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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

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Insegnante e allievo: un esempio di reciproca intrusione cerebrale

con un commento

I neuroni specchio sono stati individuati dal neurofisiologo italiano Giacomo Rizzolatti.

Da Wikipedia:

I neuroni specchio sono una specifica classe di neuroni scoperti nelle scimmie, l’identificazione nell’uomo è anch’essa assodata. Attraverso studi di RM, si è potuto constatare che i medesimi neuroni attivati dall’esecutore durante l’azione, vengono attivati anche nell’osservatore della medesima azione. Ulteriori indagini estese agli esseri umani non solo hanno confermato le attività neuronali sulla base di studi di neuroimmagine, ma hanno anche condotto a concludere che tali neuroni vengono attivati anche nei portatori di amputazioni o plegie degli arti, nel caso di movimenti degli arti, nonché in soggetti ipovedenti o ciechi: per esempio basta il rumore dell’acqua versata da una brocca in un bicchiere per l’attivazione, nell’individuo cieco, dei medesimi neuroni che sono attivati in chi esegue l’azione del versare l’acqua nel bicchiere.

Come detto più volte, sono un istruttore di calcio. Insegno, per quanto mi è possibile, tecnica calcistica a bambini che vanno di solito dai 7 ai 10 anni.

Aver a che fare con i bambini – seppur per una cosa di certo non fondamentale come il calcio – è molto divertente ma anche, se vogliamo, fonte inesauribile di spunti per riflettere sui processi d’apprendimento. Negli ultimi tempi, per esempio, mi è capitato più volte di pensare al rapporto tra  i neuroni specchio – la cui esistenza, nel mio piccolo, ho scoperto solo circa un anno fa – e il mio ruolo di istruttore. Ciò che ho osservato è insolito e, credo, da un certo punto di vista molto sorprendente.

Mettiamo che io cerchi di insegnare al bambino Pierangelo come si calcia un pallone col collo del piede destro. Mentre lui mi guarda in attesa di istruzioni, prendo la palla e la sistema sull’erba. Qualche metro di rincorsa, poi posiziono il piede d’appoggio – il sinistro – nel punto giusto, stendo il piede destro con la punta direzionata verso il terreno e calcio, cercando di non frenare la naturale corsa della gamba. Il pallone vola via.

Nell’osservare il mio gesto, i neuroni specchio del bambino si attivano. Il suo corpo mette in moto il ‘meccanismo del calcio’, anche se non c’è nessuna palla da calciare. Io entro nel cervello del bambino. Io premo qualche suo pulsante.

Passa del tempo, passano gli allenamenti, e arriviamo alla partita. A quest’età, la gara domenicale ha un solo senso: dà modo al bambino di dimostrare se è in grado di mettere in pratica ciò che ha imparato durante gli allenamenti. Pierangelo gioca attaccante. Durante una nostra azione d’attacco, gli arriva un pallone buono. Ci siamo. Il bambino si coordina. Piede d’appoggio nella posizione giusta. Punta verso il basso. Calcio secco in direzione della porta, proprio col collo del piede. Proprio come gli avevo insegnato io.

Ed ecco il fatto strano. Mentre Pierangelo sta calciando, io, che sono in panchina e sto guardando il suo gesto tecnico, sento che da qualche parte si attiva un certo impulso a calciare col piede destro. L’ho sempre sentito. Sempre, non sto barando: l’impulso c’era anche prima che venissi a conoscenza della scoperta di Rizzolati.

Uno stimolo quasi irresistibile. Il più delle volte riesco a frenarlo del tutto. Altre volte, invece, il movimento viene abortito dopo che ha già superato la fase di avviamento. Tardi. La gamba, leggermente, si muove.

Il bambino ha attivato i miei neuroni specchio?

Probabilmente sì.

Straordinario. Tramite questi speciali neuroni, io spingo all’azione Pierangelo e, successivamente, lui spinge all’azione me. Io entro nel suo cervello e lui nel mio. Io faccio una comparsata nella sua testa, e lui nella mia. E non solo a livello di astratte rappresentazioni, intendiamoci, dal momento che qui si parla di movimenti, di controllo del sistema motorio. Si tratta di predisporre un corpo altrui a un moto che la sua ‘coscienza’ non ha ‘deciso’ di compiere.

Forse la frase fatta con cui si riempiono la bocca i vari insegnanti, “anche noi abbiamo tanto da imparare dai bambini”, almeno in questo senso, ha una qualche base neurologica.

