Archive for the ‘firenze’ Category
Un po’ se la solo cercata, parte 4949924esima

“Che è successo a Firenze?!”
“Un gran casino. Un uomo ha sparato a due persone, uccidendole, e ne ha ferita una terza.”
“Dio bono. Oh com’è successo?
“Pare sia andato al mercato in piazza Dalmazia e poi a San Lorenzo e abbia ucciso due ambulanti senegalesi.”
“Ah, ok, senegalesi…”
“Sì.”
“Sarà stato un razzista.”
“Eh, pare. Un estremista di destra.”
“Il razzismo è una brutta cosa. Io non sono razzista ma, certo, se loro (gli extracomunitari, ndG) facessero un po’ meno come gli pare qui a casa nostra…”
“(…) E che cazzo c’entra, questo?”
(no, non mi sono inventato nulla)
Ormai mi mancano solo l’astuccio e il diario
Lo-dico-subito-così-mi-tolgo-il-pensiero-e-via: mi sto per iscrivere all’Università.
Di nuovo. Sì.
Ad un’altra. Sì.
Perché? Principalmente per un paio di motivi.
1) Per ammazzare il tempo. Sarà un hobby quantomeno curioso.
2) Per voler, forse, “certificare” alcune delle conoscenze che suppongo di aver maturato negli ultimi anni, in special modo appassionandomi alla saggistica scientifica.
Che facoltà è? Un compromesso, non poteva essere altrimenti. Un compromesso tra vicinanza (Firenze) e fattibilità, innanzitutto: sarò infatti per lo più non frequentante e mi iscriverò – credo – solo come studente part-time (sapete, si deve lavorare). La scelta è stata anche influenzata dal fatto che questo corso di studi potrebbe per me esser più breve del normale, dal momento che diversi degli esami previsti li ho già superati nella precedente vita di studente. Ammesso e non concesso che me li approvino tutti.
Il corso è Scienze e Tecniche Psicologiche. Triennale. Con l’idea di indirizzarsi su Psicologia Sperimentale al terzo anno. Probabilmente non è esattamente ciò che mi interessa davvero, ma gli si avvicina abbastanza. Altri corsi di laurea, del resto, per i motivi più disparati, sarebbero stati per me troppo impegnativi.
Ho superato – eccolo, il borioso – il test d’ammissione senza aprire un libro e senza fare un solo test di prova. Ho confidato – eccolo, il presuntuoso – sulle mie conoscenze (“se non lo supero, allora sarà giusto così e amen”) ed è andata bene. Anche se, ragazzi, un test che prevede 80 domande in 75 minuti è un qualcosa di inconcepibilmente sadico. Non ne avete idea. E vogliamo parlare della temperatura infernale dell’aula? Del tanfo di sudore post-adolescenziale che impestava la stessa? E di quanto siano penalizzati i mancini quando si trovano a scrivere gomito a gomito con un destro? No. Meglio di no. Passiamo oltre.
Ringrazio Dawkins, Gould, Kant, Giulio Giorello, Dennett, Einstein, Penrose, Cavalli-Sforza, Sagan, Russell e tutta questa gente qui per avermi insegnato negli ultimi anni quel poco di biologia, di fisica e di filosofia che mi sono serviti per arrivare sufficientemente in alto in graduatoria. Senza di loro non avrei saputo nulla di geni recessivi del daltonismo, di relatività, di meiosi, di Hegel e di neuroni, nozioni che si sono rivelate utili al momento dell’esame. E ringrazio Davide (non commento i tuoi post, ma li leggo tutti i giorni) per avermi trasmesso – inconsapevolmente – la voglia di rimettersi in gioco.
E ora vediamo se e quanto dura.
Il tempo delle feste

Giugno e luglio sono probabilmente i mesi più caldi dell’anno.
