. Il problema per lui non è dire ciò che dice qui: ma portare il lettore a CREDERE e a IMMAGINARE che ciò che dice qui E’ possibile. Per arrivare alle parole che ho qui incollato ci mette più di 300 pagine di analogie, metafore e divagazioni (in GEB ce ne mette più o meno 600/700).
Qualche volta mi è capitato di esprimere – a voce – il mio pensiero sul libero arbitrio, ma anche se ne avessi la capacità, non potrei mai avere il tempo necessario per riassumere quelle 300 pagine a un amico. Per questo motivo il concetto che esprimo sembra necessariamente debole: manca la base, il lento e progressivo ribaltamento di prospettiva.
2) Il secondo motivo riguarda l’idea dell’inesistenza del libero arbitrio in sé. E’ così controintuitiva che, quando mi allontano per un po’ da queste letture, pure io tendo a sottostimarla. E’ come se il quotidiano, i sensi, l’illusione… riprendessero il sopravvento nei miei pensieri. La presa di coscienza della vacuità del libero arbitrio è come un sogno che tende a svanire una volta che ci si sveglia. L’io riprende il sopravvento sull’io che racconta quella frottola dell’io che non esiste: è dura, durissima, convincere l’io della sua stessa non esistenza.
Ok, ok, la smetto :)
Gianluca Bartalucci
11 gennaio 2011 alle 18:09
finalmente ..! questo si che è uno speculatore serio !
nik0cara
12 gennaio 2011 alle 17:41
[...] ed è forse questa convinzione a influenzare il mio approccio alla lettura del libro. Come Hofsdadter, anche io non credo si possa dire che la nostra volontà è libera. In un mondo materialistico, in [...]
La coscienza è un trucco di magia « Some1elsenotme
7 luglio 2011 alle 13:13