Ragione & speranza (ahimé, di nuovo)
Qualche post fa mi ero ripromesso di non entrare più in una discussione sull’esistenza di Dio (e dell’Anima) con un credente. E volevo parlarne meno anche qui dentro, dal momento che ho già detto tutto quel che dovevo dire. Avevo preso questa decisione dopo aver constatato l’impossibilità di giungere, al termine di estenuanti contrapposizioni di argomenti, a una veduta comune, a un almeno parziale accordo con chi mi stava di fronte. Le due posizioni (quella mia e quella del credente), dissi, sono di solito assolutamente inconciliabili.
Dal mio punto di vista, ripeto, ciò avviene per due principali ragioni:
1) Al mio interlocutore mancano le basi del ragionamento scientifico e logico-deduttivo. Le basi: quelle che anche io, che non ho una laurea in fisica delle particelle, credo di aver assimilato.
2) Al mio interlocutore, colto e/o intelligente, manca il coraggio di abbandonare del tutto quel pacchetto di credenze che ho in tutta fretta chiamato fattore-speranza. Lui sa di cosa sta parlando, anche se spesso apre vacue parentesi di sottigliezze teologiche, e utilizza ottime argomentazioni per dare una spiegazione alla propria posizione. Tutto ciò fino al punto in cui, per giustificare le basi del proprio credo – metabolizzato acriticamente e ritrasmesso in infiniti processi culturali -, se ne esce con ragionamenti in cui miscela inconsapevolmente approccio logico e desiderio. Desiderio che ci sia altro, oltre noi. E che questo altro sia proprio, spesso, ciò che abbiamo immaginato in tempi remoti, tempi di conoscenze limitate, di mitologie e sacrifici agli Dei. A questo punto la ragione cede il posto alla speranza, alla fede, e io non ho niente da dire al riguardo. Se non che, ovviamente, io la fede non ce l’ho: perché il mio cervello funziona in modo diverso.
In verità di recente mi son trovato mio malgrado invischiato, di nuovo, in un dibattito a sfondo religioso con una persona credente. Il mio interlocutore, persona colta (ben più del sottoscritto), ha finito per infilarsi dritto dritto nella seconda categoria negando l’impossibilità delle neuroscienze – il discorso era partito da qui – di dimostrare la non-esistenza dell’élan vital, dello spirito, dell’anima immateriale che Dio avrebbe soffiato dentro di noi. Il fatto che le neuroscienze non mirino a questo – per tutta una serie di ragioni sulle quali mi sono soffermato spesso qua dentro, tirando fuori i soliti e sempre efficaci rasoi di Occam e teiere di Russell – non ha sfiorato la sua brillante (senza ironia) mente. “Chi ci dice che non ci sia dell’altro, magari di Superiore, che muove le cose nei nostri cervelli?”, ha più o meno concluso. Cosa rispondere a simili domande? Che vorrei sperarci anche io. Che mi piacerebbe tanto. Ma vedo, noto, studio, capisco, intuisco che questa speranza è, ahimé, vacua.
Speranza, già. Speranza di non essere solo macchine biologiche evolutivamente modellate per non credersi solo macchine biologiche evolutivamente modellate (per non credersi solo macchine biologiche evolutivamente modellate per non…). Speranza che la morte non sia la fine di tutto. Speranza che il nostro piccolo pallido puntino blu sia, tra i miliardi di miliardi di miliardi di pianeti dell’universo, quello speciale. Il prediletto da Dio. Speranza che la vita abbia una senso prestabilito, un fine verso cui tendere. Speranza che quel senso sia da noi intelligibile.
Tutto questo m’è tornato a mente leggendo, questa mattina, un articolo di Pontifex. Ok. Ok. Pontifex è il Male e questo lo sappiamo tutti. Me le vado a cercare. Ma, d’altra parte, ciò che emerge da questo scritto non è così lontano dal pensiero di credenti meno estremisti, anche se qui è espresso in maniera dolorosamente banale e sciatta.
Quel che dicevo poc’anzi riguardo l’osceno ibridarsi di ragionamento scientifico e fattore-speranza lo ritroviamo infatti in passaggi come:
Sanford era un evoluzionista convinto e molti dei suoi brevetti sono tuttora utilizzati da tutti i ricercatori del mondo che, come noto, sono quasi tutti evoluzionisti; in pratica credono che l’uomo derivi dalla scimmia, alcuni sostengono che prima ancora ci fosse un brodo primordiale e da lì scaturì un anfibio, “padre” del regno animale. Insomma, si fa fatica a credere a certe fesserie; anche se fossi ateo, preferirei sapere di essere discendete di un uomo ed una donna e non di un “ramarro”.
