Some1elsenotme

Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

Archive for the ‘politica random’ Category

Elezioni americane – i candidati repubblicani

con 4 commenti

Newt Gringrich: “Costruiremo basi permanenti sulla Luna”. Per farci cosa, di grazia? (e lo dice uno che di certo non disdegna l’esplorazione spaziale).

Rick Santorum: “Non credo alla separazione assoluta tra Stato e Chiesa”. Ciccio, siamo nel 2012. Che vai blaterando?

Mitt Romney, miliardario mormone passato alla storia (per ora) per aver – a quanto pare – legato il proprio cane sul tetto dell’auto durante un viaggio verso il Canada. Tutto ciò per distinguersi dall’attuale presidente che – orrore! – di solito lo fa viaggare in limousine.

Ron Paul, va be’, Ron Paul: “I miss the closet. Homosexuals, not to speak of the rest of society, were far better off when social pressure forced them to hide their activities. They could also not be as promiscuous. Is it any wonder the AIDS epidemic started after they ‘came out of the closet,’ and started hyper-promiscuous sodomy?”. Non la traduco per timore di sciuparla – e per pigrizia, naturalmente.

Vista tale prestigiosa collezione di cerebri, prevedo (da distanza siderale e fregandomene il giusto) che – nonostante tutto – non sarà difficile per Obama fare il bis. Da un certo punto di vista, per non avere un diamine di fondamentalista con le mani sul Pulsante (“Tell me when, Lord, tell me when”), me lo auguro. Sarà solo un pregiudizio, eh, ma preferisco evitare. Non si sa mai.

Scritto da Gianluca Bartalucci

29 febbraio 2012 alle 13:23

Un po’ se la solo cercata, parte 4949924esima

con 8 commenti

“Che è successo a Firenze?!”

“Un gran casino. Un uomo ha sparato a due persone, uccidendole, e ne ha ferita una terza.”

“Dio bono. Oh com’è successo?

“Pare sia andato al mercato in piazza Dalmazia e poi a San Lorenzo e abbia ucciso due ambulanti senegalesi.”

“Ah, ok, senegalesi…”

“Sì.”

“Sarà stato un razzista.”

“Eh, pare. Un estremista di destra.”

“Il razzismo è una brutta cosa. Io non sono razzista ma, certo, se loro (gli extracomunitari, ndG) facessero un po’ meno come gli pare qui a casa nostra…”

“(…) E che cazzo c’entra, questo?”

 

(no, non mi sono inventato nulla)

Scritto da Gianluca Bartalucci

13 dicembre 2011 alle 20:55

11 settembre 2001 – le canzoni

con 4 commenti

No, niente post retorici. Non troppo. So benissimo che l’orrendo attentato di 10 anni alle Torri Gemelle, rispetto a tanti altri episodi simili avvenuti nel corso della storia (come questo), ha avuto solo la “fortuna” di essere accaduto davanti all’occhio di centinaia di telecamere. E’ ciò che dicono già in tanti ed è quasi superfluo da parte mia ricordarlo, ma le cose stanno davvero così. E McLuhan aveva tremendamente ragione. Per milioni di altri morti – morti con la testa fracassata in guerre negli angoli più bui del pianeta, morti da innocenti in carceri militari, morti danzando su qualche mina antiuomo – non esistono commemorazioni né dvd con filmati multiangle. Né volti straziati dal dolore in tv.

So tutto questo. D’altra parte, come direbbe Vonnegut, così va la vita. E neanche la morte, aggiungo io, fa eccezione. Quando, l’11 settembre 2001, tramite il caro vecchio ICQ (dio se odiavo i suoi patetici suoni), lui mi informò di quel che era successo qualche minuto prima, be’, non potei non rimanerne colpito. E terrorizzato. Naturale, credo. L’attacco alle Torri fu il fatto ansiogeno per eccellenza, se mai ce n’è stato uno.

In questi giorni stavo pensando che quell’evento – e le guerre che ne sono seguite – ha influito sul lavoro di diversi dei musicisti che seguo. Ad un certo punto è sembrato fosse impossibile non parlarne e non schierarsi, non chiedersi perché si fosse arrivati a tanto.

Le prime canzoni che mi vengono in mente:

Serj Tankian – Empty Walls (video potentissimo)

Queensryche – Blood

Queensryche – Open

Queensryche – The Great Divide

Tori Amos – I can’t see New York

Bruce Springsteen – The rising

System of a Down – Solder Side

System of a Down – Sad Statue

Dredg – Pariah

Dredg – Information

(e naturalmente ce ne sono decine di altre – quando e se me le ricordo, le incollo qui)

Scritto da Gianluca Bartalucci

11 settembre 2011 alle 10:09

Il nucleare e la scoperta dell’acqua calda: la distanza conta

con 10 commenti

Quando parlo di pericolosità del nucleare, una delle obiezioni che più spesso mi vengono fatte è: i francesi hanno le loro centrali. Se succede qualcosa alle loro centrali, ne risentiamo anche noi. Quindi, tanto vale che ci costruiamo le nostre. Ho letto commenti del genere anche di recente in giro per il web.

