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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

Archive for the ‘mondanità’ Category

Letture a Gran Canaria

con 7 commenti

A Maspalomas

Durante i 4/5 giorni trascorsi a Gran Canaria (tra Pozo Izquierdo e Maspalomas, 25 gradi medi, vento fresco, relax e alcool come se piovesse) ho letto un paio di libri.

Il primo è stato After Dark di Murakami, consumato per la maggior parte sulla spiaggia sahariana di Maspalomas mentre ascoltavo Pet Sounds dei Beach Boys e High Violet dei The National e mantenevo un buon livello di stordimento bevendo birra Tropical. Come mi aveva anticipato Rita, si tratta di un libro tutto sommato deludente. Scritto in maniera fin troppo didascalica, di una semplicità che pare forzata e studiata a tavolino, il lavoro del noto scrittore giapponese non è riuscito a smuovermi in nessun modo. E, più che altro, m’è sembrato che non sapesse dove andare a parare. Peccato.

La severità con cui Ryan Air controlla le dimensioni dei bagagli a mano mi ha ha impedito di portarmi dietro un altro libro (anche se, ok, al ritorno l’ho scampata). Quindi, una volta terminato After Dark, mi sono dovuto arrangiare in qualche modo. Sempre a Maspalomas sono entrato in un supermercato (impossibile trovare librerie) e, tra i tanti best sellers tascabili che offrivano – in inglese – ho scelto The Fire Gospel di M. Faber. L’ho letto quasi tutto al ritorno sull’aereo, durante le 4 ore di volo, mentre cercavo di divincolarmi da un tizio che, sedutosi accanto a me, con fastidioso entusiasmo si sforzava di fare conversazione spiattellando banalità su banalità. Testo non male, tutto sommato, quello di Faber: il suo tentativo di fare satira sul fenomeno dei libri Codice Da Vinci style può dirsi discretamente riuscito. Un acquisto a caso, che, finalmente, mi ha dato qualche soddisfazione.

Scritto da Gianluca Bartalucci

3 dicembre 2011 alle 10:44

Pubblicato in foto, libri, mondanità, viaggi

Il tempo delle feste

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Sangria

Giugno e luglio sono probabilmente i mesi più caldi dell’anno.

Caldi. Ok, lo so, lo so. Ciò li rende immancabilmente tremendi, odiosi, disprezzabili, evitabili e tutto quel che volete: con me, non so se lo sapete, sfondate una porta aperta. Il caldo è Satana (mi piace immaginare che la gente che legge il blog sia gente speciale che ama il fresco, il freddo, il gelo, la pioggia, i temporali a capodanno ascoltando i Burial, il raffreddore, le sciarpe, la neve, i caminetti accesi e quel delizioso senso di morte che ti pervade ogni volta che giunge l’autunno, ma forse m’illudo!).

Però è durante questi due mesi che si svolgono due delle feste più divertenti della Toscana. Mi riferisco nello specifico alla cosiddetta ‘Notte bianca in oltrarno‘ di Firenze e al ‘Pistoia Blues‘. Quest’anno ho fatto doppietta, presenziando a entrambe: tra i pochi eventi a cui ho preso parte, questi due sono stati senza dubbio i più riusciti, i più voluminosi, i più assordanti. Si tratta di quelle esperienze vitali e italianissime che, quando per un motivo o l’altro sei costretto a vivere all’estero, ti mancano più di ogni altra cosa.

La festa a Firenze si svolge nell’area che coincide più o meno col letterario quartiere San Frediano, una zona – soprattutto quella prossima a Piazza Santo Spirito – già da anni tra le più effervescenti della città. Firenze è una città tutto sommato discretamente borghese e quella che è ormai diventata la sua festa estiva per eccellenza, la quale si dipana in un quartiere che sa cogliere più di altri l’essenza stessa della fiorentinità, non poteva discostarsi troppo da questo suo modo di essere. Borghese, sì, ma tutt’altro che noiosa, la manifestazione prevede numerosi concerti di varia qualità, bancarelle amatoriali di panini e migliaia di persone che passeggiano senza sosta stringendo bicchieri alcolici, in un caos controllato che finisce per coinvolgere tutti, dagli anziani ai giovanissimi. E che non ti molla neanche alle 5 del mattino. Sembra che con l’amministrazione Renzi Firenze sia davvero risorta a nuova vita: al sindaco tocca adesso il compito non semplice di rendere il centro storico di nuovo appetibile ai fiorentini (e ai toscani in generale), e non solo un costoso giocattolo con cui divertire e spennare i turisti.

