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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

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I’m far from sober, and she’s far from sane

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Dopo il nuovo ottimo Mastodon, ecco arrivare fresco fresco Road Salt II dei Pain of Salvation. Per la gioia di grandi e piccini.

E’ un gran bel disco. Da qualche parte ho letto che mentre il primo capitolo, uscito un paio di anni fa e da me apprezzato con colpevole ritardo, poteva essere considerato un disco basato sulla voce – la straordinaria, eclettica ed emozionante voce di Daniel Gildenlow -, questo è invece molto più band-oriented. E’ una definizione che tutto sommato ci sta. I suoni e la voglia di seventies e Zeppelin si ritrovano più o meno presenti anche qui, ma a fare la differenza – in meglio – sembra sia proprio il maggior coinvolgimento dei musicisti. Un pianoforte ispirato qua e là, il pulsare liquido del basso fretless, una batteria possente sui pezzi di impronta rock-blues ma anche estremamente snella quando si tratta di colorare atmosfere più jazzate o progressive. Vivacità ritmica. Amore per la variazione. Sottile fascinazione per il tempo dispari. Per tutti questi motivi Road Salt II appare più dinamico e vario del suo predecessore. Ma anche, diciamolo, plasmato da un songwriting migliore.

A ben vedere, infatti, canzoni come la cinematografica To the shoreline, come Healing Now (che fa molto Zeppelin IV), come The deeper cut o come l’eterea Through the distance raggiungono vette di forte intensità, in un modo in cui su Salt I facevano solo Sisters e poche altre. Per non parlare di gemme come la nostalgica 1979 o l’angosciata Mortar Grind. Mi sento di dire che tutto questo è materiale che potrebbe piacere anche ai vecchi fan dei Pain of Salvation. Quelli delusi dall’essenzialità improvvisa del fragoroso Scarsick e, soprattutto, da Road Salt I. Forse questo disco ha qualcosa – ma solo qualcosa – anche per loro.

Ciò nonostante, rimangono davvero pochi i punti di contatto con la precedente vita artistica degli svedesi. Rovistando bene, ma bene, si può ritrovare qui quella passione che aveva reso già One Hour by the Concrete Lake - disco al momento lontanissimo – all’epoca così popolare e speciale. Parlo di quella passione (sesso, sangue, violenza, traumi infantili, dolore e voglia di trascinarsi avanti nonostante tutto) che è il vero marchio di fabbrica di una band che ha comunque, inevitabilmente, cambiato pelle. Inutile girarci intorno, inutile raccontarsi frottole. Adesso è pratica, solida, più grezza, a tratti meravigliosamente vintage. Personalmente, si sarà capito, ne sono contentissimo. Adesso voglio sentire questa musica.

E proprio adesso, per esempio, voglio risentire la sontuosa The Physics of Gridlock. Sunto di classe come pochi.

Quel ritornello, dio. Quel ritornello è i Pain of Salvation. Ancora oggi. Nonostante tutto.

Scritto da Gianluca Bartalucci

27 settembre 2011 alle 15:51

L’heavy metal, oggi

con 11 commenti

Vede la luce in questi giorni il nuovo lavoro dei Mastodon, The Hunter. Gli ho per il momento riservato solo qualche ascolto distratto, ma sembra proprio – ancora – un gran bel disco. Rispetto al precedente, a suo modo progressive, Crack the Skye, qui abbiamo pezzi più compatti e melodie più controllate. Se Crack the Skye era un disco dall’umore per alcuni versi sabbathiano (e lovecraftiano, di rimando), in The Hunter ci sento tra le altre cose i Voivod – certi Voivod -, con tutto il loro carico di rielaborazioni pinkfloydiane. Anche se, ovviamente, c’è molto molto molto di più. Un po’ di stoner, per esempio.

Insomma. Meno maligno, meno polveroso e arcaico. Più spaziale e psichedelico. Così pare.

Fino a qualche anno fa avevo individuato nei Nevermore quella band capace di sintetizzare al meglio le qualità dell’heavy metal, modulate su suoni contemporanei. Adesso lo scettro è passato in mano ai Mastodon, per quanto mi riguarda già al terzo centro consecutivo. Tecnica, cervello, visione e potenza. Non c’è nessuno, là fuori, che al momento possa competere con loro.

Scritto da Gianluca Bartalucci

21 settembre 2011 alle 19:45

Pubblicato in metal, musica, video

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Musica d’estate

con 2 commenti

Lista di cose ascoltate nell’ultimo periodo. Tra lettore mp3, auto, computer e stereo in camera.

  • Amy Winehouse, Back to Black. Ero l’unico sulla faccia della Terra a non aver mai sentito niente di questa ragazza. Questo disco ha della qualità ed è insospettabilmente energico.
  • Washed Out, Within and Without. Se anni fa mi avessero detto che un giorno avrei ascoltato questa roba… e invece, invece sì. Lo chiamano dream pop, ma anche in altri mille assurdi modi, e fa molto spiaggia al tramonto con in mano un fresco mojito, non so se mi spiego. Non per sempre, non per tutti, sfiderà le vostre certezze eterosessuali – ammesso che ne abbiate. (recensione)
  • Soul Asylum, Let Your Dim Light Shine. Riascoltato spesso e volentieri in camera, questo rock-pop irresistibilmente naif rimanda inesorabilmente ai nineties, all’adolescenza e a tutte queste cose qui.
  • Rush, Moving Pictures. Rispescaggio, ci (ri)sto in fissa già da un paio di settimane. Perfetto come compagno di jogging. Quella batteria non è di questo mondo.
  • Rush, Power Windows. Altro ripescaggio e altra prevedibile fissa. Lo sto sentendo in auto. Credo che dopo Emotion Detector la musica, tutta la musica, dovesse avere il buon senso di smettere di affrontare temi legati alle relazioni interpersonali. Qui si dice già tutto quel che c’è da dire.

E poi sto ascoltando i nuovi Fennesz e Memory Tapes (pretenzioso il primo – a forza di togliere non è rimasto nulla -, non male il secondo, che stupisce con qualche soluzione melodica non convenzionale), il nuovo dei Lumerians (sufficientemente estivo ma niente di davvero sconvolgente) e roba tipo Patrick Wolf – Wind in the wires (scoperto con diversi anni di ritardo, è un disco certamente non banale). Il tutto, s’intende, aspettando con una certa ansia i nuovi Mastodon e Tori Amos, in uscita tra settembre e ottobre.

(e intanto, forse – non so dove e non so quando -, me ne vado in ferie)

Scritto da Gianluca Bartalucci

5 agosto 2011 alle 15:36

Musica, musica… e il nuovo Queensryche

con 4 commenti

Tra gli ascolti più interessanti che ho fatto nelle ultime settimane ci sono:

The National di High Violet. Fa parte di quei dischi che hai lì da eoni e sai che non considererai mai più nemmeno di striscio. Perché i primi ascolti, no, non ti hanno convinto. Poi capita il giorno, l’ora, il minuto giusto. Quel disco si fa riascoltare. Per caso, solo per caso, s’incastra meravigliosamente nella circostanza. E allora ne scopri la bellezza, e allora pensi che sì, quelli che te l’avevano consigliato avevano ragione da vendere. High Violet, coacervo di perle nostalgiche (dark, new wave, post punk, etc: tutta roba che di solito non mi fa impazzire), si ascolta che è un piacere. Non un disco rivoluzionario, ci mancherebbe, ma ce ne fossero.

James Blake, di James Blake. Lo chiamano dubstep, anche questo. Rispetto a Burial è molto più atmosferico e rarefatto ma anche meno eclatante. Purtuttavia, l’atmosfera-urbana-alle-5-del-mattino-dopo-abuso-di-ecstasy-e-alcol-in-qualche-locale-non-proprio-elegante viene anche qui ricreata con buona maestria. E ogni tanto ci sta bene.

Age of adz, All delighted people e Illinoise, di Sufjan Stevens. Ripresi e riascoltati più volte. Grandi ed eterogenei lavori, capaci di regalare sorprese anche dopo diverso tempo (vedi la mia recente cotta per la dislessica e acida lunga improvvisazione di Djohariah).

