Archive for the ‘post socialmente impegnatissimo’ Category
Elezioni americane – i candidati repubblicani

Newt Gringrich: “Costruiremo basi permanenti sulla Luna”. Per farci cosa, di grazia? (e lo dice uno che di certo non disdegna l’esplorazione spaziale).
Rick Santorum: “Non credo alla separazione assoluta tra Stato e Chiesa”. Ciccio, siamo nel 2012. Che vai blaterando?
Mitt Romney, miliardario mormone passato alla storia (per ora) per aver – a quanto pare – legato il proprio cane sul tetto dell’auto durante un viaggio verso il Canada. Tutto ciò per distinguersi dall’attuale presidente che – orrore! – di solito lo fa viaggare in limousine.
Ron Paul, va be’, Ron Paul: “I miss the closet. Homosexuals, not to speak of the rest of society, were far better off when social pressure forced them to hide their activities. They could also not be as promiscuous. Is it any wonder the AIDS epidemic started after they ‘came out of the closet,’ and started hyper-promiscuous sodomy?”. Non la traduco per timore di sciuparla – e per pigrizia, naturalmente.
Vista tale prestigiosa collezione di cerebri, prevedo (da distanza siderale e fregandomene il giusto) che – nonostante tutto – non sarà difficile per Obama fare il bis. Da un certo punto di vista, per non avere un diamine di fondamentalista con le mani sul Pulsante (“Tell me when, Lord, tell me when”), me lo auguro. Sarà solo un pregiudizio, eh, ma preferisco evitare. Non si sa mai.
Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze

Jessica Alba
In effetti anche la semplice informazione sui contorni può essere un elemento sufficiente per condurre al riconoscimento degli oggetti. [...] David Hubel così descrive questo sorprendente aspetto della percezione:
“Moltissima gente, me compreso, fa fatica ad accettare l’idea che l’interno di un oggetto… non sia in grado di eccitare i neuroni cerebrali… che la nostra percezione dell’interno di un oggetto come nero o bianco… dipenda solamente dalla sensibilità delle cellule verso la sua sagoma. Il concetto che sta alla base di questa affermazione consiste nel fatto che la percezione dell’interno di un oggetto illuminato in maniera uniforme dipende dall’attivazione di cellule i cui campi recettivi ricevno informazioni dai margini di quell’oggetto, nonché dall’assenza di attivazione delle cellule i cui campo recettivi stanno all’interno dell’oggetto stesso. Infatti, se tali cellule venissero attivate, ciò significherebbe che l’oggetto, in realtà, non è illuminato in maniera uniforme. Perciò, la nostra percezione dell’interno di un oggetto come nero o bianco, grigio o verde non ha nulla a che fare con le cellule i cui campi recettivi stanno all’interno dell’oggetto, anche se questo concetto appare un po’ difficile da mandar giù… Le sole informazioni necessarie sono quelle che ci dicono cosa accade a livello dei margini di un oggetto; il suo interno è soltanto stucchevole.”
da Principi di Neuroscienze, a cura di Eric Kandel (capitolo che si occupa della percezione visiva)
Un po’ se la solo cercata, parte 4949924esima

“Che è successo a Firenze?!”
“Un gran casino. Un uomo ha sparato a due persone, uccidendole, e ne ha ferita una terza.”
“Dio bono. Oh com’è successo?
“Pare sia andato al mercato in piazza Dalmazia e poi a San Lorenzo e abbia ucciso due ambulanti senegalesi.”
“Ah, ok, senegalesi…”
“Sì.”
“Sarà stato un razzista.”
“Eh, pare. Un estremista di destra.”
“Il razzismo è una brutta cosa. Io non sono razzista ma, certo, se loro (gli extracomunitari, ndG) facessero un po’ meno come gli pare qui a casa nostra…”
“(…) E che cazzo c’entra, questo?”
(no, non mi sono inventato nulla)
Un cervello più grande del cosmo?

