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Darwin, e quel che c’è stato dopo

L'origine delle specie, 1859
Da qualche giorno – succede anche questo, quando vai a correre e non c’è un disco che di recente ti ha preso violentemente – sto ascoltando alcuni mp3 tratti dalla trasmissione radiofonica Il terzo anello. In particolare, si tratta di un ciclo di puntate dedicate a Darwin denominato Darwin. L’evoluzione permanente. Vi si affrontano le scoperte dello studioso inglese non tanto (ma anche) per quanto riguarda l’aspetto prettamente scientifico, ma soprattutto per ciò che concerne le interpretazioni date successivamente alla sua teoria dell’evoluzione. Si parla dunque di filosofia, di conflitti con religione, di sovrainterpretazioni (aberranti) come eugenetica e razzismo, e di tanto altro. Il tutto è organizzato e gestito da Lucetta Scaraffia e Anna Foa. Il linguaggio è molto chiaro e – questo conta – anche tono di voce delle due speaker è assai gradevole.
Sentendo parlare di eugenetica ho ripensato al bellissimo Intelligenza e pregiudizio di Stephen J. Gould, incontrato qualche anno fa. E – inevitabile – al suo doloroso paragrafo dedicato alla storia di Doris Buck (e di sua sorella Carrie), sterilizzata a sua insaputa (come riporta wikipedia: “Doris was also sterilized when she was hospitalized for appendicitis, although she was never told that sterilization had been performed. In later years she married and she and her husband attempted to have children; she did not discover the reason for their lack of success until 1980″).
Ho trovato il brano in questione in rete (in inglese) e non posso fare a meno di incollarlo qui sotto.
In 1927 Oliver Wendell Holmes, JR., delivered the Supreme Court’s decision upholding the Virginia sterilization law in Buck v. Bell. Carrie Buck, a young mother with a child of allegedly feeble mind, had scored a mental age of nine on the Stanford-Binet. Carrie Buck’s mother, then fifty-two, had tested at mental age seven. Holmes wrote, in one of the most famous and chilling statements of our century:
“We have seen more than once that the public welfare may call upon the best citizens for their lives. It would be strange if it could not call upon those who already sap the strength of the state for these lesser sacrifices. . . . Three generations of imbeciles are enough.”
(The line is often miscited as “three generations of idiots. . . .” But Holmes knew the technical jargon of his time, and the Bucks, though not “normal” by the Stanford-Binet, were one grade above idiots.)
Buck v. Bell is a signpost of history, an event linked with the distant past in my mind. The Babe hit his sixty homers in 1927, and legends are all the more wonderful because they seem so distant. I was therefore shocked by an item in the Washington Post on 23 February 1980 – for few things can be more disconcerting than a juxtaposition of neatly ordered and separated temporal events. “Over 7,500 sterilized in Virginia,” the headline read. The law that Holmes upheld had been implemented for forty-eight years, from 1924 to 1972. The operations had been performed in mental health facilities, primarily upon white men and women considered feeble-minded and antisocial – including “unwed mothers, prostitutes, petty criminals and children with disciplinary problems.”
Carrie Buck, then in her seventies, was still living near Charlottesville. Several journalists and scientists visited Carrie Buck and her sister, Doris, during the last years of their lives. Both women, though lacking much formal education, were clearly able and intelligent. Nonetheless, Doris Buck had been sterilized under the same law in 1928. She later married Matthew Figgins, a plumber. But Doris Buck was never informed. “They told me,” she recalled, “that the operation was for an appendix and rupture.” So she and Matthew Figgins tried to conceive a child. They consulted physicians at three hospitals throughout her child-bearing years; no one recognized that her Fallopian tubes had been severed. Last year, Doris Buck Figgins finally discovered the cause of her lifelong sadness. One might invoke an unfeeling calculus and say that Doris Buck’s disappointment ranks as nothing compared with millions dead in wars to support the designs of madmen or the conceits of rulers. But can one measure the pain of a single dream unfulfilled, the hope of a defenseless woman snatched by public power in the name of an ideology advanced to purify a race. May Doris Buck’s simple and eloquent testimony stand for millions of deaths and disappointments and help us to remember that the Sabbath was made for man, not man for the Sabbath: “I broke down and cried. My husband and me wanted children desperately. We were crazy about them. I never knew what they’d done to me.”
