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Trouble will find me

Trouble will find me è il nuovo disco dei The National. Esce tra qualche giorno ma, com’è prevedibile, gira già nei più lerci angoli del web e, com’è ancora più prevedibile, qualcuno l’ha già uploadato su Youtube. Lo sto sentendo da un po’ – lo sfrutto come compagno di corsa – e pur non convincendomi come il precedente High Violet, posso dire di trovarlo soddisfacente. Niente di sensazionale, qualche stanca deriva new-wave d troppo, poco coraggio, ma – ancora – buone intuizioni melodiche.

In realtà ho buttato giù questo post solo per segnalare che nell’album – già ordinato su Amazon – figura un pezzo a mio modo di vedere di categoria superiore. Si chiama Pink Rabbits ed è un lento spazialissimo lamento, calmo, distante, siderale, uno di quei brani che ti si piantano nel cervello e non ti mollano più. Roba che fa la differenza. Forse non renderò l’idea, forse il parallelo è solo nella mia testa. Ma è come se i Fates Warning di Disconnected, gruppo con cui i The National hanno praticamente zero in comune, avessero voluto scrivere un pezzo minimale e romantico. E ci fossero riusciti in pieno. Inutile sottolineare che l’ho ascoltato circa un centinaio di volte in pochi giorni.

You said it would be painless
The needle in the dark
You said it would be painleeeeeeeeess

Pain of Salvation + Anneke + Arstidir

Il concerto acustico a cui ho assistito ieri sera a Roma, all’Orion di Ciampino, è da annoverarsi tra le esperienze musicali più intense degli ultimi anni. Non capiterà più, credo, di aver l’opportunità di ascoltare all’interno dello stesso evento due tra le voci più incredibili che ci sono in giro là fuori, quella di Anneke van Giersbergen (ex The Gathering) e Daniel Gildenlow. Voci molto significative a livello personale. Ché con i The Gathering e i Pain of Salvation io ci son cresciuto assieme, eh.

Prima i simpatici e bravi islandesi Arstidir – prog rock acustico, bucolico, etereo, etnico -, giovincelli che compariranno sul palco vintage (con tanto di poster di Hendrix, frutta nel cestino e divano in pelle) anche successivamente per aiutare i compagni di tour più affermati. Poi Anneke. Sola con la chitarra. Una voce che il tempo non sa scalfire, la solita trascinante gioia nel cantare, una scaletta – per quanto mi riguarda – buona ma migliorabile (diciamolo chiaramente: volevo più pezzi dei The Gathering). Infine i Pain of Salvation. O meglio: Daniel Gildenlow, che era già comparso sul palco all’inizio dello show per cantare una devastante versione di Road Salt con i timidi islandesini, attorniato da una serie di musicisti di alto livello. Ed è tutto un andare su e giù lungo la discografia degli svedesi, lanciando sul pubblico versioni riarrangiate dei loro più grandi pezzi e cover, da Dust in the wind Perfect Day. Esecuzioni finissime, di gran classe. Improvvisazioni. Risate. E la voce di Gildenlow, potente e delicata, rabbiosa e sofferta. Una roba spettacolare, e non c’è neanche bisogno di parlarne troppo.

Stasera replicano a Milano per l’ultima data italiana. Che ve lo dico a fare?

Io, nostalgia bastarda, nel frattempo rispolvero Remedy Lane e The perfect element.

Anneke & Danny – Untouchable part II

Anathema

Quando la sentii la prima volta fui sconcertato dalla sua semplicità, dalle sue melodie così lineari, accattivanti, e mi aspettavo che non sarebbe durata a lungo. Carina, sì, ma mi stancherà nel giro di un paio di settimane. Invece è ancora qua, viva e vegeta. Untouchable (presa come canzone unica, con la prima parte più frizzante e la seconda pianistica, morbida e dimessa) degli Anathema, tratta dal fortunato Weather Systems, è forse una delle canzoni più indovinate che abbia sentito negli ultimi anni. Dopo la spettacolare Dreaming Light, altro colpo riuscito per la band inglese.

Nel video qui sotto, pubblicato di recente, Untouchable part II è cantata da Danny degli Anathema e da Anneke (l’ex The Gathering). Interpretazione a mio parere sentitissima e che devo condividere.

http://vimeo.com/60812806   (e no, niente embedding: grazie Vimeo)

Anneke sarà in tour in Italia di supporto ai Pain of Salvation a metà Aprile. Il biglietto per la data di Bologna è – manco a dirlo – già mio.

