Posts Tagged ‘animali’
Chimpanzee
Ancora sulle due bestie che si aggirano da queste parti
Ne avevo parlato qui. Questo è il breve filmato che ho girato giusto giusto ieri sera, con un cellulare dalla videocamera abbastanza scadente, ahimé:
I tipi di mente secondo Daniel Dennett
La forza dell’immaginazione
Ho sempre sostenuto che per poter arrivare a concepire come la semplice materia possa dare origine ad una (wannabe) coscienza ci vuole solo tanta immaginazione (per poter immaginare A, si deve immaginarlo: e non vedo come si possa uscire da questo ragionamento tautologico). Se uno si sforza di immaginare come possa essersi svolto il lungo processo che dalle particelle elementari e gli organismi unicellulari ha portato all’io, allora potrà afferrarne i passaggi chiave e i meccanismi. Se non saprà mettere in moto la sue capacità immaginifiche, invece, tutto ciò gli parrà assurdo, forse surreale, addirittura metafisico. C’è ben poco da fare al riguardo.
In questo secondo caso, se privo di sufficiente immaginazione , tale individuo avrà bisogno di introdurre elementi discutibili, ad hoc, per dare una motivazione coerente della nascita delle proprie facoltà cognitive. Mi riferisco qui a comode soluzioni come quella di un’anima incorporea, fatta scendere dentro di noi al momento della nostra concezione. O a quel fantomatico oggetto sconosciuto x – da qualche parte deve pur risiedere! – che ci dovrebbe permettere il ‘salto cognitivo’ necessario per elaborare i nostri pensieri più profondi.
Come posso pensare, finirà per chiedersi quest’ultimo, se non grazie a qualche trucco magico?
In La mente e le menti (Kinds of minds) il filosofo Daniel Dennett ci fornisce in prestito un po’ della sua immaginazione e, con tanta pazienza, si mette a raccontare quella che potrebbe essere stata la storia della cosa mentale. Com’è che noi pensiamo? Dove ha origine quella che oggi ci pare la nostra coscienza? Sotto l’onnipresente prospettiva evoluzionistica, Dennett narra come si è arrivati, passo dopo passo, dal semplice al complesso. Per poi approdare, infine, all’estremamente supercomplesso: NOI. Adottando un atteggiamento intenzionale, il divulgatore descrive il continuo in cui quei veri e propri robot che erano le molecole primordiali si sono tramutati nelle nostre menti moderne. Costruite anch’esse, peraltro, da innumerevoli meccanismi inconsapevoli. L’autore si fa in quattro per cercare di rendere il più chiaro possibile come la cieca selezione naturale abbia potuto, di volta in volta, far compiere ai vari organismi della catena filogenetica quel gradino in più verso una (presunta) consapevolezza dei propri comportamenti.
Il libro è piuttosto succinto, ma non sempre semplicissimo. Forse perché, credo, è davvero arduo trasmettere alla perfezione la visione di un continuum utilizzando il linguaggio come strumento, dal momento che quest’ultimo opera necessariamente su ‘oggetti discreti’. Quando siamo tenuti a tratteggiare le caratteristiche di un flusso tramite il linguaggio (e non possiamo non usarlo), si devono giocoforza selezionare parti di tale flusso, per poi prendere in esame queste e solo queste, tralasciando gli infiniti momenti di transizione. Ciò considerato, è inevitabile che in ogni spiegazione di questo genere ci saranno – sempre – dei missing link, degli anelli mancanti. La sterile polemica innescata dai creazionisti, che ha il sapore di una versione insipida del paradosso di Zenone, non potrà mai essere del tutto debellata. A meno di non ricorrere, ancora, alla potenza dell’immaginazione. Questa facoltà può venirci incontro per riempire di senso, ad libitum, le inevitabili infinite lacune che il linguaggio scritto/parlato, operando su stati discreti, non può evitare quando cerca di seguire le varie tappe di un continuum.
(tappe! io stesso mi sto riferendo a oggetti discreti!).
Gran parte delle cose che dice Dennett le avevo più o meno già intuite, anche per merito di altri suoi scritti. Ma i suoi esempi hanno fornito lo stesso un utile supporto alla mia immaginazione.