Ukulele Songs, di Eddie Vedder. Non c’è la qualità e la capacità di sintesi che avevano reso il precedente Into the wild un piccolo gioiello acustico. Ma forse non è così noioso come m’era parso in un primo momento.

E poi già da diversi giorni sto ascoltando il nuovo Queensryche, Dedicated to chaos. Non starò a ripetere la solita litania sul fatto che i Queensryche non sono più i Queensryche da quando DeGarmo se n’è andato (cosa peraltro ovvia) né accennerò al fatto che la moglie di Tate – manager del gruppo, Yoko Ono degli anni 2000 – sta costringendo il marito e la band stessa a fare scelte piuttosto imbarazzanti e anche poco sensate dal punto di vista commerciale. Non affronterò questi temi perché ne parlano già in diversi sui vari forum dedicati al gruppo e già io in passato ho detto la mia proprio su questi schermi.

No, parlerò di musica.

Dedicated to chaos è una parziale delusione, e questo è certo. Ma non è così brutto come molti vi diranno. Non è così orrendo come molte recensioni vi faranno credere. Naturalmente è pessimo di fronte a Promised Land e a Operation:Mindcrime. Ciò è ovvio. Ma davvero qualcuno là fuori si aspettava che la band di Seattle potesse tirar fuori un disco su quei livelli? Suvvia, siamo seri.

Dedicated to chaos è una parziale delusione, ripeto, ma non è – per dire – neanche paragonabile all’ultimo disco dei Dredg – quello sì una schifezza immonda. Tant’è vero che se il lavoro dei Dredg è durato al massimo 4 o 5 ascolti, quello dei Queensryche è in loop già da una decina di giorni. Perché, nonostante tutto, presenta lo stesso qualche spunto interessante.

La produzione, innanzitutto. Sabato passato ho dovuto guidare per due ore buone (grazie mille, Prato, a te e alla tua funzionale viabilità), in solitaria, ed è stato un piacere ascoltare ad alto volume un disco che suonava così bene, anche nell’autoradio. Strumenti distinti, chitarre vigorose, suono di batteria incredibilmente dinamico, voce ben resa.

Poi, la sezione ritmica. Da tanto tempo non sentivo il duo Jackson/Rockenfield così in forma e così creativo.

E infine, la voce di Tate. Che Tate abbia perso quei tre o quattrocento livelli di profondità dai tempi di Promised Land è piuttosto evidente. Eppure qui recupera qualcosa, rispetto alle ultime uscite. E su pezzi come Big Noize – superba chiusura del disco – fa ancora la differenza.

E le note negative, vi chiederete? Un migliaio circa. Dai testi, spesso orrendi, alla forzatissima semplificazione del messaggio (titoli corti, canzoni che parlano d’amore o di sesso, nessun filo conduttore tra un brano e altro) fino ad arrivare, naturalmente, all’ispirazione non certo eccelsa che caratterizza gran parte delle canzoni – e qui si torna all’assenza di DeGarmo in fase di scrittura. Tutta roba che sì, ti dà parecchio da pensare. “Non sono più i Queensyche”: sì, lo so, grazie. Lo so.

Dedicated to chaos esce in due versioni, una da 12 brani e una da 16 (io ho ordinato quest’ultima per un bieco discorso quantitativo), ed è stato prodotto per essere acquistato (anche) canzone per canzone, il che rappresenta una sorta di reazione alla complessità e alla pesantezza concettuale del disco precedente, American Soldier (così come Empire lo era stato per Mindcrime e Hear in the now frontier lo era stato per Promised Land).

Un disco brutto? No. Ma forse un disco insufficiente. La verità è che su 16 brani ce ne sono almeno tre imbarazzanti (Around the world, Wot we do, Got it bad) e altrettanti almeno bruttini. Il resto va dal passabile al buono. Con qualche fulmineo – raro e prezioso – momento di ottima musica.

Dal momento che l’album è stato pensato come collezione di canzoni, come prodotto che può essere manipolato a piacere dal fruitore, io ho creato una mia personalissima tracklist, togliendo le parti più indecenti e cercando di farne un prodotto rock più compatto e credo migliore. Come sonorità siamo dalle parti di Hear in the now frontier e Q2k, ma qui la produzione è più ricca e sono inoltre presenti arrangiamenti più variegati e moderni. Nella tracklist ci infilo anche la sdolcinata Broken, la quale sconcerterà i più ma che alla lunga non mi dispiace.

1 – Get Started

2 – Hot Spot Junkie

3 – Higher

4 – Retail Therapy

5 – At the Edge

6 – Broken

7 – Drive

8 – Luvnu

9 – I Take You

10 – Lie

11 – Big Noize

Questo, credo, sarebbe un disco almeno discreto.

Scritto da Gianluca Bartalucci

17 giugno 2011 alle 12:01

That’s what happens, when you compromise your art/heart

con un commento

That’s what happens, when you compromise your art/heart. Non lo cantavo io, che ho una visione dell’arte tutto sommato disincantata. Lo cantavano loro.

Loro, che avevano realizzato un disco straordinario, fresco e multiforme: El Cielo. Lavoro di classe e pieno di sorprese, capace di catapultarli nell’olimpo della poche band con qualcosa da dire.

Loro, gli autori di quel gioiello melodico – per chi scrive, uno dei vertici musicali degli ultimi 10 anni – di Catch without arms (un disco che sa di primavera londinese).

Loro, che avevano dato alle stampe The Pariah, The Parrot, The Delusion, lucido e tutto sommato più che buono manifesto d’agnosticismo, con pezzi sottovalutati come I don’t know e Quotes.

Loro, i Dredg.

Fa (un po’) male dover constatare che il loro nuovo album, Chuckles & Mister Squeezy, è di incredibile bruttezza.

Pigro, sfacciatamente melodico, sfacciatamente mainstream, quest’album è una delusione su tutta la linea, di una tristezza che lascia esterrefatti. Ma davvero. Non ci si crede che abbiano pubblicato una cosa tanto pacchiana, che non si siano resi conto che fosse tanto superficiale, banale, priva di mordente. E il bello – bello? – è che lo si capisce fin da subito, che questo è un lavoro pessimo. Fin dal primissimo ascolto. La prima impressione è quella che conta, soprattutto stavolta: gli ascolti successivi non faranno che confermarla, e confermarla e, porca puttana, confermarla.

I Dredg superpop, facili, noiosi. Non viene voglia neanche di altre sprecar parole, di entrare nel dettaglio. Forse c’era da aspettarselo, forse no. In ogni caso, questo sarà il primo lavoro dei californiani che – statene certi – non acquisterò. That’s what happens… già già, come no.

Scritto da Gianluca Bartalucci

28 aprile 2011 alle 19:01

Pubblicato in musica

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Sulla genesi di ‘Promised Land’ dei Queensryche (part II)

con 6 commenti

(Come specificai già nella prima parte, “diversi anni fa m’ero ficcato in testa di scrivere un lungo testo riguardo a tutto ciò che sapevo e immaginavo su quello che era – e forse è – uno dei dischi più importanti della mia vita: Promised Land dei Queensryche. Buttai giù un sacco di pagine – talvolta deliranti! – sull’argomento ma poi finii, come faccio spesso, per abbandonare l’inutile progetto. In questi ultimi giorni mi son messo a riascoltare il lavoro della band di Seattle e m’è venuto a mente che potrei pubblicare, ogni tanto, alcune di quelle parole. Forse non penso più le stesse cose, forse le scriverei in maniera differente. Eppure, in un certo senso mi dispiace che la cosa rimanga per sempre confinata nell’hard disk. E quindi, ecco l’inizio di quel caotico ammucchìo di materiale grezzo, così com’era allora”.

Adesso pubblico un’altra parte di quel testo. Se è vero che oggi riscriverei il tutto in un’altra maniera, è anche vero che questo documento rappresenta – se non altro – una sorta di viaggio a ritroso verso il me stesso di allora, sulle mie influenze letterarie, sui libri che leggevo in quel periodo (che qui non riesco a non citare), su certe mie vecchie convinzioni. Sarebbe troppo facile cancellare quei passaggi che oggi non mi trovano d’accordo. Ma mi va di lasciare il testo intatto, ingenuo e (forse) pretenzioso com’era allora)

 

Tronchi d’albero morti.

