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Smetti di leggere, ORA: acquista il nostro scintillante ebook reader

Cybook Odyssey
Mi secca molto ammetterlo.
Non amo fare il nostalgico. Né mi piace assumere posizioni conservatrici.
Ma tant’è. Da quando ho comprato l’ebook reader, da quando mi sono costretto a leggere solo libri digitali, la mia voglia di leggere s’è pian piano dileguata. Ecco, l’ho detto.
Quando presi l’ebook reader (un Cybook Odyssey, tutto sommato un buon prodotto al netto di qualche bug poi corretto dalla Bookeen), nel periodo natalizio, sperimentai immediatamente una certa indefinibile scomodità di lettura, sentii all’istante che qualcosa non andava. Eppure mi imposi di usarlo e di abbandonare il cartaceo. Mi ci abituerò, mi dissi. Col tempo, il mezzo scomparirà. Col tempo resterà solo ciò che conta: i contenuti. I contenuti. I concetti. L’intreccio. I personaggi. La storia. Le idee dello scrittore.
Invece no.
A tre mesi dall’acquisto, posso dire che l’esperimento è fallito. Con mio gran dispiacere.
Non voglio tirar fuori la retorica bibliofilonoiosa da Odore delle Pagine, e bla bla bla. So bene, benissimo, che un libro è le informazioni che veicola, e non il substrato fisico sul quale esse sono fissate. Il mio è un pregiudizio, niente più di questo. Mi rendo solo conto di non riuscire a sradicarlo.
E’ presto detto. Un bel libro, come può essere il Suttree di Cormac McCarthy che sto attualmente leggendo, mi risulta meno autorevole, meno efficace e meno vincolante quando mi trovo ad affrontarlo in digitale. Lo percepisco come di minor valore, non so se mi spiego, rispetto a ciò che farei con la sua versione cartacea. E’ più volatile, immensamente più usa-e-getta. E mi fa fatica riprenderne ogni volta la lettura. Morale della favola, lo sto stancamente portando avanti da più di venti giorni. E ne avrò per altri venti, andando avanti di questo passo.
Non è neanche una questione di belle edizioni, lo chiarisco. Me ne sono sempre fregato di acquistare la versione rilegata in oro da esibire nella biblioteca personale quando per un terzo del prezzo avrei potuto avere l’edizione tascabile. Non mi è mai interessato il Bel Volume.
E’ proprio un problema di carta versus digitale. E’ proprio un fastidioso, ostinato, pregiudizio.
Dal momento che il digitale prenderà ovviamente e credo giustamente piede, non nego che il tutto mi crei un certo disagio. Passerà, spero. Passerà: ma la tentazione di tornare a comprare libri… veri, lo confesso, è fortissima.
Sogni di bombe
Un’amica su Facebook racconta di aver fatto un sogno in cui una situazione di pacifica serenità viene interrotta da un improvviso bombardamento aereo. I bombardamenti – per quanto io ricordi – avvengono spesso anche nei miei, di sogni (da lì nascono cose astruse come questa). Non avendo in questo momento di meglio da fare, mi chiedo perché. Giocando al Piccolo Freud, potrei ipotizzare che sia tutta “colpa” dei nonni che, inconsapevolmente, ci hanno bombardato con i loro drammatici racconti bellici nel periodo della nostra infanzia. Chissà se è un’ipotesi plausibile o se è una idiozia come un’altra. Bah. Resta il fatto che video come questi, secondo me, scavano parecchio nell’inconscio. E, inevitabilmente, catturano.
Il moralismo e l’arte di buttarla in caciara

Mettiamo che domani succeda questo. Mettiamo che domani una persona venga colta in flagrante mentre sta cercando di aprire la cassaforte di un’abitazione che non è la sua.
Mettiamo che questo presunto ladro abbia la pella scura, sia africano. E mettiamo che sia una persona importante e che abbia un sacco di amici, anche assai influenti sull’opinione pubblica.
Non si può rubare. La legge lo sconsiglia fortemente. E dice anche che se ti beccano a sgraffignare dovrai sostenere un processo in cui sarai imputato.
Poche storie, allora. L’uomo beccato con le mani sulla cassaforte dovrà essere processato. Come chiunque altro al suo posto.
Discorso chiuso.
O no.