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UPDATE (9 aprile)
Ho scritto il post quando dovevo ascoltare ancora alcune puntate della trasmissione. Ammetto di esser rimasto piuttosto deluso in particolare dalle ultime due, nelle quali si cerca di salvare capra e cavoli nel dibattitto tra l’evoluzionismo e le proposte del disegno intelligente. Le solite accuse di “dogmatismo” agli scienziati evoluzionisti (tra cui Dawkins, del quale come al solito si travisa il pensiero trasformandolo in un mostro scientista facile da attaccare) o il solito ricadere sul “problema” dell’anello mancante evidenziano come i meccanismi dell’evoluzione non siano stati totalmente compresi dalle autrici della trasmissione – alla ricerca, ripeto, di una forzata mediazione. Peccato. Rimangono assai interessanti le puntate precedenti.
Il baco e la formica

Oh, delusions
Are meant to justify, justify the things you do
Oh, delusions
Never really qualified, qualified as an excuse
Dredg, Pariah
L’orrenda strage norvegese compiuta, così dicono i giornali, da un “fondamentalista cristiano” (o quel che è), con i tutti i suoi risvolti, mi fa venire in mente diverse cose. Di alcune di esse son sempre stato fermamente convinto, anche perché mi paiono tutto sommato abbastanza ovvie: per esempio che (almeno) ai comuni cittadini dovrebbe essere limitato il più possibile l’accesso alle armi da fuoco. Mesi fa presi una discussione con un conoscente il quale, di fronte a questa mia convinzione, ribatteva che secondo lui se uno vuole uccidere qualcun altro può farlo anche con un coltello. Quindi, sempre secondo lui, impedire che la gente giri per strada con una pistola o un fucile non risolve nessun tipo di problema. Purtroppo stragi come quella di Utoya – o come altre avvenute in passato soprattutto negli Stati Uniti – dimostrano chiaramente il contrario. La possibilità di uccidere a distanza, propria delle armi da fuoco, è ovviamente decisiva sul numero di morti che un singolo può causare in breve tempo. Leggo proprio adesso che il folle norvegese fosse in possesso di armi regolarmente registrate.
Questa vicenda mi ha fatto inoltre ripensare ad alcune pagine scritte da Dawkins, in special modo quelle in cui racconta la storia di alcuni fondamentalisti cristiani che uccisero un dottore in quanto colpevole di aver effettuato aborti. Dietro a gesti simili – in cui si ammazza per un’idea – c’è sicuramente una buona dose di follia (qualunque cosa voglia la parola voglia dire), ma il fatto che la strage avvenuta in Norvegia fosse stata pianificata con largo anticipo non può non far concludere che sia stata causata anche e soprattutto da motivazioni profonde di matrice ideologica.
Le ideologie sono per i cervelli semplici quanto di più comodo essi possano trovare in circolazione: spiegano tutto, hanno risposte pronte, propongono modelli internamente coerenti e hanno obiettivi dipinti con i più affascinanti e falsi dei colori. Purtroppo le ideologie (comunismo, fascismo, razzismo, marxismo, complottismo e religioni organizzate varie) sono stupide proprio perché forniscono un modello della realtà che non è congruente con quello che è il mondo là fuori al giorno d’oggi. Talvolta tale discrepanza può essere vissuta in maniera dolorosa. Il rendersi conto della distanza tra l’ideologia e la vera realtà – due concetti che non finiranno mai per coincidere – può nelle menti più deboli suscitare infatti una frustrazione tale da spingere ai gesti più estremi e pericolosi. Le folli azioni nascono nel momento in cui il soggetto si rende conto che per la realizzazione dell’utopia (si noti l’ossimoro), il Dio onnipotente, tutto è tranquillamente sacrificabile. Compresi gli altri individui. Compreso te stesso.
La vita – l’unica cosa di cui si è davvero certi – non conta nulla. C’è un qualche paradiso da conquistare. O degli altissimi ideali da perseguire. Costi quel che costi.