Grammatiche innate
Ma non tutto mi convince. Non sono un granché d’accordo, in particolare, con le pagine finali del saggio. Qui il filosofo tende a fare una troppo netta distinzione tra la capacità di linguaggio dell’uomo e quella degli altri animali, a tratti smentendo il concetto di flusso continuo e indistinto di cui aveva parlato fino a pochi momenti prima. E’ chiaro che la nostra facoltà di pensare è sorta per merito del linguaggio e del nostro sempre più intenso ‘parlare a noi stessi’ (lo si vede bene nei bambini piccoli). Ed è chiaro che noi abbiamo più alte facoltà di pensiero proprio perché possediamo un linguaggio di gran lunga più articolato. Ma erigere un muro tra noi e – per esempio – gli scimpanzé, sulla base della teoria della ‘grammatica innata’ di Chomsky, grammatica che avremmo sviluppato solo noi umani, mi pare una forzatura delle cose.
Ho letto diversi libri e visto alcuni video – faccio quel che posso, senza uno scimpanzé in casa – in cui i primati in cattività dimostrano di poter imparare dei linguaggi. Linguaggi semplici quanto si vuole, ma linguaggi. Ma pare che anche allo stato di libertà essi sappiano sviluppare primitivi sistemi di comunicazione basati su gesti, sistemi che variano da gruppo a gruppo e da regione a regione, facendo ipotizzare che gli animali in questione siano in grado di mettere in piedi degli speciali e rudimentali dialetti. I noti esempi della gorilla Koko e della scimpanzé Washoe, che sapevano utilizzare il linguaggio dei segni americano anche in maniera creativa (pur con diversi e ovvi limiti) dimostrerebbero che se esiste una grammatica innata, una sua versione più semplificata è presente anche negli altri primati. Chomsky potrebbe aver torto nel volerla ‘donare’ in esclusiva alla mente umana.
Ciò del resto sarebbe in perfetta sintonia con l’idea di evoluzione come continuo. Proviamo a immaginare. Proviamo a tornare indietro nel tempo, milioni e milioni di anni fa. Si può pensare che un linguaggio primordiale si fosse sviluppato già nel lontano antenato di tutti i primati moderni. Poi, chissà, uno di questi distanti proto-primati ha visto la sua laringe posizionarsi in un certo modo e la sua lingua acquisire una certa mobilità. Ciò ha facilitato enormemente la creazione di un linguaggio più immediato ed efficace. Il tutto, nei milioni di anni, ha dato la spinta decisiva alla mente (letteralmente fiondata nel futuro) di quel primate: grazie ad un linguaggio complesso a mano a mano introiettato, quel fortunato essere ha sviluppato la più straordinaria macchina del pensiero che si possa incontrare sul suolo terrestre. Se tutto questo fosse vero, l’idea di Chomsky sarebbe errata – o almeno, inesatta.
Alla ricerca della coscienza perduta
Avrei qualcosa da dire anche sul concetto di atteggiamento intenzionale, e cioé la tendenza a interpretare come volontari e mossi da desideri i comportamenti degli organismi o degli altri tipi di entità (magari meccaniche o elettroniche) che incontriamo. O non ho capito il pensiero di Dennett su questo punto – e ci sta benissimo – o lui crede che solo l’uomo possa adottare tale tipo di atteggiamento. Se questo è ciò che davvero intende (1), non sono d’accordo. Ho citato qualche giorno fa l’aneddoto del mio cane che gioca con un semplice-cane-robot-giocattolo, abbagliandogli contro e cercando di attirare la sua attenzione. Chi mi vieta di pensare che il mio cane abbia a sua volta un atteggiamento intenzionale nei confronti del cane-giocattolo?
La cose sono due:
- O il mio cane pensa che il giocattolo semovente si comporti come un essere che ha scopi e desideri, come un oggetto vivo (un po’ come fa un bambino con una bambola)
- O il mio cane è ingannato in un altro senso, più “stupido”, e la sua percezione di alcuni dettagli attiva in automatico certi comportamenti (abbaiare, senso di protezione, curiosità)
C’è bisogno di sceglierne una sola? E se fossero vere entrambe?