Scritto da Gianluca Bartalucci

19 gennaio 2011 alle 14:08

Mondiali in Sudafrica e strascichi italici

con 2 commenti

I mondiali (di calcio) appena iniziati mi portano a fare un paio di svelte considerazioni:

1) Se ad uno – legittimamente – non interessano i mondiali, può fare altre mille cose come diversivo. Ma sprecare il suo prezioso tempo a LAMENTARSI del fatto che ci sono i mondiali e che “oh, ma sono cominciati?” non mi pare una mossa così tanto furba. I mondiali non lo interessano (ribadisco: legittimamente), eppure permette che gli condizionino lo stesso la vita.

(ciò mi ricorda la signora che sul treno, qualche settimana fa, si mise a sedere accanto a me assieme ad un’amica. ad un certo punto le squillò il cellulare. lei guardò chi chiamava, sbuffò, e non rispose. poi cominciò a lamentarsi – ad alta voce – con l’amica per il fatto che col cellulare oggi si è sempre rintracciabili, e non c’è mai possibilità di starsene in pace, e squilla sempre nei momenti meno opportuni, etc etc, per una quindicina di minuti buoni. Se chi parla ad alta voce al telefono in treno è oggettivamente fastidioso, chi parla ad alta voce di chi parla al cellulare può esserlo addirittura di più)

2) La vuvuzela. Avete presente? E’ quello strumento che, sugli spalti, i sudafricani suonano ininterrottamente dall’inizio alla fine delle partite. Ora: questo sottofondo non è certo il più piacevole del mondo, ma dopo un po’ uno ci fa l’abitudine e amen: c’è, ci sarà. Bisogna farsene una ragione. E, invece, perché non approfittarne, anche qui, per tirar fuori una sterile e INTERMINABILE polemica che produce altrettante noiosissime lamentele? La butto lì: meglio 100.000 vuvuzelas (per quanto irritanti possano essere) che 10 petardi o bombe carta dei nostri stadi.

(e io la chiudo qui, eh!)

Scritto da Gianluca Bartalucci

15 giugno 2010 alle 10:25

Sociologia del tifoso calcistico: Febbre a 90

con 2 commenti

Non mi ricordo se questo libro lo lessi già nel 1992, o giù di lì. Forse qualcuno me lo prestò. O forse, forse, non l’ho mai davvero letto ma suppongo di averlo fatto perché, almeno un paio di volte, ho visto il film che vi si è ispirato (molto vagamente, mi sa). Succede infatti che nella mia testa film e libri che girano attorno a uno stessa storia tendano a fondersi in maniera per me fin troppo convincente (per esempio, così su due piedi non saprei citare le differenze tra “Doppio sogno” e “Eyes wide shut” o tra “Gli androidi sognano pecore elettriche?” e “Blade runner“). Porto gli elementi del libro nel film, e viceversa. Faccio astruse sintesi.

Febbre a 90 è un libro sul calcio. Non è un libro di narrativa che parla anche di calcio. E un’opera credo autobiografica basata sul calcio, in cui l’intreccio narrativo, se c’è, assume un’importanza davvero relativa. Per questo lo trovo adatto solo a un pubblico di calciofili, a chi non si stancherebbe di leggere paginate di descrizioni di goal, di tattiche, di partite memorabili che fungono da crocevia esistenziali. Sconsigliatissimo, ovvio, a tutti gli altri.

Il giovane e brillante Hornby, qui in uno dei libri più riusciti, racconta i suoi primi trent’anni di tifoso e affronta i problemi del calcio inglese dell’epoca, arrivando a livelli inimmaginabili in cui dice di invidiare il calcio italiano, gli stadi italiani e i campioni della serie A. Buffo pensare come oggi come oggi le cose si siano invertite. In special modo si descrive la condizione isolata del tifoso da stadio, essere irrazionale e masochista per il quale il calcio non è mero divertimento, ma passione nel vero senso della parola, patimento fisico, sofferenza morale, ingiustificata speranza, catarsi. Tutte sensazioni che il tifoso medio conosce molto bene: senza tifare la vita sarebbe assai più serena. Il libro scorre bene – di nuovo, scorre bene per l‘appassionato -, regala un sacco di ritratti di calciatori famosi di venti e trent’anni fa ed è anche una raccolta di momenti esilaranti, frizzanti e sinceri in pieno Hornby-style.

