Archive for the ‘viaggi’ Category
Letture a Gran Canaria

A Maspalomas
Durante i 4/5 giorni trascorsi a Gran Canaria (tra Pozo Izquierdo e Maspalomas, 25 gradi medi, vento fresco, relax e alcool come se piovesse) ho letto un paio di libri.
Il primo è stato After Dark di Murakami, consumato per la maggior parte sulla spiaggia sahariana di Maspalomas mentre ascoltavo Pet Sounds dei Beach Boys e High Violet dei The National e mantenevo un buon livello di stordimento bevendo birra Tropical. Come mi aveva anticipato Rita, si tratta di un libro tutto sommato deludente. Scritto in maniera fin troppo didascalica, di una semplicità che pare forzata e studiata a tavolino, il lavoro del noto scrittore giapponese non è riuscito a smuovermi in nessun modo. E, più che altro, m’è sembrato che non sapesse dove andare a parare. Peccato.
La severità con cui Ryan Air controlla le dimensioni dei bagagli a mano mi ha ha impedito di portarmi dietro un altro libro (anche se, ok, al ritorno l’ho scampata). Quindi, una volta terminato After Dark, mi sono dovuto arrangiare in qualche modo. Sempre a Maspalomas sono entrato in un supermercato (impossibile trovare librerie) e, tra i tanti best sellers tascabili che offrivano – in inglese – ho scelto The Fire Gospel di M. Faber. L’ho letto quasi tutto al ritorno sull’aereo, durante le 4 ore di volo, mentre cercavo di divincolarmi da un tizio che, sedutosi accanto a me, con fastidioso entusiasmo si sforzava di fare conversazione spiattellando banalità su banalità. Testo non male, tutto sommato, quello di Faber: il suo tentativo di fare satira sul fenomeno dei libri Codice Da Vinci style può dirsi discretamente riuscito. Un acquisto a caso, che, finalmente, mi ha dato qualche soddisfazione.
Filosofia del rifiuto

Era tanto tempo che volevo leggere qualcosa di Ennio Flaiano e, molto probabilmente, sono partito col piede sbagliato. Diario degli errori, libro che ho acquistato praticamente a caso, è infatti una collezione di appunti e aforismi – scritti a Roma, Parigi, New York etc – non sempre lucidissimi e taglienti. Leggo in rete che il celebre scrittore italiano avrebbe in effetti fatto parecchio meglio altrove. Sarà per la prossima volta.
In mezzo a un mucchio di roba non sempre interessantissima si nascondono, però, brani di estrema forza, spesso allagati di cinismo e intessuti di insaziabile mal di vivere. Asciutti sfoghi di uomo chiaramente a disagio con la vita. Tra questi segnalo Filosofia del rifiuto:
Agire come Bartleby lo scrivano.
Preferire sempre di no.
Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no.
Non cedere alle lusinghe della televisione. Non far crescere i capelli, perché questo segno estremo ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra, perché anche l’amore è un invito alla lotta.
Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo.
In libreria ho acquistato anche After Dark di Murakami. Lo leggerò a Gran Canaria, dove vado a passare qualche giorno a partire da domenica. Nel lettore mp3, oltre alle mie solite passioni, Pet Sounds dei Beach Boys e Sgt Pepper’s dei Beatles. Giusto per variare un po’.
Stare mesto(s)

Tornato. Giro in auto di circa 8 giorni, tiratissimo – come piace a me – tra Praga, Cracovia, Liubiana e, involontario tocco di classe finale, pomeriggio e serata in un’amena e tranquilla cittadina marittima croata, tale Novigrad. A parte quest’ultima, si tratta di posti in cui ero già stato (anche più di una volta) e che ho rivisto molto volentieri. Praga ha sempre quel suo soffice fascino notturno – di giorno è invece una feroce macchina acchiappa-turisti -, Cracovia si conferma gioiello capace di regalare ancora piccole sorprese, specialmente tra le vie infilate nel vitale quartiere ebraico. Per non parlare, poi, dei bui localini sotterranei che sembrano sottrarsi alla massa dell’assortito turistame. In un pub dalla speciale atmosfera, il Nowa Prowincja, ho probabilmente bevuto una birra accanto a Stephen King. O almeno mi piace pensarla così.
Forse più in là, se avrò voglia, scriverò un post modello-Zingarate per descrivere più nel dettaglio ostelli, ristoranti, locali e così via. Forse, eh.