Colpo di scena. I suoi amici - tutta quella gente potente che ha accesso a diverse vie di comunicazione – insorgono. Insorgono come se piovesse(ro). Si moltiplicano e occupano ogni frequenza.
Non vogliono che il loro caro amico vada sotto processo.
“E’ una vergogna!”, urlano. Una VERGOGNA. Vanno in televisione, ovunque, a sottolinearlo. Hanno indignate facce di plastica. “E’ una grandissima vergogna”, ripetono, “lo attaccano solo perché è nero. Ce l’hanno con lui solo perché è di colore. Non c’è altra spiegazione. E’ vergognoso. Non ne possiamo più di questo razzismo! Non ne possiamo più di tutti questi razzisti!”. Razzismo di qua, razzismo di là, razzismo di giù, razzismo di su.
Ben presto lo sbraitare raggiunge effetti previsti. Passa poco tempo e, di fronte alle accuse di razzismo lanciate tramite schermi tv, radio e manifestazioni varie, l’opinione pubblica, bombardata a destra e a manca, finisce per dividersi. Inevitabilmente.
Il dibattito appassiona. E viene replicato, ad nauseam, ovunque. Sulle strade come in un ogni dannato talk show. Da una parte c’è chi grida al razzismo, dall’altra c’è (anche) chi vorrebbe semplicemente dire “l’hanno beccato a rubare, che si faccia processare”, ma è costretto a iniziare ogni sua argomentazione con una scusa non richiesta che di solito assomiglia a “premetto che non sono razzista”. Una tentativo di difesa stranamente percepito come necessario.
Il dibattito accende gli animi. Tutto si focalizza sulla questione razzismo, su cosa significhi essere razzisti, su chi sia più razzista di chi. Si distribuiscono patenti di razzista e antirazzista con estrema superficialità. Un conveniente caos.
Nel casino generale che si è venuto a creare, una cosuccia tende a passare in secondo piano:
IL (presunto) tentativo di FURTO. Tutti si son dimenticati di lui.
Eppure.
Che il presunto ladro fosse bianco, fosse nero, fosse alto, basso, magro, grasso, brutto, bello… tutti questi son elementi secondari che non dovrebbero incidere. Sono il contorno, non il piatto forte. Il piatto forte è, appunto, il presunto tentativo di furto.
Eppure.
Eppure fa così comodo tirarli in ballo, questi elementi teoricamente ininfluenti, soprattutto da parte di chi deve prendere le difese del presunto ladro. Fa comodo citarli in special modo quando si ha in testa un determinato scopo da perseguire: buttarla in caciara il più possibile. Deviare rispetto a ciò che veramente conta, la fatidica real thing. Distrarre. Disorientare.
E’ presto detto. Chi ha i mezzi (mediatici) per diffondere idee e discussioni sul contorno, porterà l’opinione pubblica a occuparsi di questo, e non di altro. E’ una conseguenza della nota teoria dell’agenda setting.
Allora sarà un gioco da ragazzi, per gli amici del presunto ladro, raggiungere i propri scopi. Hanno in mano gli strumenti adeguati. Sanno come usarli. E li usano.
Chi vorrà entrare nella discussione dovrà affrontare il tema che loro propongono. Nei toni che loro stabiliscono. Non potrà evitarlo. Non del tutto. Il loro intenso lavoro finirà per portare la gente a discutere su una questione [è giusto discriminare i neri?] e non su un’altra [è giusto processare chi si intrufola negli altri appartamenti?].
Proprio ciò che volevano. Alé.
E’ una strategia che funziona. Io stesso volevo iniziare il post con un chiarificatore e attenuante “premesso che io non sono razzista”. E’ una strategia che funziona alla grande. Io stesso, a ben vedere, ho scritto proprio questo post per parlare di razzismo.
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That’s the way it goes. Fuor di metafora e dritti dentro il contemporaneo, osservare gente come Maurizio “E’ ricattabile: si dimetta!” Gasparri, Giuliano “Consiglio la castità” Ferrara, Daniela “Castriamo i pedofili” Santanché o cortigiani come Sgarbi, Signorini, Fede, Belpietro, Sallusti, Iva Zanicchi, etc etc, che si agitano a più non posso accusando di moralismo (proprio loro!) a destra e sinistra dovrebbe far ridere. Dovrebbe far sghignazzare. Dovrebbe far pensare che si tratta solo di una mossa opportunistica, dal momento che in passato proprio loro hanno più volte espresso opinioni del tutto contrarie a ciò che sostengono in questo momento (si pensi al caso Marrazzo). Ma non è così. Per tanti motivi, non è così. La gente non ride.
