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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

Archive for the ‘varie’ Category

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (eh, come no)

con 6 commenti

Nel suo celebre Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut a un certo punto sostiene che

Tutto quello che c’è da sapere sulla vita si poteva trovare nei Fratelli Karamazov.

Perentorio, schietto, inquietante. Ho letto il libro di Vonnegut ormai diversi anni fa, eppure a distanza di tempo questa frase buttata lì con nonchalance continua a tornarmi spesso in testa. Mistero irrisolto e, quindi, uggioso e affascinante. Più volte – specialmente dopo un paio di birre – mi son trovato in libreria a soppesare la mastodontica opera di Dostoevskij per chiedermi cosa ci fosse scritto di così fondamentale là dentro. Di così assoluto. Più volte sono stato tentato dall’acquisto e dalla lettura. A oggi, però, non mi sono ancora cimentato nell’impresa. E forse è più bello così. Che poi, oh, son più di mille pagine.

Pensavo a questa frase (ancora) proprio qualche minuto fa. Cosa non si fa pur di non lavorare. E mi son chiesto – è un gioco – cosa indicherei io, oggi, come simbolico contenitore di (non ridete) tutto ciò che c’è da sapere sulla vita. Quale libro, sì, ma anche quale film, quale disco, quale canzone. Qui sotto c’è la lista. Sono scelte un po’ scontate – soprattutto per chi segue il blog o per chi mi conosce – ma… che volete farci? Non ho avuto un granché di tempo per pensarci su, del resto.

Non si tratta dei lavori più belli, eh. Non dei lavori migliori, non necessariamente. Si tratta di, di, di… come si spiega una cosa del genere? Si tratta di cose che svelano meccanismi. Di cose che ti equipaggiano di know how. Di cose che suggeriscono vie di fuga.

Ribadisco che è solo una specie di passatempo da pausa-pranzo, niente di serio o serioso. Tanto per.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL FILM

(il ridere)

Tutto sommato, la mia scelta non può che ricadere su Io e Annie di Woody Allen. Che forse è il film che ho visto di più in assoluto. Ho naturalmente pensato a diverse altre pellicole, anche dello stesso Allen (o Il posto delle fragole, o American Beauty, o Citizen Kane, o Fantozzi, o…), ma credo che questo capolavoro scavi davvero in profondità e vada a toccare questioni filosofiche interessanti con una leggerezza, un umorismo e una verve che sono propri solo dei grandissimi. E mi fa sorridere e/o ridere dal primo all’ultimo minuto. Mi piace confessare (ragazzi, quanto sono open-minded) che fino a qualche anno fa letteralmente schifavo i lavori del regista americano, che con troppa superficialità ritenevo pretenziosa roba da intellettualoidi. Poi, si capisce, ho cambiato idea.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL LIBRO

(il materialismo & la ragione)

Anche qui me ne vengono a mente a decinaia, pure tra il materiale più impensabile (che so, It di King, Il giovane Holden, Cent’anni di solitudine, Guida alle birre del mondo, etc). Però devo dire – ma va? – che Anelli nell’io di Hofstadter mi ha davvero scombussolato, per il suo essere lieve, anche divertente, ma allo stesso tempo così categorico e omnicomprensivo. Questa roba ti modella il modo di pensare. Non c’è un senso, no, non c’è un cazzo/diamine di significato in nulla. E lui sa dirlo meravigliosamente, con classe e tanto tanto tatto.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL DISCO 

(io & gli altri)

Scontatissimo. Promised Land dei Queensryche, ovviamente. Non aggiungo altro. Chi volesse approfondire… be’, si diverta. Auguri. Auguri vivissimi.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – LA CANZONE

(la passione)

Tutti si aspettano che peschi da Promised Land e, invece, al momento andrei dritto dritto su Beyond the Pale dei Pain of Salvation, pezzo conclusivo del sanguigno Remedy Lane. Wonderfully physical. Doloroso sì, ma anche deliziosamente ironico (in the morning she’s going away, in a Budapest taxi I paid). Non smetterei mai di sentirlo.