Se ad un primo impatto la copertina di Promised Land, presentando un ligneo logo dei Queensrÿche, non sembra differenziarsi troppo da quelle di Empire e Rage for Order – se non per il fatto che stavolta il Try-rÿche è davvero ben realizzato –, quando si estrae il libretto dalla confezione in plastica del CD ci si accorge che diviene un piccolo poster, a più alta densità di dettagli e con una storia assai più complessa da narrare, come conferma Wilton:

L’immagine che c’è nella copertina [curata da Hugh Syme] è quella di un lago circondato da tronchi d’albero morti. Ci sono delle figure che sembrano venire fuori dall’acqua, e c’è il nostro simbolo in cima. C’è anche il simbolo indiano (nel senso di pellerossa) del corvo, una specie di palo totemico. Dietro di esso, nella nebbia, dietro agli alberi, si vede una tempesta che si sta preparando (Metal Hammer, n.10/94).

Il colore predominante è il marrone, con brevi puntate sul giallo. Connota l’idea di naturalità, di terra, di tradizione. Di fronte all’osservatore, in mezzo al lago, c’è un totem. Questo simbolo di enorme rilevanza per gli indiani d’America è la prima cosa che incontriamo, l’insegna del negozio che ci apprestiamo a visitare. In ordine temporale e spaziale, viene prima dei testi, prima delle canzoni, prima della musica. Dato che, come si vedrà in seguito, Promised Land è un lavoro così minuzioso che niente pare essere stato lasciato al caso, è razionale pensare che dietro ad una copertina del genere ci siano delle logiche semantiche ben studiate e strutturate.

Il totem, innanzitutto. Perché dover incastonare il proprio logo sulla sommità di un totem indiano? Che cos’è un totem? Cosa simboleggia? Cosa significa per un americano? A che tipologia di totem appartiene quello scelto dai Queensrÿche?

Quando Durkheim, uno dei padri fondatori dell’antropologia e della sociologia, cercò di definire cosa fosse la religione, partì dallo studio delle tribù aborigene dell’Australia e osservò che ciò che tutte le religioni hanno in comune non è l’immagine di Dio, ma la presenza di una serie di manufatti sacri verso cui gli uomini sono obbligati ad osservare un comportamento di tipo rituale. Uno di questi oggetti sacri è il totem, che svolge la funzione primaria di tenere unita la tribù ed è l’essenza stessa della religione: chi ha in comune lo stesso totem è membro della medesima tribù, o società, o clan. Si tratta di un simbolo che crea un ordine sociale e morale. È infatti vietato a ciascun membro della tribù di uccidere l’animale totemico (Durkheim, 1912), a meno che la tribù intera, dopo essersi riunita, non decida di realizzare collettivamente ciò che è invece interdetto ai singoli. In tal caso il totem-banchetto rappresenta un momento di grande valore che rafforza i legami tra i membri stessi, alla maniera di un sacramento cristiano.

Levi-Strauss, altro noto antropologo, più pragmaticamente rispetto a Durkheim ribatte che il totemismo, quell’articolato sistema di simboli e pratiche fondato sulla relazione tra un gruppo sociale e il proprio totem, non è una forma primitiva di religione ma solo una complessa metafora che una tribù usa per definire se stessa e la sua percezione del mondo (Levi-Strauss, 1962).

Due visioni nettamente contrastanti: nella prima si dà per scontato che il sentimento religioso – così come la competenza linguistica di Chomsky – sia parte indissolubile della mente umana fin dal primo giorno di vita dell’individuo, nella seconda si cerca di motivare secondo criteri razionali le esigenze di spiritualità tipiche delle diverse popolazioni. Se è vero che quest’ultima ipotesi è la più comunemente accettata dalle scienze sociali, non si può negare che, per molti, la prima continui a conservare un fascino tutto suo, il fascino del mistero, dell’ignoto, della magia e di una ritualità remota semplice ma talvolta intrigante.

Il termine totem è stato diffuso nel 1791 dal viaggiatore inglese J. Long e proviene da ototeman che, per un gruppo di indiani dell’America Settentrionale significava egli è della mia parentela. Più in generale, il totem ha diversi significati e può svolgere molteplici funzioni, tra cui quella fondamentale di comprovare che un determinato gruppo sociale – quello devoto al totem stesso – discende da un unico antenato, di solito un animale proverbialmente audace, resistente e coraggioso, capace di incarnare le più alte virtù e, ci si augura, di trasmetterle al proprio popolo.

Al contrario di quanto solitamente si pensa, i totem non sono vere e proprie divinità. Non si prega un totem, ma si seguono i suoi insegnamenti, si aspira ad avvicinarsi il più possibile agli ideali che rappresenta. Non siamo noi a scegliere il totem, ma è lui a individuarci. La tradizione vuole che il ragazzo, prima di divenire uomo, debba fare un viaggio – utilizzando il peyote ma anche rimanendo in solitudine per un lungo periodo di tempo – con lo scopo di cercare se stesso e, infine, di essere trovato dal totem.

Ma torniamo a Promised Land. La scelta di porre un totem come introduzione al disco si può motivare seguendo due percorsi logici diversi. In primo luogo, è evidente che presentare un simbolo indiano sulla copertina di un lavoro multiforme, ricco di sfaccettature, moderno e fortemente invischiato in quella che si avvia ad essere definita Era dell’Informazione, significa voler fare un deciso passo indietro rispetto alla modernità dilagante, e diviene un sottile ma autorevole suggerimento alla disconnessione, a staccare la spina per tornare, almeno un po’, alla spiritualità, all’essenzialità ed alla semplicità degli antenati. Sono temi che l’album affronterà soprattutto nella sua parte centrale, col duo Promised Land / Disconnected e con ciò che vi si trova in mezzo. Questa necessità di semplificazione del reale – o di una new metaphor for reality - si può individuare, di nuovo, nella decisione del gruppo di andare a dare una forma definitiva all’opera su un’isola semideserta, distanti dallo smog esistenziale che si può respirare in un brano come Disconnected. Ci si spoglia degli orpelli per arrivare a quel che è davvero importante: portare a termine la registrazione dell’album che abbiamo in testa, per esempio.

A proposito del totem in copertina, Chris DeGarmo dice che

è stato disegnato da un artista americano [Harold Alfred] che vive a nord di Seattle [...], dove c’è una serie di bellissime isole. E’ un artigiano che realizza maschere, totem e scatole speciali. E’ veramente una persona eccezionale, un tipo un po’ particolare. Abbiamo deciso di utilizzare un’immagine di questo tipo visti i contenuti dell’album. Il totem ha molti significati, ma uno in particolare: la linea del tempo e la storia. Visto il contenuto molto spirituale dell’album [...] riflette bene ciò di cui noi parliamo nelle [...] canzoni; hanno per noi un profondo significato spirituale (Metal Shock, n.185).

In secondo luogo la scelta del totem pare essere un segnale forte che i Queensrÿche intendono dare al mondo là fuori, un segnale di ritrovata coesione, coesione tribale, di autodeterminazione e di differenziazione rispetto a tutto ciò che ruota loro attorno. Noi siamo noi, sembrano dichiarare solennemente. Sotto il Try-rÿche, segno rappresentativo del gruppo stesso, essi alla fine si radunano, rafforzano legami che si andavano indebolendo e si fanno scudo contro la realtà esteriore. Il totem Try-rÿche unifica, secondo il pensiero di Durkheim, e distingue, stando alle idee di Levi-Strauss. E’ sia il fuoco acceso attorno al quale raccontare le proprie brutte storie, un elemento che afferma “l’unione [del gruppo] nella sua forma più basilare, nel nucleo” (Chris DeGarmo, Psycho, marzo 1997), che il manifesto di una ben precisa linea di pensiero. Se il logo sta per il gruppo, lo significa, si può affermare senza timor di smentita che cinque individui, attraverso i Queensrÿche e attraverso Promised Land, ci stanno comunicando le loro modalità di percezione del reale, nello stesso modo in cui i gruppi tribali, secondo Levi-Strauss, erigevano un totem che sintetizzasse al meglio gli elementi basilari connessi alla propria visione delle cose.

