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Comprendere la coscienza, di Antonio Damasio
Su alcune questioni mi sono fatto un’idea leggermente diversa, ma tant’è. Conferenza lo stesso assai interessante.
Una riflessione a margine. Negli ultimi tempi, quando capito in libreria, mi rendo conto che gli scaffali dedicati alla saggistica scientifica e alla psicologia vengono sempre più invasi da volumi che riguardano il tema della coscienza dal punto di vista delle neuroscienze o, spingendosi ancora più in là, la questione dell’illusorietà dell’Io e dell’impossibilità di un libero arbitrio. Immagino che un simile fermento intellettuale lo si potesse percepire, se si avesse avuto la possibilità di farci la necessaria attenzione, anche negli anni che hanno preceduto la pubblicazione de L’origine delle specie, dell’Elettrodinamica dei corpi in movimento o dello studio di Watson e Crick (e Rosalind Franklin) sulla struttura molecolare degli acidi nucleici. La storia della scienza sembra indicare che una nuova scoperta, un’intuizione rivoluzionaria, non nasce mai dal nulla, ma è solo il necessario risultato finale di una sorta di brainstorming su scala planetaria. Com’è noto, se Darwin non si fosse sbrigato a riassumere tutte le sue idee sull’evoluzione delle specie in un agile volume, Alfred Russel Wallace avrebbe potuto anticiparlo e ‘fregargli’ la fama. La teoria dell’evoluzione era lì, pronta a farsi scoprire. Ci voleva solo una mente sveglia che mettesse assieme i pezzi del puzzle e che poi avesse la capacità di spiegare al mondo l’intera storia in maniera elegante e convincente.
Ecco. Sulla base di quel che è successo con (tra i tanti) Darwin, Einstein e Watson-Crick, mi aspetto che da qui a pochi anni arrivi un tizio il quale riesca a tirare le fila per quanto riguarda tutte le discussioni su Io, Coscienza e Libero Arbitrio. Sembra il momento giusto perché uno studioso si imponga su tutti gli altri fornendoci una spiegazione coerente, chiara, con solide basi scientifiche e potenti implicazioni filosofiche e, perché no, religiose. Il tempo pare maturo.
Dopo aver appreso di avere un progenitore in comune con gli scimpanzé, dopo aver intuito che lo spazio e il tempo sono – contrariamente a quanto sembra – concetti relativi, dopo aver compreso la complessità della vita nei più minuscoli dettagli, l’uomo potrebbe dover fare i conti con un’altra idea spigolosa, controintuitiva, difficilmente digeribile. Un’idea che verrebbe divulgata, discussa nei talk show della domenica pomeriggio, analizzata assieme alle amiche dal parrucchiere, insegnata a scuola. Siamo solo eccezionali macchine biologiche prive di libera volontà. Siamo solo robot in carne e ossa. Ogni nostra decisione è inevitabilmente vincolata.
“Per parte di madre o per parte di padre che lei vanta la sua discendenza da una scimmia?”, chiese durante un famoso dibattito il vescovo anglicano Samuel Wilberforce al ‘mastino di Darwin’ Thomas Huxley, immaginando di mettere così in difficoltà quest’ultimo, che si era apertamente schierato a favore della teoria dell’evoluzione.
“E’ quindi una serie infinita di incommensurabili microcause che l’ha spinta a indossare quell’orrida cravatta?”, potrebbe chiedere oggi, così immagino, l’interlocutore scettico Mario Bianchi all’autore del futuro libro che rivoluzionerà il nostro modo di guardare al Libero Arbitrio.
Con la sua provocazione, Wilberforce nel 1860 ha strappato due minuti di risate al pubblico in sala. E credo che Mario Bianchi, fine umorista, potrebbe oggi fare altrettanto.
Eppure il tempo potrebbe dare torto al secondo esattamente come ha fatto col primo.
Non possiamo che restare in attesa. Un tizio prima o poi arriverà.
Chimpanzee
Darwin, e quel che c’è stato dopo

L'origine delle specie, 1859
Da qualche giorno – succede anche questo, quando vai a correre e non c’è un disco che di recente ti ha preso violentemente – sto ascoltando alcuni mp3 tratti dalla trasmissione radiofonica Il terzo anello. In particolare, si tratta di un ciclo di puntate dedicate a Darwin denominato Darwin. L’evoluzione permanente. Vi si affrontano le scoperte dello studioso inglese non tanto (ma anche) per quanto riguarda l’aspetto prettamente scientifico, ma soprattutto per ciò che concerne le interpretazioni date successivamente alla sua teoria dell’evoluzione. Si parla dunque di filosofia, di conflitti con religione, di sovrainterpretazioni (aberranti) come eugenetica e razzismo, e di tanto altro. Il tutto è organizzato e gestito da Lucetta Scaraffia e Anna Foa. Il linguaggio è molto chiaro e – questo conta – anche tono di voce delle due speaker è assai gradevole.
Sentendo parlare di eugenetica ho ripensato al bellissimo Intelligenza e pregiudizio di Stephen J. Gould, incontrato qualche anno fa. E – inevitabile – al suo doloroso paragrafo dedicato alla storia di Doris Buck (e di sua sorella Carrie), sterilizzata a sua insaputa (come riporta wikipedia: “Doris was also sterilized when she was hospitalized for appendicitis, although she was never told that sterilization had been performed. In later years she married and she and her husband attempted to have children; she did not discover the reason for their lack of success until 1980″).
Ho trovato il brano in questione in rete (in inglese) e non posso fare a meno di incollarlo qui sotto.