Scritto da Gianluca Bartalucci

9 novembre 2011 alle 13:26

Ormai mi mancano solo l’astuccio e il diario

con 6 commenti

Lo-dico-subito-così-mi-tolgo-il-pensiero-e-via: mi sto per iscrivere all’Università.

Di nuovo. Sì.

Ad un’altra. Sì.

Perché? Principalmente per un paio di motivi.

1) Per ammazzare il tempo. Sarà un hobby quantomeno curioso.

2) Per voler, forse, “certificare” alcune delle conoscenze che suppongo di aver maturato negli ultimi anni, in special modo appassionandomi alla saggistica scientifica.

Che facoltà è? Un compromesso, non poteva essere altrimenti. Un compromesso tra vicinanza (Firenze) e fattibilità, innanzitutto: sarò infatti per lo più non frequentante e mi iscriverò – credo – solo come studente part-time (sapete, si deve lavorare). La scelta è stata anche influenzata dal fatto che questo corso di studi potrebbe per me esser più breve del normale, dal momento che diversi degli esami previsti li ho già superati nella precedente vita di studente. Ammesso e non concesso che me li approvino tutti.

Il corso è Scienze e Tecniche Psicologiche. Triennale. Con l’idea di indirizzarsi su Psicologia Sperimentale al terzo anno. Probabilmente non è esattamente ciò che mi interessa davvero, ma gli si avvicina abbastanza. Altri corsi di laurea, del resto, per i motivi più disparati, sarebbero stati per me troppo impegnativi.

Ho superato – eccolo, il borioso – il test d’ammissione senza aprire un libro e senza fare un solo test di prova. Ho confidato – eccolo, il presuntuoso – sulle mie conoscenze (“se non lo supero, allora sarà giusto così e amen”) ed è andata bene. Anche se, ragazzi, un test che prevede 80 domande in 75 minuti è un qualcosa di inconcepibilmente sadico. Non ne avete idea. E vogliamo parlare della temperatura infernale dell’aula? Del tanfo di sudore post-adolescenziale che impestava la stessa? E di quanto siano penalizzati i mancini quando si trovano a scrivere gomito a gomito con un destro? No. Meglio di no. Passiamo oltre.

Ringrazio Dawkins, Gould, Kant, Giulio Giorello, Dennett, Einstein, Penrose, Cavalli-Sforza, Sagan, Russell e tutta questa gente qui per avermi insegnato negli ultimi anni quel poco di biologia, di fisica e di filosofia che mi sono serviti per arrivare sufficientemente in alto in graduatoria. Senza di loro non avrei saputo nulla di geni recessivi del daltonismo, di relatività, di meiosi, di Hegel e di neuroni, nozioni che si sono rivelate utili al momento dell’esame. E ringrazio Davide (non commento i tuoi post, ma li leggo tutti i giorni) per avermi trasmesso – inconsapevolmente – la voglia di rimettersi in gioco.

E ora vediamo se e quanto dura.

Scritto da Gianluca Bartalucci

7 settembre 2011 alle 15:31

Quel bastardo di mio figlio

con 4 commenti

La bacheca di WordPress mi rivela che ieri qualcuno è finito su questo blog utilizzando come chiave di ricerca su Google esattamente la frase:

come me ne accorgo se mio figlio è un ibrido alieno-umano

Giuro che, cercando di immaginare l’intera situazione, ho riso per cinque minuti.

Scritto da Gianluca Bartalucci

8 maggio 2011 alle 10:20

Pubblicato in strani incroci, varie

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Omeopatia, omeopatia, per piccina che tu sia, tu sei sempre una fesseria

con 2 commenti

Homeopathy. There’s nothing in it.