The stars are projectors

Il disco del momento è The Moon and Antarctica dei Modest Mouse, gruppo indie-rock che si è affermato dalla metà degli anni ’90 in poi. Tanto per cambiare, non conoscevo la band né l’album in questione, al quale sono arrivato grazie ai suggerimenti di YouTube. Ammetto che su di me ha un forte effetto-nostalgia (mi rimanda a certi Motorpsycho e alle confuse atmosfere notturne tipicamente nineties) che si fonde splendidamente con una certa ambizione concettuale. Ebbrezza alcolica adolescenziale & lucidità nell’esporre la propria visione del mondo. E poi le canzoni son ganze, naturalmente.

Difficile staccarsene.

In the last second of life, they’re gonna
Show you how
How they run this show. Sure. Run it into
The ground

The stars are projectors, yeah.
Projectin’ our lives down to this
Planet earth

Everyone wants a double feature, they
Want to be their own damn teacher, and
How, all the stars are projectors, yeah.
Projectin’ our lives down this
Planet earth

It’s all about moderate climates, you gotta
Be cold and be hot for sure.
It’s all about the moderate climates, you
Want to be blessed and be cursed for sure.

The stars are projectors, yeah.
Projectin’ our lives down to this
Planet earth. The stars are projectors, yeah.
Projectin’ our lives down to this
Planet earth. Everyone wants a double feature,
They want to be their own damn teacher, and
How, all the stars are projectors, yeah.
Projectin’ our lives down this
Planet earth.

You’ve got the harder part, you’ve got the kinder heart and it’s true.
I’ve got the easy part, I’ve got the harder
Heart, ain’t this true.
Right wing, left wing, chicken wing.
It’s built on findin’ the easier way through.

God is a woman and the woman is an
Animal, than animal’s man and that’s you.

Was there a need for creation?
That was hiddin’ in a math equation and that’s this.
Where do circles begin?

Suonano tra noi

Holden: Sei in un deserto, stai camminando sulla sabbia e all’improvviso… Guardi in terra e vedi una testuggine, Leon, arranca verso di te… Allunghi una mano e rovesci la testuggine sul dorso. La sua pancia arrostisce al sole rovente, agita le zampe cercando di rigirarsi, ma non può. Non senza il tuo aiuto. Ma tu non la aiuti… Descrivi con parole semplici le cose che ti vengono in mente.
Leon: The aaaaaace of spaaaaades, the aaaaace of spaaaaadeeeeeees

Cloud Atlas

Visto stanotte. Dopo un paio di caffè, dentro un cinema – luogo ameno che una volta ero solito frequentare -incredibilmente silenzioso. La gente non ti mangiava i popcorn nell’orecchio. La gente accanto a te non smanettava (troppo) con lo smartphone. La gente non faceva commentini idioti. L’ora tarda, credo, deve aver fatto da selezione all’ingresso.

Non so. Non ho letto il libro e tutto quel che sapevo al riguardo veniva dal bel trailer e da qualche entusiastica recensione trovata qua e là nella rete. Come m’è parso? Caviamocela in maniera sbrigativa.

Ecco quel che ho pensato uscendo dalla sala:

“Oddio, non è che mi abbia smosso più tanto”

“Mi aspettavo che la struttura filosofica del lavoro fosse molto più originale e/o presente, mi aspettavo che i collegamenti tra le varie storie, ambientate nelle varie epoche, fossero spiegati in maniera più convincente e interessante”

“Pensavo fosse un film molto più ambizioso”

“Qualche caduta di tono di troppo”

“Visivamente è comunque notevole”

“Ridicolo, invece, il trucco degli attori”

Halle Berry ha sempre il suo perché”

“E’ un vorrei, vorrei tanto, ma non facciamola troppo difficile”

Insomma. Filmone strombazzato che si presenta (bene) come qualcosa che può rimettere in discussione il tuo modo di pensare alla vita, all’universo e bla bla e che, invece, fallisce proprio da questo punto di vista. Colossal ben realizzato ma, senza dubbio, tanto, troppo semplicistico. O forse mi aspettavo troppo io.

