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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

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Ragione & speranza (ahimé, di nuovo)

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Evolution

Evolution, di Tatyana Savina

Qualche post fa mi ero ripromesso di non entrare più in una discussione sull’esistenza di Dio (e dell’Anima) con un credente. E volevo parlarne meno anche qui dentro, dal momento che ho già detto tutto quel che dovevo dire. Avevo preso questa decisione dopo aver constatato l’impossibilità di giungere, al termine di estenuanti contrapposizioni di argomenti, a una veduta comune, a un almeno parziale accordo con chi mi stava di fronte. Le due posizioni (quella mia e quella del credente), dissi, sono di solito assolutamente inconciliabili.

Dal mio punto di vista, ripeto, ciò avviene per due principali ragioni:

1) Al mio interlocutore mancano le basi del ragionamento scientifico e logico-deduttivo. Le basi: quelle che anche io, che non ho una laurea in fisica delle particelle, credo di aver assimilato.

2) Al mio interlocutore, colto e/o intelligente, manca il coraggio di abbandonare del tutto quel pacchetto di credenze che ho in tutta fretta chiamato fattore-speranza. Lui sa di cosa sta parlando, anche se spesso apre vacue parentesi di sottigliezze teologiche, e utilizza ottime argomentazioni per dare una spiegazione alla propria posizione. Tutto ciò fino al punto in cui, per giustificare le basi del proprio credometabolizzato acriticamente e ritrasmesso in infiniti processi culturali -, se ne esce con ragionamenti in cui miscela inconsapevolmente approccio logico e desiderio. Desiderio che ci sia altro, oltre noi. E che questo altro sia proprio, spesso, ciò che abbiamo immaginato in tempi remoti, tempi di conoscenze limitate, di mitologie e sacrifici agli Dei. A questo punto la ragione cede il posto alla speranza, alla fede, e io non ho niente da dire al riguardo. Se non che, ovviamente, io la fede non ce l’ho: perché il mio cervello funziona in modo diverso.

In verità di recente mi son trovato mio malgrado invischiato, di nuovo, in un dibattito a sfondo religioso con una persona credente. Il mio interlocutore, persona colta (ben più del sottoscritto), ha finito per infilarsi dritto dritto nella seconda categoria negando l’impossibilità delle neuroscienze – il discorso era partito da qui – di dimostrare la non-esistenza dell’élan vital, dello spirito, dell’anima immateriale che Dio avrebbe soffiato dentro di noi. Il fatto che le neuroscienze non mirino a questo – per tutta una serie di ragioni sulle quali mi sono soffermato spesso qua dentro, tirando fuori i soliti e sempre efficaci rasoi di Occam e teiere di Russell – non ha sfiorato la sua brillante (senza ironia) mente. “Chi ci dice che non ci sia dell’altro, magari di Superiore, che muove le cose nei nostri cervelli?”, ha più o meno concluso. Cosa rispondere a simili domande? Che vorrei sperarci anche io. Che mi piacerebbe tanto. Ma vedo, noto, studio, capisco, intuisco che questa speranza è, ahimé, vacua.

Speranza, già. Speranza di non essere solo macchine biologiche evolutivamente modellate per non credersi solo macchine biologiche evolutivamente modellate (per non credersi solo macchine biologiche evolutivamente modellate per non…). Speranza che la morte non sia la fine di tutto. Speranza che il nostro piccolo pallido puntino blu sia, tra i miliardi di miliardi di miliardi di pianeti dell’universo, quello speciale. Il prediletto da Dio. Speranza che la vita abbia una senso prestabilito, un fine verso cui tendere. Speranza che quel senso sia da noi intelligibile.

Tutto questo m’è tornato a mente leggendo, questa mattina, un articolo di Pontifex. Ok. Ok. Pontifex è il Male e questo lo sappiamo tutti. Me le vado a cercare. Ma, d’altra parte, ciò che emerge da questo scritto non è così lontano dal pensiero di credenti meno estremisti, anche se qui è espresso in maniera dolorosamente banale e sciatta.

Quel che dicevo poc’anzi riguardo l’osceno ibridarsi di ragionamento scientifico e fattore-speranza lo ritroviamo infatti in passaggi come:

Sanford era un evoluzionista convinto e molti dei suoi brevetti sono tuttora utilizzati da tutti i ricercatori del mondo che, come noto, sono quasi tutti evoluzionisti; in pratica credono che l’uomo derivi dalla scimmia, alcuni sostengono che prima ancora ci fosse un brodo primordiale e da lì scaturì un anfibio, “padre” del regno animale. Insomma, si fa fatica a credere a certe fesserie; anche se fossi ateo, preferirei sapere di essere discendete di un uomo ed una donna e non di un “ramarro”.

In questo paragrafo, invece, si cerca di tirare dalla propria parte il Secondo Principio della Termodinamica dopo averlo però totalmente frainteso:

Liberata da tutti i suoi elementi estranei, romantici e teleonomici, l’evoluzione torna ad assumere l’asciutto volto dell’entropia. Diviene un processo dissolutore, una condanna alla perdita delle forme, una “fine delle specie”, quasi in contrapposizione al titolo darviniano “L’origine delle Specie”. Entropia e evoluzione vengono ad identificarsi non solo lessicalmente, ma anche concettualmente, come comune analisi pessimistica dell’esistenza, fisica o vivente.