Tutt’altro. Il lavoro di stakanovisti della poltrona televisiva svolto dai cortigiani non ha, invece, tardato a mostrare i primi risultati positivi.
Adesso l’Italia, tutta, sta discutendo cosa sia morale e cosa non lo sia, chi sia moralista e chi no. Moralismo di qua, moralismo di là, moralismo di su, moralismo di giù. Il problema nazionale, ora come ora, è il moralismo.
Hanno ancora vinto loro.
(sullo sfondo, soli e sconsolati, un paio di presunti reati)
Ogni giorno un po’ di Toscana muore (cit.)

Prima scena. Ieri pomeriggio. Mi trovo a Firenze in libreria. Al Melbookstore. Compro a prezzo stracciato Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che va sul comodino ad attendere tempi migliori, e faccio un giro tra gli scaffali. Mi accorgo, mentre cammino, che la libreria ha organizzato al suo interno la presentazione di un libro di poesie. L’evento non ha ancora avuto inizio, ed è tutto un mormorare aulico. Sono accanto ad alcuni invitati-spettatori. Una signora sui 65, inconfondibile accento fiorentino, sta parlando con un amico, probabilmente residente fuori regione. “La Toscana sta morendo. Tutte quelle vecchie tradizioni, tutte le usanze”, si lamenta la donna con l’uomo, “stanno scomparendo. La stupidità moderna sta prendendo il sopravvento”. E così via, e così via. Inutile continuare. Il tono s’è intuito.
Seconda scena. Dopo la libreria vado in via del Proconsolo, dove c’è una conferenza intitolata Intelligenza e stupidità. Arrivo troppo tardi. Ho modo di poter ascoltare solo le ultime battute e le domande del pubblico. Mi fa una bella impressione il filosofo Maurizio Ferraris: spigliato, pragmatico e ironico, sembra potersi piazzare assai lontano da ogni banalità. Tra le domande che gli vengono rivolte ce n’è una in particolare che mi fa pensare alla scena sopra descritta. Un signore prende il microfono e chiede, più o meno, se è giusto pensare che quella di oggi sia la società più stupida in assoluto. Se non chiede proprio questo, è evidente che voglia arrivare proprio lì. A rimpiangere tempi migliori. Ferraris, invece di cavalcare l’onda diffusa del lamento – cosa che gli avrebbe consentito di ricevere il più caloroso degli applausi -, si rimbocca le maniche e spiega come la pensa. Portando come esempio diversi tipi di passate società finite male a causa di comportamenti che (sbrigativamente) possiamo definire stupidi, conclude che l’idea che questa sia la fase meno intelligente di tutta la storia umana è, molto semplicemente, solo una forte illusione cognitiva. Nient’altro che questo.
Non potrei essere più d’accordo. Eppure è questo un preconcetto difficile da estirpare. Che si diffonde a più livelli. Che ci spinge a credere che i giovani d’oggi in generale siano peggiori di quelli di ieri. Che le condizioni di vita medie fossero migliori in passato piuttosto che nel presente. Che noi sì che sapevamo come divertirci, e i nostri giocattoli erano migliori, mica come oggi. Che i bambini prima erano più educati. Che la Toscana una volta era meglio. Che le occupazioni a scuola una volta erano fatte per motivi validi, mica come oggi. Che, che, che. Son tutti discorsi, questi, che tendono a deprimermi enormemente. Ancora di più di una sconfitta della Juventus, per dire.
Pattern seeking, ovvero perché quella chiazza di sugo sulla tovaglia non è il volto della Vergine Maria
Due cose divertenti sul pattern seeking (una nota fallacia cognitiva), incontrate in questi giorni:
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Nei mondi incantati si agitano le volitive mascelle
In questi giorni ho letto una breve biografia su Mussolini, scritta da Paolo Alatri. Di solito son molto più attratto dalla storia di 15.000, 100.000 o di un miliardo di anni fa (penso che le risposte più importanti si trovino là, all’origine di tutto) ma ogni tanto mi piace farmi una panoramica sugli avvenimenti più recenti. Solo per sentirmi meno ignorante. Non ho studiato il periodo fascista a scuola (il programma di storia della quinta liceo ci arriva di rado), ma ho avuto modo di farlo un po’ all’università, leggendo Hobsbawm, e qualche anno più tardi col puntuale Umberto Eco della Misteriosa fiamma della regina Loana. Poi ci son stati i documentari e tutti i vari accenni al ventennio fatti da molta e variegata letteratura. Eccetera, naturalmente, eccetera.