Il ragionamento non ha senso. Non ha logicamente senso. Se ammetti che una centrale sia pericolosa (e, nell’obiezione di cui sopra, lo ammetti), allora non ha senso che tu voglia costruirne una più vicina a casa tua. O la consideri non pericolosa, e allora vuoi la tua, o la ritieni a rischio, e allora la eviti.

L’obiezione in realtà avrebbe un suo perché in un mondo con leggi fisiche diverse dal nostro, dove le radiazioni si propagano alla velocità della luce, ovunque, oltrepassando ogni barriera, al minimo incidente. Nel nostro mondo, invece, la distanza conta. Abitare a 10 km da Fukushima o in provincia di Pisa, in questo momento, fa una grande differenza. Come la fece non trovarsi nei paraggi di Chernobyl nell’aprile del 1986.

La distanza, ripeto, conta. Una volta ho fatto notare questo. I miei interlocutori allora mi hanno detto che, col mio ragionamento, io decido di mettere a rischio solo l’incolumità di chi vive nei pressi del confine, per forza di cose più vicino alle centrali estere. Sarei, quindi, una sorta di egoista, io, toscano, sufficientemente lontano da qualsiasi centrale nucleare estera.

Ho due risposte da dare a quest’ennesima obiezione:

1) Non è logica (vedi sopra).

2) L’Italia non è un punto. L’Italia ha una sua larghezza e una sua lunghezza. Ha delle dimensioni. Dal momento che non è un punto, ci saranno luoghi più vicini al confine e luoghi meno vicini al confine. Banale, no? Sì. E direi che non ci si può fare nulla, che dobbiamo rassegnarci alla cosa. Da parte sua il legislatore che ritiene (se lo ritiene) pericoloso il nucleare ha una sola via da perseguire: mettere al sicuro più cittadini possibile, accrescere la sicurezza GENERALE.

Dal momento che abbiamo visto che la distanza conta, proviamo a ragionare in questo modo. Immaginiamo che l’incidente nucleare A si verifichi in un punto a caso in Francia e che l’incidente nucleare A’ si verifichi in un punto a caso in Italia. Prendiamo poi dieci punti, ancora scelti a caso, collocati sul suolo italiano e misuriamo di volta in volta la loro distanza prima da A e poi da A’. Sommiamo i primi dieci risultati (le distanze tra i 10 siti italiani e A, in Francia) e poi sommiamo i secondi 10 risultati (le distanze tra 10 siti italiani e A’, in Italia). Senza stare a fare troppi calcoli, credo intuitivamente che nella stragrande maggioranza dei casi la prima cifra sia molto più grande della seconda.

Se la distanza conta (e abbiamo visto che conta, dal momento che più vivi lontano dall’incidente nucleare, meno sono i rischi che tu assuma radiazioni), allora per gli italiani è più sicura IN GENERALE una centrale in A (in Francia) che in A’ (in Italia). Non ci sono altri modi pratici per pensare al problema.

Si scongiura il rischio, così facendo? No. Le radiazioni scaturite da una centrale francese potrebbero arrivare in Italia. Ma, IN GENERALE, queste radiazioni saranno più basse di quelle che si propagheranno in Francia, perché – che pazzesca ovvietà – la distanza media tra l’Italia e A è più grande della distanza media tra l’Italia e A’.

Tutto ciò, ribadisco, è tanto tanto tanto banale. Ma non è colpa mia: la mia è solo una risposta a certe banali obiezioni che leggo in giro.

Non sono questi gli argomenti, credo, che dovete tirar fuori se siete favorevoli al nucleare.

Scritto da Gianluca Bartalucci

1 aprile 2011 alle 15:18

Il moralismo e l’arte di buttarla in caciara

con un commento

Mettiamo che domani succeda questo. Mettiamo che domani una persona venga colta in flagrante mentre sta cercando di aprire la cassaforte di un’abitazione che non è la sua.

Mettiamo che questo presunto ladro abbia la pella scura, sia africano. E mettiamo che sia una persona importante e che abbia un sacco di amici, anche assai influenti sull’opinione pubblica.

Non si può rubare. La legge lo sconsiglia fortemente. E dice anche che se ti beccano a sgraffignare dovrai sostenere un processo in cui sarai imputato.