In sostanza il “ramarro” o la scimmia non può diventare uomo, viceversa potrebbe verificarsi scientificamente il contrario, se Dio lo permettesse.

L’articolo si conclude abbandonando ogni pretesa logico-scientifica. L’autore, lui sì, va a collocarsi nella prima categoria: non sa di cosa sta parlando e ne dà ulteriore conferma. Eccolo nel suo ingenuo (e a suo modo onesto) slancio di entusiasmo:

Scegliete voi, io sono creazionista, altrimenti se facessi mio un principio filosofico apostata, mi dovrei confessare perché in stato di peccato mortale, quindi privo di Grazia santificante; sarei anche obbligato a credere di discendere da un brodo o da un “ramarro” / scimmia, oppure che al mio cane dovrebbe crescere il collo se collocassi sul frigorifero la sua ciotola di crocchette :)

Amen, naturalmente. Amen.

La Natura si riprende ciò che è suo?

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Ancora?

Sì, ancora. I recenti tragici fatti – le alluvioni in Liguria e Toscana in special modo – hanno spinto, di nuovo, molti soggetti a chiedersi se tutto questo dramma e se tutto questo dolore siano una sorta di punizione che Dio ha deciso di elargirci a causa dei nostri peccati, delle nostre bestemmie, dei nostri pensieri impuri. Tanto per dire, in questi giorni un mio vecchio post sull’argomento ha avuto decine e decine di visite. La gente è impaurita, spaesata, alla ricerca di risposte alt(r)e. Ma in fondo è sempre la trita e ritrita questione: nel mondo c’è il male perché noi siamo cattivi, perché noi ce lo meritiamo?

Come spero d’aver spiegato nel suddetto post, la risposta è – ovviamente – NO. No, no e no.

A tal proposito, puntuale, ecco arrivare Pontifex:

Questi avvenimenti sembrano davvero un castigo e il segno che la misura è colma.

Segnali del genere ci invitano a cambiare passo e rotta, ad avere un diverso approccio con la natura.

[...]

Una curiosità.

Di quale città è il comico Crozza che aveva scherzato con i santi e la Madonna? Di Genova, naturalmente.

Molto semplicemente, idiozia allo stato puro.

Scritto da Gianluca Bartalucci

7 novembre 2011 alle 14:30

Il grande disegno di Hawking

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Diversi mesi fa l’uscita in lingua originale del nuovo libro di Stephen Hawking aveva suscitato più di una polemica. Non poteva essere altrimenti. In The Grand Design infatti il noto astrofisico arriva a ipotizzare come e perché l’universo (il multiverso) si sia autocreato e autoavviato senza per questo aver avuto bisogno dell’intervento di un Creatore. Niente di sconvolgente/scandaloso e niente di così innovativo, a prima vista (si ricordi, tra i tanti, il noto aneddoto di Laplace). Ma senza dubbio un gustoso pretesto per tornare ad affrontare argomenti così alti e anche, perché no, giornalisticamente appetibili, in grado cioè di suscitare feroci dibattiti.

Ho finalmente letto il libro, pubblicato qualche settimana addietro anche in lingua italiana. E sono tornato a confrontarmi ancora una volta con concetti spesso controintuitivi e difficili da afferrare ma, inutile dirlo, sempre terribilmente trippy.

Prima di tutto va detto che Il grande disegno è un lavoro davvero accessibile. Lo sforzo portato avanti dal duo Hawking/Mlodinow verso la massima semplificazione delle teorie affrontate è davvero notevole, e qualche momento d’ironia distribuito tra le pagine contribuisce ad alleggerire la lettura.

L’idea dei due autori è quella di fornire al lettore non esperto (me) alcuni degli strumenti elaborati dalla fisica nel corso degli ultimi 3000 anni per poi condurlo, una volta attrezzato a dovere, a concepire quella che ritengono sia la teoria che più di tutte le altre potrebbe spiegare il nostro universo (e gli altri): la M theory, la teoria unificante di cui già Einstein era alla ricerca.

