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Anneke & Danny – Untouchable part II

Anathema

Quando la sentii la prima volta fui sconcertato dalla sua semplicità, dalle sue melodie così lineari, accattivanti, e mi aspettavo che non sarebbe durata a lungo. Carina, sì, ma mi stancherà nel giro di un paio di settimane. Invece è ancora qua, viva e vegeta. Untouchable (presa come canzone unica, con la prima parte più frizzante e la seconda pianistica, morbida e dimessa) degli Anathema, tratta dal fortunato Weather Systems, è forse una delle canzoni più indovinate che abbia sentito negli ultimi anni. Dopo la spettacolare Dreaming Light, altro colpo riuscito per la band inglese.

Nel video qui sotto, pubblicato di recente, Untouchable part II è cantata da Danny degli Anathema e da Anneke (l’ex The Gathering). Interpretazione a mio parere sentitissima e che devo condividere.

http://vimeo.com/60812806   (e no, niente embedding: grazie Vimeo)

Anneke sarà in tour in Italia di supporto ai Pain of Salvation a metà Aprile. Il biglietto per la data di Bologna è – manco a dirlo – già mio.

I dischi più ascoltati nel 2012

Tra i dischi usciti nel 2012, questi dovrebbero essere – in questi casi la memoria ti frega sempre, ma scorrere la timeline di Facebook può aiutare – quelli che ho sentito di più. Qualche volta li ho citati anche qui sul blog. Eccoli, in nessun ordine particolare:

Molto probabilmente quelli di Anathema e Amanda Palmer sono i miei preferiti in assoluto.

Per l’anno nuovo aspetto con una certa curiosità i nuovi di Fates Warning e Dredg. I primi tornano a pubblicare un disco dopo molti anni, e chissà se hanno ancora idee, i secondi devono riuscire a cancellare dalla mente degli ascoltatori il loro ultimo obbrobrio – disco che implicitamente hanno loro stessi rinnegato proponendo nei loro ultimi tour l’esecuzione dei successi Catch Without Arms e El Cielo (due grandissimi album) suonati per intero.

Anathema, “Weather Systems”

Anathema, Weather Systems

Anathema, cover di Weather Systems

Sta per uscire il nuovo album degli Anathema. Un gruppo al quale sono particolarmente legato, nonostante riconosca che non sia il più geniale e seminale della storia della musica. Legame affettivo, si dice così. Ho ascoltato qualcosa e devo dire che il materiale non devia molto dalle sonorità – solari, positive e un po’ zuccherose – degli ultimi lavori, peraltro penalizzati a mio modo di vedere da produzioni eccessivamente cristalline.

Gli Anathema sono felici, giulivi, sereni, si godono l’esistenza… e ciò è un male. Ma, come detto altrove, non ho purtroppo il potere di tenere segregati in una stanza buia e umida e puzzolente i miei musicisti preferiti, non ho il potere di mantenerli eternamente depressi o disperati, non ho il potere di far sì che non smettano di abusare di droghe e alcool, di tagliuzzarsi le vene, di passare le serate guardando le trasmissioni di Signorini. Gente come gli Anathema, o Tori Amos, o i Queensryche, o i Megadeth, o i Manic Street Prechers (…), tutta questa gente ha smesso di fare musica di altissimo livello proprio quando è riuscita a tirar fuori la propria vita da una particolare situazione di disagio. Guarda caso. La loro esistenza funziona e, suppongo, la voglia e la motivazione necessarie per sedersi ad un tavolo, di notte, a scrivere il Pezzo della Vita, inevitabilmente decrescono d’intensità.

Weather Systems l’ho ascoltato poco, per adesso. Solo qualche brano qua e là. Forse non sarà, dicevo, quel gran disco. Ma l’inizio non è niente male. Cercate su Youtube le due parti di Untouchable, per esempio.

Sogni di bombe

Un’amica su Facebook racconta di aver fatto un sogno in cui una situazione di pacifica serenità viene interrotta da un improvviso bombardamento aereo. I bombardamenti – per quanto io ricordi – avvengono spesso anche nei miei, di sogni (da lì nascono cose astruse come questa). Non avendo in questo momento di meglio da fare, mi chiedo perché. Giocando al Piccolo Freud, potrei ipotizzare che sia tutta “colpa” dei nonni che, inconsapevolmente, ci hanno bombardato con i loro drammatici racconti bellici nel periodo della nostra infanzia. Chissà se è un’ipotesi plausibile o se è una idiozia come un’altra. Bah. Resta il fatto che video come questi, secondo me, scavano parecchio nell’inconscio. E, inevitabilmente, catturano.