In giro per l’Europa con Bill Bryson
Bill Bryson è noto al mondo là fuori soprattutto per i suoi divertenti libri di viaggio, ma di lui fino a qualche giorno fa avevo letto solo il buon Breve storia di (quasi) tutto, che rappresenta una sua personalissima introduzione alle più disparate tematiche scientifiche.
Questa settimana ho affrontato Una città o l’altra, uno dei suoi celebri libri di viaggio. Qui Bryson racconta in maniera spesso divertente di un suo girovagare per l’Europa risalente ai primi anni ’90. Si tratta di un viaggio che lo scrittore americano (ora residente in Inghilterra) ha compiuto nel tentativo di riacciuffare i ricordi di un’altra esperienza simile sperimentata in gioventù, quando venne in Europa assieme all’amico Katz.
Ho appreso che si tratta di uno dei primi libri di Bryson, e la voglia di strafare e di andare sopra le righe – tipica di chi deve dimostrare al mondo quant’è bravo – è palese. Tra i commenti che ho trovato su Anobii mi sento di fidarmi di questo (di lui):
Non ho mai scritto una parola su di lui, ma Bill Bryson è da qualche anno uno dei miei scrittori preferiti. E’ ironico come ora mi veda costretto a scriverne male. Una città o l’altra è il diario di un’avventura tipicamente Brysoniana: lui che prende zaino e traveler’s cheque e a bordo di un qualsiasi mezzo di locomozione viaggia abbastanza casualmente. Il terreno su cui si muove è l’Europa, da Hammerfest ovvero l’estrema punta nordica dell’Europa a Istanbul, passando per Austria, Francia, Italia, Bulgaria, Svizzera eccetera. La delusione è facilmente spiegata: questo è cronologicamente uno dei primissimi libri di Bryson, in cui è palese la poca praticità nel comporre un racconto sensato e interessante. Dopo qualche capitolo il libro si riduce ad un mero elenco di attività, condite qui e lì con l’ironia caratteristica di Bryson che però non riesce a trovare il giusto sfogo. Ciò che mi ha stupito di più è scoprire che anche Bryson è (anzi, era) affetto da quel terribile morbo debilitante che colpisce i turisti americani fuori dai loro confini: la stupidità. Per ogni paese e città visitati ci troviamo di fronte a una serie infinita e nauseante di luoghi comuni e osservazioni al limite del razzista. Sia chiaro che io adoro Bryson e so che questo fa parte del suo fascino, ma nei suoi successivi lavori tutte queste caratteristiche sono ampiamente diluite e perciò divertono; in questo suo quasi-primo lavoro invece fanno la parte del leone.
Probabilmente queste parole inquadrano il libro molto meglio di quanto possa fare io.
Comunque, difetti a parte e superato lo scoglio delle forzatissime pagine iniziali, io l’ho trovato abbastanza piacevole. Probabilmente perché mi ha fatto pensare a un sacco di posti che ho visitato, alle stazioni e agli aeroporti in cui ho dormito, alle piazze in cui ho mangiato un panino, ad Amsterdam e Stoccolma, alla pioggia di Bruxelles – quanta ne presi -, allo Strøget di Copenaghen e, soprattutto, mi ha fatto ricordare – mi ha risvegliato – quel brivido folle che ti assale quando ti trovi da solo a camminare in una città sconosciuta e piena di possibilità. Quel momento, voglio dire, in cui ti pare d’essere il padrone del mondo, quell’attimo in cui tutto può davvero succedere. Ragazzi, non c’è niente di più esaltante.
Al di là della qualità del libro, oggettivamente non eccelsa, è stato proprio il racconto dell’esperienza del viaggio in solitudine ad avermi particolarmente appassionato. Viaggiare da soli è certo meno divertente che in compagnia, ma ha anche i suoi lati positivi (zero compromessi, per dire) e presenta situazioni aneddotiche – buffe, dolorose, paradossali, costose – che non potrai non portarti dietro fino alla tomba. Gli stessi libri che ti troverai a leggere in viaggio avranno in futuro un altro significato per te. Stesso dicasi per la musica ascoltata. In passato ho avuto un paio d’esperienze in tal senso (un’estate in particolare ho fatto Milano – Bruxelles – Stoccolma – Londra – Dublino – Valencia – Barcellona – Genova spostandomi solo con voli low cost e, alla fine, prendendo un traghetto per tornare in Italia) e quando Bryson racconta le sue vicende, i suoi timori, i suoi tentennamenti e i suoi momenti d’euforia, m’è sembrato di essere lì con lui. Perché anche io avevo sperimentato lo stesso: scendere alla stazione sbagliata e bestemmiare per mezz’ora, viaggiare per ore su autobus scalcinati e pieni di gente, perdere una coincidenza, bere birra in mezzo a stranieri in compagnia di un libro, sedersi su una panchina di fronte a uno splendido panorama e pensare che, sì, alla fine poteva anche andarti peggio. Cose così. Cose da raccontare.