Su Mussolini si sanno e si son dette tante cose che è inutile star qui a ripetere. Quel che mi affascina maggiormente è, invece, il processo secondo cui una figura così controversa abbia finito per esercitare un fascino morboso su ragazzi e ragazzini nati anche cinquant’anni dopo la sua morte. E’ un ragionamento che si potrebbe fare, per esempio, anche con personaggi come Che Guevara. Perché queste lontane personalità influenzano ancora le menti?
Una possibile spiegazione è che il passato viene sempre mitizzato. Sia che si parli di passato personale, col cervello che lo rende gradevole per evitarci di dover a che fare continuamente con conflitti o dolori, sia che si parli di passato storico, eternamente paragonato a un presente che è (sempre) percepito come instabile, caotico e privo di quel senso che i nostri antenati avevano saputo dargli, quel che è avvenuto prima appare sempre migliore e meno ansiogeno di quel che sta succedendo adesso. E’ semplicemente umano. Ma è anche parecchio sbagliato: ora che cominciamo a capire come funzionano i nostri processi cognitivi dovremmo riuscire a realizzare come si formano le nostre illusorie nostalgie. E a prenderne le distanze.
Questo ragionamento riguarda anche Mussolini. E’ parecchio buffo che, oggi, la figura di un disertore e di un (giovane) antimilitarista sia presa da alcuni come esempio (boh) di coraggio o di vis pugnandi. Trovo altrettanto comico che chi accusava la fantomatica “razza italiana” di codardia sia oggi preso come il simbolo del “vero spirito italiano” o come insuperabile rappresentazione di orgoglio nazionale. E’ anche divertente notare che chi – per il proprio “onore” personale – mandava ragazzi incontro a morte certa in inutili guerre in Africa o in Grecia rappresenti per molti il non plus ultra del patriottismo. E’ spassoso accorgersi che un carattere all’inizio così anti-clericale sia oggi l’eroe di chi difende le cosiddette radici cristiane dell’Italia. E si potrebbe andare avanti ancora un bel po’, rafforzando l’idea che un’accurata selezione di elementi sparsi abbia messo assieme una figura irreale, costruita ad hoc da tutti quel processi crea-nostalgia di cui si parlava sopra. Il Mussolini che vive nella testa del ragazzino quindicenne che ha imbrattato lo zaino di scritte inneggianti al duce è un Mussolini che non è mai esistito davvero. Tale idealizzata figura, infatti, non comprende un sacco di informazioni che sarebbero percepite come distoniche ma che appartenevano senza alcun dubbio al personaggio storico. Che era, tra le altre cose, un incredibile e vile perdente.
Il libro di Alatri risale al 1995 e quindi è stato scritto senza poter immaginare ciò che si sarebbe detto di Berlusconi negli anni seguenti: che ci trovavamo, cioé, di fronte ad un Mussolini II o che ci stavamo avviando verso un nuovo regime. Le similitudini che ho trovato tra i due non possono dunque essere forzate dallo scrittore. Ma non sono così scandalose: credo che anche qui siamo portati a cercare analogie e a selezionare solo elementi utili alla nostra teoria a discapito di altri.
D’altra parte ho sempre ritenuto anche che, per giungere a desiderare così tanto potere, si debba essere dotati dello stesso carattere, delle stesse convinzioni, delle stesse fobie, delle stesse frustrazioni. Mussolini, Hitler, Stalin, Franco, Castro: dietro a ego così sproporzionati non può non esserci una tendenza all’autoinganno più forte che in soggetti comuni. Probabilmente anche Berlusconi ha, in potenza, tutte queste predisposizioni. Come Mussolini, per esempio, ama circondarsi di persone che non lo contraddicono e che, anzi, ne esaltano vizi e virtù. Come Mussolini, Berlusconi non sa ammettere – forse neanche a se stesso – di aver sbagliato. Come Mussolini, utilizza il Paese come strumento per consolidare il proprio prestigio personale e tenta di nascondere debolezze e incapacità dietro dichiarazioni a effetto, semplici e populiste. Come Mussolini, ha una certa allergia per la libertà di stampa e di pensiero. A differenza di Mussolini, però, Berlusconi si trova in altro tempo e in altre circostanze e ciò conta. E’ decisivo. Perché credo che la Costituzione e l’opinione pubblica odierna, interna ed estera, con cui il fenomeno Berlusconi deve convivere finiranno (si spera) per limitarne ogni eventuale tendenza totalitaria.