Pistoia nei giorni del Pistoia Blues è invece un delirio vero e proprio, che va spesso (meno male) al di là della decenza. Un delirio più spazialmente limitato ma dieci volte più tracimante, disordinato, sporco e, perché no, ugualmente affascinante. Tutti hanno i loro bicchieri di sangria casereccia da offrire. Tutti hanno una birra da due lire in mano. Uno su due suona (male) i bonghi e inizialmente ciò può risultare irritante, ma dopo un po’ – lo ammetto – neanche ci si fa più caso. Le ragazze ballano ovunque, sui marci tavoli di legno, sulle bucce di cocomero, sulle spalle di altre ragazze, sulle spalle delle ragazze che stanno sulle spalle delle ragazze. E’ un inferno, e son sicuro che anni fa l’avrei detestato. Oggi – com’è notorio ho raggiunto una certa pace zen – lo apprezzo per quel che è, un chiassoso coacervo di coscienze alterate. Sabato in concerto sulla piazza centrale c’erano i Doors, l’ho saputo solo quando lo show era terminato. Centinaia di vecchi rocker nostalgici arrivati a Pistoia per assistere allo spettacolo dell’ex band di Jim Morrison ad una certa ora si sono incontrati con i 16enni dall’alito alla marijuana che colmavano le piazze, e il confronto generazionale ha avuto il più banale degli esiti: i primi se la sono data a gambe, terrorizzati da tanto ingestibile marasma. I secondi, mi sa, se la sono invece sudata tutta fino all’alba. E hanno fatto bene. In Febbre a 90° Nick Hornby racconta che, una volta passati i 30 anni, dopo l’ennesima sbronza una mattina si è svegliato e ha deciso che il sapore di alcool che accompagnava da tempo immemorabile ogni suo spaesato risveglio -sorpresa! – non gli piaceva più. Da un momento all’altro quel sapore gli era diventato intollerabile. Di colpo aveva scoperto che non poteva più conviverci. Era dunque arrivato il fatidico momento di dare un taglio netto, triste e necessario, alle nottate intensamente alcoliche. Bene. Ragazzi che avete affollato Pistoia fino al mattino, vi do un consiglio: spassatevela adesso, perché il morbo di Hornby prima o poi colpirà anche voi. Oh sì, potete esserne certi.

Scritto da Gianluca Bartalucci

12 luglio 2011 alle 13:28

Ogni giorno un po’ di Toscana muore (cit.)

con 4 commenti

Prima scena. Ieri pomeriggio. Mi trovo a Firenze in libreria. Al Melbookstore. Compro a prezzo stracciato Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che va sul comodino ad attendere tempi migliori, e faccio un giro tra gli scaffali. Mi accorgo, mentre cammino, che la libreria ha organizzato al suo interno la presentazione di un libro di poesie. L’evento non ha ancora avuto inizio, ed è tutto un mormorare aulico. Sono accanto ad alcuni invitati-spettatori. Una signora sui 65, inconfondibile accento fiorentino, sta parlando con un amico, probabilmente residente fuori regione. “La Toscana sta morendo. Tutte quelle vecchie tradizioni, tutte le usanze”, si lamenta la donna con l’uomo, “stanno scomparendo. La stupidità moderna sta prendendo il sopravvento”. E così via, e così via. Inutile continuare. Il tono s’è intuito.

Seconda scena. Dopo la libreria vado in via del Proconsolo, dove c’è una conferenza intitolata Intelligenza e stupidità. Arrivo troppo tardi. Ho modo di poter ascoltare solo le ultime battute e le domande del pubblico. Mi fa una bella impressione il filosofo Maurizio Ferraris: spigliato, pragmatico e ironico, sembra  potersi piazzare assai lontano da ogni banalità. Tra le domande che gli vengono rivolte ce n’è una in particolare che mi fa pensare alla scena sopra descritta. Un signore prende il microfono e chiede, più o meno, se è giusto pensare che quella di oggi sia la società più stupida in assoluto. Se non chiede proprio questo, è evidente che voglia arrivare proprio lì. A rimpiangere tempi migliori. Ferraris, invece di cavalcare l’onda diffusa del lamento – cosa che gli avrebbe consentito di ricevere il più caloroso degli applausi -, si rimbocca le maniche e spiega come la pensa. Portando come esempio diversi tipi di passate società finite male a causa di comportamenti che (sbrigativamente) possiamo definire stupidi, conclude che l’idea che questa sia la fase meno intelligente di tutta la storia umana è, molto semplicemente, solo una forte illusione cognitiva. Nient’altro che questo.