In 1927 Oliver Wendell Holmes, JR., delivered the Supreme Court’s decision upholding the Virginia sterilization law in Buck v. Bell. Carrie Buck, a young mother with a child of allegedly feeble mind, had scored a mental age of nine on the Stanford-Binet. Carrie Buck’s mother, then fifty-two, had tested at mental age seven. Holmes wrote, in one of the most famous and chilling statements of our century:
“We have seen more than once that the public welfare may call upon the best citizens for their lives. It would be strange if it could not call upon those who already sap the strength of the state for these lesser sacrifices. . . . Three generations of imbeciles are enough.”
(The line is often miscited as “three generations of idiots. . . .” But Holmes knew the technical jargon of his time, and the Bucks, though not “normal” by the Stanford-Binet, were one grade above idiots.)
Buck v. Bell is a signpost of history, an event linked with the distant past in my mind. The Babe hit his sixty homers in 1927, and legends are all the more wonderful because they seem so distant. I was therefore shocked by an item in the Washington Post on 23 February 1980 – for few things can be more disconcerting than a juxtaposition of neatly ordered and separated temporal events. “Over 7,500 sterilized in Virginia,” the headline read. The law that Holmes upheld had been implemented for forty-eight years, from 1924 to 1972. The operations had been performed in mental health facilities, primarily upon white men and women considered feeble-minded and antisocial – including “unwed mothers, prostitutes, petty criminals and children with disciplinary problems.”
Carrie Buck, then in her seventies, was still living near Charlottesville. Several journalists and scientists visited Carrie Buck and her sister, Doris, during the last years of their lives. Both women, though lacking much formal education, were clearly able and intelligent. Nonetheless, Doris Buck had been sterilized under the same law in 1928. She later married Matthew Figgins, a plumber. But Doris Buck was never informed. “They told me,” she recalled, “that the operation was for an appendix and rupture.” So she and Matthew Figgins tried to conceive a child. They consulted physicians at three hospitals throughout her child-bearing years; no one recognized that her Fallopian tubes had been severed. Last year, Doris Buck Figgins finally discovered the cause of her lifelong sadness. One might invoke an unfeeling calculus and say that Doris Buck’s disappointment ranks as nothing compared with millions dead in wars to support the designs of madmen or the conceits of rulers. But can one measure the pain of a single dream unfulfilled, the hope of a defenseless woman snatched by public power in the name of an ideology advanced to purify a race. May Doris Buck’s simple and eloquent testimony stand for millions of deaths and disappointments and help us to remember that the Sabbath was made for man, not man for the Sabbath: “I broke down and cried. My husband and me wanted children desperately. We were crazy about them. I never knew what they’d done to me.”
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UPDATE (9 aprile)
Ho scritto il post quando dovevo ascoltare ancora alcune puntate della trasmissione. Ammetto di esser rimasto piuttosto deluso in particolare dalle ultime due, nelle quali si cerca di salvare capra e cavoli nel dibattitto tra l’evoluzionismo e le proposte del disegno intelligente. Le solite accuse di “dogmatismo” agli scienziati evoluzionisti (tra cui Dawkins, del quale come al solito si travisa il pensiero trasformandolo in un mostro scientista facile da attaccare) o il solito ricadere sul “problema” dell’anello mancante evidenziano come i meccanismi dell’evoluzione non siano stati totalmente compresi dalle autrici della trasmissione – alla ricerca, ripeto, di una forzata mediazione. Peccato. Rimangono assai interessanti le puntate precedenti.
A reassuring fable, di Carl Sagan
Ne ho già parlato in passato. E forse ne parlerò ancora.
Ma non so trattenermi dal condividerli. Questi video tratti da The Sagan Series sono ben realizzati, evocativi, quasi… mistici. Per la musica, per l’inglese chiarissimo, ovviamente per il modo in cui i concetti sono spiegati. Qui e qui se ne trovano diversi (e cercate anche The Feynman Series).
I smile, and I smile, and I smile
Melancholia, di Lars von Trier. C’è un pianeta, un pianeta di cui fino a poco tempo prima si ignorava l’esistenza, che si avvicina a grandi passi alla Terra. E’ azzurro, è placido, è esteticamente magnifico. Si chiama Melancholia. Secondo alcuni scienziati, la massa rasenterà la Terra per poi allontanarsene senza provocare alcun danno. Sarà solo un grande spettacolo. Qualcosa da raccontare ai propri nipoti. Una gioia da condividere con i figli. Roba da immortalare con le videocamere digitali. Secondo altri, maledetti pessimisti, non c’è invece scampo. Lo scontro avverrà, è certo, è inevitabile, e la civiltà umana verrà annientata. Non ci sarà, come dice uno dei protagonisti del film, alcun posto dove potersi nascondere. Solo questione di ore. Poi, la fine. Sullo sfondo, laggiù, la storia di due sorelle. Justine, spenta dalla depressione, colta nella scomoda notte in cui dovrebbe festeggiare il proprio matrimonio. Un mesto vestito nuziale che vaga di stanza in stanza senza meta alcuna. E Claire, la sorella sana, in crescente ansia per l’arrivo dell’ingombrante Melancholia – ci colpirà o no? ci colpirà o no? sì o no? -, Claire, protagonista del più asfissiante dei finali, tra grandine e fotografia tendente al blu.
Life is only on Earth. And not for long. Un pianeta minaccioso, due sorelle, tanto sordo dolore. E tutto un giro di metafore e simbologia varia che ognuno ha il dovere di interpretare a modo suo. Una sintesi che non rende giustizia, ma tant’è.
