Some1elsenotme

Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

Archive for the ‘vita là fuori’ Category

Un po’ se la solo cercata, parte 4949924esima

con 8 commenti

“Che è successo a Firenze?!”

“Un gran casino. Un uomo ha sparato a due persone, uccidendole, e ne ha ferita una terza.”

“Dio bono. Oh com’è successo?

“Pare sia andato al mercato in piazza Dalmazia e poi a San Lorenzo e abbia ucciso due ambulanti senegalesi.”

“Ah, ok, senegalesi…”

“Sì.”

“Sarà stato un razzista.”

“Eh, pare. Un estremista di destra.”

“Il razzismo è una brutta cosa. Io non sono razzista ma, certo, se loro (gli extracomunitari, ndG) facessero un po’ meno come gli pare qui a casa nostra…”

“(…) E che cazzo c’entra, questo?”

 

(no, non mi sono inventato nulla)

Scritto da Gianluca Bartalucci

13 dicembre 2011 alle 20:55

Ormai mi mancano solo l’astuccio e il diario

con 6 commenti

Lo-dico-subito-così-mi-tolgo-il-pensiero-e-via: mi sto per iscrivere all’Università.

Di nuovo. Sì.

Ad un’altra. Sì.

Perché? Principalmente per un paio di motivi.

1) Per ammazzare il tempo. Sarà un hobby quantomeno curioso.

2) Per voler, forse, “certificare” alcune delle conoscenze che suppongo di aver maturato negli ultimi anni, in special modo appassionandomi alla saggistica scientifica.

Che facoltà è? Un compromesso, non poteva essere altrimenti. Un compromesso tra vicinanza (Firenze) e fattibilità, innanzitutto: sarò infatti per lo più non frequentante e mi iscriverò – credo – solo come studente part-time (sapete, si deve lavorare). La scelta è stata anche influenzata dal fatto che questo corso di studi potrebbe per me esser più breve del normale, dal momento che diversi degli esami previsti li ho già superati nella precedente vita di studente. Ammesso e non concesso che me li approvino tutti.

Il corso è Scienze e Tecniche Psicologiche. Triennale. Con l’idea di indirizzarsi su Psicologia Sperimentale al terzo anno. Probabilmente non è esattamente ciò che mi interessa davvero, ma gli si avvicina abbastanza. Altri corsi di laurea, del resto, per i motivi più disparati, sarebbero stati per me troppo impegnativi.

Ho superato – eccolo, il borioso – il test d’ammissione senza aprire un libro e senza fare un solo test di prova. Ho confidato – eccolo, il presuntuoso – sulle mie conoscenze (“se non lo supero, allora sarà giusto così e amen”) ed è andata bene. Anche se, ragazzi, un test che prevede 80 domande in 75 minuti è un qualcosa di inconcepibilmente sadico. Non ne avete idea. E vogliamo parlare della temperatura infernale dell’aula? Del tanfo di sudore post-adolescenziale che impestava la stessa? E di quanto siano penalizzati i mancini quando si trovano a scrivere gomito a gomito con un destro? No. Meglio di no. Passiamo oltre.

Ringrazio Dawkins, Gould, Kant, Giulio Giorello, Dennett, Einstein, Penrose, Cavalli-Sforza, Sagan, Russell e tutta questa gente qui per avermi insegnato negli ultimi anni quel poco di biologia, di fisica e di filosofia che mi sono serviti per arrivare sufficientemente in alto in graduatoria. Senza di loro non avrei saputo nulla di geni recessivi del daltonismo, di relatività, di meiosi, di Hegel e di neuroni, nozioni che si sono rivelate utili al momento dell’esame. E ringrazio Davide (non commento i tuoi post, ma li leggo tutti i giorni) per avermi trasmesso – inconsapevolmente – la voglia di rimettersi in gioco.

E ora vediamo se e quanto dura.