H. Bosch, (particolare di) Garden of earthly delights
Segnalo (in tutta fretta) l’uscita e la recensione di questo libro e la successiva discussione (tra i commenti), visto che si tratta di un argomento che mi ha appassionato parecchio negli ultimi anni e di cui ho parlato spesso anche qui sopra. La relazione tra cervello, mente e coscienza/anima. Come si intuirà, sono in disaccordo con la tesi del libro e con la maggioranza dei commenti sottostanti. Ma c’è dell’altro: emerge in me, zitto zitto, un vago senso di rassegnazione. Prima o poi doveva succedere. Più “esco dal sistema” e analizzo la differenza tra i due punti di vista (che sono, detta in soldoni, quello monista - siamo sola materia – e quello dualista – secondo il quale siamo fatti sia di carne che di anima) più mi rendo conto, infatti, che le due posizioni sono assolutamente inconciliabili. Perché chi teorizza l’esistenza dell’anima immateriale o non ha quel minimo di conoscenze scientifiche (la forma mentis) per discutere sull’argomento o non sa scremare il suo pensiero da quell’elemento che in speculazioni del genere dovrebbe esser lasciato fuori il più possibile: la speranza. Sperare di non essere sola materia, in questo caso, finisce per portare a conclusioni inevitabilmente contaminate e razionalmente discutibili prese per buone solo perché desiderabili.
Sia in un caso che nell’altro, sia che ci si trovi a parlare con gente che non ha argomenti sia che si interagisca con chi confonde speranza e ricerca della (approssimazione della) verità, è davvero difficile portare avanti una conversazione costruttiva. E ho imparato a lasciar perdere.
Roba come:
[...] se il tutto deve essere ridotto e si risolvesse mai a miliardi di cellule (neuroni) che si connettono tra di loro(sinapsi che possono essere chimiche od elettriche non importa)e sistema che cmq accomunerebbe tutte le specie viventi pur se a diverso grado di complessità.. come mai solo l’uomo ha sviluppato certe capacità o prerogative se preferite coma la musica, l’etica, la filosofia, il diritto e la religione… c’é un qualcosa di ineluttabile che lega l’uomo al suo destino perché l’uomo non smetterà mai di chiedersi da dove viene, il senso del suo passaggio sulla terra, della sua vita e soprattutto perché deve morire.. e fatto che lo contraddistingue dai primati…la ricerca di Dio é intelligenza e sete di sapere ed anche la ricerca dell’ “anello mancante” per quanto fallace é un tentativo. Nessuno é cosi stupido da non capire che tutto é troppo perfetto.
fa sinceramente cadere le braccia. Ci sarebbe troppo, troppo da dire, troppo da replicare. Qui come in real life, forse è davvero meglio lasciar perdere. Supponenza? Sì, mi sa di sì.
La Natura si riprende ciò che è suo?
Ancora?
Sì, ancora. I recenti tragici fatti – le alluvioni in Liguria e Toscana in special modo – hanno spinto, di nuovo, molti soggetti a chiedersi se tutto questo dramma e se tutto questo dolore siano una sorta di punizione che Dio ha deciso di elargirci a causa dei nostri peccati, delle nostre bestemmie, dei nostri pensieri impuri. Tanto per dire, in questi giorni un mio vecchio post sull’argomento ha avuto decine e decine di visite. La gente è impaurita, spaesata, alla ricerca di risposte alt(r)e. Ma in fondo è sempre la trita e ritrita questione: nel mondo c’è il male perché noi siamo cattivi, perché noi ce lo meritiamo?
Come spero d’aver spiegato nel suddetto post, la risposta è – ovviamente – NO. No, no e no.
A tal proposito, puntuale, ecco arrivare Pontifex:
Questi avvenimenti sembrano davvero un castigo e il segno che la misura è colma.
Segnali del genere ci invitano a cambiare passo e rotta, ad avere un diverso approccio con la natura.
[...]
Una curiosità.
Di quale città è il comico Crozza che aveva scherzato con i santi e la Madonna? Di Genova, naturalmente.
Molto semplicemente, idiozia allo stato puro.
