Un anno da lettore (2012)

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“Uh! Looks like we got ourselves a reader!”
(un camionista a Bill Hicks in una sua nota routine)
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L’anno scorso ho saltato l’appuntamento, lo so. Ma è tempo di tornare alla tradizione. A grande richiesta (…), riecco la lista dei libri letti nel 2012, gentilmente offertami da Anobii. Semplice questione di taglia e incolla, niente di impegnativo.
Leggo più di qualcuno, leggo meno di qualcun altro. E questo è, rullus tamburorum, ciò che ho letto nel 2012 (gli ultimi della lista li ho letti dodici mesi fa, i primi li sto terminando in questi giorni):
Il mondo disegnato dai bambini: L’evoluzione grafica e la costruzione dell’identità Di Tilde Giani Gallino
The Importance of Being Earnest: (Dover Thrift Editions) Di Oscar Wilde
Strade blu: Un viaggio dentro l’America Di William Least Heat-Moon
The Green Mile: Audio Box Set Di Stephen King (audiolibro)
Manuale di psicologia dell’educazione di Clotilde Pontecorvo
Il suono, il segno, il significato: Psicologia dei processi di alfabetizzazione Di Pinto Giuliana
In Cold Blood: A True Account of a Multiple Murder and Its Consequences Di Truman Capote
Canterville Ghost: An Amusing Chronicle of the Tribulations of the Ghost of Canterville Chase When His Ancestral Halls … Di Oscar Wilde (audiolibro)
La prima frase è sempre la più difficile Di Wisława Szymborska
La morte a Venezia Di Thomas Mann
Vagabonding: L’arte di girare il mondo Di Rolf Potts
Come funziona la musica. La scienza dei suoni bellissimi, da Beethoven e oltre Di John Powell
Madame Bovary Di Gustave Flaubert
Come un romanzo Di Daniel Pennac
Memoria delle mie puttane tristi Di Gabriel Garcia Marquez
High Fidelity Di Nick Hornby (audiolibro)
Vizi e virtù della memoria Di Cesare Cornoldi, Rossana De Beni
Firenze da piccola Di Elena Stancanelli
Gita al faro Di Virginia Woolf
La caduta Di Albert Camus
The Great Gatsby Di Francis Scott Fitzgerald
Non sparate sulla scienza Di Robin Dunbar
Sostiene Pereira: Una testimonianza Di Antonio Tabucchi
Vita segreta dei delfini Di Smolker Rachel
Applicazioni di psicometria Di Francesca Chiesi
Cent’anni di solitudine Di Gabriel Garcia Marquez (riletto per la terza volta)
Manuale di psicologia generale
Un amore Di Dino Buzzati
Introduzione alla psicometria Di Francesca Chiesi, Caterina Primi
Senza Dio: Del buon uso dell’ateismo Di Giulio Giorello
C’era una volta un paradosso: Storie di illusioni e verità rovesciate Di Piergiorgio Odifreddi
L’arte di correre Di Haruki Murakami
L’uomo stocastico: Urania 687 Di Robert Silverberg
Lezioni americane: Sei proposte per il prossimo millennio Di Italo Calvino
Lo potevo fare anch’io: Perché l’arte contemporanea è davvero arte Di Francesco Bonami
Manuale di psicologia dello sviluppo
La difficoltà del calcolo nei bambini Di Franca Tani, Nella Ciuffi, Anna Vitta
Io, Ibra Di Zlatan Ibrahimovic
La versione di Barney Di Mordecai Richler
Un oscuro scrutare Di Philip K. Dick
Principi di neuroscienze Di Thomas M. Jessell, James H. Schwartz, Eric R. Kandel