Lo stile, già. Come umile lettore ho a che fare, ultimamente, con manoscritti di aspiranti scrittori italiani. E, se posso generalizzare, dico che gran parte di essi soffre di un inestirpabile male comune. Voler far ridere a tutti i costi. Voler sorprendere a ogni riga. Mostrare cinismo e rabbia con ogni parola. Molti testi sono insopportabili concentrati di forzato sarcasmo, pieni di nervi e muscoli, esagerati, misantropi, nichilisti. Leggere certi racconti o romanzi equivale a buttar giù un caffè per ogni pagina. E non va bene per niente, perché così si finisce per saturare e annoiare il lettore. Tutto questo parossismo è banale e stanca subito. Il successo di gente come Hornby dovrebbe insegnare che, invece, si può far ridere mostrando distacco e leggerezza, costruendo con una scrittura equilibrata situazioni dalle quali il paradosso umoristico emerge spontaneo, senza forzature, senza che ci sia la necessità di affettare acidità e odio ecumenico. Ehi, giovani scrittori là fuori, non c’è bisogno di dover sottolineare mille volte che volete farci sbellicare dalle risate: la cosa, è giusto che lo sappiate, non è affatto divertente.

Scritto da Gianluca Bartalucci

18 febbraio 2009 alle 16:25

Pubblicato in libri

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Italianità, bla bla bla

con 4 commenti

Premessa: tifo Italia (si parla di calcio) perché è la mia seconda squadra, come si dice, “del cuore” (quelle squadre che ti scegli da bambino e che ti porti dietro irrazionalmente più o meno per sempre), non perché m’interessi particolarmente l’Inno, con quel suo testo ridicolo e anacronistico, (“siam pronti al morte, l’Italia chiamò!”: certo, come no, siam qui tutti frementi), il mio essere italiano o fesserie del genere. Non ho tutto quest’odio verso i francesi, i turchi, i marocchini, i tedeschi bla bla bla. Dello scontro tra le nazioni, sinceramente, me ne sbatto. Più che altro, mi interessa l’aspetto tecnico, chi e come gioca, quando e perché. Se poi le vittorie portano all’isteria di massa, alla Firenze tutta cretini e bottiglie rotte e vetri sulle strade di un paio d’anni fa, ti può capitare di pensare che alla fine non ne valga neanche la pena. Il dubbio ti assale, accidenti a lui. Quando vedi Galeazzi in tv che si fa portare un paio di polli allo spiedo per sbeffeggiare i francesi (i “galletti”) appena sconfitti, la vittoria perde un po’ di gusto. Diviene grottesca. Quando senti due telecronisti della televisione di stato (Nesti e Dossena, ieri immortalati da Blob) commentare Olanda – Romania in quel modo indegno, sospettoso e antisportivo, a volte succede che, sì, per pochi brevi attimi vorresti aver perso ed essere uscito dalla competizione, solo per goderti la delusione sul volto di questi italianotti. L’Italietta, eccola, la nazione in cui i genitori dei bambini delle scuole calcio vorrebbero che gli istruttori insegnassero ai pargoli le malizie (dicesi “malizie” tutti quei comportamenti antisportivi che, sempre, i bambini avversari hanno imparato e i propri, sempre ingenui e piccoli piccoli e bravi bravi, non adottano mai). Già. Ragazzi: quando giocate, tenete per la maglia, buttatevi quando vi toccano, perdete tempo quando vincete, spingete anche voi, fate qualche fallo anche voi, reagite se vi tirano un pestone. Fate i furbi il più possibile, e non fatevi beccare. Già già.

Tornando alla Nazionale, tanto per chiudere il discorso, dopo  aver assistito ai comportamenti suddetti a volte ti viene da pensare che le vittorie non possano legittimare lidiozia. Non esiste. Vincere non può significare dare al fesso di turno il suo quarto d’ora di celebrità, o l’occasione di esibire tutta la sua bassezza o il suo essere becero. Se vincere nello sport è solo questo, allora lo sport è uno schifo ecumenico.

Poi ti passa, naturalmente. Alla fine ti passa. Perché non hai voglia di fare l’alternativo di turno, il dispettoso, il Contrario Bastian, e io quest’anno tifo Romania, e io quest’anno tifo Olanda, e io quest’anno tifo Bangladesh, e ma con tutti i soldi che prendono, e ma anche gli sponsor, e che dire degli sponsor, dio mio gli sponsor, e di qua e di là, e di su e di giù. Ti passa, sì. Ma certe volte, oddio, il Miglio Verde è così lungo (?).

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 giugno 2008 alle 12:52

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