Caldi. Ok, lo so, lo so. Ciò li rende immancabilmente tremendi, odiosi, disprezzabili, evitabili e tutto quel che volete: con me, non so se lo sapete, sfondate una porta aperta. Il caldo è Satana (mi piace immaginare che la gente che legge il blog sia gente speciale che ama il fresco, il freddo, il gelo, la pioggia, i temporali a capodanno ascoltando i Burial, il raffreddore, le sciarpe, la neve, i caminetti accesi e quel delizioso senso di morte che ti pervade ogni volta che giunge l’autunno, ma forse m’illudo!).
Però è durante questi due mesi che si svolgono due delle feste più divertenti della Toscana. Mi riferisco nello specifico alla cosiddetta ‘Notte bianca in oltrarno‘ di Firenze e al ‘Pistoia Blues‘. Quest’anno ho fatto doppietta, presenziando a entrambe: tra i pochi eventi a cui ho preso parte, questi due sono stati senza dubbio i più riusciti, i più voluminosi, i più assordanti. Si tratta di quelle esperienze vitali e italianissime che, quando per un motivo o l’altro sei costretto a vivere all’estero, ti mancano più di ogni altra cosa.
La festa a Firenze si svolge nell’area che coincide più o meno col letterario quartiere San Frediano, una zona – soprattutto quella prossima a Piazza Santo Spirito – già da anni tra le più effervescenti della città. Firenze è una città tutto sommato discretamente borghese e quella che è ormai diventata la sua festa estiva per eccellenza, la quale si dipana in un quartiere che sa cogliere più di altri l’essenza stessa della fiorentinità, non poteva discostarsi troppo da questo suo modo di essere. Borghese, sì, ma tutt’altro che noiosa, la manifestazione prevede numerosi concerti di varia qualità, bancarelle amatoriali di panini e migliaia di persone che passeggiano senza sosta stringendo bicchieri alcolici, in un caos controllato che finisce per coinvolgere tutti, dagli anziani ai giovanissimi. E che non ti molla neanche alle 5 del mattino. Sembra che con l’amministrazione Renzi Firenze sia davvero risorta a nuova vita: al sindaco tocca adesso il compito non semplice di rendere il centro storico di nuovo appetibile ai fiorentini (e ai toscani in generale), e non solo un costoso giocattolo con cui divertire e spennare i turisti.
Pistoia nei giorni del Pistoia Blues è invece un delirio vero e proprio, che va spesso (meno male) al di là della decenza. Un delirio più spazialmente limitato ma dieci volte più tracimante, disordinato, sporco e, perché no, ugualmente affascinante. Tutti hanno i loro bicchieri di sangria casereccia da offrire. Tutti hanno una birra da due lire in mano. Uno su due suona (male) i bonghi e inizialmente ciò può risultare irritante, ma dopo un po’ – lo ammetto – neanche ci si fa più caso. Le ragazze ballano ovunque, sui marci tavoli di legno, sulle bucce di cocomero, sulle spalle di altre ragazze, sulle spalle delle ragazze che stanno sulle spalle delle ragazze. E’ un inferno, e son sicuro che anni fa l’avrei detestato. Oggi – com’è notorio ho raggiunto una certa pace zen – lo apprezzo per quel che è, un chiassoso coacervo di coscienze alterate. Sabato in concerto sulla piazza centrale c’erano i Doors, l’ho saputo solo quando lo show era terminato. Centinaia di vecchi rocker nostalgici arrivati a Pistoia per assistere allo spettacolo dell’ex band di Jim Morrison ad una certa ora si sono incontrati con i 16enni dall’alito alla marijuana che colmavano le piazze, e il confronto generazionale ha avuto il più banale degli esiti: i primi se la sono data a gambe, terrorizzati da tanto ingestibile marasma. I secondi, mi sa, se la sono invece sudata tutta fino all’alba. E hanno fatto bene. In Febbre a 90° Nick Hornby racconta che, una volta passati i 30 anni, dopo l’ennesima sbronza una mattina si è svegliato e ha deciso che il sapore di alcool che accompagnava da tempo immemorabile ogni suo spaesato risveglio -sorpresa! – non gli piaceva più. Da un momento all’altro quel sapore gli era diventato intollerabile. Di colpo aveva scoperto che non poteva più conviverci. Era dunque arrivato il fatidico momento di dare un taglio netto, triste e necessario, alle nottate intensamente alcoliche. Bene. Ragazzi che avete affollato Pistoia fino al mattino, vi do un consiglio: spassatevela adesso, perché il morbo di Hornby prima o poi colpirà anche voi. Oh sì, potete esserne certi.