Il lavoro è diviso in otto assai esplicativi capitoli che rappresentano una progressiva scalata verso la più alta complessità concettuale. Nel primo si pongono le tre domande a cui si tenterà in seguito di rispondere (Perché c’è qualcosa invece che nulla? Perché esistiamo? Perché questo particolare insieme di leggi e non qualche altro?). Nel secondo si passano in rassegna – velocemente – alcune delle tappe fondamentali della storia della scienza e della fisica (gli ionici, Aristotele, Tolomeo, Copernico, Keplero, Galileo, Cartesio, Newton) e si cerca di spiegare come si è sviluppato e cos’è il metodo scientifico. Nel terzo affascinante capitolo si affronta il tema della realtà (possiamo conoscerla o no?) e nel dibattito tra realisti (ciò che vedo c’è indipendentemente da me osservatore) e antirealisti (tutto ciò che percepisco è solo nella mia testa) si introduce una terza via, il realismo dipendente dai modelli (che chiede solo, umilmente, che ci sia accordo tra osservazione e modello elaborato). Il quarto capitolo rappresenta una delle più efficaci introduzioni al mondo dei quanti che abbia mai incontrato. Vi si spiega l’incredibile esperimento che evidenzia il noto dualismo onda-particella e si introduce il modello delle infinite storie alternative elaborato da Feynman, modello che prevede che una particella lanciata da A verso B compia simultaneamente qualsiasi possibile tragitto prima di arrivare a destinazione. Nel capitolo successivo si parla di relatività (vengono proposti un paio di esperimenti mentali davvero illuminanti) e di come, da Einstein in poi, la fisica abbia sentito la necessità di trovare una ‘teoria del tutto’ che unificasse le quattro forze fondamentali (gravità, elettromagnetismo, forza nucleare debole, forza nucleare forte). Nel sesto capitolo si fa il punto su cosa sappiamo oggi sulla nascita dell’universo, sul Big Bang, sull’inflazione e sull’espansione che ne è scaturita. Si integrano poi queste informazioni con quel che si è scoperto grazie alla fisica quantistica e utilizzando la teoria della somma delle storie di Feynman (verificata) si ipotizza infine l’apparire spontaneo di più universi paralleli. Il settimo capitolo parla del principio antropico e introduce la teoria M. L’ultimo capitolo gioca con l’idea del libero arbitrio (non lo abbiamo, ma è efficace pensare il contrario) e spiega come la teoria M possa essere una seria candidata a descriverci cosa sia successo – e perché – quando tutto è iniziato. Un inizio spontaneo, legato a fluttuazioni quantistiche. Un inizio, ci viene detto tra le righe, che può fare a meno di qualsiasi Creatore.

Libro chiaro, ripeto, chiarissimo. Facile? Facile, sì, anche troppo. Credo che un esperto in materia potrebbe trovarlo talvolta irritante. Per me, profano curioso (e curioso profano), è stato invece un viaggio assai stimolante.

(e finalmente potrò conversare da pari a pari con l’esimio Mons. Pizarro, perdio!)

Scritto da Gianluca Bartalucci

11 giugno 2011 alle 15:00

Morale assoluta?

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Uno di quei ragionamenti limpidi e razionali che dovrebbero finire per mettere tutti d’accordo.

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 gennaio 2011 alle 13:35

La luce alla fine del tunnel è Charlize Theron

con un commento

Alla fine di una discussione su tutto quanto, l’universo e la vita, un mio amico (credente) mi ha posto la domanda della domande?

 

Credi alla vita dopo la morte?

 


La domanda definitiva. La domanda che sta alla base di qualsiasi sentimento religioso. Il dubbio – e la speranza – che millenni fa ha dato il via alla fede.

Ho risposto di no. Non ci credo, ho detto semplicemente. Dopo la vita c’è il nulla. Non vedo come possa pensare il contrario. Non ho elementi, diciamo, per pensare il contrario.

Al che l’amico ha replicato che lui ci crede. Ed è questo che fa la differenza tra me e lui, ha detto. Lui ci crede, perché una vita che finisce nel nulla sarebbe orribile e priva di senso.

Direi che è una risposta tipica in questo genere di (pacate!) discussioni. Ma è sbagliata. Logicamente sbagliata. Perché fa confusione tra due piani: quello della plausibilità e quello della desiderabilità di un’ipotesi. Costruisce ingiustificate certezze attorno ad una speranza. Dona troppa dignità ad una costruzione mentale priva di riscontri oggettivi. Trasforma – magicamente! – ciò che piace in ciò che è.

Quella dell’amico sarebbe stata una risposta appropriata, invece, per la domanda: Ti piacebbe che ci fosse una vita dopo la morte?

Ecco. Questa è una domanda alla quale, penso, sia io che l’amico avremmo dato risposte molto simili. Del resto, a chi dispiacerebbe continuare a vivere dopo la ‘morte fisica’? A chi farebbe schifo? A me no di certo.

 

Come non mi farebbe schifo tornare a casa, stasera, e cenare con Charlize Theron.

Perché no? Dal momento che l’idea in sé è (ovviamente) esaltante… perché non prendere per vera questa ipotesi, l’ipotesi Charlize-a-cena? Perché non sperarci e – dunque – crederci? Perché non indirizzare la mia intera giornata verso la magnifica serata che di certo mi aspetta?

E’ così che ho fatto oggi.
Ho creduto in Charlize
.
Perché mi piaceva crederci.
E mi sono comportato di conseguenza.

Quindi stamattina mi son svegliato presto. Avevo un sacco di cose da fare. Ho riempito la mia faccia di creme antiage. Non sono andato a lavoro. Ho passeggiato per la città, frenetico, e sono andato all’enoteca, dove ho comprato un paio di vini pregiati in vista della cena. Sono passato dal barbiere (avevo bisogno di rifarmi la basette), poi dal sarto (Charlize merita un vestito elegante e nuovo!), poi in profumeria (mi son fatto consigliare la fragranza più alla moda), poi al centro massaggi, poi ho fatto pulire tutto l’appartamento da una ditta di pulizie, poi ho ordinato una cena alla gastronomia più in della città, poi ho comprato un paio di dischi da farle sentire, poi, poi, poi, mi sono improfumato, lavato, pettinato. Eccetera.