Non potrei essere più d’accordo. Eppure è questo un preconcetto difficile da estirpare. Che si diffonde a più livelli. Che ci spinge a credere che i giovani d’oggi in generale siano peggiori di quelli di ieri. Che le condizioni di vita medie fossero migliori in passato piuttosto che nel presente. Che noi sì che sapevamo come divertirci, e i nostri giocattoli erano migliori, mica come oggi. Che i bambini prima erano più educati. Che la Toscana una volta era meglio. Che le occupazioni a scuola una volta erano fatte per motivi validi, mica come oggi. Che, che, che. Son tutti discorsi, questi, che tendono a deprimermi enormemente. Ancora di più di una sconfitta della Juventus, per dire.

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 ottobre 2010 alle 14:11

Il festival della creatività e l’intelligenza artificiale

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Segnalo che venerdì 22, in occasione del Festival della Creatività che sta per cominciare a Firenze, avranno luogo i seguenti eventi:

Caffè filosofico: Intelligenza artificiale (ore 16, Museo nazionale di antropologia ed etnologia)

Sbucciando la mela di Alan Turing (ore 20.30, Museo di storia naturale). Cito:

La portata rivoluzionaria del lavoro di Turing che, attraverso il computer, ha mutato radicalmente le nostre modalità di comunicazione ci stimola a sperimentare una comunicazione contaminata, dove le due culture, scientifica e umanistica s’intrecciano, realizzando una polifonia di voci dal mondo della matematica, dell’informatica, della filosofia, della scienza e del teatro. Questo aspetto motivo la partecipazione di questo spettacolo alla rassegna dei Caffè Filosofici all’interno del Festival della Creatività, rappresenta un punto di riferimento per tanti artisti. Nella stessa rassegna  lo scorso anno TIMOS ha presentato uno spettacolo su Charles Darwin che ha incontrato il favore del pubblico e quest’anno rinnova la sua proposta facendo un focus su quello straordinario personaggio dalla straordinaria vita che fu ALAN TURING.

Se mi libero, se ne ho voglia, se e se e se… potrei esserci.

Scritto da Gianluca Bartalucci

15 ottobre 2010 alle 11:19

Intermezzo musicale

con 4 commenti

Due o tre appunti che riguardano la musica e le recenti esperienze musicali:

  • Il mese prossimo esce, dopo anni dall’acclamato Illinoise, il nuovo album di Sufjan Stevens, intitolato The Age of Adz. Il talentuoso musicista americano ha però deciso di anticipare il proprio ritorno con la pubblicazione di un ep, All delighted people, che sto ascoltando parecchio in questi ultimi giorni. Il disco dura circa un’ora (alla faccia del “mini”) e propone varie puntate nel multiforme ed eccentrico mondo sonoro di Sufjan. Una delizia lunga 8 tracce, difficilmente catalogabile, vivace, originale e di estrema classe. Qui una buona recensione dell’ep. Qui la buona, lunghissima e variopinta canzone che dà il titolo al lavoro. Tra progressive rock, gospel, orchestrazioni, sferzate di psichedelia, folk e mille altre cose. Di certo, non la solita roba.
  • A Firenze c’è un ragazzo (dovrebbe trattarsi di tal Piotr Tomaszewski) che, quasi ogni sera, suona cover di classici davanti ad un crescente numero di persone che di volta in volta si raduna tra Piazza della Signoria e gli Uffizi per ascoltarlo. Sabato sera son stato costretto a fermarmi per non farmi sfuggire la sua straordinaria interpretazione di Space Oddity di Bowie, con la voce del musicista che risuonava in tutta la piazza.
  • Negli ultimi tempi ho avuto anche modo di ascoltare At Newport 1958 di Miles Davis. Disco molto energico, frenetico e anche a-melodico, testimonianza di un’esibizione coloratissima che anticipa di pochi mesi la pubblicazione del capolavoro A kind of blue. Musicisti d’eccezione: oltre allo stesso Davis, Coltrane, Evans, Chambers, Cobb e Adderley. Se A kind of blue è un lavoro da ascolto in solitaria, tant’è malinconico e distante, vedo At Newport come colonna sonora ideale per una festa, da accompagnare a cocktail e olive. Insolente, vitale, anche aggressivo, credo che finirò per ascoltarlo molto spesso.
  • Per la qualità della musica che vi si può ascoltare, segnalo – nuovamente – il pub Joshua a Firenze, in via della Scala. Ad un volume giusto, dentro le mura scalcinate del locale si trasmette un sacco di roba di qualità. L’altra sera era tutto un Dave Matthews Band, per dire. Ma ci ho sentito anche S. Stevens, i Tortoise, gli Iron Maiden, i Radiohead, Coltrane. Uno dei pochi veri pub rimasti a Firenze: consigliatissimo, anche solo per il fatto che la birra è buona e i gestori sono tutti, o quasi, juventini.