11 settembre 2001 – le canzoni

No, niente post retorici. Non troppo. So benissimo che l’orrendo attentato di 10 anni alle Torri Gemelle, rispetto a tanti altri episodi simili avvenuti nel corso della storia (come questo), ha avuto solo la “fortuna” di essere accaduto davanti all’occhio di centinaia di telecamere. E’ ciò che dicono già in tanti ed è quasi superfluo da parte mia ricordarlo, ma le cose stanno davvero così. E McLuhan aveva tremendamente ragione. Per milioni di altri morti – morti con la testa fracassata in guerre negli angoli più bui del pianeta, morti da innocenti in carceri militari, morti danzando su qualche mina antiuomo – non esistono commemorazioni né dvd con filmati multiangle. Né volti straziati dal dolore in tv.
So tutto questo. D’altra parte, come direbbe Vonnegut, così va la vita. E neanche la morte, aggiungo io, fa eccezione. Quando, l’11 settembre 2001, tramite il caro vecchio ICQ (dio se odiavo i suoi patetici suoni), lui mi informò di quel che era successo qualche minuto prima, be’, non potei non rimanerne colpito. E terrorizzato. Naturale, credo. L’attacco alle Torri fu il fatto ansiogeno per eccellenza, se mai ce n’è stato uno.
In questi giorni stavo pensando che quell’evento – e le guerre che ne sono seguite – ha influito sul lavoro di diversi dei musicisti che seguo. Ad un certo punto è sembrato fosse impossibile non parlarne e non schierarsi, non chiedersi perché si fosse arrivati a tanto.
Le prime canzoni che mi vengono in mente:
Serj Tankian – Empty Walls (video potentissimo)
Queensryche – The Great Divide
Tori Amos – I can’t see New York
Bruce Springsteen – The rising
System of a Down – Solder Side
(e naturalmente ce ne sono decine di altre – quando e se me le ricordo, le incollo qui)
Il baco e la formica

Oh, delusions
Are meant to justify, justify the things you do
Oh, delusions
Never really qualified, qualified as an excuse
Dredg, Pariah
L’orrenda strage norvegese compiuta, così dicono i giornali, da un “fondamentalista cristiano” (o quel che è), con i tutti i suoi risvolti, mi fa venire in mente diverse cose. Di alcune di esse son sempre stato fermamente convinto, anche perché mi paiono tutto sommato abbastanza ovvie: per esempio che (almeno) ai comuni cittadini dovrebbe essere limitato il più possibile l’accesso alle armi da fuoco. Mesi fa presi una discussione con un conoscente il quale, di fronte a questa mia convinzione, ribatteva che secondo lui se uno vuole uccidere qualcun altro può farlo anche con un coltello. Quindi, sempre secondo lui, impedire che la gente giri per strada con una pistola o un fucile non risolve nessun tipo di problema. Purtroppo stragi come quella di Utoya – o come altre avvenute in passato soprattutto negli Stati Uniti – dimostrano chiaramente il contrario. La possibilità di uccidere a distanza, propria delle armi da fuoco, è ovviamente decisiva sul numero di morti che un singolo può causare in breve tempo. Leggo proprio adesso che il folle norvegese fosse in possesso di armi regolarmente registrate.
Questa vicenda mi ha fatto inoltre ripensare ad alcune pagine scritte da Dawkins, in special modo quelle in cui racconta la storia di alcuni fondamentalisti cristiani che uccisero un dottore in quanto colpevole di aver effettuato aborti. Dietro a gesti simili – in cui si ammazza per un’idea – c’è sicuramente una buona dose di follia (qualunque cosa voglia la parola voglia dire), ma il fatto che la strage avvenuta in Norvegia fosse stata pianificata con largo anticipo non può non far concludere che sia stata causata anche e soprattutto da motivazioni profonde di matrice ideologica.
Le ideologie sono per i cervelli semplici quanto di più comodo essi possano trovare in circolazione: spiegano tutto, hanno risposte pronte, propongono modelli internamente coerenti e hanno obiettivi dipinti con i più affascinanti e falsi dei colori. Purtroppo le ideologie (comunismo, fascismo, razzismo, marxismo, complottismo e religioni organizzate varie) sono stupide proprio perché forniscono un modello della realtà che non è congruente con quello che è il mondo là fuori al giorno d’oggi. Talvolta tale discrepanza può essere vissuta in maniera dolorosa. Il rendersi conto della distanza tra l’ideologia e la vera realtà – due concetti che non finiranno mai per coincidere – può nelle menti più deboli suscitare infatti una frustrazione tale da spingere ai gesti più estremi e pericolosi. Le folli azioni nascono nel momento in cui il soggetto si rende conto che per la realizzazione dell’utopia (si noti l’ossimoro), il Dio onnipotente, tutto è tranquillamente sacrificabile. Compresi gli altri individui. Compreso te stesso.