Per quanto mi riguarda si tratta di un film di altissimo livello. Forse, di un capolavoro. Visivamente curatissimo, potente, visionario come i migliori Kubrick e Tarkovsky. Guardando Melancholia è impossibile, voglio dire, non pensare mai a 2001: Odissea nello Spazio o a Stalker. Aggiungo che si tratta di uno dei più vividi e onesti ritratti della depressione – il cane nero di Churchill – che il cinema ci abbia mai donato.
Tragico, doom, eppure così grandioso. Assolutamente non per tutti. Se siete tra quelli che devono per forza sentirsi bene, be’, lasciate perdere e fatevi fare un massaggio ai piedi (cit.).
L’appuntamento con Miriam (da ‘La versione di Barney’)

Le statistiche di WordPress mi segnalano che sempre più persone arrivano sul blog cercando un particolare passaggio de La versione di Barney, stupendo libro letto qualche settimana fa. Il passaggio a cui faccio riferimento è il capitolo in cui Barney riesce finalmente a strappare un appuntamento a Miriam. Per non farla troppo lunga, la situazione è questa. Barney, reduce da due matrimoni finiti male, con i più viscidi e patetici stratagemmi sta cercando da anni di uscire una prima volta con Miriam, la brillante e splendida donna per la quale ha perso la testa all’istante, tanto tempo prima, esattamente il giorno in cui si accingeva a sposarne un’altra, inutile e insipida. Dopo averle provate tutte, alla fine, ecco l’appuntamento. E la tremenda, maldestra, ansiosa, notte che lo precede.
Dal momento che per me è solo un questione di cut&paste, non ho assolutamente problemi a incollare qui l’intero capitolo (in italiano). E così anch’io do il mio contributo alla comunità. A parte tutto, non so se il brano, presentato così fuori contesto, possa avere la stessa forza che ha all’interno del libro. Quel che posso dire è che quando l’ho letto la prima volta ho riso tantissimo. E ho pensato fosse grandioso.
“Lascia perdere, brutta troia imperialista” le dissi. “Non tradisco Miriam neppure con mia moglie, perché dovrei farlo con te?”. Mi giravo e mi rigiravo nel letto. Bada, fissala dritto in quei meravigliosi occhi blu, ma non guardarle le tette. E neanche le gambe, brutto animale. Ripassai qualche aneddoto che immaginavo le sarebbe piaciuto, e che forse mi sarebbe valso il primo premio, la comparsa di quella certa fossetta; e riesumai alcune storielle edificanti che guarda caso mi avrebbero messo in buona luce, ma poi le eliminai arrossendo. Sperando di calmarmi i nervi mi accesi un Montecristo; dopodiché, terrorizzato dall’alito cattivo, corsi in bagno a lavarmi i denti, e persino la lingua. Tornando a letto, sfiga volle che passassi davanti al minibar. In fondo, pensai, aprirlo non mi ammazzerà, magari mi sgranocchio un salatino. Forse mi faccio anche un goccetto, giusto uno, che sarà mai. Bene, alle tre di notte notai con raccapriccio che sul tavolo di vetro erano allineate dodici mignon vuote di whisky, vodka e gin. Ubriacone. Smidollato. Detestandomi dal profondo del cuore, mi infilai a letto e cercai di rivedere Miriam al mio matrimonio, la sua grazia infinita in una nuvola di chiffon azzurro. Dio, quegli occhi. Quelle spalle nude. Oddio, e se quando le vado incontro si accorge che ho un’erezione? A titolo precauzionale, mi ripromisi di farmi una sega subito prima di pranzo. Quindi chiusi gli occhi, ma non per molto. Un attimo dopo schizzavo già fuori dal letto imprecando contro me stesso: non ti sei svegliato, brutto idiota, e adesso farai tardi. Mi vestii come un forsennato – fino a quando, in uno sprazzo di lucidità, mi venne in mente di dare un’occhiata all’orologio. Le sei e mezzo. Merda, merda e merda. Mi spogliai, mi feci una doccia, la barba, e poi mi rivestii. Passando davanti alla Prince Arthur Room vidi che apriva solo alle sette per la colazione, e decisi di andare a fare quattro passi fuori. Al ritorno dissi al maitre: “Ho riservato un tavolo per due a pranzo. Volevo assicurarmi che fosse vicino alla finestra”.
“Mi spiace, signore, ma temo che quelli vicino alla finestra siano tutti presi”.
“Voglio quello là” feci allungandogli un ventone. Tornato in camera vidi la lucina rossa del telefono che lampeggiava. Mi prese quasi un colpo. Non può. Ha cambiato idea. “Non esco a pranzo con maschi adulti che si masturbano nei bagni degli alberghi”. Ma la telefonata era della Seconda Signora Panofsky. La richiamai a casa. “Hai dimenticato il portafoglio sul tavolo dell’ingresso” mi disse.
“Ma figurati”.
“Ce l’ho in mano, con tutte le carte di credito”.
“Per le buone notizie si può sempre contare su di te”.
“Adesso è colpa mia?”.