Poche storie, allora. L’uomo beccato con le mani sulla cassaforte dovrà essere processato. Come chiunque altro al suo posto.

Discorso chiuso.

 

O no.

Colpo di scena. I suoi amici - tutta quella gente potente che ha accesso a diverse vie di comunicazione – insorgono. Insorgono come se piovesse(ro). Si moltiplicano e occupano ogni frequenza.

Non vogliono che il loro caro amico vada sotto processo.

“E’ una vergogna!”, urlano. Una VERGOGNA. Vanno in televisione, ovunque, a sottolinearlo. Hanno indignate facce di plastica. “E’ una grandissima vergogna”, ripetono, “lo attaccano solo perché è nero. Ce l’hanno con lui solo perché è di colore. Non c’è altra spiegazione. E’ vergognoso. Non ne possiamo più di questo razzismo! Non ne possiamo più di tutti questi razzisti!”. Razzismo di qua, razzismo di là, razzismo di giù, razzismo di su.

Ben presto lo sbraitare raggiunge effetti previsti. Passa poco tempo e, di fronte alle accuse di razzismo lanciate tramite schermi tv, radio e manifestazioni varie, l’opinione pubblica, bombardata a destra e a manca, finisce per dividersi. Inevitabilmente.

Il dibattito appassiona. E viene replicato, ad nauseam, ovunque. Sulle strade come in un ogni dannato talk show. Da una parte c’è chi grida al razzismo, dall’altra c’è (anche) chi vorrebbe semplicemente dire “l’hanno beccato a rubare, che si faccia processare”, ma è costretto a iniziare ogni sua argomentazione con una scusa non richiesta che di solito assomiglia a “premetto che non sono razzista”. Una tentativo di difesa stranamente percepito come necessario.

Il dibattito accende gli animi. Tutto si focalizza sulla questione razzismo, su cosa significhi essere razzisti, su chi sia più razzista di chi. Si distribuiscono patenti di razzista e antirazzista con estrema superficialità. Un conveniente caos.

Nel casino generale che si è venuto a creare, una cosuccia tende a passare in secondo piano:

IL (presunto) tentativo di FURTO. Tutti si son dimenticati di lui.

 

Eppure.

Che il presunto ladro fosse bianco, fosse nero, fosse alto, basso, magro, grasso, brutto, bello… tutti questi son elementi secondari che non dovrebbero incidere. Sono il contorno, non il piatto forte. Il piatto forte è, appunto, il presunto tentativo di furto.

Eppure.

Eppure fa così comodo tirarli in ballo, questi elementi teoricamente ininfluenti, soprattutto da parte di chi deve prendere le difese del presunto ladro. Fa comodo citarli in special modo quando si ha in testa un determinato scopo da perseguire: buttarla in caciara il più possibile. Deviare rispetto a ciò che veramente conta, la fatidica real thing. Distrarre. Disorientare.

E’ presto detto. Chi ha i mezzi (mediatici) per diffondere idee e discussioni sul contorno, porterà l’opinione pubblica a occuparsi di questo, e non di altro. E’ una conseguenza della nota teoria dell’agenda setting.

Allora sarà un gioco da ragazzi, per gli amici del presunto ladro, raggiungere i propri scopi. Hanno in mano gli strumenti adeguati. Sanno come usarli. E li usano.

Chi vorrà entrare nella discussione dovrà affrontare il tema che loro propongono. Nei toni che loro stabiliscono. Non potrà evitarlo. Non del tutto. Il loro intenso lavoro finirà per portare la gente a discutere su una questione [è giusto discriminare i neri?] e non su un’altra [è giusto processare chi si intrufola negli altri appartamenti?].

Proprio ciò che volevano. Alé.

E’ una strategia che funziona. Io stesso volevo iniziare il post con un chiarificatore e attenuante “premesso che io non sono razzista”.  E’ una strategia che funziona alla grande. Io stesso, a ben vedere, ho scritto proprio questo post per parlare di razzismo.

That’s the way it goes. Fuor di metafora e dritti dentro il contemporaneo, osservare gente come Maurizio “E’ ricattabile: si dimetta!” Gasparri, Giuliano “Consiglio la castità” Ferrara, Daniela “Castriamo i pedofili” Santanché o cortigiani come Sgarbi, Signorini, Fede, Belpietro, Sallusti, Iva Zanicchi, etc etc, che si agitano a più non posso accusando di moralismo (proprio loro!) a destra e sinistra dovrebbe far ridere. Dovrebbe far sghignazzare. Dovrebbe far pensare che si tratta solo di una mossa opportunistica, dal momento che in passato proprio loro hanno più volte espresso opinioni del tutto contrarie a ciò che sostengono in questo momento (si pensi al caso Marrazzo). Ma non è così. Per tanti motivi, non è così. La gente non ride.