A moment in time: Anathema live a Bologna

Prova buonissima per gli Anathema ieri all’Estragon di Bologna. Anche sufficientemente – e forse inaspettatamente – energica. Nei primi minuti (con qualche problema tecnico) gli inglesi sciorinano gran parte dei classici da The Silent Enigma in poi, toccando il culmine dell’emozione con l’esecuzione dell’immensa Temporary Peace. Successivamente suonano per intero l’ultimo We’re Here Because We Are Here, mettendone loro malgrado in evidenza tutta la pesantezza. Anche in sede live, infatti, il disco si dimostra scialbo e, soprattutto nella sua seconda metà, poco ispirato. Dopo 2 ore e un quarto di concerto, gli Anathema si congedano con una versione tiratissima e speciale del capolavoro Fragile Dreams, da Alternative IV. Bella scaletta, in parte ammosciata dalla riproposizione integrale dell’ultimo disco, e bella serata, aperta dai bravi The Ocean e da un cantautore norvegese dalla voce sensazionale.

 

Siamo qui… perché siamo qui (e non quo, e non qua)

Gli Anathema tornano a pubblicare un disco dopo sette anni di tentennamenti, posticipazioni e concerti acustici in localini intimi di mezzo mondo. We’re here because we’re here (dal titolo che mi rimanda inevitabilmente a Roll the bones dei Rush) appare fin dalle primissime note come un lavoro in cui speranza, luce e vitalità giocano ruoli decisivi, ben al di là di ogni possibile aspettativa. Se avete amato Alternative IV e i dischi precedenti, sappiate che qui siamo sull’altro versante. Qui non ci si suicida manco se ci pagassero, né si rimpiange alcunché, qui non ci si deprime in stanze buie in compagnia di una bottiglia di vino, qui non si perde tempo a frignare sugli amori andati e su quel che poteva essere e non è stato. We’re here è al contrario una specie di inno alla vita e al contingente (appunto), sinuoso nel suo incedere, delicato, spudoratamente malinconico e di una positività allarmante. Se offrivi una scogliera con precipizio sul mare agli Anathema di quindici anni fa, loro l’avrebbero sfruttata al volo  come trampolino di lancio verso il Grande Nulla. Ti butti giù e ciao ciao mondo crudele (ancora, un’immagine dai Rush: quelli del capolavoro The pass). Adesso vi si metterebbero a sedere, le gambe a penzolare a cento metri sul livello del mare, per osservare estasiati la poesia (coff, coff) di un qualche tramonto.  Magari fischiettando il ritornello mieloso (ma sì, caruccio) di una Dreaming light (suddenly life has new meaning/suddenly feeling is being). Con una lametta, all’epoca, avrebbero intaccato i polsi per vedere fin dove ci si poteva spingere prima di, prima di. Oggi l’utilizzerebbero per ritoccarsi il pizzetto. Una bottiglia di vino, quindici anni fa, si sarebbe trasformata in una solitaria e disperata sbronza. Oggi, probabilmente, è una scusa per sciorinare le proprie qualità di sommelier in qualche ristorante raffinato. Le persone cambiano… ma così tanto?

We’re here è – spero si sia capito – un disco che completa il viaggio “verso la luce” (o verso le canne) intrapreso con l’ormai lontano e meraviglioso A fine day to exit. Mette in mostra qualche buon pezzo, come l’iniziale e suggestiva Thin Air, con la sua trascinante esplosione, o Universal, ma nel complesso dà l’impressione di essere troppo diluito e insipido. Qua e là echeggiano melodie e suoni del bel tempo che fu, ma si tratta di fugaci flashback subito riassorbiti da qualche imponente tappeto di tastiere o dal fraseggiare ossessivo e ruffiano di una chitarra. E’ vero che le canzoni sono state scritte sette/cinque anni fa, ma proprio perché di tempo né è passato parecchio era lecito aspettarsi qualcosa di più. Questo è un disco che, sospetto, avrà vita molto breve.

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