Tornando agli ultimi post che ho scritto e agli ultimi libri che ho letto, mi viene da chiedermi per quale motivo un soggetto debba finire per infilarsi in un feedback positivo e esplosivo come una dittatura. Chi glielo fa fare? Per quale motivo desiderare di avere così tanto potere, e ancora di più, e ancora di più? E’ normale? E’ sano? Gli ingenui potrebbe rispondere che con tanto potere in mano si può cercare di decidere in maniera più sbrigativa per il bene del proprio popolo, ma proprio Mussolini e Berlusconi dimostrano che questo non è il vero motivo. Il potere piace in sé. Non è un mezzo, è un fine. E’ un meccanismo autorinforzante.
Lo racconta alla grande Chaplin in una famosa scena del capolavoro Il grande dittatore:
Continuando con le domande: cosa direbbe il neurologo Ramachandran a tal proposito? C’è una qualche sindrome che spiega perché alcuni soggetti, in preda ad allucinazioni autoingannanti sulle proprie capacità, arrivano a desiderare così tanto potere e ad attribuire – senza esitazioni – i meriti delle vittorie a se stessi e le colpe delle sconfitte a tutti gli altri? Perché alcune persone sviluppano un ego così ipertrofico e così cieco di fronte alle evidenze contrarie che la realtà di continuo propone? Se uno è capace di veder il proprio braccio paralizzato muoversi, mi chiedo, c’è forse qualcun altro in grado di ingannarsi sulla qualità delle proprie truppe (un braccio metaforico?) e di buttarle allo sbaraglio in guerre che – oggettivamente – esse non potranno vincere? Chissà.
Visto che le tendenze caratteriali e comportamentali dei dittatori (o di coloro che aspirerebbero a esserlo) sono spesso inevitabilmente assai simili, sarebbe interessante studiare (in un mondo ideale) il fenomeno da un punto di vista neurologico. Si scoprirebbe, forse, che anch’esso deriva da una disfunzione cerebrale, da qualcosa che funziona troppo, o troppo poco, dentro il loro cranio.
L’olocausto, le leggi razziali, i gulag, le guerre con milioni di morti: tutto questo orrore, tutto questo dolore, solo per una manciata di neuroni che scaricano (o no) nel punto sbagliato di un singolo encefalo.
E’ una visione desolante ma, se ci si pensa bene… non è andata proprio così?
Sul leggere in lingua originale

La mia conoscenza della lingua inglese è abbastanza buona. Non la parlo costantemente (anzi) e ciò può far sì che abbia problemi a ingranare quando mi trovo a sostenere una conversazione (orale). L’esperienza, però, mi dice che in pochi giorni di “immersione” nell’oceano anglofono riesco – più o meno – a rimuovere ogni ruggine e a rendere – di nuovo – il mio eloquio abbastanza fluente (1). E’ come se il cervello necessitasse di un po’ di tempo per lo switch definitivo: superata questa fase, le prime risposte adattive disponibili, automatiche, sono quelle nella nuova lingua. Davanti al bancone del pub ti scapperà un a beer, please senza che ci pensi troppo su. Se urti una persona per strada dalla bocca uscirà all’istante un sorry (2). E così via: tornare a casa (in Italia) comporterà una commutazione al rovescio (per esempio, dopo aver vissuto mesi in Polonia tendevo a dire “grazie” in Polacco- dziękuję - anche in Italia).
Il mio Inglese è sufficientemente buono, dicevo. Ho ascoltato musica proveniente dal mondo anglosassone per venti anni, ho studiato Inglese a scuola e ho usato l’Inglese per lavoro in più di una occasione. In generale direi che ho soprattutto un vocabolario piuttosto vasto.
Eppure son sempre stato restio a leggere libri in lingua originale, in Inglese. Un po’ per pigrizia, un po’ perché avevo l’impressione e il timore, non conoscendo la lingua alla perfezione, di “perdermi qualcosa”. Ci ho riflettuto in questi giorni, giorni in cui sto leggendo – appunto – un libro in lingua originale (Inglese). Forse le mie son sempre state preoccupazioni esagerate.