Tutt’altro. Il lavoro di stakanovisti della poltrona televisiva svolto dai cortigiani non ha, invece, tardato a mostrare i primi risultati positivi.

Adesso l’Italia, tutta, sta discutendo cosa sia morale e cosa non lo sia, chi sia moralista e chi no. Moralismo di qua, moralismo di là,  moralismo di su, moralismo di giù. Il problema nazionale, ora come ora, è il moralismo. 

Hanno ancora vinto loro.

 

(sullo sfondo, soli e sconsolati, un paio di presunti reati)

Scritto da Gianluca Bartalucci

13 febbraio 2011 alle 14:37

Esternalismo e politica

con 6 commenti

L’esternalismo è una posizione che alcuni filosofi assumono nei confronti della mente. Secondo loro è ingiusto separare così nettamente – come si fa nel pensiero comune – il mondo esterno da quello ‘interno’. Per loro la mente nasce nel sistema nervoso ma si diffonde, si sviluppa, si appoggia e si ramifica anche nell’ambiente. La mente è anche là fuori. Ci sono isomorfismi tra le informazioni immagazzinate nel cervello e quelle memorizzate sui vari supporti che utilizziamo per orientarci nel mondo. In breve: la mente non ha confini definiti.

A prima vista, possono sembrare tutte assurdità. Ma chi si prende la briga di approfondire l’argomento si rende conto che questa ipotesi non è del tutto campata in aria. Anche se siamo portati a ignorarla, per una questione di mera praticità. Praticità cerebrale: sappiamo che, per il cervello, più le cose appaiono semplici e meglio è. Sull’argomento ha scritto anche Hofstadter in Anelli nell’io – nel capitolo forse più emozionante ma anche meno convincente (nel senso che non sa convincere) del libro.

Passando all’attualità, il comportamento dei seguaci di Fini, ex leader della vecchia AN, mi ha fatto pensare al concetto di ‘mente estesa’. Ecco perché.

Per circa quindici anni Gianfranco Fini è stato alleato di Berlusconi. Per quindici anni gli è andato bene di tutto. Dall’illegalità alle cialtronate, all’immobilismo, al servilismo nei confronti dei peggiori delinquenti internazionali. Tutto a posto. Il conflitto d’interessi non era un male. Le fesserie raccontate – e poi subito smentite – erano tutto sommato simpatiche provocazioni. E i giudici, ovviamente, vogliamo parlare dei giudici? Troppo opprimenti nei confronti del Premier.

Per circa quindici anni Gianfranco Fini è stato alleato fedele del sovrano di Arcore. Ha sopportato e supportato ogni sua bizza. E così hanno fatto i vecchi simpatizzanti di AN. Nel recente passato ho avuto discussioni con alcuni di loro sulla figura di Berlusconi. E tutti lo difendevano a spada tratta, utilizzando gli stessi argomenti suesposti. Gli stessi di Fini.

Poi Fini un bel giorno cambia idea, per motivi che qui non interessano. Un bel giorno si accorge che Berlusconi ha problemi con la giustizia, che vuol farsi leggi per evitare la galera, che il suo governo non combina alcunché, che ignora il parlamento e la costituzione. E che Berlusconi è autoritario, cialtrone, inadatto a governare, probabilmente malato. Eccetera, eccetera.

Un bel giorno Fini scopre tutto ciò. E cosa fanno i suoi storici ammiratori, quelli che partivano in automatico con la solita trita apologia del Cavaliere – l’alleato! – ogni volta che provavi a insinuare in loro il dubbio che Berlusconi non fosse tutto questo candido splendore?

Semplice. Dietrofront di massa. Anche i fedelissimi di Fini, quasi tutti, hanno consequenzialmente condiviso le sue improvvise perplessità. All’istante, la loro bandiera ha cominciato a sventolare in direzione opposta. Dal difendere appassionatamente Berlusconi sono passati, nel giro di settimane, all’attaccarlo con una certa veemenza. Un capezzonizzazione al contrario.

In questi giorni ho incontrato più di una persona che ha avuto questo fulmineo cambiamento di prospettiva. E sul web leggo di tanti comportamenti simili. Un’inversione a U di rara decisione.

E’ qui che ho pensato all’esternalismo. E’ come se tutte questi soggetti avessero delegato a Fini il proprio pensiero politico. Io mi fido di te, gli hanno implicitamente detto. Pensa per me. Su quest’argomento, decidi per me. Io ti seguirò.