(e qui non posso non ricordare The pariah, the parrot, the delusion dei Dredg: to sacrifice oneself never made sense to me/ Cause life is really the only and last gift we’ve all received/ Some will waste it in the name of something you can’t see/ Continually defeat the purpose of that something creating).
Altra cosa a cui questo fatto di cronaca mi ha fatto pensare, quest’esemplare lezione di Dennett:
(se ne parla anche in questo articolo)
Il moralismo e l’arte di buttarla in caciara

Mettiamo che domani succeda questo. Mettiamo che domani una persona venga colta in flagrante mentre sta cercando di aprire la cassaforte di un’abitazione che non è la sua.
Mettiamo che questo presunto ladro abbia la pella scura, sia africano. E mettiamo che sia una persona importante e che abbia un sacco di amici, anche assai influenti sull’opinione pubblica.
Non si può rubare. La legge lo sconsiglia fortemente. E dice anche che se ti beccano a sgraffignare dovrai sostenere un processo in cui sarai imputato.
Poche storie, allora. L’uomo beccato con le mani sulla cassaforte dovrà essere processato. Come chiunque altro al suo posto.
Discorso chiuso.
O no.
Colpo di scena. I suoi amici - tutta quella gente potente che ha accesso a diverse vie di comunicazione – insorgono. Insorgono come se piovesse(ro). Si moltiplicano e occupano ogni frequenza.
Non vogliono che il loro caro amico vada sotto processo.
“E’ una vergogna!”, urlano. Una VERGOGNA. Vanno in televisione, ovunque, a sottolinearlo. Hanno indignate facce di plastica. “E’ una grandissima vergogna”, ripetono, “lo attaccano solo perché è nero. Ce l’hanno con lui solo perché è di colore. Non c’è altra spiegazione. E’ vergognoso. Non ne possiamo più di questo razzismo! Non ne possiamo più di tutti questi razzisti!”. Razzismo di qua, razzismo di là, razzismo di giù, razzismo di su.
Ben presto lo sbraitare raggiunge effetti previsti. Passa poco tempo e, di fronte alle accuse di razzismo lanciate tramite schermi tv, radio e manifestazioni varie, l’opinione pubblica, bombardata a destra e a manca, finisce per dividersi. Inevitabilmente.
Il dibattito appassiona. E viene replicato, ad nauseam, ovunque. Sulle strade come in un ogni dannato talk show. Da una parte c’è chi grida al razzismo, dall’altra c’è (anche) chi vorrebbe semplicemente dire “l’hanno beccato a rubare, che si faccia processare”, ma è costretto a iniziare ogni sua argomentazione con una scusa non richiesta che di solito assomiglia a “premetto che non sono razzista”. Una tentativo di difesa stranamente percepito come necessario.
Il dibattito accende gli animi. Tutto si focalizza sulla questione razzismo, su cosa significhi essere razzisti, su chi sia più razzista di chi. Si distribuiscono patenti di razzista e antirazzista con estrema superficialità. Un conveniente caos.
Nel casino generale che si è venuto a creare, una cosuccia tende a passare in secondo piano:
IL (presunto) tentativo di FURTO. Tutti si son dimenticati di lui.
Eppure.
Che il presunto ladro fosse bianco, fosse nero, fosse alto, basso, magro, grasso, brutto, bello… tutti questi son elementi secondari che non dovrebbero incidere. Sono il contorno, non il piatto forte. Il piatto forte è, appunto, il presunto tentativo di furto.
Eppure.
Eppure fa così comodo tirarli in ballo, questi elementi teoricamente ininfluenti, soprattutto da parte di chi deve prendere le difese del presunto ladro. Fa comodo citarli in special modo quando si ha in testa un determinato scopo da perseguire: buttarla in caciara il più possibile. Deviare rispetto a ciò che veramente conta, la fatidica real thing. Distrarre. Disorientare.
E’ presto detto. Chi ha i mezzi (mediatici) per diffondere idee e discussioni sul contorno, porterà l’opinione pubblica a occuparsi di questo, e non di altro. E’ una conseguenza della nota teoria dell’agenda setting.