In verità emerge che non ho letto molto, e che è assai alta la percentuale di testi che ho dovuto leggere (più volte) o studiare in preparazione per qualche esame universario. Il romanzo che più mi ha colpito, se è vero che un grande libro modifica il modo di pensare di chi lo legge – ed è vero -, è stato senza dubbio La versione di Barney, opera brillante e inaspettatamente profonda a cui ho dedicato più di un post. Un testo questo che ho letto sull’ebook reader ma che penso di prendere anche in cartaceo: perché devo averlo materialmente. Perché Barney se lo merita. Un po’ staccato si trova The Great Gatsby, comprato a Madrid in un torrido giorno d’agosto, capolavoro di stile e d’efficacia. Consigliato a tutti gli aspiranti scrittori, così come il chirurgico e seminale In cold blood di Capote. Altre letture importanti sono state Sostiene Pereira (conoscevo solo la rappresentazione cinematografica), l’ultrapsicologico Gita al faro e il libro di viaggio Strade Blu. Nella sua imperfezione, ho trovato sconcertante (e bello) Un oscuro scrutare di Dick – anche qui, avevo visto il film in anticipo – mentre ho concluso che – finalmente lo posso dire – Flaubert è un autore davvero sopravvalutato. Madame Bovary, con la protagonista femminile più irritante della letteratura mondiale (sì, peggio della portinaia de L’eleganza del riccio), non è niente di straordinario. Parlando di classici, La caduta di Camus e Morte a Venezia sono piacevoli ma, anche qui, non mi sono sembrati dei miracoli letterari. Per variare un po’, ho ascoltato (correndo) l’audiolibro in lingua originale de Il miglio verde di King (libro letto e riletto, film visto e rivisto), uno dei miei romanzi preferiti in assoluto: bella esperienza, ripetuta con High Fidelity di Hornby (libro letto, film visto e rivisto).
Tra i saggi, niente mi ha impressionato più dell’opera mastodontica di Kandel sulle neuroscienze. Ma ammetto che il leggere Lo potevo fare anch’io di Bonami, libercolo leggero e poco pretenzioso, mi ha comunque fatto aprire gli occhi su una realtà – l’arte contemporanea – di cui non conoscevo niente di niente. Interessantissimo infine il saggio di Powell sulla fisica della musica: anche qui, concetti che rimangono. Perché ci ho ragionato sopra e perché ho saputo integrarli con altre nozioni, inserendoli nei più disparati contesti. Sono meta di brutto brutto, eh.
L’appuntamento con Miriam (da ‘La versione di Barney’)

Le statistiche di WordPress mi segnalano che sempre più persone arrivano sul blog cercando un particolare passaggio de La versione di Barney, stupendo libro letto qualche settimana fa. Il passaggio a cui faccio riferimento è il capitolo in cui Barney riesce finalmente a strappare un appuntamento a Miriam. Per non farla troppo lunga, la situazione è questa. Barney, reduce da due matrimoni finiti male, con i più viscidi e patetici stratagemmi sta cercando da anni di uscire una prima volta con Miriam, la brillante e splendida donna per la quale ha perso la testa all’istante, tanto tempo prima, esattamente il giorno in cui si accingeva a sposarne un’altra, inutile e insipida. Dopo averle provate tutte, alla fine, ecco l’appuntamento. E la tremenda, maldestra, ansiosa, notte che lo precede.
Dal momento che per me è solo un questione di cut&paste, non ho assolutamente problemi a incollare qui l’intero capitolo (in italiano). E così anch’io do il mio contributo alla comunità. A parte tutto, non so se il brano, presentato così fuori contesto, possa avere la stessa forza che ha all’interno del libro. Quel che posso dire è che quando l’ho letto la prima volta ho riso tantissimo. E ho pensato fosse grandioso.