Insomma. Ho rinunciato allo stipendio giornaliero e ho speso un’ira di Dio.
Ma per Charlize, ci mancherebbe, questo e altro.

Al supermercato, poi, ho incontrato una ragazza carina, interessante, che provava ad iniziare una conversazione con me. Ma ho mostrato distacco e l’ho ignorata. Stasera c’è Charlize a casa mia, ho subito pensato. Tutto il resto conta zero.

E’ arrivata, finalmente, la sera. Il momento in cui lei sarebbe arrivata. Sarebbe arrivata perché mi piaceva pensare che sarebbe arrivata. Nessun dubbio in proposito.

La sera. La tavola è apparecchiata. Le candele sono accese. Il vino è alla giusta temperatura. Nell’aria si respira un gradevole profumo di incenso. E io sono elegantissimo. Come mai in vita mia.

Passano le ore. Passano le ore. Passano le ore. Le candele pian piano si consumano. E si spengono. Il vino si scalda.  Alla tv c’è Fabrizio Frizzi. E Charlize non viene. Nessuna traccia di lei. Nulla. Lo sguardo fisso sulla porta, aspetto che lei entri da un momento all’altro. Ma non succede. Ci spero ancora. E ancora. Ma non succede, cristo, non succede.

Arriva mezzanotte e vado a letto. Deluso. Triste. Pensoso.

Non solo Charlize non si è presentata.

A causa di quest’allettante illusione, ho anche buttato via l’intera giornata.

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 novembre 2010 alle 14:16

In difesa di Richard Dawkins

con 6 commenti

Una delle tattiche più sleali che si possano utilizzare all’interno di una discussione su di un particolare tema è quella di trasformare in caricatura l’opinione dell’altro. Il metodo è semplicissimo ed efficace. Se non ho mezzi intellettuali e conoscenze per dimostrare che il mio interlocutore si sta sbagliando, allora lo derido, ne trasfiguro le parole, lo rendo ridicolo o, ancora peggio, gli metto in bocca parole che mai egli ha davvero pronunciato. In modo tale che, facendo diventare improponobile il pensiero forte altrui, il mio, oggettivamente più debole, possa avere la meglio in tutta facilità.

Negli ultimi anni ho letto, e talvolta riletto, diversi libri di Richard Dawkins (L’illusione di Dio, L’arcobaleno della vita, L’orologiaio cieco, Il gene egoista etc etc, e mi sto apprestando a cominciare il suo ultimo The Greatest Show on Earth) e visto alcuni dei documentari che lo stesso biologo evoluzionista ha preparato per la televisione (consigliatissimo, tra i tanti, è quello realizzato sulle considerazioni di The blind watchmaker). Grazie a queste letture sono riuscito a farmi un’idea del pensiero dello scienziato su tutta una serie di aspetti, che vanno dai più tecnici dettagli dell’evoluzione alle riflessioni sulla metafisica. Le sue argomentazioni mi sono spesso parse molto convincenti.

Ma siccome so che Dawkins non è Dio, immagino che pure lui abbia potuto dire le sue fesserie o imprecisioni. E’ anche per questo motivo che mi son messo a leggere saggi, testi, newsgroup, blog o a sentire podcast in cui si tentava di confutare le teorie dello scienziato inglese. L’ho fatto per mettere alla prova, parallelamente, anche le mie convinzioni.

Quel che ho appreso – ma ciò non dovrebbe stupirmi così tanto – è che i più acerrimi nemici di Dawkins usano per contrastarlo proprio la strategia cui accennavo poc’anzi. E cioé: 1) esagerare e ridicolizzare le sue idee 2) mettergli in bocca teorie balzane o “moralmente inaccettabili”.

Gran parte delle critiche che leggo in giro mi portano a pensare che questi interlocutori o non abbiamo letto niente di lui o, peggio, siano in totale malafede. In certi attacchi personali la disonestà intellettuale è addirittura palese. Giocando sul fatto che lettori e ascoltatori di rado hanno la voglia o il tempo di andare a controllare le fonti primarie, questi avventurosi critici tendono a manipolare il pensiero dawkinsiano in modo tale da renderlo facilmente confutabile e, direi, denigrabile. Una buona quantità delle opinioni negative nei confronti dell’operato di Dawkins che si leggono in Rete dà una versione distorta delle idee del noto divulgatore.

Siccome sono stufo di leggere simili attacchi gratuiti, imprecisi e scorretti, provo a riportare qui ciò che Dawkins ha effettivamente detto sulle questioni “calde” emerse nel dibattito internazionale venutosi a creare dopo il successo dei suoi libri. Per dare, nient’altro che questo, il mio piccolo contributo al trionfo della verità.