La vita – l’unica cosa di cui si è davvero certi – non conta nulla. C’è un qualche paradiso da conquistare. O degli altissimi ideali da perseguire. Costi quel che costi.
(e qui non posso non ricordare The pariah, the parrot, the delusion dei Dredg: to sacrifice oneself never made sense to me/ Cause life is really the only and last gift we’ve all received/ Some will waste it in the name of something you can’t see/ Continually defeat the purpose of that something creating).
Altra cosa a cui questo fatto di cronaca mi ha fatto pensare, quest’esemplare lezione di Dennett:
(se ne parla anche in questo articolo)
Christ, what have you done?
Una delle canzoni più efficaci ed emozionanti dei Rush è The Pass, dal sottovalutato Presto. Un brano di fronte al quale la band stessa – com’è noto, un trio di musicisti eccellenti – sembra quasi farsi da parte, per destinare il palcoscenico ad una melodia solenne e a un tema, quello del suicidio adolescenziale, già di per sé assai ingombrante.
Questo brano apparentemente semplice è invece pieno di suggestioni, di visioni, di idee. A volte mi sono trovato ad ascoltarlo per 3 o 4 volte di fila, lasciando che le varie immagini si alternassero nella mente. L’argomento, come detto, è quello del suicidio giovanile: nel testo Neil Peart cerca di demistificare (e depotenziare) il fenomeno, prendendo per le corna l’idea tipicamente rock secondo cui “è meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente”. Si tratta di un testo per certi versi assai controcorrente e, paradossalmente, parecchio coraggioso.
The Pass è una canzone che rimane. Di quelle che fanno la differenza. Quando Geddy Lee la annuncia in Rush in Rio – di fronte a decine di migliaia di brasiliani in delirio – rivela che si tratta di una delle loro preferite in assoluto. Stessa cosa peraltro scritta a più riprese nei libri di Neil, che dice: “It still brings a tear to my eye to play that song, I think that’s one of our better crafted ones lyrically and musically“.
Ne potrei dire tante, su questo pezzo. E certamente ne dimenticherei altrettante.
Diciamo che l’incipit
Proud swagger out of the schoolyard
Waiting for the world’s applause
Rebel without a conscience
Martyr without a cause
mi rimanda ai tempi del liceo, e a come fosse (talvolta) cool per taluni isolarsi dagli altri, fuori dalla scuola, aspettando l’applauso del mondo. Sentendo queste parole, io rivedo le scene.
La strofa successiva
Static on your frequency
Electrical storm in your veins
Raging at unreachable glory
Straining at invisible chains
descrive in maniera impareggiabile, in poche parole, l’inquietudine tipicamente adolescenziale.
And now you’re trembling on a rocky ledge
Staring down into a heartless sea
Can’t face life on a razor’s edge
Nothing’s what you thought it would be
Su you’re trembling on a rocky ledge l’immagine che mi salta in testa viene da un vecchio numero di Dylan Dog (letto, guarda caso, da adolescente). L’albo in questione si chiama Il lungo addio. Una vignetta mostra un giovane Dylan Dog in cima a una scogliera, indeciso se buttarsi o meno nel mare sottostante (into the heartless sea). Questi versi sono per me indissolubilmente legati a quel disegno. Scritti per quel disegno.