Tre o quattro considerazioni renderanno (si spera) chiaro ciò che penso in merito:
- quando leggo in Italiano sono solito affrontare le lunghe descrizioni offerte dai narratori con il livello d’attenzione sorprendentemente basso. Della descrizione, che so, di una città, tendo a formarmi un modello mentale assai semplificato (3), pescando elementi salienti qua e là ma, molto spesso, sorvolando sui dettagli o affrontandoli con apparente disattenzione. In realtà non trascuro la descrizione in sé, semplicemente tendo a donarle meno attenzione. Esaspero l’astrazione. Nei passaggi descrittivi dei libri in Inglese, i passaggi che di solito mi creano maggiori difficoltà perché sono soliti introdurre termini nuovi con maggior frequenza, tendo a compensare le saltuarie e inevitabili lacune di vocabolario con un livello d’attenzione più alto (capire, capire, capire!), che mi permette di crearmi lo stesso un’impressione piuttosto vivida dell’entità descritta (atmosfera, umore dei protagonisti, colori, odori, livello di dettaglio della descrizione etc).
- leggere un testo tradotto dall’Inglese all’Italiano ti fa comunque perdere qualcosa. Non si scappa. Per quanto possa esser bravo il traduttore (e ce ne sono di bravissimi) non avrai mai in mano il pensiero puro dell’autore. Puoi solo decidere in che modo perderti qualcosa. O puoi decidere di migliorare il tuo Inglese: per esempio, leggendo in Inglese.
- dopo alcune pagine di lettura del testo in Inglese si completa lo switch di cui parlavo sopra. Il cervello si “posiziona” sul “nuovo sistema” e fila dritto: si dimentica della novità, si dimentica che sta leggendo in Inglese. Le pagine scorrono, una dopo l’altra, con naturalezza. Leggi con sicurezza, riempiendo in automatico gli spazi vuoti. Poi ti volti indietro e realizzi che stai, semplicemente… leggendo. Pazzesco! Chi l’avrebbe mai detto?
- una delle cose più curiose riguardo ai nuovi e misteriosi vocaboli che si incontrano è la nostra tendenza a riempirli progressivamente di senso, a infilarli in categorie sempre più precise mano a mano che si prosegue con la lettura. Ci vengono incontro il completamento cognitivo e la nostra abilità nel cercare coerenza nel mondo. Si immagini di leggere il vocabolo sconosciuto X infilato nel contesto A. X, che poteva essere qualsiasi cosa, adesso viene in parte definito e limitato da A (può X essere un ornitorinco se è chiarissimo che in questo dialogo Conan sta dichiarando il suo amore a Lana?). Poi ritroviamo X in B, e la nostra “caccia al tesoro semantico” diviene ancora più ristretta. Infine vediamo che X viene usato nel contesto C e quindi, quasi sicuramente, si tratta di vocabolo ben preciso che siamo infine riusciti a decodificare. Maria mangia una X (torta? pera? caramella? mela?…). Luca adora la torta di Xs (torta di torte? torta di pere? torta di caramelle? torta di mele?). La grande X (la grande torta? la grande pera? la grande caramella? la grande… mela?). Si tratta di una specie di stimolante gioco che la lettura di un testo in lingua originale può donarti come surplus. E le soluzioni a tutti questi piccoli enigmi hanno una straordinaria capacità di fissarsi in memoria.
Insomma, il consiglio è uno solo: se il vostro Inglese è “solo” buono (come il mio), non abbiate paura. Affrontate Hemingway e Hornby direttamente nella loro lingua: ne uscirete doppiamente soddisfatti e, contrariamente a quel che si pensa di solito, senza perdervi niente di davvero significativo delle loro opere.
——–
(1) M’è successa la stessa cosa a Parigi. In 3 o 4 giorni stavano pian piano riafforando frasi, vocaboli e suoni che avevo studiato la bellezza di venti anni fa. Tuttavia il mio Francese è lungi dall’essere paragonabile al mio Inglese.
(2) Chi ha vissuto un po’ in Inghilterra sa che il sorry scatta in automatico anche quando si ha la sola impressione che una persona che potremmo incrociare sul marciapiede (o nella corsia di un supermercato) potrebbe essere disturbata dalla nostra traiettoria. Col sorry interiorizziamo anche il comportamento annesso (la pazzesca gentilezza degli albionici).