In questo paragrafo, invece, si cerca di tirare dalla propria parte il Secondo Principio della Termodinamica dopo averlo però totalmente frainteso:
Liberata da tutti i suoi elementi estranei, romantici e teleonomici, l’evoluzione torna ad assumere l’asciutto volto dell’entropia. Diviene un processo dissolutore, una condanna alla perdita delle forme, una “fine delle specie”, quasi in contrapposizione al titolo darviniano “L’origine delle Specie”. Entropia e evoluzione vengono ad identificarsi non solo lessicalmente, ma anche concettualmente, come comune analisi pessimistica dell’esistenza, fisica o vivente.
In sostanza il “ramarro” o la scimmia non può diventare uomo, viceversa potrebbe verificarsi scientificamente il contrario, se Dio lo permettesse.
L’articolo si conclude abbandonando ogni pretesa logico-scientifica. L’autore, lui sì, va a collocarsi nella prima categoria: non sa di cosa sta parlando e ne dà ulteriore conferma. Eccolo nel suo ingenuo (e a suo modo onesto) slancio di entusiasmo:
Scegliete voi, io sono creazionista, altrimenti se facessi mio un principio filosofico apostata, mi dovrei confessare perché in stato di peccato mortale, quindi privo di Grazia santificante; sarei anche obbligato a credere di discendere da un brodo o da un “ramarro” / scimmia, oppure che al mio cane dovrebbe crescere il collo se collocassi sul frigorifero la sua ciotola di crocchette :)
Amen, naturalmente. Amen.
Smetti di leggere, ORA: acquista il nostro scintillante ebook reader

Cybook Odyssey
Mi secca molto ammetterlo.
Non amo fare il nostalgico. Né mi piace assumere posizioni conservatrici.
Ma tant’è. Da quando ho comprato l’ebook reader, da quando mi sono costretto a leggere solo libri digitali, la mia voglia di leggere s’è pian piano dileguata. Ecco, l’ho detto.
Quando presi l’ebook reader (un Cybook Odyssey, tutto sommato un buon prodotto al netto di qualche bug poi corretto dalla Bookeen), nel periodo natalizio, sperimentai immediatamente una certa indefinibile scomodità di lettura, sentii all’istante che qualcosa non andava. Eppure mi imposi di usarlo e di abbandonare il cartaceo. Mi ci abituerò, mi dissi. Col tempo, il mezzo scomparirà. Col tempo resterà solo ciò che conta: i contenuti. I contenuti. I concetti. L’intreccio. I personaggi. La storia. Le idee dello scrittore.
Invece no.
A tre mesi dall’acquisto, posso dire che l’esperimento è fallito. Con mio gran dispiacere.
Non voglio tirar fuori la retorica bibliofilonoiosa da Odore delle Pagine, e bla bla bla. So bene, benissimo, che un libro è le informazioni che veicola, e non il substrato fisico sul quale esse sono fissate. Il mio è un pregiudizio, niente più di questo. Mi rendo solo conto di non riuscire a sradicarlo.
E’ presto detto. Un bel libro, come può essere il Suttree di Cormac McCarthy che sto attualmente leggendo, mi risulta meno autorevole, meno efficace e meno vincolante quando mi trovo ad affrontarlo in digitale. Lo percepisco come di minor valore, non so se mi spiego, rispetto a ciò che farei con la sua versione cartacea. E’ più volatile, immensamente più usa-e-getta. E mi fa fatica riprenderne ogni volta la lettura. Morale della favola, lo sto stancamente portando avanti da più di venti giorni. E ne avrò per altri venti, andando avanti di questo passo.
Non è neanche una questione di belle edizioni, lo chiarisco. Me ne sono sempre fregato di acquistare la versione rilegata in oro da esibire nella biblioteca personale quando per un terzo del prezzo avrei potuto avere l’edizione tascabile. Non mi è mai interessato il Bel Volume.
E’ proprio un problema di carta versus digitale. E’ proprio un fastidioso, ostinato, pregiudizio.
Dal momento che il digitale prenderà ovviamente e credo giustamente piede, non nego che il tutto mi crei un certo disagio. Passerà, spero. Passerà: ma la tentazione di tornare a comprare libri… veri, lo confesso, è fortissima.
The death defying unicorn
E’ uscito il nuovo Motorpsycho. E ovviamente mi ci sono fiondato al volo, come faccio da circa 12-13 anni per ogni loro disco, abbandonando temporaneamente quel che stavo ascoltando nell’ultimo periodo (e cioé l’ultimo Florence + The Machine, Perdition City degli Ulver, il sempreverde Generation Terrorists dei Manic Street Preachers, Warrior Soul, Therapy?, Wildhearts, e qualcos’altro che ora non mi sovviene).