Scritto da Gianluca Bartalucci

7 settembre 2011 alle 15:31

Stare mesto(s)

con 2 commenti

Tornato. Giro in auto di circa 8 giorni, tiratissimo – come piace a me – tra Praga, Cracovia, Liubiana e, involontario tocco di classe finale, pomeriggio e serata in un’amena e tranquilla cittadina marittima croata, tale Novigrad. A parte quest’ultima, si tratta di posti in cui ero già stato (anche più di una volta) e che ho rivisto molto volentieri. Praga ha sempre quel suo soffice fascino notturno – di giorno è invece una feroce macchina acchiappa-turisti -, Cracovia si conferma gioiello capace di regalare ancora piccole sorprese, specialmente tra le vie infilate nel vitale quartiere ebraico. Per non parlare, poi, dei bui localini sotterranei che sembrano sottrarsi alla massa dell’assortito turistame. In un pub dalla speciale atmosfera, il Nowa Prowincja, ho probabilmente bevuto una birra accanto a Stephen King. O almeno mi piace pensarla così.

Forse più in là, se avrò voglia, scriverò un post modello-Zingarate per descrivere più nel dettaglio ostelli, ristoranti, locali e così via. Forse, eh.

Scritto da Gianluca Bartalucci

16 agosto 2011 alle 15:16

Pubblicato in foto, polonia, viaggi, vita là fuori

Il tempo delle feste

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Sangria

Giugno e luglio sono probabilmente i mesi più caldi dell’anno.

Caldi. Ok, lo so, lo so. Ciò li rende immancabilmente tremendi, odiosi, disprezzabili, evitabili e tutto quel che volete: con me, non so se lo sapete, sfondate una porta aperta. Il caldo è Satana (mi piace immaginare che la gente che legge il blog sia gente speciale che ama il fresco, il freddo, il gelo, la pioggia, i temporali a capodanno ascoltando i Burial, il raffreddore, le sciarpe, la neve, i caminetti accesi e quel delizioso senso di morte che ti pervade ogni volta che giunge l’autunno, ma forse m’illudo!).

Però è durante questi due mesi che si svolgono due delle feste più divertenti della Toscana. Mi riferisco nello specifico alla cosiddetta ‘Notte bianca in oltrarno‘ di Firenze e al ‘Pistoia Blues‘. Quest’anno ho fatto doppietta, presenziando a entrambe: tra i pochi eventi a cui ho preso parte, questi due sono stati senza dubbio i più riusciti, i più voluminosi, i più assordanti. Si tratta di quelle esperienze vitali e italianissime che, quando per un motivo o l’altro sei costretto a vivere all’estero, ti mancano più di ogni altra cosa.

La festa a Firenze si svolge nell’area che coincide più o meno col letterario quartiere San Frediano, una zona – soprattutto quella prossima a Piazza Santo Spirito – già da anni tra le più effervescenti della città. Firenze è una città tutto sommato discretamente borghese e quella che è ormai diventata la sua festa estiva per eccellenza, la quale si dipana in un quartiere che sa cogliere più di altri l’essenza stessa della fiorentinità, non poteva discostarsi troppo da questo suo modo di essere. Borghese, sì, ma tutt’altro che noiosa, la manifestazione prevede numerosi concerti di varia qualità, bancarelle amatoriali di panini e migliaia di persone che passeggiano senza sosta stringendo bicchieri alcolici, in un caos controllato che finisce per coinvolgere tutti, dagli anziani ai giovanissimi. E che non ti molla neanche alle 5 del mattino. Sembra che con l’amministrazione Renzi Firenze sia davvero risorta a nuova vita: al sindaco tocca adesso il compito non semplice di rendere il centro storico di nuovo appetibile ai fiorentini (e ai toscani in generale), e non solo un costoso giocattolo con cui divertire e spennare i turisti.