(3) parlo di “modello mentale” per semplicità, anche se mi son di recente convinto che questa maniera di vedere il funzionamento della mente, utile a livello descrittivo, può risultare in ultima analisi fuorviante.
Fantasmi striscianti
La reazione che la maggior parte dei primati cresciuti in cattività hanno quando vedono per la prima volta un serpente mette chiaramente in luce che li aborriscono profondamente, ed è probabile che il disgusto umano per i serpenti abbia un’origine biologica che spiega quella biblica, e non viceversa.
Daniel Dennett, Coscienza
Qualche giorno fa stavo pensando la medesima cosa, che è tutto sommato abbastanza ovvia.
E’ mia abitudine correre in mezzo ai boschi e distogliere il pensiero dal qui e ora grazie alla distrazione fornita dal lettore mp3. Voglio dire che lo faccio con lo stato d’animo di chi non sta certo costantemente all’erta, indagando sul sopraggiungere di eventuali pericoli. Se avessi davvero paura di qualcosa, andrei a correre altrove.
Però talvolta nel bosco le cose strisciano, e possono mettere una certa agitazione. E infatti in due o tre occasioni, negli ultimi anni, un serpente mi ha attraversato la strada, sparendo subito tra erba e cespugli. Ma sono eccezioni. Devo dire che nella stragrande maggioranza dei casi non capita mai di incontrare i temuti rettili. Anche in mezzo a un bosco, paradossalmente, incrociare il riservato serpente è un evento piuttosto raro.
Eppure, spesso mi succede di vederne uno anche quando in realtà non c’è. Mentre corro (e sudo), distratto dalla musica, ogni tanto lancio lo sguardo verso qualcosa su un lato della via e, terrorizzato, faccio un rapido spostamento verso la parte opposta. Fuggo da un pericolo non compreso. Un serpente. Di colpo un tremendo senso di panico mi assale, il cuore accelera e tutto il sistema si mette in allarme, rilasciando adrenalina. L’obiettivo preconscio è quello di evitare la bestia strisciante e, chissà, velenosa. L’impulso è di prenderne le dovute distanze. Salvare la pelle, innanzitutto.
Poi mi fermo e, quando sono al sicuro, guardo dietro di me. Guardo il serpente. E il serpente non si muove. E’ sempre lì. Fermo, tranquillo, atarassico. Niente sembra turbarlo.
Perché non è un serpente, realizzo qualche istante dopo. Ma è un ramo. O un pezzo di corda. O (giuro che m’è capitato), un grosso e lento lombrico. E’ solo un’illusione.
E’ vero che culturalmente questo rettile non è un granché amato, ma la reazione istintiva di difesa che sorge alla vista di ciò che solamente sembra un serpente può con difficoltà essere attribuita a processi di “infestazione” culturale della mente. Pare che abbiamo una (ovvia) certa tendenza a produrre falsi positivi su cose che assomigliano a serpenti (con i serpenti “neutri” che assomigliano tantissimo a velenose vipere) la quale potrebbe esser stata selezionata nel processo evolutivo. Ogni tanto ci sbagliamo, ma nel lungo periodo quest’atteggiamento può aver portato i nostri remoti antenati a salvarsi la vita in più di una occasione. Chi al contrario tendeva a produrre falsi negativi (magari giudicando come innocui “rami” delle vere e pericolose vipere) potrebbe non esser campato così a lungo, riproducendosi in misura minore.
Insomma: in questo caso, la natura ha premiato i fifoni.
Insisto nel dire che questa sorta di paura ancestrale dovrebbe esser “cablata” nel cervello e non influenzata da processi culturali: passato l’attimo (preconscio) di terrore, infatti, non ho troppo timore nel fare qualche passo indietro per controllare se lo “stimolo” sia o no un rettile. Lo faccio perché so che non tutti i serpenti sono velenosi, perché so che quasi sempre fuggono via, perché vedo che c’è una certa distanza tra me e lui, perché so che esistono gli antidoti e forse perché sono un po’ cosciente (curioso come qui “incosciente” sia un termine inappropriato). E quando sono cosciente vengo inondato da informazioni culturali utili e rassicuranti che mi aiutano a maneggiare la situazione con maggior tranquillità (anche se l’adrenalina ci mette un po’ prima di sloggiare davvero).