Prendendo poi in esame alcuni dettagli dell’immagine e ipotizzando che l’omaggio dei Queensrÿche sia rivolto in special modo a quelle tribù che, secoli fa, hanno abitato le terre dove i cinque musicisti sono nati ed hanno mosso i primi passi, si scopre che il totem di Promised Land non è un totem qualunque. Non è un totem ideale, in senso platonico, ma un totem ben preciso con un determinato referente nella realtà esterna, scelto presumibilmente per un motivo particolare. Si tratta, per l’appunto, di un feticcio che simboleggia il Corvo, come ha ricordato Wilton, le cui fattezze non possono che ricondurre alla tipologia di totem realizzati dalla tribù dei Tlingit. E’ legittimo ritenere che, quando pensano agli indiani, gli abitanti di Seattle abbiano in mente una tribù come questa.

I Tlingit, termine che si può tradurre con gente, sono una tribù indiana nata e cresciuta nell’America nord-occidentale, tra quelli che sarebbero divenuti lo stato di Washington, il Canada e l’Alaska. I loro villaggi, colmi di abitazioni costruite con tronchi di cedro, erano distribuiti soprattutto lungo le coste e sulle centinaia di isole delle vicinanze. Popolo orgoglioso, cacciatore e guerriero, quello dei Tlingit fu tra i pochi a combattere l’invasione dei bianchi – europei o russi che fossero – nei primi anni del 1800, finendo per essere sottomesso solo dopo una fiera resistenza. La loro religione venne definita sciamanismo siberiano: ogni tribù aveva un suo sciamano, il quale si adoperava per curare le malattie e, soprattutto, possedeva il potere di tenere sotto controllo gli spiriti. I Tlingit perseguivano una sorta di animismo, ritenendo che ogni cosa, umana e non, dovesse essere rispettata. Perché tutto era dotato di spirito, e le anime si nascondevano ovunque (www.bibliomanie.it).

La coabitazione tra gli abitanti di Seattle e la popolazione dei Tlingit è stato spesso assai difficile. Nel 1899 ebbe luogo uno di quei fatti che rischiano di danneggiare in eterno rapporti simili. Una delle due parti, ad un certo punto, ritiene di aver il diritto di prevaricazione sull’altra.

Il 18 ottobre di quell’anno, in una delle piazze principali di Seattle, venne posizionato un totem di sessanta piedi, di chiara origine Tlingit. La cittadinanza salutò il simbolo indiano con acceso entusiasmo, quasi fosse un trofeo di guerra. Si ammise pubblicamente che si trattava di un totem rubato diverse settimane prima in un villaggio indiano, che fu definito “deserto”, e si giustificò l’atto affermando che “in città il totem sarebbe tornato a dare davvero voce ai nativi”. Una delle persone che partecipò attivamente alla missione di espropriazione del simbolo, descrisse il furto usando queste parole:

Gli indiani erano tutti fuori dal villaggio, a pescare. L’unico rimasto non si mosse da casa sua. Pareva spaventato da morire. Prendemmo il totem più bello. Chiamai un paio di marinai e, assieme, lo abbattemmo, così come di solito si abbatte un albero. Era troppo grande per trascinarlo fino alla spiaggia, così decidemmo di segarlo di un due (www.historylink.org).

Un’azione del genere, così brutale e arrogante, è anche sintomatica del rapporto che si venne a instaurare tra gli indiani indigeni e i nuovi arrivati. Qualche anno fa Piccola Foglia, un appartenente alla tribù Tlingit, come a ricordare che certi affronti non sono stati del tutto dimenticati, dichiarava:

Per voi uomini bianchi il Paradiso è in cielo; per noi il Paradiso è la Terra. Quando ci avete rubato la Terra, ci avete rubato il Paradiso.

E se si ruba un totem, non si ruba solo la Terra, ma ci si impossessa anche dell’emblema di una tradizione culturale, del libro di legno ove sono impressi gli eventi sostanziali di una popolazione. Mantovani (1998) parla del contatto tra i nativi americani e gli europei quando descrive le modalità secondo cui i pionieri bianchi si approcciavano alle tribù che trovavano sul loro cammino:

Fin dal primo momento l’identità dell’altro viene negata, la sua cultura ignorata, le sue proprietà e la sua stessa vita cessano di appartenergli. All’inizio l’annientamento è prodotto solo sul piano simbolico, nel rito di presa di possesso, ma nel giro di pochissimo tempo esso manifesterà la sua efficacia anche sul piano pratico, con la distruzione delle persone e della cultura [...].

Non c’è modo migliore per annientare la cultura dell’altro, per distruggerne le tradizioni e le credenze, che portargli via uno degli oggetti più importanti che possiede. Come fece Mussolini nel 1937 trafugando la Stele di Axum agli Etiopi e come hanno fatto gli abitanti di Seattle col totem dei Tlingit. A proposito del manufatto totemico in questione, la tribù indiana, negli anni successivi, avrebbe chiesto un risarcimento monetario che sarebbe stato accolto solo in parte.

L’oggetto che fu portato via dal villaggio era, per la precisione, un totem dedicato alla figura del Corvo, animale che per le popolazioni del nord-ovest e dell’Alaska – tra cui i Tlingit stessi – rappresentava l’eroe mitico che nel tempo della creazione ebbe un ruolo essenziale nella genesi della terra, delle stelle e del sole. Coloro che seguono gli insegnamenti del Corvo, racconta la tradizione Tlingit, hanno una comprensione degli eventi che va al di là dell’ordinario, vedono cose che gli altri non vedono e sanno osservare oltre i limiti della vita stessa. Egli è difatti capace di varcare con estrema semplicità le frontiere che conducono al mondo degli spiriti e porta ai vivi i messaggi dei morti. Inoltre è il signore dell’illusione, è in grado di alterare la realtà e di fare in modo che le cose stesse assumano un’altra forma, per svelare o nascondere fondamentali verità. Quello dedicato al Corvo è dunque un totem assai speciale, perché il volatile è considerato il creatore dell’umanità ma anche, in un certo qual modo, il suo salvatore. Il Corvo ha portato il salmone da mangiare, l’acqua da bere e il fuoco – rubato al sole – per scaldarsi. E’ un eroe, un creatore ed anche, paradossalmente, un ingannatore.  Possiamo riassumere le funzioni di questo totem piuttosto multiforme in cinque essenziali punti:

  1. E’ un creatore. Dona la vita e aiuta gli esseri umani, anche sacrificandosi, a preservarla. Comunica con le anime dei morti.
  2. E’ un ingannatore, ma, quando inganna, sostanzialmente lo fa a fin di bene. Insegna agli uomini a ridere ed a scherzare.
  3. E’ un mago. E’ capace di alterare la configurazione della realtà. Inoltre, è in grado di vedere attraverso le false forme, le bugie e gli inganni degli altri.
  4. E’ un cercatore di segreti. Accumula informazioni e ricerca, sempre, la verità.
  5. E’ contraddittorio. Può essere e non essere allo stesso tempo, aspira alla condivisione della conoscenza ma anche alla conservazione dei segreti.

Ognuno dei differenti ruoli che il Corvo, abile trasformista, è in grado di assumere può trovare un certo riscontro in ciò che i Queensrÿche hanno voluto comunicare con Promised Land. Sono concetti che saranno meglio approfonditi nei capitoli seguenti, ai quali qui do solo un breve accenno.

Le tematiche della Creazione, anche in senso biblico, della nascita dell’individuo e del suo svilupparsi sia individualmente che come soggetto sociale saranno affrontate in special modo in I am I. Il concetto di anima viene toccato nell’intro 9:28 a.m. Tutto il resto sembra combaciare alla perfezione con la disincantata visione di una Terra Promessa attorno alla quale ruota tutto l’album, Terra Promessa che è ingannevole, illusoria e contraddittoria perché incorpora dicotomie forse inconciliabili come, per esempio:

  • morte / vita
  • società / individuo
  • bombardamento informativo / necessità di isolamento
  • esasperazione tecnologica / spiritualità
  • modelli sociali di benessere / traumi interiori
  • conformismo artistico / libertà creativa
  • aspettative / delusioni
  • estrema complessità musicale / momenti di semplicità acustica

Anticipando i temi di cui il testo semiotico – il disco stesso – si andrà ad occupare, la copertina svolge dunque un ruolo di primo piano, che va ben al di là di quello di una semplice immagine scelta per la sua esclusiva capacità di richiamare l’attenzione. L’idea legata al totem del Corvo che è sorto nell’acquitrino, in primo piano rispetto all’approssimarsi di nubi minacciose, ha in sé una notevole potenza sintetica e rappresenta quello che viene definito editoriale.