Scritto da Gianluca Bartalucci

14 settembre 2010 alle 13:55

Anima?

con 2 commenti

shiningNe avevo già accennato qui nella vecchia versione del blog. Anima? è un racconto che ho scritto quest’inverno e che ho inviato all’associazione Ali (che collabora con la casa editrice Centoautori) per partecipare al concorso “Il racconto nel cassetto“. L’ho buttato giù in pochissimo tempo e, soprattutto, ho dovuto compattarlo e sforbirciarlo parecchio (non senza dolore) perché rientrasse all’interno del numero di battute consentito dal regolamento del concorso stesso: in origine, forse, era lungo il doppio delle pagine. Anche per questo, ma non solo per questo, non ne sono del tutto soddisfatto. Ovviamente.

L’associazione Ali l’ha appena messo online assieme a moltissimi altri racconti. Anima? si trova qui e può essere votato, nel caso in cui incontri il vostro gradimento. Se invece vi fa schifo (e ci sta benissimo!), siete obbligati a non votarlo.

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 giugno 2010 alle 09:58

The autumn songs (ovvero, come imparai a non preoccuparmi e ad amare le zanzare)

con 4 commenti

Qualche sera fa ero a Firenze, seduto al tavolino di un bar lungo fiume, e buttavo giù una birra chiara e troppo leggera mentre sfogliavo un paio di libri appena acquistati. Tirava una brezza fresca che spargeva un intenso odor d’alga marcia d’Arno. Eppure, ancora miliardi di insetti. Ovunque. Laggiù sotto, a pochi metri dalle acque, solo pochi ragazzini a farsi le canne. Al bar, una manciata di clienti. Sussurri e aria di smobilitazione. Notte ufficiale di fine estate, poche storie.

Il dj del locale passava dell’ottima e per me sconosciuta musica brasiliana, non troppo ballabile per esser definita tale, imbrattata d’elettronica e tutto sommato piacevole. Stavo leggendo le prime pagine di La mala ora di Marquez (peggior libro letto dell’autore colombiano) e trovavo che il sottofondo sonoro fosse non solo appropriato al calore sudamericano della storia, ma anche grandioso in sé, sorprendentemente coinvolgente e vivo. Anni fa non avrei avuto l’orecchio giusto per apprezzarlo.


Dopo quella sera le giornate hanno portato un po’ di rigenerante fresco, la pioggia, i finestrini dell’auto chiusi e le felpe sopra le magliette. Hanno portato, anche, la voglia di musica nuova. Mi succede sempre.

Un paio d’anni fa in questo periodo ho perso la testa per un album sconosciuto, semplice eppure magnetico. Parlo di Handwriting di Khonnor, un diciassettenne americano che, armato di chitarra, computer e microfono sgangherato, ha tirato fuori nel 2004 un lavoro minimale basato su una collezione di istantanee che sono ottimo compromesso di smania creativa e sobrietà (qui la recensione di Ondarock, qui una testimonianza YouTube). Si può far il medesimo discorso fatto in precedenza: tanto tempo addietro avrei senza mezzi termini schifato questa roba (ma intanto il tempo se ne va e come si cambia per non morir). L’averla in seguito apprezzata mi ha fatto abbracciare un mondo del tutto nuovo, agli antipodi rispetto al caldo sudore della musica ascoltata sulle rive dell’Arno. Una novità ugualmente eccitante. In questo nuovissimo universo sonoro, passo dopo passo sono arrivato a interessarmi a materiale assai eterogeneo come Fennesz, Epic45, Burial e, ancora più lontano, Autechre.

Come atmosfere non troppo distanti da Khonnor, di cui forse sono stati anche ispiratori, si trovano i Bark Psychosis di Hex, disco del 1994 che ho scoperto di recente. L’autunno è, dio bono, cominciato ed Hex si candida ad essere, a meno di clamorosi colpi di scena, il disco che accompagnerà il mio mesto ritorno ai pantaloni lunghi. Letargico, notturno e inevitabilmente cittadino – la città di eco lontani, taxi e persone solitarie delle cinque di notte – , il più famoso lavoro dei Bark Psychosis mi ricorda le sinfonie tristi di certi Anathema e Ulver. Questo nonostante si dimostri musicalmente meno etichettabile, andando a pescare elementi in più territori, dall’ambient all’elettronica, dai Joy Division al (poco) jazz, dalla psichedelia al folk malinconico di certi autori inglesi. Strumenti a fiato, piano, basso fretless, angoscianti arpeggi di chitarra e una voce cupa, sussurrata e perfetta compagna per le lunghe sessioni di lettura notturne: sono queste le caratteristiche di un disco che, e cerco di trattenere l’adolescenziale esaltazione, di sicuro non mi lascia indifferente. Per tutti, ma non per molti (pochi la capiranno).

Scritto da Gianluca Bartalucci

15 settembre 2009 alle 15:46

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