Poi, dopo il ritornello (wikipedia dice: “the lyric “All of us get lost in the darkness/Dreamers learn to steer by the stars/All of us do time in the gutter/Dreamers turn to look at the cars” references a line from Oscar Wilde‘s play Lady Windermere’s Fan“), abbiamo:
Someone set a bad example
Made surrender seem all right
The act of a noble warrior
Who lost the will to fight
e
No hero in your tragedy
No daring in your escape
No salutes for your surrender
Nothing noble in your fate
Christ, what have you done?
che sono, credo, sufficientemente eloquenti. Il pensiero di Peart riguardo alla mitizzazione del suicidio (il quale ha o potrebbe avere secondo lui lontane radici socio-culturali) è qui più chiaro che mai. Tra i commenti al testo che ho trovato su Songmeaning mi sento di condividere questa parte:
Christ is, after all, probably history’s most famous martyr. In the lines leading up to that final line, the writer is advising anyone contemplating suicide (or martyrdom) that there is nothing glorious in killing yourself. Finally, in that last line, the writer exhorts Christ himself, for it is his martyrdom that makes suicide an appealing option for some people–i.e., “what have you done, Jesus, when by your example you make people think martydom is OK?” An interesting question and I think it’s consistent with Neil’s own personal conflict or disagreement with religion.
Ma non tutto è così semplice. Leggendo Ghost Rider, ci si accorge infatti che l’approccio di Neil verso l’atto suicida potrebbe essere nel tempo mutato. Come è noto, questo libro è stato scritto in occasione del viaggio che Peart ha compiuto, da solo in moto, tra Canada, Stati Uniti e Messico, nel momento in cui ha perduto a distanza di pochi mesi l’unica figlia (incidente d’auto) e la moglie (cancro). La duplice tragedia arriva diversi anni dopo la scrittura di The Pass. Nel volume, una specie di diario di viaggio farcito di riflessioni esistenziali, il batterista e paroliere dei Rush racconta che a un centro punto, all’interno di un bar, realizza che stanno passando una canzone dei Nirvana. E’ una delle pagine più intense del libro. In quel momento il pensiero dello scrittore corre subito a Cobain e al suo suicidio, avvenuto qualche anno prima. Contrariamente a quello di The Pass, il Peart di Ghost Rider non ha voglia di svelare il suo punto di vista morale. Non vuole giudicare. Prende solo atto del paradosso di chi si toglie la vita e lascia al mondo una bambina e una moglie e di chi, invece, è costretto a vivere la situazione opposta. Pur non sapendo se e come ricominciare. Pur se l’indecente pensiero di farla finita, insomma, ogni tanto fa inaspettatamente capolino. E chi l’avrebbe mai detto.
The Pass è un capolavoro per tutti i motivi suesposti, per le visioni che sa veicolare. E per altre ragioni, più legate all’arrangiamento e alla melodia. Per il solo semplice e azzeccatissimo di Lifeson. Tre note e ti spacca in quattro. O per la batteria che si schianta sulla parola slam (the door). O per il modo struggente in cui Lee dice All of us get lost in the darkness.
Tra i commenti al video su YouTube ho trovato questo: “It’s kinda cool that this song might have saved a life somewhere“. Be’, sì, ha ragionissima. E’ davvero straordinario pensarlo.
Lo strano caso di Edgardo Mortara

Come tutti sanno il vecchio papa, Giovanni Paolo II, sta per diventare “beato” in questi giorni. Facebook ha già censurato (almeno) un paio di pagine in cui si sottolineava, con tono provocatorio, come quel papa che in tanti considerano moralmente ineccepibile avesse in realtà diversi scheletroni nell’armadio. Poco male. In questa pagina (una tra le tante) si ricordano alcuni dei momenti controversi dell’esistenza del precedente pontefice.
Personalmente la suddetta pagina mi ha fatto venire a mente una storia legata a Pio IX – beatificato da Wojtyla stesso -, storia che avevo letto su God Delusion di Dawkins e che mi aveva particolarmente colpito. Mi riferisco alla vicenda del piccolo Edgardo Mortara, riassunta qui su Wikipedia (ho cercato anche articoli critici, ma arrivano tutti da fonti estremamente di parte e non portano argomenti davvero convincenti: dire, per esempio, che Edgardo sarebbe da adulto diventato un fervente cattolico non solleva il papa dalle sue responsabilità). Cito:
Edgardo Mortara. (Bologna, 27 agosto 1851 – Liegi, 11 marzo 1940) fu un presbitero italiano, nato da famiglia ebraica dello Stato Pontificio. Battezzato all’insaputa dei suoi genitori dalla domestica cattolica, a seguito di ciò nel 1858, all’età di 6 anni, fu tolto alla sua famiglia per ordine di papa Pio IX per essere educato al cattolicesimo. Il cosiddetto “caso Mortara” divenne il centro di uno scandalo internazionale che funse da catalizzatore per mutamenti politici di vasta portata. Le ripercussioni di questo evento permangono ancora oggi all’interno della Chiesa cattolica e nelle sue relazioni con le organizzazioni ebraiche.