Calabrese (1999) analizza il frontespizio dei Principi di Scienza Nuova di Giambattista Vico, frontespizio che è un’idea dell’opera e che “costituisce [...] il riassunto schematico del libro” che va ad introdurre. Vico stesso afferma che l’immagine che sceglie per la sua copertina “serve al leggitore per concepire l’idea di quest’opera avanti di leggerla”. Secondo modalità diverse – il frontespizio di Vico spinge maggiormente verso un’interpretazione logico-geometrica -, l’immagine del totem di Promised Land svolge la stessa funzione anticipatoria e, come vedremo, non solo regala un ulteriore punto d’osservazione, una diversa chiave di lettura, l’innesco di nuove isotopie, ma aggiunge anche un elemento di coerenza testuale, perché tutto ciò che sarà comunicato dall’album può trovare appigli e conferme nel disegno di quella palude, tanto deprimente e sozza quanto evocativa e significante.

La raffigurazione è, in sostanza, un’altra scatola dentro la quale si possono infilare, uno dopo l’altro, tutti i contenuti del disco, e rappresenta un’aggiunta di potere semantico non indifferente. Il totem Tlingit del Corvo incombe sulla Terra Promessa, il Corvo ha creato l’uomo e la società, il Corvo ha manipolato la realtà rendendola incantevole ai nostri occhi, ci ha illuso, il Corvo stesso, nella sua contraddittorietà, spinge alla ricerca delle verità, è musa ispiratrice per chi ha il coraggio di provare a guardare dietro l’illusorio inganno, al di là della matrice, oltre al cumulo di soldi che si staglia seduttore all’orizzonte. C’è un Velo di Maya da squarciare, una caverna dalla quale dover fuoriuscire.

Un’altra visione: come i bianchi hanno scacciato gli indigeni dalle loro terre, dal loro Paradiso, così i rugginosi meccanismi del quotidiano con la loro intrinseca alienazione, le tecnologie invasive, l’info saturation, hanno allontanato sempre più l’individuo da ciò di cui ha maggiormente bisogno, le relazioni interpersonali, le speculazioni sul valore dell’esistenza e l’insopprimibile necessità di indagine nei riguardi del trascendente. La solitudine, il distaccarsi dall’ordinario per regalarsi nuovi punti di vista: sembra che solo così si possa arrivare ad una crescita personale. Solo quando diventiamo isole, o viviamo su di esse, il totem ha la possibilità di scovarci.

Tutto questo, e forse altro ancora, è la profetica copertina di Promised Land. Non solo una bella confezione, non solo una potente introduzione, ma soprattutto una parte integrante, funzionale e indissolubile del disco stesso.

 

 

Isolamenti sonori.

Prima di cominciare l’ascolto, qualche accenno alla modalità di fruizione del disco stesso. Come già detto, credo che il metodo migliore per godere appieno dell’incanto e della complessità strutturale di Promised Land sia quello di ascoltarlo in cuffia, dedicandogli tutta l’attenzione possibile. E’ un buon sistema per apprezzare ogni dettaglio e sfumatura. Non si tratta solo di una mia idea bizzarra, perché sono i Queensrÿche stessi a suggerirla quando, al momento della presentazione ufficiale del disco, il 10 ottobre 1994 affittano il Museum of flight di Seattle e permettono a circa tremila loro fan di poter ascoltare gratuitamente, in cuffia, l’anteprima dell’intero lavoro.

A questo riguardo, Tate commenta:

Ci siamo sempre chiesti che cosa pensassero i nostri fan ascoltando un nuovo album dei Queensrÿche e, visto che ne avevamo finalmente la possibilità, abbiamo pensato di porgere la domanda direttamente a loro. Sono stati giudizi piuttosto onesti. Molti ci hanno detto che è un album più difficile di Empire e quindi non erano certi, al primo ascolto, di averlo apprezzato e capito fino in fondo (Thunder, n.6).

Promised Land è stato pensato e progettato individualmente all’interno di abitazioni private, realizzato su un’isola da un’entità unica – ed eremita -, riunita ai piedi del totem Try-rÿche e, infine, concepito per essere ascoltato in solitudine, in modo privato, personalizzato. L’aspetto dell’isolamento non è solo uno dei contenuti più intensi scandagliati dal disco, non solo sembra aver svolto un ruolo preminente durante la fase di produzione – influenzando a sua volta i contenuti stessi – ma è anche partecipe e significativo al momento della fruizione del prodotto artistico. La solitudine, nella solenne forma datale da Garcia Marquez, è una presenza tetra e necessaria che segue Promised Land in ogni suo istante, non gli dà un attimo di respiro, a partire dal momento in cui è ancora in fase fetale fino a quando, verso la metà di ottobre del 1994, non viene infine rilasciato per il mondo. Mettersi le cuffie in cerca dei significati della Terra Promessa è po’ l’equivalente di uscire da un bar affollato, gonfio di voci, sbattere la porta alle proprie spalle, trascinare i piedi sulla sabbia e portare del cibo ai gabbiani. Bisogna porre una certa distanza tra noi e il reale, affinché lo si possa comprendere – come direbbe Heinlein, grokkare -, e sarebbe opportuno stabilire lo stesso distacco al momento della fruizione, nella fase finale del processo comunicativo, quando il disco ci offre strumenti di disambiguazione, a volte racconta le sue storie ed altre ascolta paziente le nostre, a volte assume la forma di the one that lays beside me di Damaged, altre ci ricorda che quel one di cui parla, in definitiva, siamo proprio noi stessi.

Chiudersi nel proprio universo musicale, un gesto di indipendenza alla portata di tutti, ha anche la funzione di privatizzare lo spazio pubblico ed è la via di fuga più semplice da intraprendere, ciò che la tecnologia moderna ci mette a disposizione, per allontanarci dal bombardamento di stimoli indesiderati, dal disordine metropolitano, dalla mole di informazioni non richieste.

Menduni ritiene che l’uso delle cuffie isoli

il suo utilizzatore dall’ambiente circostante (un vagone della metropolitana, una strada della città) inserendolo in una sua propria bolla comunicazionale. [Si tratta della] più chiara espressione [...] di un totale rimescolamento della sfera pubblica e della sfera privata, una volta così nettamente distinte. Il ragazzo con il walkman o con la radio si muove in uno spazio pienamente pubblico ma, grazie all’azione di filtraggio delle cuffie, rinuncia agli stimoli provenienti da quella sfera pubblica sostituendoli con quelli suoi propri, della sua tribù cultural-musicale, che ha accuratamente scelto portandosi dietro la sua compilation in musicassetta o la sua stazione radio preferita (Menduni, 2001).

Nauseati dalla massificazione, staccati dalla socialità, invischiati nel nostro universo sensoriale, indipendenti, isolati, emarginati, disconnessi, combattuti, in cerca delle risposte indispensabili per salire un altro gradino, forse disorientati, intossicati, drogati, alienati, vinti, disincantati.

E’ laggiù, ed è proprio in questi momenti, che il Corvo viene a farci visita.

 

 

Riferimenti bibliografici:

Calabrese, Omar, 1999, Lezioni di semisimbolico, Siena, Protagon Editori Toscani.

Crespi, Franco, 1985, Le vie della sociologia, Bologna, Il Mulino.

Durkheim, Emile, 1912, Les formes élémentaires de la vie religieuse, Parigi, Alcan (trad. it. di Claudio Cividali,  Le forme elementari della vita religiosa, Roma, Meltemi, 2005).

Eco, Umberto, 1992, Interpretation and overinterpretation, Cambridge, Cambridge University Press (trad. it. di Sandra Cavicchioli, Interpretazione e sovrainterpretazione, Milano, Bompiani, 1995).

Levi-Strauss, Claude, 1962, Le Totémisme aujourd’hui, Parigi, PUF (trad. it. di Danilo Montaldi, Il totemismo oggi, Milano, Feltrinelli, 1983).