Se siamo di fronte al caso 1, i cani hanno (un minimo di) atteggiamento intenzionale e possono riempire d’anima certe entità che li circondano. In un modo loro, di certo più povero, i cani pensano. Se è valida la spiegazione 2, i cani si comportano così come reazione automatica a certi stimoli, sono come robot adatti a carpire certi dettagli dell’ambiente ed a comportarsi di conseguenza. Riflettendoci a fondo, mi chiedo se ci sia una differenza sostanziale tra le due opzioni. E se potremo mai scoprirla. E se sapremo cosa dover scoprire.
Ragionamenti di questo tipo mi portano a pensare che di fronte ad un comportamento finalizzato a degli obiettivi, noi tendiamo ad avere un atteggiamento intenzionale (ci pare che quell’azione voglia raggiungere quel fine, che quel sistema brami quel risultato). Ciò ci fa leggere, superato un certo grado di complessità nell’entità che osserviamo, come consapevoli azioni che probabilmente non lo sono. E se, estremizzando ancor di più l’ipotesi, noi adottassimo l’atteggiamento intenzionale anche nei confronti degli altri esseri umani? E se, infine, adottassimo questra strategia anche nei confronti di noi stessi? E se fossimo solo un manipolo di gente assurda (ok, sto citando Woody Allen) che vaga per il mondo nella vana ricerca di vera consapevolezza?
Dopo aver letto Coscienza e la sua teoria sugli zombie filosofici, mi aspettavo, forse, che Dennett arrivasse a conclusioni simili. Invece, almeno in questo libro, il filosofo ha forse la saggezza di fermarsi un attimo prima.
–
–
(1) Probabilmente ho davvero capito male io, dal momento che qui Dennett dice chiaramente il contrario di ciò che avevo inteso leggendo La mente e le menti. Quindi questo non è un motivo di divergenza.
Yuri nel paese delle meraviglie
Avere la possibilità di osservare un cane, giorno dopo giorno, è molto istruttivo. Non mi stanco mai, non è retorica, di apprendere tutto ciò che può insegnarmi. Davvero. Da questo punto di vista gli ultimi giorni sono stati, per me ma soprattutto per Yuri, il mio cane, meravigliosamente stimolanti.
Come segnalai con questa foto, da un paio di mesi Yuri ha in casa un nuovo compagno. Si tratta di un gatto di circa tre mesi, una piccola peste che Yuri ha prima accolto con una certa diffidenza ma che, col passare dei giorni, è divenuto sempre più un “amico inseparabile”. Tant’è che il cane, nei momenti di “noia”, va spesso a cercare il gatto negli angoli dove quest’ultimo è solito dormire o nascondersi.
Quando prendemmo Yuri, 6 o 7 anni fa, il cucciolo metà husky e metà pastore tedesco che oltrepassò il cancello di casa nostra aveva circa un anno di vita. Lo prelevammo al canile e non potemmo non accorgerci, fin da subito, del fatto che il piccolo aveva una tremenda paura di tutto e tutti, ma soprattutto degli umani, ai quali si avvicinava con esagerata sottomissione e arrendevolezza. Yuri non ha mai – ovviamente – potuto raccontarci cosa è avvenuto nei suoi primi 12 mesi di vita, ma il sospetto che sia stato picchiato, o almeno tenuto segregato e trattato male, si è spesso insinuato nella testa di chi aveva a che fare con lui.
L’altro giorno stavo guardando un documentario inglese (Why we are what we are, o qualcosa del genere) in cui veniva ribadito come rendere stimolante l’infanzia dei cuccioli (e dei bambini) abbia concreti effetti sull’aumento del numero di connessioni neurali che i loro cervelli possono sviluppare. Meno permettiamo loro di incuriosirsi e di giocare, invece, più i loro cervelli saranno “poveri” o, almeno, “pigri”. Concetti già noti e arcinoti, ci mancherebbe, ma che non avevo mai sentito affrontare dal punto di vista neurologico.