Allora sarà un gioco da ragazzi, per gli amici del presunto ladro, raggiungere i propri scopi. Hanno in mano gli strumenti adeguati. Sanno come usarli. E li usano.
Chi vorrà entrare nella discussione dovrà affrontare il tema che loro propongono. Nei toni che loro stabiliscono. Non potrà evitarlo. Non del tutto. Il loro intenso lavoro finirà per portare la gente a discutere su una questione [è giusto discriminare i neri?] e non su un’altra [è giusto processare chi si intrufola negli altri appartamenti?].
Proprio ciò che volevano. Alé.
E’ una strategia che funziona. Io stesso volevo iniziare il post con un chiarificatore e attenuante “premesso che io non sono razzista”. E’ una strategia che funziona alla grande. Io stesso, a ben vedere, ho scritto proprio questo post per parlare di razzismo.
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That’s the way it goes. Fuor di metafora e dritti dentro il contemporaneo, osservare gente come Maurizio “E’ ricattabile: si dimetta!” Gasparri, Giuliano “Consiglio la castità” Ferrara, Daniela “Castriamo i pedofili” Santanché o cortigiani come Sgarbi, Signorini, Fede, Belpietro, Sallusti, Iva Zanicchi, etc etc, che si agitano a più non posso accusando di moralismo (proprio loro!) a destra e sinistra dovrebbe far ridere. Dovrebbe far sghignazzare. Dovrebbe far pensare che si tratta solo di una mossa opportunistica, dal momento che in passato proprio loro hanno più volte espresso opinioni del tutto contrarie a ciò che sostengono in questo momento (si pensi al caso Marrazzo). Ma non è così. Per tanti motivi, non è così. La gente non ride.
Tutt’altro. Il lavoro di stakanovisti della poltrona televisiva svolto dai cortigiani non ha, invece, tardato a mostrare i primi risultati positivi.
Adesso l’Italia, tutta, sta discutendo cosa sia morale e cosa non lo sia, chi sia moralista e chi no. Moralismo di qua, moralismo di là, moralismo di su, moralismo di giù. Il problema nazionale, ora come ora, è il moralismo.
Hanno ancora vinto loro.
(sullo sfondo, soli e sconsolati, un paio di presunti reati)
Nei mondi incantati si agitano le volitive mascelle
In questi giorni ho letto una breve biografia su Mussolini, scritta da Paolo Alatri. Di solito son molto più attratto dalla storia di 15.000, 100.000 o di un miliardo di anni fa (penso che le risposte più importanti si trovino là, all’origine di tutto) ma ogni tanto mi piace farmi una panoramica sugli avvenimenti più recenti. Solo per sentirmi meno ignorante. Non ho studiato il periodo fascista a scuola (il programma di storia della quinta liceo ci arriva di rado), ma ho avuto modo di farlo un po’ all’università, leggendo Hobsbawm, e qualche anno più tardi col puntuale Umberto Eco della Misteriosa fiamma della regina Loana. Poi ci son stati i documentari e tutti i vari accenni al ventennio fatti da molta e variegata letteratura. Eccetera, naturalmente, eccetera.
Su Mussolini si sanno e si son dette tante cose che è inutile star qui a ripetere. Quel che mi affascina maggiormente è, invece, il processo secondo cui una figura così controversa abbia finito per esercitare un fascino morboso su ragazzi e ragazzini nati anche cinquant’anni dopo la sua morte. E’ un ragionamento che si potrebbe fare, per esempio, anche con personaggi come Che Guevara. Perché queste lontane personalità influenzano ancora le menti?
Una possibile spiegazione è che il passato viene sempre mitizzato. Sia che si parli di passato personale, col cervello che lo rende gradevole per evitarci di dover a che fare continuamente con conflitti o dolori, sia che si parli di passato storico, eternamente paragonato a un presente che è (sempre) percepito come instabile, caotico e privo di quel senso che i nostri antenati avevano saputo dargli, quel che è avvenuto prima appare sempre migliore e meno ansiogeno di quel che sta succedendo adesso. E’ semplicemente umano. Ma è anche parecchio sbagliato: ora che cominciamo a capire come funzionano i nostri processi cognitivi dovremmo riuscire a realizzare come si formano le nostre illusorie nostalgie. E a prenderne le distanze.