Lo strano caso del Joshua Tree Pub

Al contrario di quel che si tende a credere, questa non è la società più stupida (o indecente, o amorale, o anomica, o infelice, o…) in cui possiamo vivere. L’ho ribadito giusto qualche post fa. Naturalmente ciò non significa che va tutto a meraviglia. O che, quando ci si dà un’occhiata attorno, non si possano individuare ampi margini di perfettibilità nei più disparati angoli. Ciò non significa, insomma, che oggi come oggi tutto sia bello e giusto. Ci mancherebbe.
Tra i fatti più ingiusti di cui ho ricevuto informazioni negli ultimi giorni c’è la chiusura coatta – e per fortuna temporanea – dell’ormai storico Joshua Tree Pub di Firenze. Per chi ha tempo, qui ci sono i dettagli (in un italiano un po’ discutibile, ahimé). Per chi non ha tempo, in breve: venerdì passato le forze dell’ordine hanno imposto la chiusura del locale di via della Scala a causa della presenza di soggetti ubriachi all’interno del pub stesso. Dopo cinque giorni di chiusura forzata, il Joshua riapre oggi. Non so con quale spirito.
Faccio mie le considerazioni presenti nell’articolo. Come si può decidere – a occhio – se uno è ubriaco o meno? E perché le forze dell’ordine devono interessarsi ad un presunto ubriaco che si trova all’interno di un pub, ubriaco che non sta guidando e che non mostra nessun comportamento molesto? Il provvedimento preso dalla polizia è angosciante ed ha tutte le carte in regola per essere, potenzialmente, un attentato alla libertà. Non la ‘libertà’ astratta di cui i più amano riempirsi la bocca. No. Mi riferisco alla libertà di chi la sera vuole uscire (a piedi) per andarsi a bere le sue due o tre birre nel pub preferito. La libertà, insomma, di passare il tempo come più ci piace. Senza arrecare danno o fastidio agli altri.
Ho parlato più di una volta, anche qua, del Joshua Pub. E’ un pub irlandese vecchio stile, atmosfera calda e accogliente, birra ottima e ricercata selezione musicale come sottofondo. Sono spesso lì a vedere i posticipi calcistici, visione che di solito accompagno con diverse Murphy’s rosse. (I commit my weekly crime). E’ uno dei locali fiorentini che preferisco.
Se le cose stanno davvero come è stato riportato in questi giorni, il provvedimento preso nei confronti del pub è ridicolo. Per quel che può contare, i ragazzi che gestiscono il Joshua hanno tutta la mia solidarietà.
Ogni giorno un po’ di Toscana muore (cit.)

Prima scena. Ieri pomeriggio. Mi trovo a Firenze in libreria. Al Melbookstore. Compro a prezzo stracciato Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che va sul comodino ad attendere tempi migliori, e faccio un giro tra gli scaffali. Mi accorgo, mentre cammino, che la libreria ha organizzato al suo interno la presentazione di un libro di poesie. L’evento non ha ancora avuto inizio, ed è tutto un mormorare aulico. Sono accanto ad alcuni invitati-spettatori. Una signora sui 65, inconfondibile accento fiorentino, sta parlando con un amico, probabilmente residente fuori regione. “La Toscana sta morendo. Tutte quelle vecchie tradizioni, tutte le usanze”, si lamenta la donna con l’uomo, “stanno scomparendo. La stupidità moderna sta prendendo il sopravvento”. E così via, e così via. Inutile continuare. Il tono s’è intuito.