Yuri non è un cane “stupido” (qualunque cosa voglia dire il termine), ci tengo a sottolinearlo, ed ha la solita straordinaria capacità di lettura del linguaggio non verbale di molti altri animali (avete presente quando il vostro cane sa – sa! – che siete in procinto di portarlo a fare una passeggiata ancora prima che l’abbiate realizzato voi stessi? Ecco: non è parapsicologia!). Non è un cane stupido ma ha sempre dimostrato poca passione per ogni aspetto ludico della sua vita da cane. Non posso non pensare che ciò sia dovuto – soprattutto – alla frustrazione subìta dal suo fanciullesco bisogno di giocare ed esplorare il mondo.
L’arrivo di Fufi (no, il nome non l’ho scelto io, non guardate me), il batuffolo di pelo che si tra trasformando troppo velocemente in gatto, ha reso la vita di Yuri, come per magia, di colpo molto più divertente. E’ davvero emozionante osservare i due animali mentre si rincorrono in giardino, col gatto che per gioco salta addosso al fratellone, o mentre bevono – e talvolta mangiano – assieme dalla stessa ciotola, o ancora quando, esausti, riposano uno accanto all’altro. Mi piace pensare che Yuri stia recuperando, grazie all’aiuto di Fufi, tutti quei momenti ludici che gli sono stati negati nella sua infanzia canina. Che stia, almeno un po’, tornando cucciolo. Che il suo cervello si arricchisca di nuove eccitanti esperienze.
Ma è successa anche un’altra cosa, anch’essa motivo di riflessione – e di risate. Da un paio di giorni in casa è presente un piccolo cane di peluche, regalo di nonmiricordochi. All’interno del giocattolo si trova un motore a pile che, una volta azionato, gli permette di “camminare” e avanzare sul pavimento. Non è finita qui: il cane-finto, mentre zampetta senza meta, è infatti anche in grado di emettere – da un microfono rudimentale – dei gridolini vagamente cagneschi. Be’, inutile dire che la cosa ha incuriosito talmente Yuri (e, in misura minore, Fufi) che, non appena vede il peluche animarsi, non può fare a meno di avvicinarsi e di scrutarlo attentamente, cercando di tirarci fuori un qualche senso. Lo rincorre, talvolta gli abbaia contro con “timbro curioso”, lo protegge. Lo crede vivo, come un infante farebbe con un bambolotto di pezza.
Tutto ciò mi rimanda al racconto L’anima dell’animale modello III (ne ho accennato qui), presente nell’antologia L’io della mente e, inevitabilmente, a tutte le elucubrazioni sul nulla con cui ho infestato il blog negli ultimi mesi.
Yuri pensa forse che nel giocattolo ci sia una qualche anima?
Io penso forse che dentro Yuri ci sia una qualche anima?
Voi pensate forse che dentro di me ci sia una qualche anima?
E dentro di voi, invece, com’è la situazione?
La scuola delle scimmie

Washoe e Roger
Anche l’ethos ti fornirà un codice per la sopravvivenza. Ma si tratta di una sopravvivenza più generale di quella della tua persona, della mia specie o della tua specie. Si tratta del rispetto delle tue origini e della tua posterità. Si tratta di riflettere sulla corrente principale che ti ha creato e in cui quando verrà il momento tu creerai qualcosa di ancora più grande. [...] E quando la tua specie sarà abbastanza numerosa, il tuo ethos diventerà la loro morale. E quando la loro morale non sarà più adatta alla specie, tu o qualche altro essere etico ne creerete una nuova capace di fare un ulteriore balzo in avanti lungo la corrente principale, senza dimenticare il rispetto per te, il rispetto per coloro che ti hanno dato alla luce e per coloro che hanno dato alla luce loro, sempre più indietro fino alla prima creatura selvaggia, che era diversa perché il suo cuore sussultava quando vedeva una stella.