E’ come se Fini avesse in sé tanti, tantissimi ‘pezzi di mente’ (o anelli hofstadteriani) altrui. Pezzi di mente politico-dedicati, vicini all’atrofizzazione, che per svolgere il proprio compito si appoggiano su aiuti provenienti dall’esterno (1). La stessa mente di Fini.

Per non dovermi ricordare gli appuntamenti, utilizzo il calendario del cellulare. Per non dimenticarmi di un fatto, me lo scrivo su un post-it. Per non fare a mente calcoli troppo complessi, utilizzo una calcolatrice. E c’è chi, per non doversi sforzare di elaborare idee politiche proprie (qualunque cosa ciò significhi), fa affidamento sul pensiero e sul comportamento di una figura ritenuta sufficientemente autorevole. Fini, in questo caso (2). Fini, un supporto esterno dedicato ad un compito specifico. Fini, ausilio gentilmente offerto dall’ambiente che viene utilizzato per rendere le proprie facoltà cognitive – quelle più ‘centrali’ – libere di occuparsi di altro.

Non è difficile immaginare che la mente di tali soggetti sia così estesa da comprendere – per certi aspetti – anche una parte di quella del loro leader politico preferito. Quando lui decide, insomma, loro decidono. Senza consumare troppe energie.

 

1 -So bene che questo è un ragionamento che si può fare anche per mille altri casi, dalla religione all’Apple di Jobs. Ma mai come nell’improvviso ‘risveglio’ di Fini si osserva quanto per i suoi seguaci sia molto più fondamentale la figura carismatica rispetto al pensiero politico – a dir poco volubile.

2 – Ammetto senza problemi che trovo alcune delle nuove posizioni di Fini, come  quelle laiciste o quelle sull’immigrazione, molto più condivisibili rispetto al passato. Ho ascoltato Fini in un’intervista concessa alla Rai, alcuni mesi fa. Per quanto riguarda immigrazione e integrazione, mi ha dato davvero l’impressione di aver raggiunto un punto di vista più ampio e maturo. Sembra aver scoperto – improvvisamente? – che simili questioni non si possono liquidare con frasi ad effetto o dichiarazioni populistiche. Sembra essersi reso conto – sarà la risposta definitiva? – che l’immigrazione ha un significato storico che va al di là degli ultimi 15 anni ma che, invece, è legato a dinamiche vecchie 200.000 anni. Ricordo che rimasi davvero stupito nel vederlo parlare del tema con tale competenza ed equilibrio. Fini sembrava in quell’intervista molto vicino alle idee di Jared Diamond (per un verso) o di Amartya Sen (per un altro). Quanto durerà?

Scritto da Gianluca Bartalucci

9 novembre 2010 alle 13:30

Ogni giorno un po’ di Toscana muore (cit.)

con 4 commenti

Prima scena. Ieri pomeriggio. Mi trovo a Firenze in libreria. Al Melbookstore. Compro a prezzo stracciato Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che va sul comodino ad attendere tempi migliori, e faccio un giro tra gli scaffali. Mi accorgo, mentre cammino, che la libreria ha organizzato al suo interno la presentazione di un libro di poesie. L’evento non ha ancora avuto inizio, ed è tutto un mormorare aulico. Sono accanto ad alcuni invitati-spettatori. Una signora sui 65, inconfondibile accento fiorentino, sta parlando con un amico, probabilmente residente fuori regione. “La Toscana sta morendo. Tutte quelle vecchie tradizioni, tutte le usanze”, si lamenta la donna con l’uomo, “stanno scomparendo. La stupidità moderna sta prendendo il sopravvento”. E così via, e così via. Inutile continuare. Il tono s’è intuito.

Seconda scena. Dopo la libreria vado in via del Proconsolo, dove c’è una conferenza intitolata Intelligenza e stupidità. Arrivo troppo tardi. Ho modo di poter ascoltare solo le ultime battute e le domande del pubblico. Mi fa una bella impressione il filosofo Maurizio Ferraris: spigliato, pragmatico e ironico, sembra  potersi piazzare assai lontano da ogni banalità. Tra le domande che gli vengono rivolte ce n’è una in particolare che mi fa pensare alla scena sopra descritta. Un signore prende il microfono e chiede, più o meno, se è giusto pensare che quella di oggi sia la società più stupida in assoluto. Se non chiede proprio questo, è evidente che voglia arrivare proprio lì. A rimpiangere tempi migliori. Ferraris, invece di cavalcare l’onda diffusa del lamento – cosa che gli avrebbe consentito di ricevere il più caloroso degli applausi -, si rimbocca le maniche e spiega come la pensa. Portando come esempio diversi tipi di passate società finite male a causa di comportamenti che (sbrigativamente) possiamo definire stupidi, conclude che l’idea che questa sia la fase meno intelligente di tutta la storia umana è, molto semplicemente, solo una forte illusione cognitiva. Nient’altro che questo.