Seconda scena. Dopo la libreria vado in via del Proconsolo, dove c’è una conferenza intitolata Intelligenza e stupidità. Arrivo troppo tardi. Ho modo di poter ascoltare solo le ultime battute e le domande del pubblico. Mi fa una bella impressione il filosofo Maurizio Ferraris: spigliato, pragmatico e ironico, sembra potersi piazzare assai lontano da ogni banalità. Tra le domande che gli vengono rivolte ce n’è una in particolare che mi fa pensare alla scena sopra descritta. Un signore prende il microfono e chiede, più o meno, se è giusto pensare che quella di oggi sia la società più stupida in assoluto. Se non chiede proprio questo, è evidente che voglia arrivare proprio lì. A rimpiangere tempi migliori. Ferraris, invece di cavalcare l’onda diffusa del lamento – cosa che gli avrebbe consentito di ricevere il più caloroso degli applausi -, si rimbocca le maniche e spiega come la pensa. Portando come esempio diversi tipi di passate società finite male a causa di comportamenti che (sbrigativamente) possiamo definire stupidi, conclude che l’idea che questa sia la fase meno intelligente di tutta la storia umana è, molto semplicemente, solo una forte illusione cognitiva. Nient’altro che questo.
Non potrei essere più d’accordo. Eppure è questo un preconcetto difficile da estirpare. Che si diffonde a più livelli. Che ci spinge a credere che i giovani d’oggi in generale siano peggiori di quelli di ieri. Che le condizioni di vita medie fossero migliori in passato piuttosto che nel presente. Che noi sì che sapevamo come divertirci, e i nostri giocattoli erano migliori, mica come oggi. Che i bambini prima erano più educati. Che la Toscana una volta era meglio. Che le occupazioni a scuola una volta erano fatte per motivi validi, mica come oggi. Che, che, che. Son tutti discorsi, questi, che tendono a deprimermi enormemente. Ancora di più di una sconfitta della Juventus, per dire.
Il festival della creatività e l’intelligenza artificiale
Segnalo che venerdì 22, in occasione del Festival della Creatività che sta per cominciare a Firenze, avranno luogo i seguenti eventi:
Caffè filosofico: Intelligenza artificiale (ore 16, Museo nazionale di antropologia ed etnologia)
Sbucciando la mela di Alan Turing (ore 20.30, Museo di storia naturale). Cito:
La portata rivoluzionaria del lavoro di Turing che, attraverso il computer, ha mutato radicalmente le nostre modalità di comunicazione ci stimola a sperimentare una comunicazione contaminata, dove le due culture, scientifica e umanistica s’intrecciano, realizzando una polifonia di voci dal mondo della matematica, dell’informatica, della filosofia, della scienza e del teatro. Questo aspetto motivo la partecipazione di questo spettacolo alla rassegna dei Caffè Filosofici all’interno del Festival della Creatività, rappresenta un punto di riferimento per tanti artisti. Nella stessa rassegna lo scorso anno TIMOS ha presentato uno spettacolo su Charles Darwin che ha incontrato il favore del pubblico e quest’anno rinnova la sua proposta facendo un focus su quello straordinario personaggio dalla straordinaria vita che fu ALAN TURING.
Se mi libero, se ne ho voglia, se e se e se… potrei esserci.
Intermezzo musicale
Due o tre appunti che riguardano la musica e le recenti esperienze musicali:
- Il mese prossimo esce, dopo anni dall’acclamato Illinoise, il nuovo album di Sufjan Stevens, intitolato The Age of Adz. Il talentuoso musicista americano ha però deciso di anticipare il proprio ritorno con la pubblicazione di un ep, All delighted people, che sto ascoltando parecchio in questi ultimi giorni. Il disco dura circa un’ora (alla faccia del “mini”) e propone varie puntate nel multiforme ed eccentrico mondo sonoro di Sufjan. Una delizia lunga 8 tracce, difficilmente catalogabile, vivace, originale e di estrema classe. Qui una buona recensione dell’ep. Qui la buona, lunghissima e variopinta canzone che dà il titolo al lavoro. Tra progressive rock, gospel, orchestrazioni, sferzate di psichedelia, folk e mille altre cose. Di certo, non la solita roba.