“Mi arrangerò lo stesso” conclusi riagganciando. Poi, preso da un repentino attacco di nausea, mi precipitai in bagno. Caddi in ginocchio, con la faccia sulla tazza, e vomitai non so quante volte. Congratulazioni, Barney, adesso puzzerai come una fogna. Mi spogliai di nuovo, feci un’altra doccia, mi spazzolai i denti fino a consumare tutto lo smalto, feci una quantità impressionante di gargarismi, mi cambiai camicia e calzini e voilà, eccomi di nuovo in strada. Ma dopo un centinaio di metri ricordai di aver detto al maitre che alle dodici e cinquantacinque in punto volevo una bottiglia di Dom Pérignon al tavolo. Esibizionista. Una donna del livello di Miriam la troverà una cafonata pazzesca. E un’allusione pesante, anche, come se volessi sedurla lì per lì. “E tu credi che se mi compri una bottiglia di champagne io ti zompo nel letto?”. Nulla di più remoto da me di tali pensieri impuri. Giuro. Morale, tornai in albergo e dissi di lasciar perdere lo champagne. E se poi, incredibile ma vero, avesse accettato di salire in camera? In fondo ho delle buone qualità. – Questo è un quiz, Panofsky. Segna con una crocetta tre tue buone qualità fra le seguenti dieci. – Vai a farti fottere. Salii a controllare se in camera era tutto a posto, e scoprii che il letto era ancora sfatto. Chiamai subito la donna delle pulizie per protestare, e il servizio in camera per ordinare una dozzina di rose rosse e una bottiglia di Dom Pérignon con due calici.
“Mi scusi, Mr Panofsky, ma non aveva annullato l’ordine per lo champagne?”.
“Ho solo detto che non volevo la bottiglia nella Prince Arthur Room, ma ne voglio invece una fredda in camera, non prima delle due. Sempre che non sia troppo disturbo, naturalmente”. A mezzogiorno tra i piedi in fiamme, il mal di testa, la stanchezza e la tensione ero ridotto a uno straccio. Decisi quindi che quello che mi ci voleva era una bella tazza di caffè al Roof Bar. Solo che una volta lì, d’istinto, ordinai un Bloody Mary. Mi ci trastullai per un po’, fino a quando scoprii che mancavano ancora tre quarti d’ora all’appuntamento, e che nel bicchiere era rimasto solo un po’ di ghiaccio. A quel punto ne ordinai un altro, e intanto cavai di tasca la lista con gli argomenti di conversazione che mi ero preparato. Hai visto Psycho? Hai per caso letto Il re della pioggia? Cosa ne pensi del vertice Adenauer-Ben Gurion a New York? Secondo te Caryl Chessman meritava la sedia elettrica? Dopo il terzo Bloody Mary mi sentivo più sicuro, e diedi un’occhiata all’orologio. Le dodici e cinquantacinque. Mi riprese il panico. Porca miseria, mi ero dimenticato di masturbarmi, e ormai era troppo tardi. E le pezze d’appoggio. Le avevo lasciate giù: sapendo che suo padre era stato un socialista, mi ero portato dietro La libertà nello stato moderno di Laski, e naturalmente l’ultimo numero del “New Statesman”. Feci una corsa in camera, infilai il “New Statesman” in tasca e mi precipitai al mio tavolo nella Prince Arthur Room. All’una e zero due ecco entrare Miriam, preceduta dal maitre. Mi alzai per salutarla, riuscendo a nascondere sotto il tovagliolo di lino una tumescenza francamente imbarazzante. Aveva un provocante cappello di pelle nera, un vestito di lana dello stesso colore e i capelli più corti di quanto li ricordassi. Era splendida. Avrei voluto dirle qualcosa di carino, ma non volevo pensasse che ci stavo già provando. Così mi limitai a un “Sono felice di vederti”, seguito da un “Bevi qualcosa?”.
“E tu?”.
“Bah, io di solito pasteggio a Perrier, ma forse oggi bisognerebbe festeggiare. Che ne diresti di una bottiglia di champagne?”.
“Be’…”. Chiamai il cameriere. “Una bottiglia di Dom Pérignon, per favore”.
“Ma l’ha appena…”.
“Le spiacerebbe portarmi una bottiglia di champagne, per favore?”. Accendendomi una Gitane dopo l’altra cercavo disperatamente di ricordarmi qualcuno dei bons mots che avevo provato e riprovato fino alla nausea, ma non andai oltre un “Che caldo, eh?”.
“Non trovo”.
“Neanch’io”.
“Ah”.
“Haipercasovisto Il re della pioggia?”.
“Scusa?”.
“Il re… cioè, Psycho”.
“Non ancora”.
“Secondo me la scena della doccia… no, dimmi cosa ne pensi tu”.
“Be’, prima di pensarne qualcosa dovrei vederla”.
“Giusto. Certo. Magari riusciamo a beccarlo stasera…”.
“Ma tu lo hai già visto”.
“Ah già. Vero. Adesso non ci pensavo”. Che cazzo, dove è andato a prenderlo lo champagne, a Montreal? “Secondo te,” le chiesi cominciando a sudare “Ben Gurion ha fatto bene ad accettare l’incontro con Eisenhower a New York?”.
“Con Adenauer, vuoi dire”.
“Certo, Adenauer”.
“Scusa, ma mi hai invitato per un’intervista?” mi chiese. Ed eccola lì, la fossetta. Stavo per morire, ed essere assunto direttamente in cielo. Non azzardarti a posare lo sguardo sul suo seno. Non staccare gli occhi dai suoi. “Ah, eccolo che arriva”.
“Il servizio in camera chiede se conferma l’ordine per l’altra…”.
“Versi, per favore. Versi e basta”. Brindammo. “Non sai quanto mi hai fatto felice liberandoti oggi”.
“Ma dài, sei stato gentile tu a trovarmi un buco fra un appuntamento e l’altro”.
“Veramente io sono venuto apposta per vedere te”.
“Mi sembrava che avessi detto…”.
“Come no, ho una riunione. E’ vero, sono qui per una riunione”.