Da questo punto di vista – come classica chiave che apre il classico cassetto dei ricordi – il libro di Bryson per me è stato un successone. Motivi, si è capito, strettamente personali. Per questo credo che non passerà molto tempo prima che ne legga un altro da lui pubblicato. Magari, chissà, proprio durante il prossimo viaggio.
Siòfoc, Budapest, Ljubjana
Tornato. Mangiato tanto, troppo (chi conosce le enormi porzioni dei ristoranti dell’est può capire), e camminato meno del previsto. Ero già stato anni fa a Siòfoc (lago di Balaton) e Budapest. Siòfoc è il solito adolescenziale – ed economico – divertimento alcolico. Budapest è invece sempre vasta, dispersiva e onnipotente. Qui abbiamo trovato un Danubio ancora più immenso – si portava dietro l’acqua caricata più a nord durante le varie alluvioni – e assistito ad alcuni spezzoni degli europei di nuoto, che si svolgevano sull’Isola Margherita. Ljubjana (Slovenia) è stata una piccola sorpresa: piccola, intima e tranquilla, prende improvvisa vita lungo un minuto fiume, dove regala aperitivi a volontà e sciorina ottimi ristoranti.
Più volte, durante questo breve viaggio, nei momenti in cui incontravo italiani che si lamentavano per questo o per quell’altro (un caso per tutti: alle splendide terme di Budapest, alcuni anziani signori del “Bel Paese” non facevano che ripetere fino alla noia che “da noi le acque termali son migliori”), mi trovavo a canticchiare mentalmente Territories dei Rush:
While their invaders dream of lands they’ve left behind
Better people…better food…and better beer…
Why move around the world when Eden was so near?
Se dovete uscir fuori dal confine solo per assicurarvi che da noi le cose vanno meglio (il che è una fesseria, peraltro: basti guardare la condizione delle strade, perfette fino a Budapest, scalcinate già a Gorizia) perché non ve ne state, beati e soddisfatti, a casa vostra?
Breve vacanza

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Se tutto va bene domani parto, in auto, per 6 o 7 giorni tra Praga, Budapest e zone limitrofe. (Forse, eh)
Quindi: a poi.
Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise

Visualizzazione ingrandita della mappa
Tra i posti più speciali di Parigi mi viene da segnalare la libreria indipendente Shakespeare and Co., negozio caratteristico in cui poter acquistare le edizioni anglosassoni di un gran numero di lavori letterari. Situata a poche centinaia di metri dal Notre-Dame de Paris e frequentata (tra gli altri) da Hemingway, Joyce, Fritzgerald, Miller e Kerouac, la libreria ha un fascino tutto suo, romanticodecadente, che sa trasmettere attraverso l’utilizzo di dettagli disseminati ad arte, funzionali trucchi che lanciano nel passato la mente del visitatore. Un pianoforte incastonato tra gli scaffali, diversi vecchi tavoli dove leggere o scrivere, una macchina da scrivere d’epoca con cui poter lasciare messaggi, divani, sedie e poltrone su cui potersi tranquillamente adagiare e, last but not least, un’ampia scelta di testi di tutti i generi (fantascienza compresa). Un posto immancabile per chi capita a Parigi e, ovviamente, ama leggere.
Ci ho acquistato un’edizione tascabile di The Road di McCarthy (ma solo perché, gonfiando di più il mio bagaglio a mano, avrei sforato il peso massimo consentito da quei rompipalle della Ryanair).
Last time in Paris
4 giorni a Parigi, 232 chilometri di camminate, 34 litri di alcol, 6843 nozioni topografiche apprese, 3 (forse) ore di sonno vero, 54 ore di attesa all’aeroporto, zero tazzine di caffè vero bevute, 40583 “merci” pronunciati, 43 foto (brutte) fatte.