- A Firenze c’è un ragazzo (dovrebbe trattarsi di tal Piotr Tomaszewski) che, quasi ogni sera, suona cover di classici davanti ad un crescente numero di persone che di volta in volta si raduna tra Piazza della Signoria e gli Uffizi per ascoltarlo. Sabato sera son stato costretto a fermarmi per non farmi sfuggire la sua straordinaria interpretazione di Space Oddity di Bowie, con la voce del musicista che risuonava in tutta la piazza.
- Negli ultimi tempi ho avuto anche modo di ascoltare At Newport 1958 di Miles Davis. Disco molto energico, frenetico e anche a-melodico, testimonianza di un’esibizione coloratissima che anticipa di pochi mesi la pubblicazione del capolavoro A kind of blue. Musicisti d’eccezione: oltre allo stesso Davis, Coltrane, Evans, Chambers, Cobb e Adderley. Se A kind of blue è un lavoro da ascolto in solitaria, tant’è malinconico e distante, vedo At Newport come colonna sonora ideale per una festa, da accompagnare a cocktail e olive. Insolente, vitale, anche aggressivo, credo che finirò per ascoltarlo molto spesso.
- Per la qualità della musica che vi si può ascoltare, segnalo – nuovamente – il pub Joshua a Firenze, in via della Scala. Ad un volume giusto, dentro le mura scalcinate del locale si trasmette un sacco di roba di qualità. L’altra sera era tutto un Dave Matthews Band, per dire. Ma ci ho sentito anche S. Stevens, i Tortoise, gli Iron Maiden, i Radiohead, Coltrane. Uno dei pochi veri pub rimasti a Firenze: consigliatissimo, anche solo per il fatto che la birra è buona e i gestori sono tutti, o quasi, juventini.
Notti di Paura e Delirio a Firenze.
Venerdì son salito in macchina alle 19 e mi son diretto verso Firenze. Quaranta chilometri, più o meno. Mezz’ora, se non si ha troppa fretta. Nel lettore dell’autoradio c’era un cd con tutti gli album di Tori Amos in formato mp3. Ho deciso di tenerlo. Ho girovagato tra i dischi, come non dovrebbe mai fare un ascoltatore serio, scegliendo solo i pezzi che più ci stavano bene. Ballate, più che altro. Jackie’s strength, dedicata a Jackie Kennedy, moglie dell’assassinato John. China, con quella splendida immagine dell’impenetrabile Grande Muraglia. Pretty Good Year, scritta pensando a Greg, un fan che inviò una lettera speciale. Northern Lad, cantata dal cielo eppure così schietta e para-femminista (Girls youve got to know/When its time to turn the page/When youre only wet/Because of the rain/When youre only wet/Because of the rain). Poi, ancora, personale, Digital Ghost, dall’ultimo disco. Che mi ricorda un po’ il jogging per le strade ventose di Varsavia.
Son arrivato a Firenze e ho parcheggiato lungo i viali. Giuro, porca miseria, giuro. Sì, a sentire in giro pare che parcheggiare in città sia impossibile. Dalla mia zona nessuno osa inoltrarsi nel capoluogo toscano, neanche di sera quando il traffico è minore, perché pare sia davvero un’impresa ardua trovare un angolo dove ficcare il proprio automezzo. In verità vi dico che da quattordici anni passo a Firenze un discreto numero di serate al mese. E che vado sempre in centro. E che avrò avuto problemi a parcheggiare una decina di volte. Forse. Il problema, diciamolo, è che la gente vorrebbe sistemare la macchina in piazza del Duomo. O lì vicino. O davanti alla discoteca Yab, sempre. I più si spaventano al sol pensiero di fare cinquecento tremendi metri a piedi.