“Barney, sei ubriaco?”.
“Assolutamente no. Credo che dovremmo ordinare. Lascia perdere i menu a prezzo fisso, prendi tutto quello che vuoi. Certo qui dovrebbero mettere l’aria condizionata” dissi allentandomi la cravatta.
“Ma non fa caldo”.
“Sì che fa caldo. Cioè no, in effetti no”. Miriam ordinò la zuppa di piselli e io, chissà perché, quella di aragosta, che mi fa schifo. E mentre la Prince Arthur Room cominciava a basculare, cercavo disperatamente una battuta fulminante, un aforisma letale, capace di stendere Miriam e far impallidire il ricordo di Oscar Wilde. Risultato, mi sentii pronunciare le seguenti parole: “Ti piace vivere a Toronto?”.
“Mi piace il mio lavoro”. Contai fino a dieci, poi sparai: “Sto divorziando”.
“Oh, mi spiace”.
“Nonèchedobbiamoparlarneproprioadesso, mainsommavistochenonsonopiùunuomosposato, tudaorainpoiseiliberadivedermiancora”.
“Parli talmente in fretta che non riesco a seguirti”.
“Ho detto che presto non sarò più un uomo sposato”.
“E’ ovvio, dal momento che stai divorziando. Spero solo che tu non lo abbia fatto per me”.
“Non avevo scelta. Io ti amo. Disperatamente”.
“Barney, ma se non mi conosci quasi”. E qui al nostro tavolo si materializzò – non proprio come lo spettro di Banquo, ma quasi – quello Yankel Schneider che non vedevo da quando eravamo insieme alle elementari. Quando si dice la sfortuna. “Tu sei il bastardo che da bambino mi ha rovinato la vita. Mi facevi il verso perché balbettavo” tuonò.
“Scusi, ma che cosa sta dicendo?”.
“Lei ha la disgrazia di essere sua moglie?”.
“Non ancora” precisai.
“Per favore” disse Miriam.
“La signora non c’entra, chiaro?”.
“Mi sfotteva perché balbettavo. Mi faceva continuamente il verso, e io la notte, al buio, mi strappavo i capelli dalla disperazione. Sono quasi diventato matto. Mia madre doveva mandarmi a scuola a calci. Non per modo di dire, sul serio. Perché lo facevi?”.
“Miriam, non ho mai fatto nulla del genere”.
“Che gusto ci provavi?”.
“Veramente non mi ricordo affatto di lei”.
“Per non so quanto tempo ho sognato di essere in macchina, di vederti attraversare la strada davanti a me e di stirarti. Mi ci sono voluti otto anni di analisi per capire che non ne valeva la pena. Tu sei pattume umano, Barney” disse. Poi diede un ultimo tiro di sigaretta, me la buttò nella zuppa e se ne andò.
“Cristo” dissi.
“Pensavo che lo avresti preso a pugni”.
“Non davanti a te, Miriam”.
“Secondo alcuni hai un pessimo carattere, e quando hai alzato un po’ troppo il gomito, come ora – il che fra parentesi non è molto gratificante -, cominci a cercar rogna”.
“”Alcuni” chi, McIver?”.
“Si dice il peccato ma non il peccatore”.
“Mi sento poco bene. Sto per vomitare”.
“Ce la fai ad arrivare in bagno?”.
“Che disastro”.
“Vuoi…”.
“Devo stendermi”. Mi accompagnò in camera, dove caddi subito in ginocchio e vomitai nella tazza, mollando una scoreggia devastante. Volevo essere sepolto vivo. O fatto a pezzi. Dilaniato da quattro cavalli da tiro. Miriam bagnò un asciugamano, mi pulì la faccia e mi accompagnò fino al letto.
“Che umiliazione”.
“Ssh”.
“Adesso mi odi e non mi vorrai rivedere mai più”.
“Sta’ un po’ zitto” disse. Poi mi passò dì nuovo sulla faccia l’asciugamano umido e mi fece bere un bicchier d’acqua, reggendomi la testa con la sua mano fresca. Decisi che non mi sarei mai più lavato i capelli in vita mia. Mi coricai e rimasi per un po’ a occhi chiusi, sperando che la stanza smettesse di vorticare. “Tra cinque minuti starò benissimo. Ti prego, non andartene”.
“Prova a dormire un po’”.
“Ti amo”.
“Sì, sì, va bene”.
“Ci sposeremo e avremo dieci figli”. Al risveglio, un paio d’ore dopo, la vidi lì in poltrona, le lunghe gambe accavallate, che leggeva Corri, coniglio. Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato lo avrei trovato giusto. Alla fine dissi: “Lo so che non vorrai vedermi mai più. E non posso darti torto”.
“Adesso ti ordino toast e caffè, e se non ti spiace mi faccio portare un tramezzino al tonno. Ho fame”.
“Devo puzzare da far schifo. Giurami che se mi butto sotto la doccia non te ne vai”.
“Vedo che mi consideri una ragazza assai prevedibile”.
“Come puoi dire una cosa del genere?”.
“Eri sicuro che sarei salita in camera”.
“Assolutamente no”.
“E allora per chi erano lo champagne e le rose?”.
“Quali?”. Me le indicò.
“Ah, quelle”.
“Già, quelle”.
“Non so proprio cosa mi prende, oggi. Non sono io. Non ci sto con la testa. Adesso chiamo il servizio in camera e faccio portar via tutto”.
“Lascia perdere”.
“Lascio perdere”.
“E adesso di cosa parliamo? Di Psycho, o del vertice Ben Gurion-Adenauer?”.