Non potrei essere più d’accordo. Eppure è questo un preconcetto difficile da estirpare. Che si diffonde a più livelli. Che ci spinge a credere che i giovani d’oggi in generale siano peggiori di quelli di ieri. Che le condizioni di vita medie fossero migliori in passato piuttosto che nel presente. Che noi sì che sapevamo come divertirci, e i nostri giocattoli erano migliori, mica come oggi. Che i bambini prima erano più educati. Che la Toscana una volta era meglio. Che le occupazioni a scuola una volta erano fatte per motivi validi, mica come oggi. Che, che, che. Son tutti discorsi, questi, che tendono a deprimermi enormemente. Ancora di più di una sconfitta della Juventus, per dire.

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 ottobre 2010 alle 14:11

Nei mondi incantati si agitano le volitive mascelle

con un commento

In questi giorni ho letto una breve biografia su Mussolini, scritta da Paolo Alatri. Di solito son molto più attratto dalla storia di 15.000, 100.000 o di un miliardo di anni fa (penso che le risposte più importanti si trovino là, all’origine di tutto) ma ogni tanto mi piace farmi una panoramica sugli avvenimenti più recenti. Solo per sentirmi meno ignorante. Non ho studiato il periodo fascista a scuola (il programma di storia della quinta liceo ci arriva di rado), ma ho avuto modo di farlo un po’ all’università, leggendo Hobsbawm, e qualche anno più tardi col puntuale Umberto Eco della Misteriosa fiamma della regina Loana. Poi ci son stati i documentari e tutti i vari accenni al ventennio fatti da molta e variegata letteratura. Eccetera, naturalmente, eccetera.

Su Mussolini si sanno e si son dette tante cose che è inutile star qui a ripetere. Quel che mi affascina maggiormente è, invece, il processo secondo cui una figura così controversa abbia finito per esercitare un fascino morboso su ragazzi e ragazzini nati anche cinquant’anni dopo la sua morte. E’ un ragionamento che si potrebbe fare, per esempio, anche con personaggi come Che Guevara. Perché queste lontane personalità influenzano ancora le menti?

Una possibile spiegazione è che il passato viene sempre mitizzato. Sia che si parli di passato personale, col cervello che lo rende gradevole per evitarci di dover a che fare continuamente con conflitti o dolori, sia che si parli di passato storico, eternamente paragonato a un presente che è (sempre) percepito come instabile, caotico e privo di quel senso che i nostri antenati avevano saputo dargli, quel che è avvenuto prima appare sempre migliore e meno ansiogeno di quel che sta succedendo adesso. E’ semplicemente umano. Ma è anche parecchio sbagliato: ora che cominciamo a capire come funzionano i nostri processi cognitivi dovremmo riuscire a realizzare come si formano le nostre illusorie nostalgie. E a prenderne le distanze.

Questo ragionamento riguarda anche Mussolini. E’ parecchio buffo che, oggi, la figura di un disertore e di un (giovane) antimilitarista sia presa da alcuni come esempio (boh) di coraggio o di vis pugnandi. Trovo altrettanto comico che chi accusava la fantomatica “razza italiana” di codardia sia oggi preso come il simbolo del “vero spirito italiano” o come insuperabile rappresentazione di orgoglio nazionale. E’ anche divertente notare che chi – per il proprio “onore” personale – mandava ragazzi incontro a morte certa in inutili guerre in Africa o in Grecia rappresenti per molti il non plus ultra del patriottismo. E’ spassoso accorgersi che un carattere all’inizio così anti-clericale sia oggi l’eroe di chi difende le cosiddette radici cristiane dell’Italia. E si potrebbe andare avanti ancora un bel po’, rafforzando l’idea che un’accurata selezione di elementi sparsi abbia messo assieme una figura irreale, costruita ad hoc da tutti quel processi crea-nostalgia di cui si parlava sopra. Il Mussolini che vive nella testa del ragazzino quindicenne che ha imbrattato lo zaino di scritte inneggianti al duce è un Mussolini che non è mai esistito davvero. Tale idealizzata figura, infatti, non comprende un sacco di informazioni che sarebbero percepite come distoniche ma che appartenevano senza alcun dubbio al personaggio storico. Che era, tra le altre cose, un incredibile e vile perdente.

Il libro di Alatri risale al 1995 e quindi è stato scritto senza poter immaginare ciò che si sarebbe detto di Berlusconi negli anni seguenti: che ci trovavamo, cioé, di fronte ad un Mussolini II o che ci stavamo avviando verso un nuovo regime. Le similitudini che ho trovato tra i due non possono dunque essere forzate dallo scrittore. Ma non sono così scandalose: credo che anche qui siamo portati a cercare analogie e a selezionare solo elementi utili alla nostra teoria a discapito di altri.