Leggo su Oggi Scienza:

Sabato e domenica si svolgerà in tutto il mondo l’evento 10:23. [...] 10:23 si riferisce al numero di Avogadro, 1023, cioè il numero di atomi contenuti in una mole, l’unità usata in chimica per misurare la quantità di sostanza (l’unità è equivalente per convenzione al numero di atomi contenuti in 12 grammi di carbonio-12). La campagna “10:23” con questo riferimento vuole rimandare alle diluizioni praticate in omeopatia (spesso però maggiori a una parte di principio curativo su 1023 parti di acqua), di cui abbiamo già parlato e di cui parleremo nuovamente, diluizioni talmente diluite, appunto, da far sì che James Randi, scettico di fama planetaria, paragonasse ironicamente l’uso di un farmaco omeopatico per il mal di testa, a “buttare due aspirine dentro il lago Tahoe, mescolare bene con un bastone, aspettare una paio d’anni perché si dissolva bene e poi prendere un sorsino di quell’acqua

Oggi Scienza e Queryonline ne approfittano per fare informazione, proponendo diversi articoli legati al tema. Segnalo Omeopatia: facciamo il punto, Omeopatia: le basi, Caramelle, Si chiudono i rubinetti per l’omeopatia inglese, I trial clinici, Il disastro del rapporto Donner e Omeopatia: funziona? I risultati delle metanalisi.

Scritto da Gianluca Bartalucci

7 febbraio 2011 alle 11:39

Ho un racconto da scrivere entro il 31 gennaio

con 5 commenti

Esatto. Ho un racconto da scrivere entro il 31 gennaio. C’è un solo motivo per cui lo dichiaro pubblicamente.

Siccome non so rispettare gli impegni con me stesso, rendendo nota la mia intenzione mi costringo a mettermi sotto. O almeno ci spero.

Non sono un tipo che scrive un racconto al giorno. Non sono uno di quelli che ah, guarda, se non scrivessi mi sentirei morire. Ma ormai ho preso quest’abitudine di inviare un racconto all’anno a un certo concorso, in cerca di pecunia&gloria, e, insomma, anche quest’anno voglio provarci. Come al solito mi ritrovo agli ultimi giorni, anzi, alle ultime notti. Come al solito mi troverò a inviare il manoscritto solo il 31 gennaio, una decina di minuti prima che l’ufficio postale della zona chiuda i battenti. Potete scommetterci: andrà senz’altro così.

Ho in testa il titolo – è in un foglietto nel cassetto da diversi mesi -, ho in testa i concetti che voglio affrontare (l’idea degli zombi filosofici, il solipsismo, l’atteggiamento intenzionale dennettiano e tutte queste cose qui), ho in testa la scena iniziale, ho in testa la scena finale. Non ho uno straccio di trama. Spero che, come in passato, questa salti fuori all’improvviso, dal nulla. Per rimettere a posto le cose e, eventualmente, rimodellare le poche idee precedentemente annotate. Perché ne esca qualcosa di decente.

Non ho ancora iniziato a scrivere. In queste ultime notti mi sono solo bombardato di stimoli. Ho rivisto Memento (un ottimo esercizio di stile), Total Recall e L’implacabile (due pellicole a cui sono legatissimo), eXistenZ (capolavoro), Crash (di Cronenberg: forse il film più morboso mai visto), e chissà cos’altro. Tra le cose nuove m’è piaciuto molto Shutter Island: con la sua atmosfera claustrofobica mi ha ricordato qualche vecchio racconto horror e, perché no, qualche numero di Dylan Dog.

Come letture, ho ripreso in mano Anelli nell’io (da qui la citazione del post passato) e La mente e le menti e Coscienza di Daniel Dennett. Ho anche riletto Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip K. Dick, per quella che è la terza volta. E sto anche risfogliando la raccolta di saggi dickiani Se credete che questo mondo sia brutto. Non sempre interessantissima, indubitabilmente visionaria e non convenzionale. Il mio stimolo prescrittura preferito è sempre stato On Writing di Stephen King, ma per quest’anno voglio provare a fare senza.

Bla, bla, bla. Quanta frenesia, santiddio! E dire che il 31 è ancora così lontano.