Questo ragionamento riguarda anche Mussolini. E’ parecchio buffo che, oggi, la figura di un disertore e di un (giovane) antimilitarista sia presa da alcuni come esempio (boh) di coraggio o di vis pugnandi. Trovo altrettanto comico che chi accusava la fantomatica “razza italiana” di codardia sia oggi preso come il simbolo del “vero spirito italiano” o come insuperabile rappresentazione di orgoglio nazionale. E’ anche divertente notare che chi – per il proprio “onore” personale – mandava ragazzi incontro a morte certa in inutili guerre in Africa o in Grecia rappresenti per molti il non plus ultra del patriottismo. E’ spassoso accorgersi che un carattere all’inizio così anti-clericale sia oggi l’eroe di chi difende le cosiddette radici cristiane dell’Italia. E si potrebbe andare avanti ancora un bel po’, rafforzando l’idea che un’accurata selezione di elementi sparsi abbia messo assieme una figura irreale, costruita ad hoc da tutti quel processi crea-nostalgia di cui si parlava sopra. Il Mussolini che vive nella testa del ragazzino quindicenne che ha imbrattato lo zaino di scritte inneggianti al duce è un Mussolini che non è mai esistito davvero. Tale idealizzata figura, infatti, non comprende un sacco di informazioni che sarebbero percepite come distoniche ma che appartenevano senza alcun dubbio al personaggio storico. Che era, tra le altre cose, un incredibile e vile perdente.
Il libro di Alatri risale al 1995 e quindi è stato scritto senza poter immaginare ciò che si sarebbe detto di Berlusconi negli anni seguenti: che ci trovavamo, cioé, di fronte ad un Mussolini II o che ci stavamo avviando verso un nuovo regime. Le similitudini che ho trovato tra i due non possono dunque essere forzate dallo scrittore. Ma non sono così scandalose: credo che anche qui siamo portati a cercare analogie e a selezionare solo elementi utili alla nostra teoria a discapito di altri.
D’altra parte ho sempre ritenuto anche che, per giungere a desiderare così tanto potere, si debba essere dotati dello stesso carattere, delle stesse convinzioni, delle stesse fobie, delle stesse frustrazioni. Mussolini, Hitler, Stalin, Franco, Castro: dietro a ego così sproporzionati non può non esserci una tendenza all’autoinganno più forte che in soggetti comuni. Probabilmente anche Berlusconi ha, in potenza, tutte queste predisposizioni. Come Mussolini, per esempio, ama circondarsi di persone che non lo contraddicono e che, anzi, ne esaltano vizi e virtù. Come Mussolini, Berlusconi non sa ammettere – forse neanche a se stesso – di aver sbagliato. Come Mussolini, utilizza il Paese come strumento per consolidare il proprio prestigio personale e tenta di nascondere debolezze e incapacità dietro dichiarazioni a effetto, semplici e populiste. Come Mussolini, ha una certa allergia per la libertà di stampa e di pensiero. A differenza di Mussolini, però, Berlusconi si trova in altro tempo e in altre circostanze e ciò conta. E’ decisivo. Perché credo che la Costituzione e l’opinione pubblica odierna, interna ed estera, con cui il fenomeno Berlusconi deve convivere finiranno (si spera) per limitarne ogni eventuale tendenza totalitaria.
Tornando agli ultimi post che ho scritto e agli ultimi libri che ho letto, mi viene da chiedermi per quale motivo un soggetto debba finire per infilarsi in un feedback positivo e esplosivo come una dittatura. Chi glielo fa fare? Per quale motivo desiderare di avere così tanto potere, e ancora di più, e ancora di più? E’ normale? E’ sano? Gli ingenui potrebbe rispondere che con tanto potere in mano si può cercare di decidere in maniera più sbrigativa per il bene del proprio popolo, ma proprio Mussolini e Berlusconi dimostrano che questo non è il vero motivo. Il potere piace in sé. Non è un mezzo, è un fine. E’ un meccanismo autorinforzante.