La sera del 23 giugno1858 la polizia dello Stato Pontificio, che a quei tempi comprendeva ancora Bologna, si presentò alla porta della famiglia ebrea di Marianna e Momolo Mortara per prendere uno dei loro otto figli, Edgardo (che all’epoca aveva sei anni) e trasportarlo a Roma dove sarebbe stato allevato dalla Chiesa.
La polizia agiva su ordini del Sant’Uffizio, autorizzati da papa Pio IX. I rappresentanti della Chiesa dissero che una cameriera cattolica della famiglia Mortara, la quattordicenne Anna Morisi, aveva battezzato il piccolo Edgardodurante una malattia ritenendo che se fosse morto sarebbe finito nel limbo. Il battesimo di Edgardo lo rendeva cristiano e secondo le leggi dello Stato pontificio una famiglia ebrea non poteva allevare un cristiano sebbene fosse loro figlio. Nella relazione che poi lo stesso Edgardo scrisse per la causa di beatificazione di papa Pio IX annotò che le leggi dello Stato Pontificio non permettevano ai cristiani di lavorare per gli ebrei né agli ebrei di lavorare in casa di cristiani. Questa legge era però largamente disattesa.
Edgardo fu portato a Roma in una “casa” di ex ebrei convertiti al Cattolicesimo, che era stata costruita con tasse imposte agli ebrei. Ai suoi genitori non fu permesso di vederlo per diverse settimane e, quando in seguito fu loro concesso, non poterono farlo da soli. Pio IX prese interesse personale alla storia e tutti gli appelli alla Chiesa vennero respinti.
Una storia piuttosto squallida, insomma, che non tutti conoscono. Una storia che si può riassumere in una sola frase: un bambino è stato tolto ai legittimi genitori in quanto bagnato con dell’acqua ritenuta magica in grado di cambiargli, di punto in bianco, il destino. Si tratta per caso di una vicenda del paleolitico? No, è un caso di soli 150 anni fa.
Il rapitore di quel bambino è stata chiamato “beato” (per quel poco che significa) da chi sarà “beato” (di nuovo, per quel pochissimo che significa concretamente) in questi giorni.
Ma non importa. A chi importa?
Bazzecole. Il papa è beato!
Tutti in piazza a festeggiare.
Omeopatia in farmacia

L’altro giorno la mia mamma è andata in farmacia a comprare un farmaco per il cane. Udita la richiesta, la farmacista ha pensato bene di consigliarle un farmaco alternativo, che “funziona allo stesso modo, ma non provoca nessun tipo di allergie”. Un farmaco omeopatico. Un farmaco omeopatico che costa diverse decine di euro.
Vorrei tanto vivere in un mondo in cui la farmacista in questione possa essere accusata di truffa. Vorrei tanto. Nel mio piccolo tutto ciò che ho potuto fare è stato spiegare a mia madre perché l’omeopatia NON FUNZIONA: il farmaco non provoca allergie proprio perché NON FA NIENTE. Ha buttato via i soldi. Le ho detto tutto ciò sperando che non si faccia fregare una seconda volta.
Ma quanti ancora si faranno imbacuccare, là fuori?
C’è qualcosa che non va. Dal momento che nessuno può sapere tutto di tutto, per funzionare al meglio la società si affida ad un principio semplice semplice: per quanto riguarda ciò che ignoro, in generale mi devo fidare di chi ne sa più di me. I tecnici, appunto. Per un trapianto di cuore vado da un chirurgo. Se il mio pc non funziona vado da un esperto di computer. Se ho bisogno di un farmaco, vado dal farmacista. E non da Wanna Marchi.
Se un tecnico mi dà un consiglio inutile (se non dannoso), ripeto, c’è qualcosa che non va.
Ammesso che non sia, naturalmente, semplice e onnipresente malafede.