Mantovani, Giuseppe, 1998, L’elefante invisibile. Alla scoperta delle differenze culturali, Firenze, Giunti Editore.

Menduni, Enrico, 2001, Il mondo della radio, Bologna, Il Mulino

www.totemismo.it

www.historylink.org

www.riflessioni.it

www.psicolab.net

Scritto da Gianluca Bartalucci

5 dicembre 2010 alle 14:44

Intermezzo musicale

con 4 commenti

Due o tre appunti che riguardano la musica e le recenti esperienze musicali:

  • Il mese prossimo esce, dopo anni dall’acclamato Illinoise, il nuovo album di Sufjan Stevens, intitolato The Age of Adz. Il talentuoso musicista americano ha però deciso di anticipare il proprio ritorno con la pubblicazione di un ep, All delighted people, che sto ascoltando parecchio in questi ultimi giorni. Il disco dura circa un’ora (alla faccia del “mini”) e propone varie puntate nel multiforme ed eccentrico mondo sonoro di Sufjan. Una delizia lunga 8 tracce, difficilmente catalogabile, vivace, originale e di estrema classe. Qui una buona recensione dell’ep. Qui la buona, lunghissima e variopinta canzone che dà il titolo al lavoro. Tra progressive rock, gospel, orchestrazioni, sferzate di psichedelia, folk e mille altre cose. Di certo, non la solita roba.
  • A Firenze c’è un ragazzo (dovrebbe trattarsi di tal Piotr Tomaszewski) che, quasi ogni sera, suona cover di classici davanti ad un crescente numero di persone che di volta in volta si raduna tra Piazza della Signoria e gli Uffizi per ascoltarlo. Sabato sera son stato costretto a fermarmi per non farmi sfuggire la sua straordinaria interpretazione di Space Oddity di Bowie, con la voce del musicista che risuonava in tutta la piazza.
  • Negli ultimi tempi ho avuto anche modo di ascoltare At Newport 1958 di Miles Davis. Disco molto energico, frenetico e anche a-melodico, testimonianza di un’esibizione coloratissima che anticipa di pochi mesi la pubblicazione del capolavoro A kind of blue. Musicisti d’eccezione: oltre allo stesso Davis, Coltrane, Evans, Chambers, Cobb e Adderley. Se A kind of blue è un lavoro da ascolto in solitaria, tant’è malinconico e distante, vedo At Newport come colonna sonora ideale per una festa, da accompagnare a cocktail e olive. Insolente, vitale, anche aggressivo, credo che finirò per ascoltarlo molto spesso.
  • Per la qualità della musica che vi si può ascoltare, segnalo – nuovamente – il pub Joshua a Firenze, in via della Scala. Ad un volume giusto, dentro le mura scalcinate del locale si trasmette un sacco di roba di qualità. L’altra sera era tutto un Dave Matthews Band, per dire. Ma ci ho sentito anche S. Stevens, i Tortoise, gli Iron Maiden, i Radiohead, Coltrane. Uno dei pochi veri pub rimasti a Firenze: consigliatissimo, anche solo per il fatto che la birra è buona e i gestori sono tutti, o quasi, juventini.

Scritto da Gianluca Bartalucci

14 settembre 2010 alle 13:55

Sulla genesi di ‘Promised Land’ dei Queensryche

con 5 commenti

(diversi anni fa m’ero ficcato in testa di scrivere un lungo testo riguardo a tutto ciò che sapevo e immaginavo su quello che era – e forse è – uno dei dischi più importanti della mia vita: Promised Land dei Queensryche. Buttai giù un sacco di pagine – talvolta deliranti! – sull’argomento ma poi finii, come faccio spesso, per abbandonare l’inutile progetto. In questi ultimi giorni mi son messo a riascoltare il lavoro della band di Seattle e m’è venuto a mente che potrei pubblicare, ogni tanto, alcune di quelle parole. Forse non penso più le stesse cose, forse le scriverei in maniera differente. Eppure, in un certo senso mi dispiace che la cosa rimanga per sempre confinata nell’hard disk. E quindi, ecco l’inizio di quel caotico ammucchìo di materiale grezzo, così com’era allora)


 

Mollare gli ormeggi.

 

Nel 1994 una rivista del settore pubblicò una vignetta nella quale venivano rappresentati i cinque membri dei Queensrÿche che, costipati su una piccola zattera, veleggiavano verso un’isola formata solo da cumuli di dollari. La didascalia diceva: “Queensrÿche: The Promised Land. The new or the last album?”.

L’illustrazione, critica neanche tanto velata verso l’ennesima svolta stilistica dei musicisti americani, mancava il bersaglio che intendeva colpire, ma, involontariamente, si dimostrava essere piuttosto evocativa se considerata da un altro punto di vista. Innanzitutto, come detto, falliva in modo clamoroso nel voler insinuare che, con la pubblicazione di quel disco, il gruppo di Seattle avesse di netto sterzato verso sonorità più semplici ed accessibili, in grado di avvicinarlo ancor di più al grande pubblico ed a incalcolabili guadagni. Si trattava di un’inesattezza per due principali motivi. In primo luogo perché trascurava il fatto che i Queensrÿche fossero già molto noti grazie al disco precedente, quell’Empire che li aveva visti scalare le classifiche, presenziare in modo costante su MTV e divenire, improvvisamente, delle ricche rockstar. Il secondo motivo era legato alla natura intrinseca di Promised Land, un album difficilmente etichettabile e in chiara controtendenza sia rispetto al fortunato predecessore ma anche se confrontato con le ruvide sonorità in voga all’epoca. Se è vero che stiamo parlando di un lavoro che avrebbe comunque esordito al terzo posto di Billboard e venduto lo stesso i suoi milioni di copie – divenendo anch’esso disco di platino -, rimane del tutto assurdo volerlo interpretare come una ricerca del facile consenso, dipingerlo come un atto di resa incondizionata verso il dio denaro. A meno di non averlo, è chiaro, del tutto frainteso.

Quella vignetta, però, suo malgrado sfiorava un concetto interessante.

Nel 1990, Empire si era chiuso con la splendida Anybody Listening?, una canzone il cui testo, un inno alla libertà di pensiero ma anche a quella artistica, sembrava in parte già delineare i tratti dell’ingombrante popolarità che di lì a poco sarebbe piombata addosso al gruppo. La metafora del viaggio in mare, tanto caro all’appassionato di vela Geoff Tate, quel lasciarsi trasportare via dal caldo vento del sud abbandonando il conosciuto e l’ovvio, il pregiudizio e le convenzioni, pare presagire ciò che, negli anni successivi, sarebbe successo alla band ed attorno ad essa.


Stepped out on the stage, a life
under lights and judging eyes.
Now the applause has died and I
can dream again…

 

Si tratta di una canzone da considerare, in potenza, già un pezzo importante di Promised Land, del quale anticipa uno dei temi principali. Anybody Listening? prefigura la condizione dell’artista che ha raggiunto l’apice e che, desideroso di nuove esperienze, si allontana dalla luce dei riflettori e dal fragoroso rumore degli applausi, fugge dal palco in cerca di altri stimoli, issa la vela e parte per un viaggio verso l’affascinante ignoto.

Dalle parole degli stessi musicisti abbiamo appreso che i quattro anni di silenzio discografico che seguirono Empire furono spesi soprattutto cercando di maneggiare una popolarità inaspettata, agognata per una vita intera e infine osservata con perplessità quando la si è potuta stringere con le mani e, anche, tentando maldestramente di gestire infelici situazioni personali. Un disco come Promised Land nasce proprio da simili presupposti ed il testo di Anybody Listening?, sotto questo punto di vista, lo introduce come meglio non potrebbe. Partiti per conquistare l’Impero, ci si è trovati solo di fronte ad una misera, ironica, Terra Promessa.

La copertina di Promised Land appare subito piuttosto significativa. Se prendiamo il booklet e lo apriamo nella sua interezza, vi troviamo un anomalo totem emergere da acque melmose e stagnanti, mentre l’orizzonte è minacciato dall’incombente oscurità delle nubi. Quando ci avevano lasciati, quattro anni prima, si era su una barca a vela, solcando il mare in cerca di un futuro diverso, colmi di entusiasmo e spirito esplorativo. Quando li ritroviamo siamo ancora sulle acque, ma la barca non può che essersi arenata, quel mare immenso e profumato di salmastro è divenuto uno stagno che puzza di cancrena e quella piacevole brezza è ora la bonaccia che anticipa un temporale efferato e senza fine, dal quale non possiamo più fuggire.