Lo racconta alla grande Chaplin in una famosa scena del capolavoro Il grande dittatore:
Continuando con le domande: cosa direbbe il neurologo Ramachandran a tal proposito? C’è una qualche sindrome che spiega perché alcuni soggetti, in preda ad allucinazioni autoingannanti sulle proprie capacità, arrivano a desiderare così tanto potere e ad attribuire – senza esitazioni – i meriti delle vittorie a se stessi e le colpe delle sconfitte a tutti gli altri? Perché alcune persone sviluppano un ego così ipertrofico e così cieco di fronte alle evidenze contrarie che la realtà di continuo propone? Se uno è capace di veder il proprio braccio paralizzato muoversi, mi chiedo, c’è forse qualcun altro in grado di ingannarsi sulla qualità delle proprie truppe (un braccio metaforico?) e di buttarle allo sbaraglio in guerre che – oggettivamente – esse non potranno vincere? Chissà.
Visto che le tendenze caratteriali e comportamentali dei dittatori (o di coloro che aspirerebbero a esserlo) sono spesso inevitabilmente assai simili, sarebbe interessante studiare (in un mondo ideale) il fenomeno da un punto di vista neurologico. Si scoprirebbe, forse, che anch’esso deriva da una disfunzione cerebrale, da qualcosa che funziona troppo, o troppo poco, dentro il loro cranio.
L’olocausto, le leggi razziali, i gulag, le guerre con milioni di morti: tutto questo orrore, tutto questo dolore, solo per una manciata di neuroni che scaricano (o no) nel punto sbagliato di un singolo encefalo.
E’ una visione desolante ma, se ci si pensa bene… non è andata proprio così?
Vieni con noi a rivivere le emozioni del socialismo sovietico!
Studio Aperto, già tristemente noto per frivolezza, demagogia, scarsa professionalità e faziosità, in questi giorni sta dando delle vere e proprie lezioni sulle metodologie di propaganda. Sul serio: lo trovo interessante e istruttivo. Sa regalare brevi esperienze di stato totalitario di cui far tesoro. Magari un giorno saremo dei dittatori senza scrupoli, chissà: ecco, allora sapremo come comportarci. Sapremo come organizzare l’apparato comunicativo. Sapremo come non farci fregare da chi ci vuol male. Grazie mille, Italiaaaa Uno!
Studio aperto, si diceva. Ho avuto modo di guardarlo diverse volte nelle ultime settimane e ho notato che, se mai ce ne fosse stato il bisogno, il “telegiornale” di Italia Uno ha rafforzato ancora di più il proprio ruolo di braccio armato a difesa del proprio editore (incidentalmente, l’uomo più potente dItalia), palesando una ferocia senza precedenti ed evitando i consueti sotterfugi e gli ammiccamenti delle edizioni degli anni scorsi. Siamo passati a un livello ulteriore, adesso. La situazione è critica, la fresca brezza è divenuta temporale: poche chiacchere, dunque, e azione. Loda e distruggi, lecca e frantuma. Senza pietà. Senza deontologia.
Le nuove regole? Una sola, ma chiarissima. Chi osa criticare il presidente del consiglio/padrone deve essere punito. Non può passarla liscia di fronte all’opinione pubblica, perciò è doveroso dedicargli almeno un servizio al giorno in cui il soggetto in questione deve essere denigrato, attaccato (quando si può) o ridicolizzato (quando non ci sono argomenti) anche su questioni di lana caprina, ininfluenti e pretestuose. Tocchi Lui? Bene, e noi ti facciamo a pezzi.
Facendoci un minimo attenzione si scopre che in questi giorni Studio Aperto è tutto un fiorire di servizi contro Umberto Eco, contro Benigni, contro Saviano, contro Celentano. Ingenuamente, uno può chiedersi il perché. Perché, di punto in bianco, si sente il bisogno di parlar male di questi individui (due mi piacciono e due no, ma non è questo il punto)? Perché così all’improvviso? Perché tutti assieme? Cosa potrà mai esser successo?
Pur non conoscendo i fatti, ci si può arrivare con la logica: questi soggetti, di recente, devono aver criticato/attaccato il Presidente del Consiglio. Perciò si meritano i cinque minuti dodio.