“Miriam, non voglio mentirti. Né ora, né mai. Yankel ha detto la verità”.
“Yankel?”.
“Il tizio che è venuto prima al tavolo. Mi piazzavo davanti a lui in cortile e gli dicevo: “Hai fatto pi-pi-pipì a-a-a letto co-co-come al so-so-solito, brutto ri-ri-ritardato?”. E ogni volta che in classe si alzava, terrorizzato, per rispondere a una domanda, io cominciavo a ridacchiare prima ancora che aprisse bocca, e lui scoppiava regolarmente in singhiozzi. E io: “U-u-un ve-ve-vero fi-fi-figurone, Yankel”. Perché facevo una cosa così orrenda?”.
“Non pretenderai una risposta da me, spero”.
“Miriam, se solo sapessi quanto sei importante per me…”. E all’improvviso provai una specie di strana sofferenza, o meglio, di strana gioia. Era come se il ghiaccio che mi ricopriva il cuore si stesse spaccando; l’inizio del disgelo, una cosa così. Mi misi a parlare a macchinetta, inframmezzando – temo alla rinfusa – le disavventure della mia infanzia alle storie di Parigi. Raccontavo di Boogie che comprava una dose, e subito passavo all’indifferenza di mia madre nei miei confronti. Le dissi di come Yossel Pinsky fosse sopravvissuto ad Auschwitz, e di come ora trattasse affari in un bar di Trumpeldor Street, a Tel Aviv. Mi sembrava imprescindibile farle sapere che a suo tempo avevo trafficato in anticaglie egizie di contrabbando. E che ballavo il tip tap. Da una rievocazione delle gesta di Izzy Panofsky alla Buoncostume passai alla lettura di Terry McIver nella libreria di George Whitman, quindi la intrattenni su Hymie Mintzbaum. Le raccontai della posta pneumatica che mi era arrivata troppo tardi, di come Clara fosse andata incontro a una morte prematura che forse si sarebbe potuta evitare, e ammisi che sognavo ancora il suo cadavere decomposto.
“E così il Calibanovitch di quel famoso verso saresti tu”.
“Sì, sarei io”. Le spiegai che mi ero impegolato nel matrimonio con la Seconda Signora Panofsky in spregio a Clara, anzi no, per senso di colpa, anzi no, perché ancora non le avevo perdonato il suo giudizio su di me. Ma giurai di non avere mai amato nessuno fino a quando non avevo incontrato lei, Miriam, al mio matrimonio. Poi mi resi conto che fuori era sceso il buio, e la bottiglia di champagne era finita.
“Andiamo a cena?” le chiesi.
“Prima magari facciamo due passi”.
“D’accordo”. Toronto non mi è mai piaciuta, con la sua aria tronfia da reparto contabile del paese. Ma quella sera tiepida di inizio maggio, nel caos di Avenue Road all’ora di punta, mi sentivo particolarmente euforico e conciliante. Camminavo a un palmo da terra. Ma sì, in fondo gli alberi erano carichi di gemme. E d’accordo, i fruttivendoli verniciavano di arancio o di viola le margherite esposte fuori dai negozi, però i mazzi di narcisi erano incontaminati. Alcune delle segretarie che camminavano a due a due col vestito estivo avevano un’aria graziosa. Sulle ali dell’entusiasmo sorrisi un po’ troppo a una giovane madre che spingeva il passeggino – almeno a giudicare dall’occhiataccia che mi rivolse e da come, di colpo, accelerò il passo. E neppure il solito, sudatissimo maratoneta in braghette corte che saltellava sul posto a un semaforo riuscì a rovinarmi l’umore. Anzi, lo abbordai con un “Bella serata, vero?”, che lo spinse immediatamente a controllare se il portafoglio fosse ancora al suo posto. E forse non avrei dovuto fermarmi ad ammirare l’Alfa Romeo nuova di zecca parcheggiata davanti a un antiquario, dato che il legittimo proprietario si precipitò fuori con aria truce. Cammina cammina arrivammo all’entrata di un piccolo parco, dove pensavo avremmo potuto fermarci a riposare su una panchina. Ma il cancello era chiuso col lucchetto, e su un cartello si leggeva: “VIETATO CONSUMARE PASTI O BEVANDE, ASCOLTARE MUSICA e INTRODURRE CANI”.
“A volte” dissi a Miriam prendendola per mano “penso che lo spirito di questa città, la sua vera essenza, sia il terror panico che qualcuno, da qualche parte, possa essere felice”.
“Vergognati”.
“Perché?”.
“Perché hai usato il saggio sul puritanesimo di Mencken senza nemmeno citare la fonte”.
“Davvero?”.
“Come fosse farina del tuo sacco. Non avevi promesso di non mentirmi mai?”.
“E’ vero. Scusa. Cominciamo da adesso”.
“Io ci sono cresciuta, tra le bugie, e non le tollero più”. Improvvisamente serissima, Miriam mi parlò di suo padre, il tagliatore di diamanti e sindacalista. Che lei aveva adorato, considerandolo un meraviglioso sognatore, fino a quando non aveva scoperto la sua seconda vita. Era fissato con le donne; si faceva tutte le operaie che gli capitavano a tiro, e passava i sabati sera nei locali più infimi. Per sua madre era stato un tormento. – Come puoi sopportarlo? le aveva chiesto Miriam un giorno. – E cos’altro posso fare? aveva risposto lei, chinandosi sulla macchina da cucire. La madre di Miriam era poi morta di cancro all’intestino, fra sofferenze atroci. “Gliel’ha fatto venire lui”.