[Addicted to techno] La scoperta della (incapacità nella) scrittura
(vari modi in cui l’uso della tecnologia contamina le nostre facoltà cognitive)
Di recente mi son trovato in una situazione in cui dovevo scrivere un testo a mano, con la penna, in un determinato tempo. Era forse dai tempi dell’università che non scrivevo qualcosa in corsivo, su un foglio, rincorso dall’ansiogeno ticchettio dell’orologio. Aveva tutta l’aria di essere una nuova esperienza.
Con mia grande sorpresa, ho avuto diverse difficoltà. Non tanto per l’atto prettamente fisico (eppure, anche per questo), che tendeva alla lunga a indolenzirmi la mano. Ho trovato problemi soprattutto nel modo di pensare che la scrittura con la penna richiede. Perché mentre scrivi una parola devi avere tutto sotto controllo, nel presente, qui e ora. La grafia, la grammatica, la struttura della frase, il senso complessivo del periodo, l’organizzazione del contenuto. E’ come camminare su un ponte tibetano. Niente deve sfuggirti. Massima concentrazione. Altrimenti sei fritto.
Pensare con la penna non è stato facile perché in questi anni di assiduo utilizzo della scrittura digitale ho ormai maturato un sistema assai diverso. La scrittura digitale, banalmente, ti offre una sacco di comodità che quella amanuense ti nega. Ovviamente la mia (stonata) cosa mentale ha acchiappato al volo tutti gli aiuti e tutti i sistemi di semplificazione del lavoro che la redazione di testi in digitale mi ha regalato in questi anni, facendoli propri. Ha aperto una sorta di connessione facilitata con questo metodo di scrittura mentre, nel frattempo, ha spinto l’altro – più dispendioso – in secondo piano. In un silenzio quasi omertoso, nascosto in un remoto ripostiglio mentale, il “sistema foglio-penna” si è atrofizzato.
Quando devo scrivere un pezzo al computer, di rado penso subito alla forma. Butto giù le idee e, successivamente, rileggo il tutto cercando di dargli una leggibilità maggiore. Per quanto mi è possibile (frase aggiunta poco prima dell’invio del post). Taglio, incollo, correggo, arricchisco, scovo incongruenze, tolgo le ripetizioni. Io sono abituato e legato a questo modo di lavorare: perciò con carta e penna ho avuto qualche problema di troppo. Non potevo riorganizzare i discorsi. Non potevo fare (eccessive) cancellature. Non potevo disporre i contenuti in modo diverso. Non potevo manipolare il mio testo come e più mi piaceva. Non potevo cambiare il (mio) passato. E, in un certo senso, mi sentivo parecchio limitato.
(volevo scrivere questo post tutto d’un fiato per poi pubblicarlo al volo, senza voltarmi mai indietro (Inferno, Inferno!) ma, mentre lo facevo, più volte ho apportato correzioni alla roba scritta sulle righe precedenti. Senza badare, sul momento, alla cosa. (Ho realizzato quando ho aggiunto la frase “Per quanto mi è possibile”). E’ come una procedura che metto in moto – ormai – in automatico: SO che in un battibaleno posso CAMBIARE ciò che ho scritto, e lo faccio quando voglio – e anche quando non voglio)
[Addicted to techno] Traduzioni istantanee
(vari modi in cui l’uso della tecnologia contamina le nostre facoltà cognitive)
Comodamente seduto in poltrona, tieni in mano un testo in inglese. Scorre abbastanza bene, e la comprensione dei periodi è buona. Poi ti imbatti, sdeng!, in un termine sconosciuto. E da qualche parte nella mente qualcosa si aziona, inconsapevolmente. Qualcosa di pre-riflessivo e automatico si mette in moto. Senza davvero pensarlo, senti l’improvvisa esigenza di passare col puntatore sulla stringa che compone il termine sconosciuto. Infine ti rendi conto che non hai a disposizione alcun mouse, che non hai un computer e che, soprattutto, non hai un vocabolario inglese/italiano integrato in un browser – come avviene sul portatile che sei solito usare. La periferica con cui hai tanta familiarità è assente. Sì, dovrai alzarti e recuperare un pesante vocabolario cartaceo. O – meglio – proseguire la lettura facendo finta di nulla.