Theodore Sturgeon, Più che umano
-
VIENI ABBRACCIO
Washoe
-
Più di quarant’anni fa, un ragazzo americano di nome Roger Fouts si iscrive alla facoltà di psicologia con l’intenzione di occuparsi, in futuro, dell’apprendimento dei bambini. In quel periodo la sua giovane moglie rimane incinta e lui ha bisogno di svolgere un lavoro (anche part-time) per portare a casa qualche spicciolo. Così chiede all’università se da quelle parti hanno qualche posto disponibile, per qualsiasi tipo di mansione. Purtroppo, però, le offerte di lavoro latitano, e tutto sembra inevitabilmente volgere al peggio. Finché un bel giorno Allen Gardner, un rigoroso psicologo sperimentale, non telefona al ragazzo per chiedergli se “ha voglia di insegnare a parlare a uno scimpanzé”. Roger, disorientato, risponde in maniera affermativa e si presenta al colloquio. Il colloquio va male, malissimo. Gardner infatti si aspettava che il giovane avesse tutt’altra preparazione e gli comunica che non può assumerlo. Prima di rispedirlo a casa, lo psicologo gli chiede se ha lo stesso voglia di incontrare Washoe, la piccola scimpanzé con cui avrebbe dovuto lavorare, la quale si trova all’asilo dell’università. Roger inghiotte l’orgoglio e annuisce. Sì, ne ha voglia.
Quando i due arrivano sul posto succede un fatto assai singolare. All’improvviso, una piccola creatura col pannolone - da lontano pare un bambino – corre verso di loro e scavalca il cancello. Si avvicina a tutta velocità, evita Gardner e salta in braccio a Roger, stringendolo calorosamente. Come mai più avrebbe fatto, nei confronti di un perfetto sconosciuto, in tutta la sua restante vita.
Quel fatto cambierà le cose. Cambierà tutto. Quell’abbraccio convincerà Gardner a scegliere Roger, selezionato a sua volta da Washoe. Quell’abbraccio darà una svolta pazzesca alla vita e alla carriera del giovane. E, perché no, all’esistenza e alla dignità di un numero enorme di scimpanzé.
A volte prendere libri a caso, spinti all’acquisto dal titolo o dalla sola copertina, può regalare le sue soddisfazioni. M’è successo spesso in passato. La scuola delle scimmie. Come ho insegnato a parlare a Washoe di Roger Fouts è proprio uno di questi volumi comprati di getto, senza che ci fosse premeditazione, senza aver letto pareri o recensioni. Presi al volo.
Mesi fa mi ero interessato a Koko, la commovente gorilla che comunicava con gli umani, vedendo il film-documentario a lei dedicato e leggendo varie cose che, in tutta franchezza, mi parlavano di un mondo che non conoscevo. Così, quando mi son trovato di fronte al libro di Fouts, ho pensato che potesse regalarmi le stesse sorprese e le stesse emozioni. E non sono rimasto per nulla deluso.
Non so da dove cominciare per parlare di un libro come questo. C’è davvero troppo, dentro. Avrei solo voglia di chiudere qui il commento, con un laconico: “ehi, ragazzi, poche storie: leggetelo e stop“. Potrei descrivere Washoe, la piccola scimpanzé rubata alla madre (uccisa), in Africa, perché venisse utilizzata nei progetti spaziali americani. Potrei dire che questo è un libro che ci fa capire quanto gli scimpanzé, che si sono separati da noi solo pochi milioni di anni fa, ci siano tremendamente vicini (in un modo che molti non conoscono, cioè condividendo con noi quasi il 99% del DNA e gran parte dei processi cognitivi: gli scimpanzé sono più simili a noi che ai gorilla). Potrei dire che questo è un libro sul linguaggio, su come nasce, su come si sviluppa, su come si sia evoluto rispetto alla comunicazione gestuale – piena di “dialetti” – che gli scimpanzé utilizzano quando sono in libertà. Potrei dire che questo è un libro sull’intelligenza, su cosa sia e su come sia poco valutabile in termini assoluti. E’ un lavoro che va alla radice, al cuore della nostra cognizione e del nostro pensiero. Potrei affermare che è un libro sull’evoluzione, e non sbaglierei di molto.
Ma potrei anche dire che La scuola delle scimmie parla di “adozione incrociata“: Washoe viene infatti “adottata” da una famiglia umana e viene posta in un accogliente ambiente in cui tutti quelli che interagiscono con lei – e tra di loro – utilizzano solamente il linguaggio dei segni americano (LSA). Come un neonato fa col linguaggio parlato, Washoe apprende il nuovo sistema di comunicazione e lo utilizza, successivamente, in maniera creativa. Così facendo indirettamente sconfessa sia le ipotesi di Chomsky sia le teorie skinneriane secondo le quali un animale imparerebbe solo con il “metodo dei premi e delle punizioni”. Gli studi su Washoe nella pratica smentiscono tutto ciò che si pensava sulle capacità intellettive degli animali non umani fino agli anni ’60. Washoe è, nella fattispecie, proprio il simbolo del cambiamento di paradigma.