Si chiama The death defying unicorn ed è un concept album distribuito su due cd/lp. Alla realizzazione della cosa hanno partecipato il noto (?) tastierista Ståle Storløkken e altri musicisti jazz, nonché alcuni figuri provenienti dal mondo della classica (cose che non mi interessano un granché: lo si capisce, vero?).
Purtroppo non ci siamo. No, no, no, no. Non mi convince. Questo lungo e pretenzioso lavoro – tra psycho-prog, atmosfere fiabesche, King Crimson, Yes, Genesis, violini, fiati, estenuanti intermezzi strumentali e mielosità esagerata – non mi convince. C’è poco da fare. Lo trovo forzato, tronfio, esagerato.
Come dicevo qualche post addietro, è così poco interessante/emozionante che non ho neanche troppa voglia di parlarne. Al momento sono indeciso tra il classico – e vigliacco – “è un disco che ha bisogno di esser sentito più volte” e il più viscerale – temo sincero – “che gran rottura di palle”. Ma son certo, certissimo, che questa roba non passerà alla storia. Peccato.
A scanso di equivoci, confermo la mia presenza al concerto che terranno a Livorno il prossimo aprile. Perché dal vivo, è bene che lo sappiate voi che non avete mai assistito a un loro concerto, non li batte nessuno.
Symphony of Science: The Greatest Show on Earth
E’ uscita una nuova traccia del progetto Symphony of Science (ne avevo già parlato). Si chiama The Greatest Show on Earth, come il best-seller di Richard Dawkins, ed è incentrata – ovviamente – sull’evoluzione, con interventi di David Attenborough, Bill Nye e dello stesso Dawkins. Musicalmente non è ai livelli di We are all connected (un commovente capolavoro), ma tutto sommato non è niente male.
Ultime letture (Heinlein, Dick, Hicks, Twain)
Fanteria dello spazio, di Robert A. Heinlein. Parte forte, fortissimo. La prima metà (qui la trama), quella che tratta dell’addestramento del soldato – il protagonista Johnny Rico – è scritta bene, scorre che è un piacere ed è buonissima. Molto coinvolgente. Nella sua seconda parte il libro si inceppa, invece, più di una volta. In primo luogo viene fuori il maggiore difetto di Heinlein – riscontrato anche in altri suoi lavori – e cioé quello di farsi prendere la mano da velleità di saggista mettendo da parte la pura narrazione degli eventi. Si sente che vuole spiegarci le sue teorie: nel farlo, purtroppo, si dimentica di portare avanti la storia. In seconda battuta ho trovato un po’ noiose le pagine dedicate a quella che definirei grossolanamente “burocrazia militare”. Un comandante deve fare questo e quello, un sergente entra in azione quando muore caio, il tenente succede a tizio solo in circostanze particolare, il capitano ha compiti precisi X e Y, il caporale Z e K…insomma, questa roba qui. Non proprio emozionante, no? Infine, anche la narrazione della battaglia finale contro i Ragni mi ha lasciato abbastanza freddino. Libro belloccio, nel complesso – soprattutto per il folgorante inizio – ma niente che mi cambi la vita.
Un oscuro scrutare, di Philip K. Dick. Scritto malissimo, il libro (qui la trama) avanza a tentoni, dando a volte l’impressione di non saper dove andare a parare. Eppure, forse anche per tale (presumo involontaria) zoppicante prosa, riesce a comunicare cosa si prova a essere un drogato – cosa si prova a percepire che le nostre facoltà cognitive ci stanno pian piano abbandonando – molto più di tanti altri libri letti sul tema. Il finale, tipicamente dickiano (così come è dickiana l’ossessione metafisica di cui è permeata l’intera opera), è qualcosa di fantastico. E terribile. E angosciante. E geniale.
Love all the people, su Bill Hicks. Ho parlato di Hicks fino alla nausea, nei post passati. Lo cito nuovamente solo per sottolineare, ancora, la grandezza del personaggio. Questo libro contiene la trascrizione dei suoi spettacoli, delle sue poesie, interviste e alcuni dei racconti che il comedian americano ha scritto nella sua breve vita. Il crudo e tremendo Thoughts on love and smoking (l’ho già detto) vale da solo il prezzo del volume.
A Dog’s Tale, di Mark Twain. Brevissimo racconto – credo si trovi trascritto sul web – letto il giorno di Natale. Ottimo se volete (ammesso che vogliate) che il vostro bambino scopra cos’è la vivisezione.