Io no, ma non mi sento un eroe per questo. Sono sceso che faceva quasi buio, mi sono infilato gli auricolari e ho messo qualcosa di più caldo ed esotico, Cool Struttin’ di Sonny Clark. Mi sono diretto verso il centro. Per attraversare la pericolosissima zona della stazione, lato Pastarito e poi più in là verso Piazza Santa Maria Novella, ritrovo dei più temibili extracomunitari della galassia. Io ci vedo sempre, molto semplicemente, un sacco di gente alla fermata dell’autobus che aspetta di rincasare. Visi stanchi. Se sono al novanta per cento di extracomunitari è perché la stragrande maggioranza dei fiorentini usa la macchina o il motorino. I mezzi pubblici per spostarsi in città non vanno di certo per la maggiore, e credo che non sarà semplice convincere i residenti ad usare la futura tramvia. Bisognerà lavorare sodo con le comunicazioni e gli incentivi. In quella zona inoltre ci vedo, soprattutto d’estate, gruppi variopinti che si trascinano dietro uno stereo portatile old fashioned, di quelli tamarri che andavano di moda una decina di anni fa e oltre, l’appoggiano sulla scalinata e passano le loro notti così, parlando e ballando sotto i lampioni. Ci vedo splendide donnone nere con i loro vestiti sgargiantissimi. Ragazzi che si fanno i fatti loro. Qualche volto più losco c’è, ogni tanto, che c’entra. Ma è pura statistica. L’obiezione che sento circolare più spesso è “ma non c’è più un italiano”. Io ogni tanto ci sono, ci passo, solo o accompagnato. Mai avuto problemi. Gli italiani stanno in casa, temendo stupri e rapine. Vogliono evitare rischi. Eppure le case crollano, ci sono i terremoti, le bombole piene di gas che possono scoppiare da un momento all’altro, l’ammoniaca nelle bottiglie d’acqua in ripostiglio, i phon che cadono nelle vasche colme d’acqua, le televisioni che si suicidano esplodendo durante le trasmissioni di Vespa. Rischiano anche lì, povere anime inconsapevoli. Ma, in questo caso, riescono a chiudere un occhio.
Faceva fresco e si stava bene. Sono arrivato al Melbookstore, con la testa sempre immersa negli anni ’50, e mi son messo a rovistare tra i libri usati. Una sorta di rito, ormai. Non ho trovato niente, niente che volessi prendere al momento. Stessa storia al reparto cd e dvd. Son sceso giù, ho tenuto per mano un paio di classici (“Il conte di Montecristo” e qualcos’altro) ma poi li ho messi via quando ho deciso di acquistare “Perché non sono cristiano” di Bertrand Russell. Tanto per ravvivare ancora di più il melting pot delle mie letture. Era l’ora di cena e l’ampio negozio era semi-vuoto, con i commessi indaffarati a sistemare le novità. Sono uscito per avviarmi verso l’Edison. Altra libreria. Ci ho fatto un velocissimo giro turistico e mi sono fermato lì fuori in Piazza della Repubblica. A sinistra una cantante professionista esibiva i suoi talenti allo pseudo piano bar del Paskowski, i cui tavolini erano pieni di clienti persi in conversazioni. Un pezzo melenso di Bryan Adams cercava di sovrastare Sonny Rollins. A destra, una giostra per bambini girava e girava senza bambini da far girare. Davanti a me, oltre la piazza, una nutrita fila di artisti mostrava ai passanti gli ultimi schizzi realizzati. Due ragazzi neri esibivano della mercanzia tarocca su un lenzuolo bianco, pronti a far sparire tutto in un lampo alla vista della polizia. Più in là verso via del Corso il noto clown baffuto si apprestava al suo rituale show. In giro c’era un buon numero di persone. Maggioranza straniera. Qualche inglese, qualche americano, molti spagnoli. Oddio, una serata tutto sommato tranquilla.