Ma questo è anche, se vogliamo, un lavoro che parla del concetto di cultura: quando la scimpanzé, spontaneamente, insegna l’LSA al figlio (adottato) si capisce che la trasmissione culturale non è una nostra completa esclusiva – anche se è un nostro ovvio punto di forza.
Sono troppe le cose da dire su questo libro, peraltro scritto benissimo. Potrei andare avanti per ore. Ma, più che altro, qui mi piace sottolineare come questo sia anche e soprattutto il racconto di una grande amicizia. Quella, più che trentennale, tra lo scimpanzé Washoe e l’umano Roger, che negli anni fa di tutto per salvare l’amica dai tremendi esperimenti della medicina sperimentale, con in testa l’unico obiettivo di renderle una vita sempre più serena, piacevole e dignitosa. Di volta in volta dovrà superare enormi difficoltà, burocratiche e non, per riuscire a sistemarla in un ambiente che sia il più ampio e confortevole possibile per lei e i suoi amici.
Non ho tempo di riportare troppi aneddoti, e vorrei citarne una moltitudine. Tantissimi mi hanno colpito: dalla giovane scimpanzé che si masturba sfogliando Playgirl, per dire, al pio scimmione che si fa il segno della croce ogni sera prima di coricarsi. Ma giuro che quando Washoe perde il proprio cucciolo (BAMBINO) per la seconda volta e si rinchiude per settimane in un silenzioso dolore, vien davvero voglia di essere lì per abbracciarla assieme a Roger. Un libro intenso, divertente, tante volte straziante. Un libro sulle scimmie, tutte, tutte le scimmie. Nessuna esclusa. Scimmie che possono condividere più di quanto comunemente ci si aspetti:
Una delle volontarie che stava con noi da più tempo, Kat Beach, quando aveva incontrato Washoe per la prima volta, si era meravigliata nel vedere uno scimpanzé capace di usare il linguaggio umano, ma dopo aver conosciuto meglio queste creature fu invece impressionata da ciò che comunicava. Nell’estate del 1982 Kat rimase nuovamente incinta; Washoe si era innamorata del suo pancione e le chiedeva continuamente del suo BAMBINO. Sfortunatamente Kat abortì e non venne in lavoratorio per molti giorni. Quando finalmente ritornò Washoe la salutò calorosamente ma poi si allontanò da lei facendole capire che era triste perché se n’era andata. Sapendo che Washoe aveva perso due cuccioli, Kat decise di dirle la verità.
MIO BAMBINO MORTO, le comunicò con i segni. Washoe abbassò lo sguardo a terra, poi guardò l’amica negli occhi e fece segno di PIANGERE toccandosi la guancia proprio sotto l’occhio. Quella singola parola, PIANGERE, mi disse in seguito Kat, le fece conoscere meglio l’animo di Washoe ed ebbe per lei più significato di una frase espressa in maniera grammaticalmente perfetta. Quando Kat dovette andare via quel giorno, Washoe non voleva lasciarla andare e le indicava PER FAVORE ABBRACCIO.
Roger Fouts, La scuola delle scimmie
-
(il libro è stato scritto nei tardi anni ’90. Washoe è morta nel 2007)
E questo ora chi diavolo è?
Cosa pensa il mio cane?
(divagazione insulsa che nasce chiaramente da qui)
Un termostato ha una autocoscienza? Che domande! No, decisamente no. Fa il suo lavoro a feedback negativo nel migliore dei modi, ma saremmo tutti pronti a scommettere che lo fa inconsapevolmente. Ha un obiettivo da raggiungere e lo raggiunge, ma non lo sa. Una zanzara, invece, che è un aggeggio biologico, ha un’anima (in questo caso, sinonimo di autocoscienza)? No: anche qui, no. Non credo che nessuno si azzarderebbe ad affermare che essa possa uscire dal sistema, anche solo per un attimo, per valutare la qualità delle proprie azioni. Essa è infatti poco più di un termostato e va avanti a impulsi molto probabilmente inconsci: pelle? –> succhia sangue. Ombra in movimento? –> pericolo. Pericolo? –> svignatela. Ammazzarla non mi crea troppi problemi etici. Non ucciderei, però, un daino, un gatto o un’aquila. Se dovessi farlo (fame), non lo farei con la medesima leggerezza. Qualcosa vorrà pur dire.