Il giro del mondo in 287 pagine
L’ultima lettura dell’anno (ho abbandonato Galapagos di Vonnegut perché mi annoiava) è stata L’occhio nudo di Desmond Morris. Morris è un (a quanto pare) notissimo antropologo, etologo, pittore, autore di documentari e personaggio televisivo inglese che racconta, in questo libro, alcuni degli aneddoti più interessanti che gli sono capitati durante i suoi innumerevoli viaggi. L’idea iniziale sarebbe quella di osservare come i comportamenti dell‘animale umano varino nelle diverse culture, ma l’autore si fa per fortuna molto spesso prendere la mano dalla voglia di raccontare il dettaglio divertente o l’aspetto avventuroso dei propri studi, facendo sì che Locchio nudo risulti in ultima analisi un interessantissimo minestrone di fatti sconosciuti e curiosità. Che si fanno leggere che è un piacere.
Così si spazia dalle scimmie di Gibilterra alle gang di Los Angeles, dai calciatori inglesi agli abitanti della Polinesia, dai bordelli di Malta alle tribù del Kenya, da Napoli a Las Vegas, eccetera eccetera, passando attraverso una cena con un Marlon Brando in crisi esistenziale e concludendo il tutto con una crociera di 92 giorni attorno al mondo fatta da Morris stesso assieme alla consorte. Ogni descrizione è condita da un buon senso dell’ironia e da un prezioso stato di costante meraviglia, elementi che pian piano creano e consolidano l’impressione di trovarsi di fronte a una persona di grande caratura, che ha saputo crearsi una vita interessante e che, soprattutto, ha saputo godersela. Consigliatissimo a chi ama viaggiare.
Ritorno da Berlino (Part III: American Soldier Tour)
Sono andato a Berlino, in primis, per vedere i Queensryche. Questo è stato il motivo per cui, un paio di mesi fa, ho acquistato un biglietto aereo per la città tedesca.
Mi piacerebbe dire di aver assistito al più bel concerto della Storia della Musica, ma non è andata così. Purtroppo. Vuoi per la bassa e vecchiarda affluenza, vuoi per un scaletta un po’ troppo ingessata, basata solo su pezzi di Rage for Order, American Soldier e Empire, vuoi per la prestazione di Tate, piuttosto svociato, i Queensryche non mi hanno dato quell’impressione di solidità, coinvolgimento e precisione che ci si aspetta da un gruppo come loro. Ciò nonostante, dopo quattro o cinque birre bevute nella fase di riscaldamento, ho cantato e ricantato fino a incendiarmi la gola. Mi sa che non poteva essere diversamente.
Geoff Tate ce l’ha messa tutta, e come frontman e attore ha interpretato, al solito, una parte splendida. Si è più volte messo a scherzare col pubblico e ha introdotto le varie canzoni spiegandone i diversi significati. Ha tenuto in pugno tutta l’attenzione dei presenti per le due ore complessive di concerto. Ma vocalmente si è trovato a suo agio soprattutto sulle parti di American Soldier, modellate sulla sua odierna ugola, mentre ha dovuto abbassare di una ottava i cantati di Rage for Order e certe cose di Empire. Spesso l’ho sentito in difficoltà. L’età comincia a farsi sentire, è evidente, e il fatto di essere a fine tour di certo non l’ha aiutato.
Gli altri due che hanno dato l’anima durante lo spettacolo sono stati Scott Rockenfield alla batteria e il nuovo ragazzino alla chitarra, niente male, mentre Wilton e Jackson mostravano la faccia mesta di chi avrebbe voluto essere in qualsiasi altro posto ma non lì, di certo non lì in Germania di fronte a decine di teste calve e groupie sessantenni.
I momenti più intensi della serata sono coincisi con la splendida esecuzione di Dead mans words, un piccolo gioiello in cui tutto funziona al meglio, con Man Down (dito medio rivolto al cielo e Tate tremante a teatralizzare il tutto) e con Empire e Anybody Listening?, che non avevo mai sentito dal vivo. Speciali, lo sottolineo, anche i cinque minuti di I will remember.
Tirando le somme, non posso dire di essere rimasto deluso, questo no. Mentirei. Ma di certo ho percepito, e ciò è sufficientemente triste, che qualcosa si è irrimediabilmente concluso. Ecco la scaletta, trovata qui:
01. Neue Regel
02. The Whisper
03. Screaming In Digital
04. I Dream In Infrared
05. Walk In The Shadows
06. Surgical Strike
07. I Will Remember
08. Sliver
09. The Killer
10. If I Were King
11. Man Down!
12. A Dead Mans Words
13. The Voice
14. Best I Can
15. The Thin Line
16. One And Only
17. Hand On Heart
18. Silent Lucidity
19. Jet City Woman
20. Anybody Listening?
21. Empire