Il viaggio, iniziato tanti anni prima e intrapreso con una destinazione ben precisa in testa, alla fine ha condotto i Queensrÿche proprio là dove intendevano giungere. Hanno realizzato il sogno di ogni musicista, hanno toccato la fama, hanno ricevuto i soldi, tanti soldi, hanno assaggiato la gloria, hanno visto i propri video su MTV, hanno potuto permettersi le auto più lussuose e gli alberghi più eleganti. La leggenda narra che Tate abbia addirittura acquistato un’isola tutta sua, sulla quale ha trascorso alcuni mesi in completa solitudine.

Quell’illustrazione satirica del 1994, intendendo dire tutt’altro è invece accidentalmente perfetta, quindi, nel sintetizzare e rappresentare un’idea assai diversa. L’isola di dollari è quel luogo dove i Queensrÿche sono naufragati con Empire, ben quattro anni prima. Se fosse stata pensata allora sarebbe stata pressoché perfetta: il vascello Silent Lucidity, sospinto dagli innumerevoli passaggi televisivi del proprio videoclip, attraversa i mari e conduce i suoi prodi condottieri nella Terra della Ricchezza, della Gloria e della Felicità.

Il disegno è colpevole, invece, di un ritardo che non ammette troppe giustificazioni. Perché, nel momento in cui Promised Land viene pubblicato, la montagna di monete, simbolo del successo e dei giornalisti che quotidianamente implorano per un’altra tua futile dichiarazione, è un posto dal quale ci si vuole allontanare, con una certa lucida fermezza. A proprie spese si è scoperto, infatti, cosa si celasse dietro quell’invitante mole di quattrini. Le parole di Tate sono significative, in tal senso:

 

Quando abbiamo creato questa band avevamo degli scopi ben precisi: innanzitutto comporre musica che ci piacesse, poi girare il mondo suonando e vendere molti dischi. Alla fine del tour di Empire abbiamo capito tutti che i nostri desideri si erano realizzati, che avevamo raggiunto la “Terra Promessa”, il sogno che ci aveva spinti fin dall’inizio. E proprio da qui prende spunto il nuovo album: eccoci qui, al culmine della carriera. Potremmo continuare a vendere milioni di dischi e a fare tour di successo, ma fondamentalmente sarebbe la stessa cosa. L’anno di pausa [una volta finito il tour] che ci siamo presi è servito a trovare nuovi stimoli e a considerare il vero valore di quello che avevamo raggiunto fino a quel tempo. Ci siamo chiesti se eravamo felici solo perché avevamo ottenuto il successo sia artistico che commerciale, e la risposta che abbiamo trovato guardandoci dentro è stata negativa. L’album esplora questa idea, riesamina la nostra vita, quello che ci ha formato, e immagina le strade che si aprono di fronte a noi (Metal Shock, n.178).

 

E’ interessante anche il punto di vista di DeGarmo:

 

In Promised Land stavamo cercando di trovare e scoprire la felicità. Non voglio dire che non fossimo felici, ma stavamo esplorando la domanda che spero molti ad un certo punto della vita si facciano: cosa è che ha più valore nella mia vita? Per cosa sono qui? Quali sono i miei obiettivi, sia emozionali che spirituali? Queste erano le domande a cui Promised Land doveva dare una risposta. Avevamo avuto un immenso successo con Empire, avevamo girato il mondo suonando la nostra musica, la nostra vita stava cambiando perché non c’erano più problemi economici, ma poi il tour è finito, siamo tornati a casa e non c’è stato più nulla, niente, c’eravamo solo noi. Non c’era più nessuno che organizzasse ogni momento della nostra giornata, non c’erano interviste da fare, insomma, non avevamo un ruolo (Psycho!, marzo 1997).

 

Dal punto di vista artistico, la navigazione di Anybody Listening? già delineava quelli che erano gli intenti del gruppo, il quale non aveva intenzione di adagiarsi sugli allori – così come, del resto, non ha mai fatto – e si lasciava il campo aperto a qualsiasi esplorazione musicale. “Se dovessi usare un’unica parola per descriverci, direi ‘esploratori’. Nella musica come nella vita” (Geoff Tate, Metal Shock, n.237). Dopo Empire, si sentiva la necessità di allargare l’orizzonte, di inglobare nuove tendenze e di materializzare idee inusuali. Promised Land è anche tutto ciò, un’ulteriore tappa evolutiva nel percorso musicale dei Queensrÿche, è un’esplicitazione di libertà artistica, un lavoro che sfugge alle definizioni e che rende il suono del gruppo ancora più ricco ed imprevedibile. Fino al 1994 si potevano infilare i Queensrÿche all’interno del filone heavy metal senza troppi problemi, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Pur avendo dato forti spinte centrifughe al genere, in termini di sperimentazione (Rage for order) e di sorprendente raffinatezza (Operation:Mindcrime e Empire) fino al 1994 quello dell’heavy metal restava il territorio entro il quale i musicisti di Seattle muovevano i loro pesanti passi. Promised Land è un album più rock, a più ampio respiro, un lavoro al quale i panni del metal cominciano a stare un po’ troppo stretti. Si può permettere ariose ballad dal sapore pinkfloydiano, improvvisazioni lisergiche, sovraincisioni e sfruttamento dei sample al limite del maniacale, l’uso di violino, sassofono e pianoforte, qualche influenza elettronica, cenni di percussioni tribali, melodie dal sapore Beatles, il parziale rifiuto della forma canzone, qualche breve puntatina nel rock alternativo – ma con i suoni tenuti sempre sotto stretta sorveglianza – e altro, tanto altro ancora.

Finito l’applauso, si può sognare di nuovo. La notorietà e i grandi guadagni liberano sempre più l’artista dalle costrizioni e dai voleri di produttori e case discografiche. Seguendo questa linea di pensiero, dopo Empire, i singoli membri dei Queensrÿche costruiscono i propri studi personali ed acquistano tecnologie all’avanguardia, prendendo così le distanze dalla tipica routine produttiva e cominciando a gestire in modo ancora più autonomo il momento della fase creativa. Il vantaggio più importante è allontanarsi dalle pressioni delle case discografiche, permettendo alle composizioni di seguire un percorso libero da imposizioni di sorta. Tate conferma che

 

dopo il tour [di Empire] abbiamo tutti investito parte dei nostri introiti e del nostro tempo per costruirci degli studi di registrazione casalinghi [...]. L’approccio per Promised Land è molto diverso da quello adottato per gli album precedenti: innanzitutto, potendocelo permettere, abbiamo lavorato part-time e il 90% del materiale è stato registrato a casa, il che dà al tutto un tono assai differente (Metal Shock, n.178).

 

 

 

 

Ancora un’isola.

Promised Land è stato portato a termine in mezzo al mare. Gran parte del lavoro era già stata realizzata in modo indipendente, con ogni musicista isolato nel proprio studio di registrazione ed intento a lavorare sulle proprie idee,  molto prima che tutto il materiale fosse fatto approdare su una sconosciuta spiaggia. Un metodo di lavoro innovativo e, per quegli anni, altamente tecnologico. Come ribadisce lo stesso Wilton:

 

La maggior parte del disco è stata composta in segmenti indipendenti. Quando abbiamo finito il tour di Empire, nel 1992, abbiamo deciso di comprarci degli home studios, uno per ciascun membro della band. Lo stesso modello [...], così da avere ognuno lo stesso tipo di registratore. In questa maniera abbiamo incominciato a scambiarci dei nastri, dopodiché ci siamo riuniti nella casa di Scott [...] e abbiamo cominciato a mettere insieme il tutto (Metal Hammer, n.10/94).