Scritto da Gianluca Bartalucci

11 gennaio 2011 alle 18:57

Il regalo di Natale più divino che si può

con 3 commenti

Vuoi accedere ai Grandi Segreti? Vuoi trovare un senso in quest’Universo incomprensibile? Vuoi salire per qualche minuto nell’alto dei cieli? Vuoi avere visioni che a Lourdes e Medjugorie se le sognano? Vuoi, davvero vuoi, giungere a scrutare la faccia di Dio?

Bene.

Regalati un Ubik God Helmet.

E ogni tua voglia di divinità non sarà più solo un sogno.


Prova un God Helmet. Per un’esperienza mistica direttamente sul divano di casa tua (che così imparano, i preti, a fare le panche delle chiese tanto scomode).

Sfoggia un God Helmet: e l’Ipad del tuo amico diverrà, di colpo, un oggetto da sfigati.

God Helmet: il miglior modo – garantito – per farvi entrare Dio in testa.

 

(God Helmet è acquistabile presso Shaktitechnology)

Scritto da Gianluca Bartalucci

13 dicembre 2010 alle 15:02

Tre botte di vita, nonostante tutto

con 2 commenti

Negli ultimi giorni tre cose mi hanno scosso in maniera particolare. Il suicidio (e non la morte in sé) di Monicelli, certi passaggi di un audiolibro (Pale Blue Dot) di Carl Sagan che sto ascoltando e un’intervista di Anthony Hopkins, in giro per il mondo a promuovere il nuovo film di Woody Allen (nelle sale italiane da domani). C’è un filo invisibile che lega, nella mia testa, questi 3 eventi. E magari, chissà, non solo nella mia.

 

(qui mi interessa la parte in cui parla Paolo Villaggio)

 

(intervista a Hopkins)

 

(un intenso pezzo tratto dall’audiolibro Pale Blue Dot di Sagan, morto di cancro nel ’96)

Scritto da Gianluca Bartalucci

2 dicembre 2010 alle 15:00

Quindici personaggi immaginari

con 2 commenti

 

Senza pensarci troppo. Quindici personaggi immaginari (televisione, film, commedie, romanzi) che vi hanno influenzati e che vi porterete per sempre dietro. Elencate i primi quindici che vi vengono in mente in non più di quindici minuti. Non è necessario alcun ordine particolare.

Riprendo da lui e lui. Non credevo fosse così difficile, vi dirò. Va be’. Butto giù i primi quindici che mi vengono a mente. E amen.

Conan (di Miyazaki)

Nikki (Operation: Mindcrime)

Holden Caulfield

Dylan Dog

Bill Denbrough (It)

Gandalf

Rick Deckard

Indiana Jones

Arnold

Tenente Drogo (Il deserto dei tartari)

Alvy Singer (Annie Hall)

KITT (Supercar)

Pietro Moroni (Ti prendo e ti porto via)

Giannino Stoppani (Gian Burrasca)

Doctor House

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 novembre 2010 alle 22:26

Pubblicato in liste di cose, varie

Il referrer dell’anno

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Oggi qualcuno è arrivato su questo blog digitando su Google:

 

con metodo gestalt lo pscicologo capisce se la paziente e’ innamorata di lui?

 

E mi ha fatto ridere. E pensare a tutto quel che ci può esser dietro. E costruire storie.

(poi fammi sapere com’è andata, eh!)

 

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 novembre 2010 alle 14:43

Pubblicato in strani incroci, varie, video, vita là fuori

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Venti canzoni

con 7 commenti

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:

Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?

Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed  è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.

Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:

  • Queensryche: I am I/Someone Else?
    Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui. 
    -
    “It” is my move, my every look
    interpreting gestures,informing other
    what’s undercover and lurking beneath my mask

    of this year’s featured model

    Is this too much?

    Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
    (I am I)
  • Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
    Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
    -
    Now I just act like I don’t remember
    Mary acts like she don’t care

    But I remember us riding in my brother’s car

    Her body tan and wet down at the reservoir

    At night on them banks I’d lie awake

    And pull her close just to feel each breath she’d take

    Now those memories come back to haunt me
    They haunt me like a curse

    (The River)
  • Nevermore: The Learning/We Disintegrate
    La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
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    I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
    If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
    Could the computer be internally conscious?
    To emulate flesh machines I am learning
    (The Learning)
  • SOAD: Chop Suey/Sad statue
    Chop Suey
    E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
    -
    Trust in my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    In my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    (Chop Suey)
  • Sting: Message in a Bottle/Mad about You
    Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
    -
    Walked out this morning

    Don’t believe what I saw
    A hundred billion bottles
    Washed up on the shore
    Seems I’m not alone at being alone
    A hundred billion castaways
    Looking for a home
    (Message in a Bottle)
  • Dredg: Sanzen/Bug Eyes
    I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
    -
    These papers are stuck in this book

    Until they’re torn out and pasted
    To the inside of my memory
    Where I can later look and see them in a new gallery
    Where they can later be viewed and appreciated
    (Sanzen)
  • Rush: Red barchetta/Bravado
    I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
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    Wind in my hair

    Shifting and drifting
    Mechanical music
    Adrenaline surge
    (Red Barchetta)
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    If the moment of glory

    Is over before it’s begun
    If the dream is won -
    Though everything is lost
    We will pay the price,
    But we will not count the cost
    (Bravado)
  • Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
    La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
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    With calculated candor you play the part

    Of a trusted confidant
    Moving closer for a better view
    Looking for more than eyes can see
    (Don’t Follow Me)
  • Tori Amos: Spark/Northern lad
    Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
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    She’s convinced she could hold back a glacier

    But she couldn’t keep Baby alive
    Doubting if there’s a woman in there somewhere
    Here
    (Spark)
  • Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
    Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
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    This is not who i wanted to be
    this is not what i wanted to see

    She’s so young so why don’t i feel free
    now that she is here under me?
    (Beyond the Pale)
  • Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
    Edge of thorns
    (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
    -
    I have seen you on the edge of dawn

    Felt you there before you were born
    Balanced your dreams upon the edge of thorns
    But I don’t think about you anymore
    (Edge of Thorns)
  • The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
    Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
    -
    And blue is representing

    The draft in my heart
    I’m wandering through thin skies
    And the transparent air I’ve missed
    (The May Song)
  • Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
    Disarm
    è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
    -
    Disarm you with a smile

    Cut you like you want me too
    Cut that little child
    Inside of me and such a part of you
    (Disarm)
  • Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
    Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
    -
    And now my bitter hands cradle broken glass

    Of what was everything?
    All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
    (Black)
  • Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
    Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
    -
    Can you feel rejection
    And a lack of motivation
    And the joy you need restricted and delayed
    (Forever Failure)
  • Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
    Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
    -
    I will run to the hills where you hide
    Seeking vengeance for all of my kind
    (Victory is Mine)
  • Radiohead: The Bends/ Black Star
    Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
    -
    Where do we go from here?

    The planet is a gunboat in a sea of fear
    And where are you?
    They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
    To blow me away, to blow me sky high
    (The Bends)
  • Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
    Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
    -
    Gravity keeps my head down

    Or is it maybe shame
    At being so young
    And being so vain.
    Holes in your head today
    But I’m a pacifist
    I’ve walked las ramblas
    But not with real intent
    (If you tolerate this…)
  • Anathema: Are you there? /Temporary Peace
    Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
    -
    Are you there?

    is it wonderful to know
    all the ghosts…
    all the ghosts…
    freak my selfish out
    my mind is happy
    need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
    (Are you there?)
  • Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
    Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
    -
    I saw his ending
    long before it started
    I knew his name
    he’s the one who took the sword
    out of the stone
    it’s how that ancient tale began
    I hear it in the cold winds
    My song of the end
    I had seen it in my dreams
    my song of the end
    I can’t stop the darkening clouds
    (A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important
Well mister they vanished right into the air
Now I just act like I don't remember
Mary acts like she don't care
But I remember us riding in my brother's car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I'd lie awake
And pull her close just to feel each breath she'd take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 ottobre 2010 alle 21:45

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