Come volevasi dimostrare, leggendo qua e là si viene a scoprire che Benigni, Eco, Celentano e Saviano sono tra coloro che hanno firmato l’ormai noto Appello per la Libertà di Stampa. Hanno dunque approvato pubblicamente una critica al Presidente del Consiglio. Il quale ha messo in moto in fretta e furia le proprie strategie di difesa: tra cui c’è, naturalmente, proprio Studio Aperto. Va in onda alle 12.30, in concomitanza con quasi nessun altro telegiornale importante, in una nazione in cui l80% della popolazione sceglie la televisione come fonte di informazione primaria. “Se l’ha detto la tv è vero”, si diceva una volta. Bene, è un ragionamento che vale ancora oggi. Qualcuno non ci crede. Eppure Studio Aperto, ne ho diverse prove, viene preso sul serio.
Gli studi sulla sociologia dei mass media indicano che – anche se i giornalisti sono in buona fede – le idee e la personalità dell’editore finiscono lo stesso per influenzare la selezione e la presentazione delle notizie. Fenomeni involontari come l’autocensura (che porta il giornalista, anche inconsciamente, ad evitare di riportare fatti che potrebbero danneggiare limmagine di chi gli dà il lavoro) sono tutto sommato naturali, forse ineluttabili. Con Studio Aperto siamo però oltre, dal momento che il “telegiornale” si è tramutato in un vero e proprio portavoce dell’idea filogovernativa, utilizzato per esaltare o disprezzare secondo i voleri dei piani alti. Negli ultimi tempi, tra l’altro, sembra aver smarrito anche quel briciolo di pudore che lo caratterizzava mesi addietro, divenendo apertamente uno strumento di manipolazione dell’informazione nelle mani della maggioranza politica.
Son sempre stato piuttosto scettico nei contronti dell’utilità di forme di protesta come manifestazioni, appelli o petizioni. Ho sempre pensato fossero sistemi inadatti a cambiare le cose. Però, quasi per dispetto, l’appello cui accennavo sopra l’ho firmato anche io. Sarà che mi bastano poche esperienze sovietiche istruttive al giorno. O, forse, sarà che voglio un servizietto tutto per me su Studio Aperto. Sarebbe un sogno. Ehi? Uh Uh? Giordano? Ci sei?
Andiamo a Berlino! (part III: Le vite degli altri)
“I like to look at shadows sweating on the wall
I get excited when I hear footsteps in the hall
Outside your balcony I have a room with a view
And I’m watching you”
Lisa Dalbello, Gonna get close to you (1984)
Le vite degli altri è indubbiamente uno dei migliori film degli ultimi anni. Punto. Misurato, pregno di citazioni e con dettagli in grado di veicolare interi universi di significato (si veda, per esempio, la brevissima ripresa della foto di Gorbacev sulla prima pagina del quotidiano), è una di quelle cose che non ti stancheresti mai di guardare e riguardare. Splendido. E solo perché odio il termine “capolavoro”.
Andiamo a Berlino! (part II: Good-Bye Lenin!)
Goodbye Lenin! è un film del 2003 realizzato da Wolfgang Becker. Nella Berlino Est socialista una donna, madre di due figli, viene abbandonata dal marito e finisce per colmare il proprio vuoto esistenziale stabilendo un legame ancora più forte con gli ideali del Partito, la religione che le spiega il presente e le dà speranza per il futuro. Ma son tempi duri per le menti poco elastiche. Per sua (s)fortuna, all’approssimarsi del 1989, la donna viene colta da un infarto ed entra in coma. Si risveglia dopo otto mesi, del tutto ignara dei grandi avvenimenti che negli ultimi periodi hanno sconvolto Berlino. Del tutto inconsapevole del fatto che, là fuori, la gente beve Coca Coca e frequenta locali di spogliarelliste.Il film racconta i tentativi del figlio, Alex, di preservare la debole donna dal trauma che la constatazione della caduta del Muro e del conseguente arrivo del capitalismo inevitabilmente le procurerebbe. Così l’adolescente, faccia a faccia con un momento cruciale della propria esistenza, arriva a strutturare per la madre una realtà fittizia in cui niente è davvero cambiato. La finzione viene realizzata recuperando oggetti e abitudini che sembrano appartenenti a un passato già remoto e indigesto, e l’intera situazione è metafora (e sineddoche) che serve a rappresentare con poche pennellate l’assurdità del regime socialista. Bella colonna sonora, qualche citazione kubrickiana qua e là, regia sempre sul pezzo e creativa.