 

C’è del paradossale nello scoprire che un disco così spirituale e introspettivo, se vogliamo, sia stato realizzato tramite simili sistemi tecnologici, decisamente all’avanguardia per il periodo. Lo scambio di file tramite la novella Internet, l’uso dei computer nell’elaborazione dei suoni, la forte passione per il sampling, la costruzione della canzone tramite il cut and paste e l’assemblaggio di differenti parti digitali: sono tutti elementi che denotano una certa confidenza con le nuove tecnologie ed un interesse per la sperimentazione che si era già palesato dieci anni prima, con la realizzazione di Rage for Order. Anche allora si usava la tecnologia per sconsigliarne il suo abuso, anche allora si tendeva a mascherare il sentimento sotto l’inquietante veste dell’elaborazione futuristica delle sonorità, a pressurizzare la grazia.

A ridare una certa poesia alla produzione di Promised Land ci pensa di nuovo il mare, perché è in mezzo all’oceano, lontani dalle distrazioni e dalle pressioni cui sono sottoposte le rockstar, che i Queensrÿche si ritrovano per terminare il loro lavoro. Tate racconta che:

 

Lavorando sulle canzoni per conto nostro, in casa, ci siamo accorti che avevamo un’idea ben chiara della forma definitiva che il materiale avrebbe dovuto assumere sull’album. A quel punto abbiamo chiamato James “Jimbo” Barton [...] e abbiamo deciso di usare il materiale che avevamo già registrato come guida. Dopo aver affittato uno chalet su un’isola qui nello stato di Washington, ci siamo trasferiti tutti quanti lì, unendo i nostri studi personali [in quello che verrà chiamato Big Log Studio], e abbiamo letteralmente “respirato” l’intero processo di creazione di Promised Land (Metal Shock, n.178).

E’ su una remota isola a nord delle isole di San Juan, nello stato di Washington, all’interno di una capanna costruita con tronchi d’albero e trasformata temporaneamente in uno studio di registrazione, che i brani di Promised Land assumono la loro forma definitiva. Almeno in questo caso, il gruppo opera in modo opposto, trasportando i propri marchingegni digitali in mezzo ad una natura ancora poco contaminata, immergendo i registratori ADAT nell’atmosfera di perenne autunno tipicamente nordamericana, lasciando che i nastri digitali si facciano corrompere dalla brezza pregna di salsedine. Nei mesi successivi all’uscita del disco viene messo in commercio un doppio CD-ROM – altra sorprendente sterzata verso la tecnologia – che mostra alcuni dei momenti più significativi vissuti dalla band sull’isola mentre è alle prese con la registrazione dell’album.

Circondati dalle acque, i Queensrÿche si ricordano di essere un gruppo e di poter ancora lavorare come tale, come entità unica. Non possono non tornare alla mente, ancora una volta, le profetiche parole di Anybody Listening?. Ognuno dei cinque musicisti si porta dietro i propri malesseri, non potrebbe essere altrimenti, ma quel luogo così solitario riesce a regalare un nuovo punto di vista, più distaccato e razionale, su ciò che hanno attraversato durante quegli anni. Simili condizioni sembrano favorire l’elaborazione del dolore. La particolare atmosfera respirata in mezzo al Pacifico, dove rimangono per ben cinque mesi, riesce a destare ancora di più la loro ansia da sperimentazione, e la gran parte dei sample che andranno ad arricchire e rendere ancora più stimolanti le canzoni del disco sono stati registrati in presa diretta proprio là, come testimonia Wilton:

 

…ad un certo punto si sente il suono della percussione di un bidone della spazzatura, il suono di una porta che sbatte o quello dei passi sulla sabbia, o il suono di una persona che porta da mangiare ai gabbiani [...]. Avevamo abbastanza flessibilità, eravamo nel nostro chalet, abbiamo vissuto là dentro… abbiamo registrato laggiù tutti gli effetti sonori. Siamo perfino andati nei bar per registrare le conversazioni della gente (Metal Hammer, n10/94).

 

Che la situazione in sé non abbia che potuto favorire una notevole proliferazione di idee pare abbastanza evidente a chiunque abbia ascoltato l’album in cuffia. Ogni brano, senza mai risultare pesante o artificioso, è stratificato, è arricchito da sovraincisioni, da voci alienanti, da rumorismi di vario tipo, da effettistica di gran gusto. Le connessioni tra la materia sonora e i testi sono in grado di generare notevoli effetti semantici e di avviare i più disparati e personali percorsi di lettura. Certe intrusioni ambientali non fanno che rafforzare la potenza concettuale del disco, così come fa la riproposizione di alcuni elementi topici disseminati lungo tutta la durata del lavoro. L’ascolto lascia presupporre che l’album sia stato realizzato in condizioni di grande libertà e curiosità creativa, e che alcuni dettagli siano figli di feconde sedute di brainstorming. O, più semplicemente, tutto il merito va al solo fatto di vivere un periodo assieme, proponendo ogni giorno al resto del gruppo spunti e riflessioni da criticare, ritoccare, campionare, accettare o rifiutare. Avendo l’opportunità di osservare i filmati presenti sull’ormai introvabile CD-ROM, ciò che maggiormente risalta è la singolare alchimia che si era venuta a creare tra i cinque musicisti e, non dimentichiamolo, il loro produttore “Jimbo” Barton. I presupposti per la realizzazione di un album non convenzionale c’erano tutti. [...]

(continua qui)

Scritto da Gianluca Bartalucci

19 luglio 2010 alle 11:43

Siamo qui… perché siamo qui (e non quo, e non qua)

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Gli Anathema tornano a pubblicare un disco dopo sette anni di tentennamenti, posticipazioni e concerti acustici in localini intimi di mezzo mondo. We’re here because we’re here (dal titolo che mi rimanda inevitabilmente a Roll the bones dei Rush) appare fin dalle primissime note come un lavoro in cui speranza, luce e vitalità giocano ruoli decisivi, ben al di là di ogni possibile aspettativa. Se avete amato Alternative IV e i dischi precedenti, sappiate che qui siamo sull’altro versante. Qui non ci si suicida manco se ci pagassero, né si rimpiange alcunché, qui non ci si deprime in stanze buie in compagnia di una bottiglia di vino, qui non si perde tempo a frignare sugli amori andati e su quel che poteva essere e non è stato. We’re here è al contrario una specie di inno alla vita e al contingente (appunto), sinuoso nel suo incedere, delicato, spudoratamente malinconico e di una positività allarmante. Se offrivi una scogliera con precipizio sul mare agli Anathema di quindici anni fa, loro l’avrebbero sfruttata al volo  come trampolino di lancio verso il Grande Nulla. Ti butti giù e ciao ciao mondo crudele (ancora, un’immagine dai Rush: quelli del capolavoro The pass). Adesso vi si metterebbero a sedere, le gambe a penzolare a cento metri sul livello del mare, per osservare estasiati la poesia (coff, coff) di un qualche tramonto.  Magari fischiettando il ritornello mieloso (ma sì, caruccio) di una Dreaming light (suddenly life has new meaning/suddenly feeling is being). Con una lametta, all’epoca, avrebbero intaccato i polsi per vedere fin dove ci si poteva spingere prima di, prima di. Oggi l’utilizzerebbero per ritoccarsi il pizzetto. Una bottiglia di vino, quindici anni fa, si sarebbe trasformata in una solitaria e disperata sbronza. Oggi, probabilmente, è una scusa per sciorinare le proprie qualità di sommelier in qualche ristorante raffinato. Le persone cambiano… ma così tanto?

We’re here è – spero si sia capito – un disco che completa il viaggio “verso la luce” (o verso le canne) intrapreso con l’ormai lontano e meraviglioso A fine day to exit. Mette in mostra qualche buon pezzo, come l’iniziale e suggestiva Thin Air, con la sua trascinante esplosione, o Universal, ma nel complesso dà l’impressione di essere troppo diluito e insipido. Qua e là echeggiano melodie e suoni del bel tempo che fu, ma si tratta di fugaci flashback subito riassorbiti da qualche imponente tappeto di tastiere o dal fraseggiare ossessivo e ruffiano di una chitarra. E’ vero che le canzoni sono state scritte sette/cinque anni fa, ma proprio perché di tempo né è passato parecchio era lecito aspettarsi qualcosa di più. Questo è un disco che, sospetto, avrà vita molto breve.

Scritto da Gianluca Bartalucci

29 maggio 2010 alle 10:58

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