“Non credi di esagerare?”.
“No. E non permetterò a nessun uomo di fare lo stesso con me”. Non ricordo esattamente cosa mangiammo, né dove. Mi pare in una bettola dalle parti di Yonge Street, seduti fianco a fianco, con le gambe che si toccavano. Però ricordo bene che lei mi disse: “Non ho mai visto nessuno così infelice al suo matrimonio. Ogni volta che alzavo gli occhi mi stavi guardando”.
“Come l’avresti presa se fossi rimasto sul treno?”.
“Non sai quanto ho sperato che lo facessi”.
“Davvero?”.
“Be’, stamattina sono andata dal parrucchiere, il vestito l’ho comprato apposta, e non mi hai neanche detto che sto bene”.
“No. Sì. Ma ti trovo splendida, Miriam, giuro”. Quando arrivammo sotto casa sua in Eglinton Avenue erano ormai le due. “Scommetto che fingerai di non voler salire”.
“Sì. No. Aiuto, Miriam”.
“Mi devo alzare alle sette”.
“Be’, allora…”.
“Allora vieni” disse prendendomi per mano.
L’uomo stocastico, di Robert Silverberg
So com’è la gente. So com’ero io, prima di “vedermi” morire e cosa sono diventato dopo. Non sono stati in molti ad avere questa esperienza, a cambiare come sono cambiato io. Forse nessun altro. Ascoltatemi, Lew. Nessuno crede, sinceramente e completamente, di dover morire, qualunque cosa pensi di credere. Potete accettare l’idea qui, con la testa, con il ragionamento, ma non a livello cellulare, a livello di metabolismo e di mitosi. Il vostro cuore non ha perso un colpo in trenta e tanti anni, e non li perderà mai. Il vostro corpo funziona allegramente come una fabbrica a turni tripli che produce corpuscoli, linfa, sperma, saliva, ventiquattro ore su ventiquattro; e per quanto ne sa il vostro corpo, continuerà sempre così. Il vostro cervello si percepisce come il centro di un grandioso dramma il cui divo è Lew Nichols, l’intero universo non è che un’enorme collezione di comparse, tutto ciò che accade, accade intorno a voi, in relazione a voi, con voi in funzione di cardine e fulcro; e se andate al matrimonio di qualcuno, il titolo della scena non è “Dick e Judy si sposano”; no, è “Lew va al matrimonio di qualcuno”; e se un uomo politico viene eletto, il titolo non è “Paul Quinn diventa presidente”, ma “L’elezione di Paul Quinn vista da Lew”; se una stella esplode, l’intestazione non è “Betelgeuse salta in aria”, ma “L’universo di Lew perde una stella”, e così via, è la stessa cosa per tutti, ciascuno è l’eroe del grande dramma della vita, Dick e Judy entrambi nei ruoli principali nelle loro menti, Paul Quinn e forse anche Betelgeuse; e ciascuno di voi sa che, se dovesse morire, l’intero universo si estinguerebbe come una luce spenta e questo, naturalmente, non è possibile; perciò voi non morirete. Sapete di essere l’unica eccezione, che mantiene in piedi l’intera baracca con la propria continua esistenza. Tutti gli altri, Lew, voi lo sapete che moriranno, certo, perché sono le parti senza importanza, le comparse di cui il copione prevede la sparizione lungo la strada, ma non voi, oh, no, voi no di certo! Non è così, Lew, giù alla radice della vostra anima, giù a quei livelli misteriosi che voi visitate solo di tanto in tanto?
Che dire, in breve? Bello, bello, bello, il mio primo Silverberg (qui la trama). Scritto leggero, agile e piacevole. Con diverse riflessioni non banali su libero arbitrio e determinismo. Col giusto mix di azione e speculazione. Mentre lo leggevo più volte mi è balenato nella mente che io, anni dopo (il romanzo è del ’75), avrei provato inconsapevolmente a scrivere le medesime cose in alcuni scalcinati racconti disseminati qua e là. Ovviamente non con questa chiarezza e con questa capacità di interessare il lettore. Ci mancherebbe, ci mancherebbe. Eppure la sensazione che “ehi, questo avrei voluto dirlo io!” è tornata più volte durante la lettura. Ho sentito il libro molto mio, se capite cosa intendo.
Ah, e sono anche convinto, convintissimo (non ho controllato le date, però), che Stephen King doveva aver letto quest’opera prima di buttar giù il fortunato La metà oscura. L’uomo stocastico non è stato plagiato, no, ma qualche spunto deve averlo fornito. Soprattutto uno.
Consigliatissimo. Su Anobii gli ho affibbiato 4 stelle su 5. Unico difetto che trovo al romanzo è quello di non saper maneggiare alla perfezione il classico paradosso sci-fi dell’uomo che, conoscendo il futuro, intende operare per modificarlo. Ma, del resto, c’è qualcuno che c’è mai davvero riuscito senza suscitare una qualche perplessità?
Siamo intelligenti?
Noi umani amiamo autodefinirci ‘intelligenti’ e tendiamo a concludere che la nostra sia la sola intelligenza possibile. Di rado pensiamo che il nostro modo evolutivamente plasmato di percepire la realtà è solo uno dei tanti possibili e potrebbe essere – è – per certi versi assai limitato. E’ un punto di vista, l’unico che l’evoluzione ci ha (involontariamente) concesso.