Ho soppresso sul nascere la voglia di una birra. Visto che era ancora presto per tornare a casa, ho individuato una panchina vuota nel centro della piazza e mi ci son seduto. Ho letto Russell per una buona mezz’ora, girandomi di rado per osservare i volti transitare attorno a me. La lettura era piacevole, scorreva via senza troppi intoppi. E’ prerogativa delle grandi menti quella di essere sempre chiari e semplici anche quando si toccano gli argomenti più spinosi. Del filosofo e matematico inglese, qualche anno fa avevo letto “La mia filosofia”: pur navigando anche in acque per me pressoché sconosciute (matematica, logica) ero riuscito a non uscirne del tutto sconfitto. Piccole soddisfazioni. Ho preso il suo “Perché non sono cristiano” per un motivo solo: avevo l’intenzione di leggere l’acclamatissimo “L’illusione di Dio” di Dawkins ma da più parti mi giungevano voci che mi dicevano di leggere prima Russell, leggere Russell, leggere Russell. E così farò.
Infine mi sono alzato dalla panchina e me ne sono andato. Cool Struttin’ era in loop da tempo, ormai. Ho fatto il percorso a ritroso – passando di nuovo dalla zona Stazione – e son rimontato in auto. In superstrada ho piazzato All hope is gone, il nuovo Slipknot, nel lettore e l’ho ascoltato a volumi non consigliati, cercando senza troppo successo di capire qualcosa dei testi. Ho viaggiato sotto i limiti per sentirlo per intero o quasi. Disco davvero non male, comunque, davvero non male.
Su e giù, qua e là.
Venerdì sera nell’immediato dopo-cena ero a Firenze in libreria. Stavo avviandomi verso le casse con “Imperium” di Kapuscinski in mano. Quel libro avrebbe continuato a tenermi ben saldo dentro il caotico universo dell’URSS in disgregazione, popoli spostati qua e là come pedine su una scacchiera, rivendicazioni d’indipendenza, derussificazioni varie: sarebbe stato un altro punto di vista – ancora più interno - su ciò che successe diciassette, diciotto anni fa. Poi mi son reso conto che era l’ora di cambiare rotta, che cominciavo a non averne più, che poteva bastare: proprio in zona Cesarini son tornato indietro, ho rimesso il volume al suo posto (beh, almeno spero) e ho cercato altro. Ho preso “Un ragazzo” di Hornby. Il libro l’avevo letto dieci anni fa perché qualche buona anima me lo prestò, il film (“About a boy“) l’avrò visto quelle duecento volte. Sì, non so resistere alle commedie inglesi con Hugh Grant, quelle in cui lui fa più o meno sempre la stessa parte e che hanno più o meno tutte la stessa struttura narrativa. Mi piacciono molto. Ho preso l’edizione TEA a cinque euro solo perché volevo averlo, non credevo che mi sarei rimesso a leggerlo. E invece. L’ho cominciato con scetticismo, supponendo che non ci avrei trovato tutto ciò che ci trovai allora. E invece. Sorpresa. Non ci sono ancora rughe sul volto di quella storia.Tra gli usati qua e là ho preso “Pianeta a sorpresa” di John Brunner, Pocket Fantascienza, Edizione Longanesi, stampato nel 1975 (prima o poi leggerò anche il suo acclamatissimo “Tutti a zanzibar“, ma non lo trovo facilmente) e “Lolita” di Vladimir Nabokov (cristo, di nuovo un russo), Mondadori, stampato nel 1966, se possibile reso ancora più celebre da Kubrick. E, non so neanche perché, mi son trovato in mano pure “Storia della filosofia greca” di De Crescenzo. Due euro. E’ che De Crescenzo m’è sempre rimasto simpatico, ecco.
Il tutto viene ottimamente condito dai due retroascolti del momento: “The soul cages“, Sting e “Selling England by the pound“, Genesis. Periodo SlowListening.