Non ho molto tempo per parlarne in maniera approfondita. Forse, il problema è che non mi viene da parlarne in maniera più approfondita, proprio perché alla fine è ben lontano dall’essere un film dalle idee davvero incisive, quelle benedette idee che avviano altre idee che avviano altre idee che avviano…

I dischi più ascoltati nel 2012

Tra i dischi usciti nel 2012, questi dovrebbero essere – in questi casi la memoria ti frega sempre, ma scorrere la timeline di Facebook può aiutare – quelli che ho sentito di più. Qualche volta li ho citati anche qui sul blog. Eccoli, in nessun ordine particolare:

Molto probabilmente quelli di Anathema e Amanda Palmer sono i miei preferiti in assoluto.

Per l’anno nuovo aspetto con una certa curiosità i nuovi di Fates Warning e Dredg. I primi tornano a pubblicare un disco dopo molti anni, e chissà se hanno ancora idee, i secondi devono riuscire a cancellare dalla mente degli ascoltatori il loro ultimo obbrobrio – disco che implicitamente hanno loro stessi rinnegato proponendo nei loro ultimi tour l’esecuzione dei successi Catch Without Arms e El Cielo (due grandissimi album) suonati per intero.

The cars are in the garden now

Con i libri è più facile – Anobii funge da memoria esterna. Ricordare cosa si è ascoltato durante tutto l’anno è invece un po’ più complesso. Se è molto probabile che nei prossimi butterò giù qualcosa riguardo alle letture del 2012 – ragionarci su serve, mi serve, anche a fare il punto della situazione e a evidenziare cosa sia rimasto, dopo mesi, e cosa non abbia lasciato traccia – per quanto riguarda i dischi non ci provo neanche. Troppa roba, troppa roba ascoltata distrattamente e troppa roba trascurabile. Posso solo dire, non rappresenta un grosso sforzo cognitivo, che negli ultimi giorni ho scoperto Mid Air di Paul Buchanan: fruito in mille contesti diversi (dal traffico cittadino alla corsa in solitudine in mezzo ai boschi umidi di questo periodo) mi ha convinto appieno. Qui la storia è semplice semplice: c’è un pianoforte dimesso, a tratti funereo, c’è una voce che è tutta una sfumatura e ci sono melodie che ricalcano parecchio quelle di rogerwatersiana memoria con cui una buona parte di noi è venuta su. Quindi – matematico – la cosa funziona piuttosto bene. Garantito. Mid Air, deliziosa collezione di tristi notturne istantanee, a mio parere meritava più fortuna. La critica gli ha voluto bene ma in giro, almeno qui in Italia, non se ne sente parlare troppo spesso. Credo sia un vero peccato.

November brain

Leggendo Coscienza di Dennett avevo trovato la cosa parecchio spettacolare. Stamattina son per puro caso ricapitato sulla citazione. Che va condivisa per forza:

A neurosurgeon once told me about operating on the brain of a young man with epilepsy. As is customary in this kind of operation, the patient was wide awake, under only local anesthesia, while the surgeon delicately explored his exposed cortex, making sure that the parts tentatively to be removed were not absolutely vital by stimulating them electrically and asking the patient what he experienced. Some stimulations provoked visual flashes or hand-raisings, others a sort of buzzing sensation, but one spot produced a delighted response from the patient: “It’s ‘Outta Get Me’ by Guns N’Roses, my favorite heavy metal [sic] band!”

Daniel Dennett, Consciousness explained

Come funziona la musica

Come funziona la musica

Cosa distingue un rumore da una nota musicale? Perché le composizioni di musica classica hanno nomi così complessi? Perché utilizziamo un numero ben preciso di note? Cos’è l’orecchio assoluto? Le differenti tonalità hanno impatti diversi sul nostro umore? Come si propagano le onde sonore? Che logica si nasconde dietro le armonie? Una certa melodia ci colpisce in un certo modo per cause biologico-evolutive o per condizionamento culturale?

A queste ed altre domande risponde in maniera tutto sommato brillante e leggera – e soprattutto senza snobismo – il fisico John Powell nel suo Come funziona la musica. La scienza dei suoni bellissimi, da Beethoven ai Beatles e oltre, forse l’ultimo libro che ho acquistato alla storica libreria Edison di Firenze  (sta chiudendo, o meglio: la stanno facendo chiudere). Utile soprattutto a chi, come me, si è sempre appassionato alla musica rimanendo da questa parte della barricata, quella di coloro i quali non hanno mai preso in mano uno strumento – a esclusione del bavoso flauto delle scuole medie. Suppongo che i musicisti potrebbero trovarlo un tantino superficiale.

Qui una recensione.

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