Mano a mano che analizziamo il comportamento di esseri più complessi, in direzione Uomo, ci sembra di scovare in essi un’autocoscienza sempre più marcata, la quale tocca il suo picco, guarda caso, nella nostra specie. Ci sono specie che sembrano avvicinarsi parecchio al nostro modo di sentire, di provare dolore, di entusiasmarci etc etc. Perciò in generale tendiamo a rispettarle di più (in generale) e a provare empatia per loro. Probabilmente – la butto lì – tali specie attivano gli stracitati neuroni specchio (o una parte di essi) che dovrebbero scaricare quando osserviamo altri essere umani (e non solo) compiere azioni che noi stessi possiamo compiere.
(la telecamera è collegata alla tv. lo schermo mostra ciò che la telecamera riprende, il mondo là fuori. la foresta, il sole, un volto, una zanzara. nei milioni di anni, poi, la telecamera pian piano ruota su se stessa. cerca lo schermo, vuole lo schermo vuole… sé. eccola che inquadra il bordo della tv. eccola che giunge perfettamente al centro dello schermo. ciò che vediamo è… infinito?)
L’altro giorno stavo medicando una piccola ferita sulla schiena di Yuri, il mio cane. A un tratto devo avergli fatto male: allora il cane ha voltato il muso verso di me – è stato un istante – con l’impulso di mordermi. Il dolore deve avergli fatto scattare qualcosa, una strategia di difesa o roba del genere.
Yuri non mi ha morso, si è fermato con qualche secondo d’anticipo. Ma non solo. E’ sgattaiolato via dalla mia presa e poi è tornato da me, le orecchie schiacciate all’indietro e il muso puntato verso il basso, agitando la coda. Non sono un etologo, ma la mia sensazione era che volesse chiedere scusa. “Scusa per la mia reazione”, diceva nel suo linguaggio.
Yuri ha dunque pensato e valutato una sua azione passata? Yuri ha considerato i pro e i contro di un suo gesto? Ha ponderato le conseguenze? Probabilissimo. Ma, ad un altro livello d’osservazione, io sono anche pronto a credere che sia dotato, semplicemente, di un sistema di disposizioni interne inconsapevoli enormemente più complicato di quello di una zanzara e di un termostato (la disposizione “non si morde il capo” che interrompe l’incauta disposizione “mordi chi ti fa male”, la disposizione “sottomettiti se fai uno sgarbo al leader”, la disposizione “scondinzola per non ricevere altro dolore”, e così via). Questa enorme quantità di attitudini inconscie, un insieme di minuscoli frammenti d’azione in cerca di microscopici fini, frammenti che sono manifestazioni remote di un’attività chimica cerebrale, potrebbe benissimo esser scambiato per un “pensare” o un “metapensare” da un osservatore esterno che giudichi i propri pensieri come frutto di una autentica autoconsapevolezza. Yuri mi sembra quasi cosciente, un po’ meno di quanto io mi senta cosciente. Ma lo è davvero? Forse no. E dove comincia l’illusione? In me? In lui?
Ciò mi impedisce, eventualmente, di voler bene a Yuri? No. Naturalmente no. Yuri è la cosa più ganza di questo mondo, non c’è discussione. Ma non è questo il punto, se ci si pensa a fondo.
(quella sera Luisa incontrò Marco. Doveva confessargli che aveva intenzione di lasciarlo. S’era resa conto di non amarlo più. Quando lei gli parlò e gli spiegò tutto, Marco ebbe l’impulso di prenderla a schiaffi. Ma non lo fece, non ebbe la forza. Fuggì via, in lacrime, infilandosi nella coltre nera della notte. Luisa non ebbe notizie di Marco per più di un mese. Poi Marco, un giorno, la chiamò. Uscirono insieme e, a poco a poco, appianarono le cose, restando buoni amici)