D’altra parte ho sempre ritenuto anche che, per giungere a desiderare così tanto potere, si debba essere dotati dello stesso carattere, delle stesse convinzioni, delle stesse fobie, delle stesse frustrazioni. Mussolini, Hitler, Stalin, Franco, Castro: dietro a ego così sproporzionati non può non esserci una tendenza all’autoinganno più forte che in soggetti comuni. Probabilmente anche Berlusconi ha, in potenza, tutte queste predisposizioni. Come Mussolini, per esempio, ama circondarsi di persone che non lo contraddicono e che, anzi, ne esaltano vizi e virtù. Come Mussolini, Berlusconi non sa ammettere – forse neanche a se stesso – di aver sbagliato. Come Mussolini, utilizza il Paese come strumento per consolidare il proprio prestigio personale e tenta di nascondere debolezze e incapacità dietro dichiarazioni a effetto, semplici e populiste. Come Mussolini, ha una certa allergia per la libertà di stampa e di pensiero. A differenza di Mussolini, però, Berlusconi si trova in altro tempo e in altre circostanze e ciò conta. E’ decisivo. Perché credo che la Costituzione e l’opinione pubblica odierna, interna ed estera, con cui il fenomeno Berlusconi deve convivere finiranno (si spera) per limitarne ogni eventuale tendenza totalitaria.

Tornando agli ultimi post che ho scritto e agli ultimi libri che ho letto, mi viene da chiedermi per quale motivo un soggetto debba finire per infilarsi in un feedback positivo e esplosivo come una dittatura. Chi glielo fa fare? Per quale motivo desiderare di avere così tanto potere, e ancora di più, e ancora di più?  E’ normale? E’ sano? Gli ingenui potrebbe rispondere che con tanto potere in mano si può cercare di decidere in maniera più sbrigativa per il bene del proprio popolo, ma proprio Mussolini e Berlusconi dimostrano che questo non è il vero motivo. Il potere piace in sé. Non è un mezzo, è un fine. E’ un meccanismo autorinforzante.

Lo racconta alla grande Chaplin in una famosa scena del capolavoro Il grande dittatore:


Continuando con le domande: cosa direbbe il neurologo Ramachandran a tal proposito? C’è una qualche sindrome che spiega perché alcuni soggetti, in preda ad allucinazioni autoingannanti sulle proprie capacità, arrivano a desiderare così tanto potere e ad attribuire – senza esitazioni – i meriti delle vittorie a se stessi e le colpe delle sconfitte a tutti gli altri? Perché alcune persone sviluppano un ego così ipertrofico e così cieco di fronte alle evidenze contrarie che la realtà di continuo propone? Se uno è capace di veder il proprio braccio paralizzato muoversi, mi chiedo, c’è forse qualcun altro in grado di ingannarsi sulla qualità delle proprie truppe (un braccio metaforico?) e di buttarle allo sbaraglio in guerre che – oggettivamente – esse non potranno vincere? Chissà.

Visto che le tendenze caratteriali e comportamentali dei dittatori (o di coloro che aspirerebbero a esserlo) sono spesso inevitabilmente assai simili, sarebbe interessante studiare (in un mondo ideale) il fenomeno da un punto di vista neurologico. Si scoprirebbe, forse, che anch’esso deriva da una disfunzione cerebrale, da qualcosa che funziona troppo, o troppo poco, dentro il loro cranio.

L’olocausto, le leggi razziali, i gulag, le guerre con milioni di morti: tutto questo orrore, tutto questo dolore, solo per una manciata di neuroni che scaricano (o no) nel punto sbagliato di un singolo encefalo.

E’ una visione desolante ma, se ci si pensa bene… non è andata proprio così?

Scritto da Gianluca Bartalucci

13 luglio 2010 alle 12:09

Stupidità e pregiudizio

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(rivista fascista)

Se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi della natura,

ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande.