Pistoia nei giorni del Pistoia Blues è invece un delirio vero e proprio, che va spesso (meno male) al di là della decenza. Un delirio più spazialmente limitato ma dieci volte più tracimante, disordinato, sporco e, perché no, ugualmente affascinante. Tutti hanno i loro bicchieri di sangria casereccia da offrire. Tutti hanno una birra da due lire in mano. Uno su due suona (male) i bonghi e inizialmente ciò può risultare irritante, ma dopo un po’ – lo ammetto – neanche ci si fa più caso. Le ragazze ballano ovunque, sui marci tavoli di legno, sulle bucce di cocomero, sulle spalle di altre ragazze, sulle spalle delle ragazze che stanno sulle spalle delle ragazze. E’ un inferno, e son sicuro che anni fa l’avrei detestato. Oggi – com’è notorio ho raggiunto una certa pace zen – lo apprezzo per quel che è, un chiassoso coacervo di coscienze alterate. Sabato in concerto sulla piazza centrale c’erano i Doors, l’ho saputo solo quando lo show era terminato. Centinaia di vecchi rocker nostalgici arrivati a Pistoia per assistere allo spettacolo dell’ex band di Jim Morrison ad una certa ora si sono incontrati con i 16enni dall’alito alla marijuana che colmavano le piazze, e il confronto generazionale ha avuto il più banale degli esiti: i primi se la sono data a gambe, terrorizzati da tanto ingestibile marasma. I secondi, mi sa, se la sono invece sudata tutta fino all’alba. E hanno fatto bene. In Febbre a 90° Nick Hornby racconta che, una volta passati i 30 anni, dopo l’ennesima sbronza una mattina si è svegliato e ha deciso che il sapore di alcool che accompagnava da tempo immemorabile ogni suo spaesato risveglio -sorpresa! – non gli piaceva più. Da un momento all’altro quel sapore gli era diventato intollerabile. Di colpo aveva scoperto che non poteva più conviverci. Era dunque arrivato il fatidico momento di dare un taglio netto, triste e necessario, alle nottate intensamente alcoliche. Bene. Ragazzi che avete affollato Pistoia fino al mattino, vi do un consiglio: spassatevela adesso, perché il morbo di Hornby prima o poi colpirà anche voi. Oh sì, potete esserne certi.

Scritto da Gianluca Bartalucci

12 luglio 2011 alle 13:28

Tre botte di vita, nonostante tutto

con 2 commenti

Negli ultimi giorni tre cose mi hanno scosso in maniera particolare. Il suicidio (e non la morte in sé) di Monicelli, certi passaggi di un audiolibro (Pale Blue Dot) di Carl Sagan che sto ascoltando e un’intervista di Anthony Hopkins, in giro per il mondo a promuovere il nuovo film di Woody Allen (nelle sale italiane da domani). C’è un filo invisibile che lega, nella mia testa, questi 3 eventi. E magari, chissà, non solo nella mia.

 

(qui mi interessa la parte in cui parla Paolo Villaggio)

 

(intervista a Hopkins)

 

(un intenso pezzo tratto dall’audiolibro Pale Blue Dot di Sagan, morto di cancro nel ’96)

Scritto da Gianluca Bartalucci

2 dicembre 2010 alle 15:00

Il referrer dell’anno

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Oggi qualcuno è arrivato su questo blog digitando su Google:

 

con metodo gestalt lo pscicologo capisce se la paziente e’ innamorata di lui?

 

E mi ha fatto ridere. E pensare a tutto quel che ci può esser dietro. E costruire storie.

(poi fammi sapere com’è andata, eh!)

 

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 novembre 2010 alle 14:43

Pubblicato in strani incroci, varie, video, vita là fuori

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Lo strano caso del Joshua Tree Pub

con 2 commenti

Al contrario di quel che si tende a credere, questa non è la società più stupida (o indecente, o amorale, o anomica, o infelice, o…) in cui possiamo vivere. L’ho ribadito giusto qualche post fa. Naturalmente ciò non significa che va tutto a meraviglia. O che, quando ci si dà un’occhiata attorno, non si possano individuare ampi margini di perfettibilità nei più disparati angoli. Ciò non significa, insomma, che oggi come oggi tutto sia bello e giusto. Ci mancherebbe.

Tra i fatti più ingiusti di cui ho ricevuto informazioni negli ultimi giorni c’è la chiusura coatta – e per fortuna temporanea – dell’ormai storico Joshua Tree Pub di Firenze. Per chi ha tempo, qui ci sono i dettagli (in un italiano un po’ discutibile, ahimé). Per chi non ha tempo, in breve: venerdì passato le forze dell’ordine hanno imposto la chiusura del locale di via della Scala a causa della presenza di soggetti ubriachi all’interno del pub stesso. Dopo cinque giorni di chiusura forzata, il Joshua riapre oggi. Non so con quale spirito.