Non è semplice riuscire a intuirlo. Proviamo per esempio a pensare a una Terra sulla quale gli animali – e quindi, l’uomo – non abbiano sviluppato il senso dell’udito e siano dunque incapaci di trasformare, grazie alla sofisticata trasduzione operata dalle cellule ciliate della coclea, le vibrazioni che si propagano nell’area in suoni. Il concetto di ‘suono’ sarebbe per simili esseri, inconsapevolmente sordi, una cosa del tutto incomprensibile e sfuggente, cognitivamente inaccessibile. In tale silenziosa realtà parallela gli esseri umani si definirebbero, credo, altrettanto intelligenti e privilegiati. Ma noi, noi che agiamo in questo mondo di clacson e Bob Dylan, noi che diventiamo nervosi ogni volta che il telefono squilla, noi sappiamo che a loro mancherebbe qualcosa. Già. E a noi, allargando il ragionamento, cosa manca – se è lecito chiederselo? Quali altri sistemi a noi alieni avrebbe potuto modellare l’evoluzione per farci interagire col reale?
E’ difficile immaginarlo ma, almeno per quanto mi riguarda, è interessante provarci. Succede un po’ la stessa cosa quando i fisici tentano di spiegarci il concetto di quarto, o quinta, o undicesima dimensione. E’ davvero arduo immaginare dove possa situarsi un’ulteriore dimensione e come si possa vivere in un tale universo. Ma può essere utile per ricordarci quanto il nostro punto di vista sia parziale.
Voglio dire che il nostro mondo, dove ‘nostro’ significa anche ‘quello che ci siamo costruiti’, prevede tre dimensioni fisiche (più il tempo) e i suoni, e tendiamo a pensare che ciò sia scontato e, qualunque cosa voglia dire, oggettivo. Che sia una sorta di tendenza generale. Ma non è così.
Il nostro – che prevede una nostra personalissima cassetta degli attrezzi per interagire con la realtà, dei nostri personalissimi occhiali per guardare al mondo – è solo uno degli infiniti modi possibili di essere intelligenti, se essere intelligenti significa – anche – essere capaci di adattarsi all’ambiente.
Faccio queste speculazioni, anche discretamente fuori tema, dopo aver sentito quest’illuminante riflessione dell’astrofisico Neil Degrasse Tyson:
Cerchiamo vita intelligente nello spazio, intelligente come la nostra. Ma chi siamo noi per definirci intelligenti?
In particolare trovo molto sensato il seguente ragionamento.
Le differenze di intelligenza tra noi e uno scimpanzé ci appaiono palesi, dice Tyson, nonostante noi condividiamo con i nostri cugini più pelosi circa il 99% del DNA. Siamo incredibilmente simili a livello biologico, eppure riteniamo di essere molto più intelligenti di loro perché abbiamo inventato il telescopio e il forno a microonde. E se, ribaltando il concetto, tutta questa differenza di intelligenza fosse, in assoluto, del tutto trascurabile? Se non fosse, diciamo, così tanto sorprendente come invece appare a noi? Questo è il punto. Se la differenza quantitativa tra il nostro DNA e quello degli scimpanzé è così minuscola, aggiunge l’astrofisico, forse anche la differenza a livello di intelligenza è – in assoluto – altrettanto minima. Se lo scimpanzé differisce da noi per un punto percentuale di genoma, forse anche la distanza tra – che so – l’abilità nel salire sugli alberi e l’inventare internet è, ancora in assoluto, altrettanto misera.
Pensiamo, conclude Tyson, al tipo di intelligenza di cui possa esser dotata un’ipotetica creatura aliena con la quale, tra le altre cose, non condividiamo neppure la più piccola porzione di DNA. Non è assurdo e un po’ pretenzioso, in tal caso, pensare, immaginare, sperare che possano esserci là fuori organismi con i quali possiamo entrare in contatto e, in senso etimologico, comunicare?
(ho parlato più o meno della medesima questione anche qua)
The humans, di Carl Sagan
Vien voglia di riascoltarsi tutto l’audiolibro di Pale Blue Dot.
Anathema, “Weather Systems”

Anathema, cover di Weather Systems
Sta per uscire il nuovo album degli Anathema. Un gruppo al quale sono particolarmente legato, nonostante riconosca che non sia il più geniale e seminale della storia della musica. Legame affettivo, si dice così. Ho ascoltato qualcosa e devo dire che il materiale non devia molto dalle sonorità – solari, positive e un po’ zuccherose – degli ultimi lavori, peraltro penalizzati a mio modo di vedere da produzioni eccessivamente cristalline.
Gli Anathema sono felici, giulivi, sereni, si godono l’esistenza… e ciò è un male. Ma, come detto altrove, non ho purtroppo il potere di tenere segregati in una stanza buia e umida e puzzolente i miei musicisti preferiti, non ho il potere di mantenerli eternamente depressi o disperati, non ho il potere di far sì che non smettano di abusare di droghe e alcool, di tagliuzzarsi le vene, di passare le serate guardando le trasmissioni di Signorini. Gente come gli Anathema, o Tori Amos, o i Queensryche, o i Megadeth, o i Manic Street Prechers (…), tutta questa gente ha smesso di fare musica di altissimo livello proprio quando è riuscita a tirar fuori la propria vita da una particolare situazione di disagio. Guarda caso. La loro esistenza funziona e, suppongo, la voglia e la motivazione necessarie per sedersi ad un tavolo, di notte, a scrivere il Pezzo della Vita, inevitabilmente decrescono d’intensità.
Weather Systems l’ho ascoltato poco, per adesso. Solo qualche brano qua e là. Forse non sarà, dicevo, quel gran disco. Ma l’inizio non è niente male. Cercate su Youtube le due parti di Untouchable, per esempio.