Il gene egoista

Dawkins ha scritto negli anni ’70 un libro che si intitola Il gene egoista, forse il suo più grande contributo alla ricerche sull’evoluzione. Si tratta di un’opera con argomentazioni molto forti, che ha scatenato molte polemiche. Tuttavia fa molto ridere il fatto che la si critichi a priori – talvolta senza averla neanche sfogliata – probabilmente a partire già dal titolo, colpevole di veicolare eccessivo pessimismo tramite il suo inopportuno termine ‘egoista’. Ho letto e sentito di attacchi furibondi alla immaginaria constatazione di Dawkins secondo la quale noi “siamo e dobbiamo essere tutti egoisti, perché così va la vita”.  O qualcosa del genere. L’origine di questa sciocca indignazione è semplice:  troppa gente non ha letto il libro e non ha la minima idea di cosa Dawkins volesse dire. Questa pigra popolazione afferra l’aggettivo negativo ‘egoista’ del titolo e arbitrariamente gli regala un’accezione diversa, più ampia, infilandoci dentro il significato che più gli fa comodo per dimostrare che Dawkins è un cattivone. Bene, signori, sia chiaro una volta per tutte: “gene egoista” non c’entra una mazza con “persona che deve comportarsi in maniera egoista”. Punto. Riflettendoci un attimo ancora, uno potrebbe concludere che questa sia una critica davvero troppo stupida per essere stata formulata davvero. E invece, sorpresa, non è così. E’ più diffusa di quanto si pensi (forse Dawkins avrebbe dovuto intitolare il lavoro Il gene (ma non la persona! non tu che mi stai leggendo!) egoista, per cercare di venire incontro ai pigri di spirito).

Ribadisco: sostenere che Dawkins consideri la ‘legge dell’egoismo’ un principio chiave per la società umana, col fine di mettergli contro ascoltatori e lettori, è una mossa sleale. Dal momento che è proprio Dawkins a puntualizzare, all’inizio de Il gene egoista, quanto segue:

Io non intendo sostenere una moralità basata sull’evoluzione: dico come le cose si sono evolute e non come noi esseri umani dovremmo comportarci. Sottolineo questo punto, perché so che esiste il pericolo di essere frainteso da quella gente, troppo numerosa, che non sa distinguere tra una dichiarazione di fede nella verità dei fatti e un’affermazione che così i fatti dovrebbero essere. La mia opinione personale è che una società umana basata soltanto sulla legge del gene, una legge di spietato egoismo universale, sarebbe una società molto brutta in cui vivere. [...] Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo, perché siamo nati egoisti. Bisogna cercare di capire gli scopi dei nostri geni egoisti, per poter almeno avere la possibilità di alterare i loro disegni, qualcosa a cui nessun’altra specie ha mai aspirato. [...] I nostri geni possono istruirci ad essere egoisti, ma non siamo obbligatoriamente spinti a obbedire loro per tutta la vita. (Il gene egoista, Oscar Saggi Mondadori, pagina 5)

Root of all evil

Qualche anno addietro Dawkins ha realizzato un documentario per la tv inglese che si intitola Root of all evil? (La radice di tutto il male?). Il lavoro ha l’intenzione di demolire il concetto di religione e di spiegare perché il misticismo può avere effetti negativi sulla società. Non tutti sanno che il titolo non è stato scelto da Dawkins, ma da Channel 4 stessa, con l’intento di dare al documentario un impatto ancora maggiore. Da parte sua, infatti, lo scienziato non ha mai pensato che la religione sia l’origine di tutti i mali. Anche se ai suoi critici, inutile specificare perché, fa comodo raccontare tale versione estremista.

A conferma di ciò che dico, cito questa pagina tra tutte quelle che si trovano in Rete:

The title, Root of All Evil? is something of a compromise. The TV company chose the title Root of All Evil (without the question mark). Richard Dawkins fought against this title, he argued that “nothing is the root of all of anything”. Thus, Dawkins proposed a more parsimonious title, something along the lines of his new book, which is based on around the same ideas as the series: The God Delusion. The producers were adamant however, but Dawkins did received a small compromise in his favor…. They allowed him to add a question mark on the end of the title.

Darwinismo sociale

Il darwinismo sociale è una pessima teoria, a forti tinte razziste, la quale sostiene che concetti come selezione naturale e lotta per la sopravvivenza possano essere applicati anche ai contesti sociali di natura umana. Ovviamente Dawkins è stato ed è a più riprese accusato di esserne un fautore, un razzista, un nazista, una persona moralmente odiosa. I motivi di tanto astio sono scontati: trasformare lo scienziato il prima possibile nell’uomo cattivo. Purtroppo per i suoi accusatori Dawkins ha precisato che

Per quanto io sostenga il darwinismo come scienziato, sono un appassionato antidarwiniano quando si arriva alla politica e su come dovremmo condurre le nostre vicende umane (R. Dawkins, A Devil’s Chaplain, Weidenfeld e Nicolson, Londra 2003, pp.10-11)

Qui Dawkins non fa che ribadire ciò che aveva asserito nelle prime pagine del Gene egoista. Noi abbiamo la possibilità, unica specie, di ribellarci ai nostri geni. E dobbiamo farlo (proprio perché, se vogliamo, la genetica come scienza ci dimostra che le differenze tra gruppi umani sono risibili). Il suo punto di vista sull’argomento del darwinismo sociale si palesa anche in questa nota presente nel suo ultimo libro, The Greatest Show on Earth.