Ho rivisto questo film con piacere, forse per la terza volta. Con la sua satira leggera e piacevole, sa raccontare meglio di mille documentari quel che è stato un passaggio fondamentale della storia recente e ciò che la caduta del muro ha rappresentato per gli abitanti di Berlino Est. Un piccolo gioiello.
Andiamo a Berlino! (part I: Rosenstrasse)
Rosenstrasse è un film del 2003 di Margarethe Von Trotta. E’ in gran parte ambientato nella Berlino del 1943 e narra, come tante altre storie che prendono spunto da quel periodo, una storia realmente accaduta. Ho il sospetto che la Seconda Guerra Mondiale possa essere un soggetto credibile per il cinema per altri 250 anni. Tant’è. In questa occasione abbiamo a che fare col racconto di Lena, una delle tante mogli “ariane” che ogni giorno si radunavano in via Rosenstrasse, di fronte all’edificio in cui erano stato rinchiusi i mariti ebrei, implorando la loro liberazione. Lena, personalità nobile e forte, un giorno si vede costretta ad adottare una bambina ebrea di nome Ruth, cui i nazisti hanno rubato la madre. Il rapporto tra le due si fa sempre più intenso finché, una volta finita la guerra, non si arriva a una dolorosa separazione. Il presente vede le due donne, ormai vecchie, stabilire un indiretto e sentito rapporto a distanza. Forse è un po’ un cliché, ma il tutto funziona abbastanza bene.Racconto asciutto, non troppo ruffiano, con qualche memorabile passaggio (“non vogliamo aver niente a che fare con le puttane degli ebrei!”). Piacevole e istruttivo, pur non essendo proprio un capolavoro.
Viva viva viva l’Unione Sovietica, ma perché non sono nato là? (semi-cit.)
Due esempi tratti dai mezzi dinformazione di questo buffo paese:
1) Un telegiornale, di quelli che vanno in onda alle 12.30 sul canale il cui nome si urla come uno slogan, qualche giorno fa annunciava l’intenzione del Governo di questo buffo paese di aprire un certo numero di termovalorizzatori* qua e là. Dopo la notizia, lo stesso telegiornale piazzava un bel servizio che mostrava un gruppo di teneri bambini delle elementari in gita dentro un termovalorizzatore. Effettuata l’interessante visita, i pargoli venivano intervistati dall’autore del servizio. “Cosa ti è piaciuto?”. “La gru che prende la spazzatura!”. “La ruspa che sposta l’immondizia!”. “I topolini che si aggirano tra la sporcizia!”. “I sacchetti con i rifiuti tutti colorati!”. Meraviglioso, non c’è che dire.
(ci ho trovato un non so che del ventennio. ah, che nostalgia.)
2) Un altro telegiornale, sul canale a cui si arriva aggiungendo quattro al precedente, giusto ieri mostrava un comizio del Presidente del Consiglio di questo buffo paese e, lavorando di cut & paste con montaggio video e audio, trasformava in applausi i molti sonori fischi che lo stesso PDC aveva ricevuto in cambio delle sue deliranti opinioni sulla magistratura e sull’universo tutto, che non gli permette mai di lavorare come si deve.
(questa è proprio staliniana, invece)
Dove finisca la deontologia professionale e dove inizi la pressione diretta di un potere neanche tanto occulto, nessuno lo sa. Di sicuro c’è un bel giro dietro.
(* non so se i termovalorizzatori siano una soluzione giusta, sana, inevitabile o evitabile, non so se siano il modo migliore per smaltire i rifiuti. Non conosco bene il problema. Non ho un’opinione ben precisa. Ma in questo caso la questione mi è indifferente: mi interessa di più il rinforzo emozionale che viene abilmente dato alla notizia.)