Faccio mie le considerazioni presenti nell’articolo. Come si può decidere – a occhio – se uno è ubriaco o meno? E perché le forze dell’ordine devono interessarsi ad un presunto ubriaco che si trova all’interno di un pub, ubriaco che non sta guidando e che non mostra nessun comportamento molesto? Il provvedimento preso dalla polizia è angosciante ed ha tutte le carte in regola per essere, potenzialmente, un attentato alla libertà. Non la ‘libertà’ astratta di cui i più amano riempirsi la bocca. No. Mi riferisco alla libertà di chi la sera vuole uscire (a piedi) per andarsi a bere le sue due o tre birre nel pub preferito. La libertà, insomma, di passare il tempo come più ci piace. Senza arrecare danno o fastidio agli altri.

Ho parlato più di una volta, anche qua, del Joshua Pub. E’ un pub irlandese vecchio stile, atmosfera calda e accogliente, birra ottima e ricercata selezione musicale come sottofondo. Sono spesso lì a vedere i posticipi calcistici, visione che di solito accompagno con diverse Murphy’s rosse. (I commit my weekly crime). E’ uno dei locali fiorentini che preferisco.

Se le cose stanno davvero come è stato riportato in questi giorni, il provvedimento preso nei confronti del pub è ridicolo. Per quel che può contare, i ragazzi che gestiscono il Joshua hanno tutta la mia solidarietà.

 

Scritto da Gianluca Bartalucci

28 ottobre 2010 alle 15:39

Venti canzoni

con 7 commenti

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:

Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?

Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed  è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.

Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:

  • Queensryche: I am I/Someone Else?
    Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui. 
    -
    “It” is my move, my every look
    interpreting gestures,informing other
    what’s undercover and lurking beneath my mask

    of this year’s featured model

    Is this too much?

    Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
    (I am I)
  • Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
    Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
    -
    Now I just act like I don’t remember
    Mary acts like she don’t care

    But I remember us riding in my brother’s car

    Her body tan and wet down at the reservoir

    At night on them banks I’d lie awake

    And pull her close just to feel each breath she’d take

    Now those memories come back to haunt me
    They haunt me like a curse

    (The River)
  • Nevermore: The Learning/We Disintegrate
    La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
    -
    I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
    If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
    Could the computer be internally conscious?
    To emulate flesh machines I am learning
    (The Learning)
  • SOAD: Chop Suey/Sad statue
    Chop Suey
    E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
    -
    Trust in my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    In my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    (Chop Suey)
  • Sting: Message in a Bottle/Mad about You
    Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
    -
    Walked out this morning

    Don’t believe what I saw
    A hundred billion bottles
    Washed up on the shore
    Seems I’m not alone at being alone
    A hundred billion castaways
    Looking for a home
    (Message in a Bottle)
  • Dredg: Sanzen/Bug Eyes
    I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
    -
    These papers are stuck in this book

    Until they’re torn out and pasted
    To the inside of my memory
    Where I can later look and see them in a new gallery
    Where they can later be viewed and appreciated
    (Sanzen)
  • Rush: Red barchetta/Bravado
    I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
    -
    Wind in my hair

    Shifting and drifting
    Mechanical music
    Adrenaline surge
    (Red Barchetta)
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    If the moment of glory

    Is over before it’s begun
    If the dream is won -
    Though everything is lost
    We will pay the price,
    But we will not count the cost
    (Bravado)
  • Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
    La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
    -
    With calculated candor you play the part

    Of a trusted confidant
    Moving closer for a better view
    Looking for more than eyes can see
    (Don’t Follow Me)
  • Tori Amos: Spark/Northern lad
    Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
    -
    She’s convinced she could hold back a glacier

    But she couldn’t keep Baby alive
    Doubting if there’s a woman in there somewhere
    Here
    (Spark)
  • Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
    Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
    -
    This is not who i wanted to be
    this is not what i wanted to see

    She’s so young so why don’t i feel free
    now that she is here under me?
    (Beyond the Pale)
  • Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
    Edge of thorns
    (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
    -
    I have seen you on the edge of dawn

    Felt you there before you were born
    Balanced your dreams upon the edge of thorns
    But I don’t think about you anymore
    (Edge of Thorns)
  • The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
    Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
    -
    And blue is representing

    The draft in my heart
    I’m wandering through thin skies
    And the transparent air I’ve missed
    (The May Song)
  • Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
    Disarm
    è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
    -
    Disarm you with a smile

    Cut you like you want me too
    Cut that little child
    Inside of me and such a part of you
    (Disarm)
  • Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
    Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
    -
    And now my bitter hands cradle broken glass

    Of what was everything?
    All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
    (Black)
  • Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
    Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
    -
    Can you feel rejection
    And a lack of motivation
    And the joy you need restricted and delayed
    (Forever Failure)
  • Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
    Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
    -
    I will run to the hills where you hide
    Seeking vengeance for all of my kind
    (Victory is Mine)
  • Radiohead: The Bends/ Black Star
    Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
    -
    Where do we go from here?