Dimostrazione dell’inesistenza di Dio

“Come può Dawkins affermare di aver dimostrato l’inesistenza di Dio?”. Anche questa è una critica assai diffusa, scagliata in questo caso contro il suo L’illusione di Dio. Ed è una critica, lo si capisce fin da subito, totalmente surreale. Dawkins non ha mai detto di aver dimostrato che Dio non esiste, ci mancherebbe. Sarebbe questa una presa di posizione arrogante e antiscientifica. Per capire invece le basi del suo ragionamento, di tipo probabilistico, basta LEGGERE il capitolo Perché è quasi certo che Dio non esiste che fa parte dell’Illusione di Dio (nel mio piccolo ho provato a parlarne qui).

E’ bello il mondo che descrive Dawkins?

Questa è una classica critica, che confonde ciò che è con ciò che vorrei che fosse. Penso che tutto nasca dalla descrizione che Dawkins ha fatto delle macchine per la sopravvivenza (cioé tutti gli organismi, compresi noi esseri umani: schiavi dei geni, meri mezzi che i geni utilizzano allo scopo di replicarsi). Lo scienziato forse non ribadirà mai abbastanza che come persone abbiamo il potere (la coscienza, la cultura) di staccarci dal dominio genico e fare un po’ quel che più ci piace. Eppure il solo pensiero di essere uno strumento teoricamente nelle mani del nostro cieco Dna continua a tormentare i sonni di chi, chissà, si augura che l’origine dell’uomo stia in qualcosa di più speciale o dignitoso. Be’, ragazzi, prendetene atto: le cose stanno così. Non potete proporre serie alternative solo perché vi paiono più gradevoli. Dovete portare argomentazioni plausibili. O rassegnarvi ad essere i parenti più vispi di vermi, meduse e girasoli.

Ultradarwinismo e gradualismo spinto

Qui si entra nel tecnico. Non ho i mezzi per dire se le accuse che vengono rivolte a Dawkins di sopravvalutare l’effetto della selezione naturale e di avere un’idea troppo marcata della gradualità dell’evoluzione siano lecite o meno. La mia impressione – per quel che vale – è che siano quantomeno esagerate, dal momento che Dawkins parla più volte di variazioni neutre (mutazioni geniche casuali che non danneggiano né migliorano la capacità di sopravvivenza di un organismo) e cerca di allontanarsi a più riprese dal gradualismo ingenuo di cui viene accusato. Ma sottolineo che rimangono le sensazioni di un profano e, almeno in questo caso, la chiudo qui il più velocemente possibile.

Scritto da Gianluca Bartalucci

4 ottobre 2010 alle 15:42

Una mostra di zombi mezzi matti

con 15 commenti

copertina dell'edizione in lingua originale de "La donna che morì dal ridere"

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Si è calcolato che i potenziali neurostati (le permutazioni e combinazioni d’attività teoricamente possibili) superino il numero delle particelle elementari dell’universo.

Vilayanur S. Ramachandran

C’è una donna che riempie le lacune della propria vista con i personaggi dei cartoni animati. Vede Bugs Bunny seduto sulle proprie ginocchia. Osserva Fred Flintstone camminarle di fianco lungo la strada. Un’altra, invece, contempla versioni a fumetti delle persone che conosce da sempre, come se vivesse dentro un film girato con la tecnica dell’interpolated rotoscoping. C’è una bibliotecaria che comincia a ridere, a sghignazzare in modo irrefrenabile. Fino a morirne. Ci sono soggetti che non riescono a immagazzinare nuovi ricordi e che restano ancorati a un eterno passato.  Laggiù è rimasta la loro vita. C’è un uomo dal braccio amputato che sente le unghie della mano fantasma conficcarsi dolorosamente nel palmo fantasma. E urla fino a impazzire per un evento che nessuno vede avvenire. C’è un uomo, anche, che prova intensi orgasmi nel piede fantasma. C’è una bella neurologa senza braccia che si vede gesticolare mentre parla. C’è un architetto che non sa sorridere volontariamente, a comando, ma il cui sorriso spontaneo è invece gioioso come sempre. C’è un mutatore che sente che le proprie sensazioni tattili si originano dalla scrivania che ha davanti: quando la accarezzano, accarezzano lui. C’è una ragazza cieca che – inconsapevolmente – compie azioni complesse che di solito richiedono la vista. C’è un uomo che ha continue allucinazioni visive, in ogni ora del giorno, che scompaiono appena chiude gli occhi. C’è una professoressa che si disinteressa di tutto ciò che sta alla propria sinistra. Disegna solo il lato destro di un fiore, mangia solo ciò che si trova nella sezione destra di un piatto di pasta. E’ la stessa donna, solitamente molto lucida, che cerca di afferrare oggetti dentro uno specchio posto sulla destra. C’è un uomo che applaude con una mano sola, credendo che il suo braccio sinistro paralizzato funzioni perfettamente. Lui lo vede funzionare. E c’è un’altra donna, con lo stesso problema, che afferma che il proprio braccio paralizzato in realtà appartiene al fratello (1), anche se riconosce benissimo che è attaccato alla propria spalla. C’è un uomo che, quando si alza dalla sedia, si volta indietro per controllare di non aver abbandonato metà del proprio corpo dietro di sé. C’è un giovane ragazzo, molto intelligente, che crede che i suoi genitori siano impostori. Sosia. Simulacri. C’è un uomo che afferma di essere morto, di puzzare di carne putrefatta e di essere ricoperto di vermi. C’è un signore che vede ovunque, in ogni volto che incontra, la stessa persona. C’è uno studioso che entra in contatto con Dio dopo essersi attivato i lobi temporali con uno stimolatore magnetico. C’è un ragazzo ritardato che, senza guardare orologi, vi dice l’ora esatta (completa di secondi) in qualunque momento del giorno gliela chiediate (e talvolta la mormora anche mentre dorme). E così via.