C. Darwin

Non mi stancherò mai di ripetere quanto siano stupide, antipatiche e – soprattutto – scientificamente assurde e vacue, nonché influenzate dalla cultura predominante, le tesi del biotedeterminismo (1), che cerca di trovare esclusivamente nei geni la spiegazione delle differenze sociali che osserviamo nel mondo. Come il caro S. J. Gould aveva previsto nel suo illuminante e serissimo The mismeasure of man (Intelligenza e pregiudizio: qui il mio commento al libro), il virus del “razzismo su basi scientifiche” si sarebbe ripresentato a ondate cicliche: lo scopo del suo accurato lavoro era quello di rappresentare una sorta di “vaccino” (cito Gould) contro ogni futura manifestazione virulenta inoculata nella nostra società dai biodeterministi, o da politici che usano la comoda arma per biodeterminismo per raggiungere con più facilità i propri scopi. In previsione di ritorni di fiamma come questo (il centro-destra tedesco chiede un test d’intelligenza per gli immigrati) Gould ci ha lasciato un libro misurato, attento, anche difficile, che non concede niente alle speculazioni ma che si basa esclusivamente su numeri, analisi statistiche e critiche incontrovertibili ai metodi di misurazione dell’intelligenza. Di fronte all’arrivo di nuove ondate di stupidità, nel mio piccolo mi sento in dovere di riparlarne e di citarlo nuovamente. Solo per ricordare che queste fesserie non hanno più valore scientifico di una superstizione o di un’apparizione mariana.

Visto che ci sono, (ri)faccio una breve lista dei libri che ho letto negli ultimi anni e che mi hanno aiutato a comprendere quanto le diversità tra gruppi siano solo errate costruzioni a posteriori. Conoscere la storia genetica dell’umanità, la diffusione delle idee e il suo inserirsi in un meccanismo evolutivo fa capire quanto sia poco sensato dare così tanta importanza, come fanno diversi ignoranti accecati da idioti slogan politici, alle differenze tra gruppi (etnie, sessi, nazionalità, pigmentazioni cutanee etc). Qua dentro ho parlato a più riprese di questi libri. Alcuni di essi sono:

Stephen J. Gould – Intelligenza e pregiudizio

Stephen J. Gould – Il sorriso del fenicottero (in cui c’è questo)

Luca e Francesco Cavalli Sforza – Chi siamo

Desmond Morris – La scimmia nuda

Jared Diamond – Armi, acciaio e malattie

Richard Dawkins – L’orologiaio cieco

Giuseppe Mantovani – L’elefante invisibile

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(1) Non vorrei che il biodeterminismo invocato dai razzisti venisse confuso col determinismo “a basso livello” di cui ho parlato nei post precedenti, determinismo (tralasciamo per un momento la folle anomalia del comportamento delle particelle elementari) che possiamo tranquillamente trascurare al nostro livello di percezione e che non fa, comunque, alcuna distinzione tra gruppi. Insomma, non c’entra assolutamente nulla, è altra cosa. Anche perché prevede un ruolo decisivo per le interazioni con l’ambiente, cosa che la teoria razzista ama naturalmente trascurare.

Pulizia etnica a tutta banda!

con 2 commenti

In questo blog cerco in tutti i modi di evitar di parlare di politica, anche se spero che la mia posizione “politica” (forse un aggettivo ridondante, ora che ci penso) su varie questioni possa lo stesso emergere da alcuni post. Però ci sono delle cose che mi mandano davvero in bestia e che, letteralmente, mi fanno uscire il post dalle mani.

Cose tipo queste. Sembrerebbe che ad Arezzo i militanti della Lega abbiano distribuito delle bustine di sapone, simili a quelle che si trovano nelle camere d’albergo, suggerendone a voce un possibile utilizzo: quello di potersi lavare le mani dopo aver toccato un immigrato. Ho usato il condizionale perché non ci sono prove (nessuno stava filmando, nessuno stava registrando) e dobbiamo fidarci della testimonianza di alcune persone. Però che un partito implicitamente (anche se non dichiaratamente) razzista si metta a distribuire bustine di sapone invece di portachiavi, fermacarte, braccialetti o penne, lascia in effetti più di una perplessità. Voglio dire: dalla Lega te lo aspetti. In più il fatto rimanda alla nota e demenziale scena di Borghezio (“ho fatto la pulizia etnica!”) che disinfetta il treno in cui erano sedute delle ragazze nere. Associazioni di idee che il partito stesso non fa che rafforzare (“l’Italia agli italiani, fuori gli ebrei e gli africani”, recita un  anonimo poeta dalla faccia sveglia in questo video) col passare degli anni. Con le sue azioni. Con i discorsi retorici, privi di qualsivoglia profondità storica.

Tralasciando il dispiacere che sorge nel constatare che certi mentecatti siano riusciti a insediarsi anche in Toscana, vorrei tanto che un fatto del genere venisse smentito o, almeno, pesantemente censurato dall’alto. Perché – se accertato – confermerebbe che almeno certe frange della Lega non si discostano troppo dai metodi e dalle idee del fu partito nazista. E che l’imbecillità adotta metodi sorprendenti per propagarsi.

Scritto da Gianluca Bartalucci

20 marzo 2010 alle 10:20

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