    The planet is a gunboat in a sea of fear
    And where are you?
    They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
    To blow me away, to blow me sky high
    (The Bends)
  • Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
    Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
    -
    Gravity keeps my head down

    Or is it maybe shame
    At being so young
    And being so vain.
    Holes in your head today
    But I’m a pacifist
    I’ve walked las ramblas
    But not with real intent
    (If you tolerate this…)
  • Anathema: Are you there? /Temporary Peace
    Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
    -
    Are you there?

    is it wonderful to know
    all the ghosts…
    all the ghosts…
    freak my selfish out
    my mind is happy
    need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
    (Are you there?)
  • Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
    Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
    -
    I saw his ending
    long before it started
    I knew his name
    he’s the one who took the sword
    out of the stone
    it’s how that ancient tale began
    I hear it in the cold winds
    My song of the end
    I had seen it in my dreams
    my song of the end
    I can’t stop the darkening clouds
    (A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important
Well mister they vanished right into the air
Now I just act like I don't remember
Mary acts like she don't care
But I remember us riding in my brother's car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I'd lie awake
And pull her close just to feel each breath she'd take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 ottobre 2010 alle 21:45

Anima?

con 2 commenti

shiningNe avevo già accennato qui nella vecchia versione del blog. Anima? è un racconto che ho scritto quest’inverno e che ho inviato all’associazione Ali (che collabora con la casa editrice Centoautori) per partecipare al concorso “Il racconto nel cassetto“. L’ho buttato giù in pochissimo tempo e, soprattutto, ho dovuto compattarlo e sforbirciarlo parecchio (non senza dolore) perché rientrasse all’interno del numero di battute consentito dal regolamento del concorso stesso: in origine, forse, era lungo il doppio delle pagine. Anche per questo, ma non solo per questo, non ne sono del tutto soddisfatto. Ovviamente.

L’associazione Ali l’ha appena messo online assieme a moltissimi altri racconti. Anima? si trova qui e può essere votato, nel caso in cui incontri il vostro gradimento. Se invece vi fa schifo (e ci sta benissimo!), siete obbligati a non votarlo.

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 giugno 2010 alle 09:58

I dialoghi laconici

con 2 commenti

Suonano il campanello. Che palle, che palle. Anche peggio di quando squilla il telefono, il che già è una rottura mica da ridere. Vado giù, mi avvicino alla portafinestra, scosto le tende con l’intenzione di non farmi vedere e guardo fuori, zona cancello. Porca puttana, i Testimoni di Geova. Orrenda visione. Quelli dell’altra volta. Una donnina tutta pepe e sorrisi e la sua compagna, alta, triste, muta, assorta nell’incessante espiare. Risuonano. Non è possibile, no, non è possibile. Risuonano di nuovo, e penso che non ho molta voglia di uscire e farmi lanciare addosso le tre o quattro solite fesserie, che poi non te li stacchi più, e vogliono amicare, fogliettini, depliant, manuali, bibbie, crocifissi, cristofori, crociofori, e via dicendo. No. Però esco, apro la porta ed esco. E’ bontà, poche storie. Non ce l’ho mica con la setta dei Testimoni di Geova in particolare, macché. La loro è una religione come un’altra. Solo che i testimoni di Cristo, i testimoni di Allah e i testimoni di Sean Tology non vanno a pigiare campanelli casa per casa, è giusto dire le cose come stanno. Un punto in più per questi ultimi: chi l’avrebbe mai detto.

Insomma, esco, mi avvicino al cancello. Le affronto. Solo perché smettano di suonare, solo per questo. A meno che, hai visto mai… Luce, luce, il signore mi ha mandato due angeli! Sempre sia lodato!