Sto forse parlando dei personaggi dei vari libri di Philip K. Dick (2)? Potrebbe essere. Eppure no, non stavolta. Questa non è fantascienza, neanche quella psicoincasinata del maestro di Chicago. Questi sono, invece, solo alcuni dei sorprendenti casi clinici presentati in La donna che morì dal ridere dal neurologo di fama internazionale (3) Vilayanur S. Ramachandran. Con molta ironia e con abilità narrativa, lo scienziato utilizza tali anomalie, dai risvolti spesso drammatici, per parlare del funzionamento del cervello e delle sue parti e per descrivere le connessioni tra roba cerebrale e mentale. Ogni considerazione esposta si basa sul risultato di test e verifiche sperimentali: quando non è così, quando si lascia andare alla mera speculazione, Ramachandran ha (al contrario di altri) il buon gusto di renderlo ben presente.

La donna che morì dal ridere (Phantoms in the Brain) è, come tutti i libri che parlano del cervello e del suo comportamento, un libro sconcertante. Perché demolisce la stragrande maggioranza delle intuizioni che possiamo avere sul nostro modo di agire e pensare, dimostrando che abbiamo un’innata, radicata, resistente e utile tendenza ad autoingannarci su una molteplicità di questioni. Ci raccontiamo un sacco di frottole: per il nostro bene, s’intende.

Queste cose non mi lasciano indifferente. Tutt’altro. Mentre scorrevo le pagine, rapito dai misteri della mente umana, avevo la netta sensazione che il mio punto di vista sulla condizione umana si facesse, pian piano, sempre più “maturo”, “ampio”, “consapevole”. Qualcosa del genere. Stavo facendo un passo indietro rispetto a tutto. Uscivo dal sistema.

Non so come metterla senza dar l’idea di voler assumere le sembianze di un irritante paladino del new-age, o senza dar adito a sospetti su ciò che ho fumato di recente, ma ho la netta sensazione che questo materiale ti offra davvero una prospettiva più ampia su ciò che rappresentiamo come esseri umani e su come ciò che esperiamo sia in realtà (quale realtà?) assai diverso da ciò che succede (dove?) (4). In breve, mi rendo conto che molte delle questioni che per secoli hanno tormentato i più grandi filosofi (si pensi alla rivoluzione di Kant o alle perenni discussioni tra empirismo e razionalismo) possono trovare nella neurologia sperimentale una risposta, se non definitiva, almeno più solida e verificabile.

Il cervello è una cosa ipercomplessa, come ricorda la citazione che ho posto in apertura. Se è vero che Ramachandran ci obbliga a guardare i suoi casi sorprendenti, egli non dimentica di sottolineare che tutto ciò è un pretesto per spiegarci come funzionano i nostri encefali. In questa nuova visione, credo, il concetto di “sanità mentale” ha contorni sempre più sfumati. Come mi venne in mente leggendo Noi Marziani (ancora di Dick), la follia è solo un passo più in là. O qualche grado sopra. E’ una connessione neurale nuova o rinforzata. E’ una via cerebrale interrotta per un’inezia. E’ una tendenza solo un po’ più marcata.

Se immaginiamo, per giocare, che ognuna delle sindromi narrate nel libro corrisponda a una manopola che può essere posizionata su dieci gradi d’intensità (1: sindrome quasi nulla; 10: sindrome al massimo livello di potenza), credo che ognuno di noi abbia più di una manopola sistemata su posizioni intermedie. Ognuno di noi considerati “normali”, in sostanza, ha le sue piccole sindromi dovute a differenze di connessione, attivazione e funzionamento delle regioni cerebrali. Si tratta di sindromi abortite, potenziali, latenti o sottovalutate. Eppure presenti. Eppure insopprimibili.

E’ anche la distribuzione casuale di queste parziali anomalie che ci rende differenti. Leggendo Ramachandran si intuisce che, per esempio… i complottisti, coloro che credono nel soprannaturale (o in Dio), coloro che hanno problemi nell’organizzazione del discorso (io, per esempio, almeno a livello orale), coloro che millantano capacità che non hanno (è la sindrome che fa girare il mondo), coloro che riempiono le pagine dei diari con ogni dettaglio delle proprie giornate (o scrivono articoli di blog lunghi come questo), coloro che negano a se stessi di essere incapaci di compiere una certa azione, i malfidati, gli scettici ad oltranza, coloro che fanno amicizia con tutti senza pensarci troppo su, i poeti, i musicisti, gli scrittori… tutti questi, e altri ancora, hanno sviluppato la loro sindrome in potenza. Tutti hanno la manopola di una certa deviazione mentale posizionata su livelli 3, 4, 5 o 6. E non è detto che sia sempre un male. (Mi viene a mente il caso, narrato da Ramachandran, del signore che viene colto da epilessia (o qualcosa del genere) e, una volta guarito, comincia ad appassionarsi alla poesia).

Da questo punto di vista tutti, dicevo, siamo un po’ ammalati e mezzi matti. Senza che quest’affermazione suoni come la solita banalità che sentiamo in giro, s’intende (5). Voglio dire che siamo lontani dalla vera patologia, certo, ma non così distanti come di solito tendiamo a pensare. Gli eventi rafforzano certe connessioni cerebrali e ne inibiscono altre, gli eventi girano – per nostra fortuna (o no?) con moderazione – le nostre manopole e ci fanno diventare ciò che siamo, con le nostre varie abilità, predisposizioni, passioni e credenze. Quando gli eventi ruotano le nostre manopole fino al livello 8, o al livello 9, o al 10, allora cominciamo a essere, forse, “ufficialmente” dei casi patologici. Ma il confine tra chi, per esempio, dimentica i nomi delle cose ogni tanto (eccomi!) e il disturbo dell’anomia forse non è mai così netto e scontato. Quando comincio a essere davvero “disturbato”? A livello 5? 6? 8? O forse lo ero anche prima?

In conclusione, sembra che siamo collezioni caotiche di sindromi in potenza, malformate o poco sviluppate. Tutti. Tale condizione ci spinge via da una ideale perfezione e rende assurda ogni teorica pretesa di normalità.

Forse è anche questo, suppongo, che rende le cose un minimo interessanti.

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(1) “La paziente mi guardò negli occhi e disse irata: <<Che cosa ci fa questo braccio nel mio letto?>>. <<Lei mi dica di chi è>>. <<E’ di mio fratello>>” o anche “<<Dottore, gli studenti di medicina mi hanno messo il braccio di un cadavere nel letto ed è tutta la notte che cerco di liberarmene!”>> (da La donna che morì dal ridere)

(2) Quando ho letto questa parte, ho subito visualizzato Philip K. Dick e gli ultimi deliranti anni della sua vita, anni in cui si riteneva il tramite di Dio e in cui scrisse migliaia di pagine di testi incomprensibili che dovevano rappresentare il messaggio del Signore per il suo Popolo:

Le alterazioni producono quella che alcuni neurologi definiscono <<personalità del lobo temporale>>. I soggetti hanno emozioni più intense e vedono un significato cosmico in eventi banali. In genere (almeno così si dice) sono boriosi e privi di senso dell’umorismo, e tengono diari dettagliati in cui registrano con cura gli avvenimenti quotidiani, una tendenza che è chiamata ipergrafia. Certi pazienti mi hanno consegnato tomi di centinaia di pagine, tutte zeppe di simboli e riflessioni mistici. Nella conversazione [...] appaiono ossessivamente interessati a problemi di natura filosofica e teologica.

(da La donna che morì dal ridere)

(3) Mi pare di capire che tra le sue scoperte più note ci sia l’utilizzo del mirror box, col quale è riuscito a far scomparire il dolore all’arto fantasma a più di un amputato.

(4) E la questione posta da Dennett in Coscienza sulla differenza tra fenomenologia e eterofenomenologia. Ciò che tu mi racconti sulla tua propria esperienza è importante, ma spesso è inutile ai fini dello studio dei rapporti tra mente e cervello, perché gran parte (o tutte) le operazioni dell’encefalo operano sotto la soglia della coscienza. Per esempio, tu puoi dirmi: “io sento di decidere” e la tua posizione è ovviamente rispettabile e comprensibile. Ciò non implica che, alla resa dei conti, tu decida davvero.

(5) Ho sviluppato un’irrazionale antipatia verso tutti coloro – e sono tanti! – che amano dire di se stessi: “io sono matto!”. Sì, lo so, contraddice tutto ciò che ho appena detto. Pazienza.

Scritto da Gianluca Bartalucci

6 luglio 2010 alle 14:00

Lotte intestine (o, meglio, “cervelline”)

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emisferi

Si immagini la nostra sorpresa quando abbiamo notato che nel soggetto L. B. l’emisfero sinistro affermava di credere in Dio, mentre il destro indicava con la mano di essere ateo.

Vilayanur S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente

Scritto da Gianluca Bartalucci

26 maggio 2010 alle 20:12

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