-         C’è la mamma? Margherita, quella brava signora. (sviolinata vomitevole, iniziamo alla grande)

-         Non è in casa. (è la seconda volta che la stessa coppia di Testimoni viene qui quando sono a casa  e cerca mia madre, ed è la seconda volta che non ce la trovano. Devono averci parlato una volta, e la mia mamma – che incauta! – deve aver detto loro come si chiama. lì è cominciato il processo di fidelizzazione del cliente)

-         Ah, non ce la trovo mai! (sottinteso: so bene che c’è, furbacchione, e so bene che stai solo cercando di mandarmi via il prima possibile)

-         Eh. (non c’è davvero, cazzo vuoi?)

-      Peccato, volevo parlarci un poco. (imbarazzo, non sa come ristrutturare all’istante  le sue profonde argomentazioni e ripartire di slancio. ma è un attimo, sono addestrate a tirar fuori il bene e il vero e il giusto anche da una discussione che verte  sul metodo di cottura dei fagioli borlotti)

-         Eh, non c’è.

-         Volevo darle questo opuscolo, peccato.

-         Ah. (non me ne frega niente, non me ne frega niente, non me ne frega niente, non me ne freg…)

-         Guarda, guarda qui, è interessante! (ciao, Nuovo Utente. Entra nella nostra Community. Sign in! Le ultime uscite sono…)

-         Sì (mi avvicino al cancello, lei infila le mani tra le inferriate e mi mostra il foglietto. ah, perché non ho un cane aggressivo, di quelli che mordono? dov’è, a proposito?)

-         Volevo fare con la mamma un discorso sulla verità. Cos’è la verità? Non è facile rispondere, dirai tu, però qui vedi le domande e poi all’interno ci sono le risposte. La gente si chiede se Dio si interessa davvero a noi, se le sofferenze avranno mai fine, come si può trovare la felicità. Qui dentro ci sono le soluzioni a queste questioni.

-         Ah. (no, dai, non può davvero credere a ciò che sta dicendo. Non può essere seria. Qualcuno mi tiri fuori da questo romanzo di Philip K. Dick, subito!)

-         Dille di leggerlo e poi di farmi sapere cosa ne pensa, piccoli condensati di verità come questo possono aiutare a rinfrancare gli animi nei momenti più bui, come quello che stiamo attraversando (“Il cattivo odore vi tiene fuori dal giro? Lo spray deodorante Ubik e lo stick deodorante Ubik, efficace dieci giorni, mettono fine allansia di provocare disgusto negli altri, e vi riportano al centro degli avvenimenti! Innocuo se usato secondo le istruzioni in un programma coscienzioso di igiene del corpo”)

-         Sì. (come no, glielo faccio leggere. Poi? Ci si può abbonare a qualche rivista? Dove devo firmare?)

-         E mi raccomando, salutamela, dille che siamo passate!

-         Ok. (evvai, evvai!)

Vanno via, lei, il suo entusiasmo, e la muta. Arriva il cane, dopo dieci minuti, e abbaia mestamente per un cinque secondi netti. In perfetto ritardo, bravissimo. Entro. Prendo in mano l’opuscolo, guardo la prima pagina. Un mare, un’alba, il trionfo della retorica. Vorreste conoscere la verità? Dove andreste a cercare le risposte? Nelle biblioteche e nelle librerie ci sono migliaia di libri che asseriscono di rispondere a queste domande. Spesso però un libro contraddice l’altro. Certi libri, poi, sembrano validi sul momento ma ben presto diventano superati e vengono aggiornati o sostituiti. Una tremenda apologia dell’ignoranza. Fessi! Perché informarsi sulle cose, quando ci sono in giro i nostri splendidi ed esaustivi opuscoli? Esiste un libro, invece, che contiene risposte degne di fiducia. E’ un libro che dice solo la verità. Rivolgendosi a Dio in preghiera, Gesù disse: “la tua parola è verità”. Oggi questa parola è nota come la Sacra Bibbia. Ma come si fa, come si fa. Come. Come. Come. Come si fa a dare retta ad un libro del genere e non, che so, al Signore degli Anelli? Perché non trovo in giro Testimoni di Gandalf?

Comincia a far freddo, intanto. C’è la pioggia, le giornate si sono accorciate, è tempo di pantofole, di frutta secca e di Festa del Tartufo a San Miniato. E ci sono anche un sacco di caminetti da accendere, eh sì, eh sì.

 

Scritto da Gianluca Bartalucci

30 ottobre 2008 alle 19:44

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