“Lascia perdere, brutta troia imperialista” le dissi. “Non tradisco Miriam neppure con mia moglie, perché dovrei farlo con te?”. Mi giravo e mi rigiravo nel letto. Bada, fissala dritto in quei meravigliosi occhi blu, ma non guardarle le tette. E neanche le gambe, brutto animale. Ripassai qualche aneddoto che immaginavo le sarebbe piaciuto, e che forse mi sarebbe valso il primo premio, la comparsa di quella certa fossetta; e riesumai alcune storielle edificanti che guarda caso mi avrebbero messo in buona luce, ma poi le eliminai arrossendo. Sperando di calmarmi i nervi mi accesi un Montecristo; dopodiché, terrorizzato dall’alito cattivo, corsi in bagno a lavarmi i denti, e persino la lingua. Tornando a letto, sfiga volle che passassi davanti al minibar. In fondo, pensai, aprirlo non mi ammazzerà, magari mi sgranocchio un salatino. Forse mi faccio anche un goccetto, giusto uno, che sarà mai. Bene, alle tre di notte notai con raccapriccio che sul tavolo di vetro erano allineate dodici mignon vuote di whisky, vodka e gin. Ubriacone. Smidollato. Detestandomi dal profondo del cuore, mi infilai a letto e cercai di rivedere Miriam al mio matrimonio, la sua grazia infinita in una nuvola di chiffon azzurro. Dio, quegli occhi. Quelle spalle nude. Oddio, e se quando le vado incontro si accorge che ho un’erezione? A titolo precauzionale, mi ripromisi di farmi una sega subito prima di pranzo. Quindi chiusi gli occhi, ma non per molto. Un attimo dopo schizzavo già fuori dal letto imprecando contro me stesso: non ti sei svegliato, brutto idiota, e adesso farai tardi. Mi vestii come un forsennato – fino a quando, in uno sprazzo di lucidità, mi venne in mente di dare un’occhiata all’orologio. Le sei e mezzo. Merda, merda e merda. Mi spogliai, mi feci una doccia, la barba, e poi mi rivestii. Passando davanti alla Prince Arthur Room vidi che apriva solo alle sette per la colazione, e decisi di andare a fare quattro passi fuori. Al ritorno dissi al maitre: “Ho riservato un tavolo per due a pranzo. Volevo assicurarmi che fosse vicino alla finestra”.
“Mi spiace, signore, ma temo che quelli vicino alla finestra siano tutti presi”.
“Voglio quello là” feci allungandogli un ventone. Tornato in camera vidi la lucina rossa del telefono che lampeggiava. Mi prese quasi un colpo. Non può. Ha cambiato idea. “Non esco a pranzo con maschi adulti che si masturbano nei bagni degli alberghi”. Ma la telefonata era della Seconda Signora Panofsky. La richiamai a casa. “Hai dimenticato il portafoglio sul tavolo dell’ingresso” mi disse.
“Ma figurati”.
“Ce l’ho in mano, con tutte le carte di credito”.
“Per le buone notizie si può sempre contare su di te”.
“Adesso è colpa mia?”.
“Mi arrangerò lo stesso” conclusi riagganciando. Poi, preso da un repentino attacco di nausea, mi precipitai in bagno. Caddi in ginocchio, con la faccia sulla tazza, e vomitai non so quante volte. Congratulazioni, Barney, adesso puzzerai come una fogna. Mi spogliai di nuovo, feci un’altra doccia, mi spazzolai i denti fino a consumare tutto lo smalto, feci una quantità impressionante di gargarismi, mi cambiai camicia e calzini e voilà, eccomi di nuovo in strada. Ma dopo un centinaio di metri ricordai di aver detto al maitre che alle dodici e cinquantacinque in punto volevo una bottiglia di Dom Pérignon al tavolo. Esibizionista. Una donna del livello di Miriam la troverà una cafonata pazzesca. E un’allusione pesante, anche, come se volessi sedurla lì per lì. “E tu credi che se mi compri una bottiglia di champagne io ti zompo nel letto?”. Nulla di più remoto da me di tali pensieri impuri. Giuro. Morale, tornai in albergo e dissi di lasciar perdere lo champagne. E se poi, incredibile ma vero, avesse accettato di salire in camera? In fondo ho delle buone qualità. – Questo è un quiz, Panofsky. Segna con una crocetta tre tue buone qualità fra le seguenti dieci. – Vai a farti fottere. Salii a controllare se in camera era tutto a posto, e scoprii che il letto era ancora sfatto. Chiamai subito la donna delle pulizie per protestare, e il servizio in camera per ordinare una dozzina di rose rosse e una bottiglia di Dom Pérignon con due calici.
“Mi scusi, Mr Panofsky, ma non aveva annullato l’ordine per lo champagne?”.
“Ho solo detto che non volevo la bottiglia nella Prince Arthur Room, ma ne voglio invece una fredda in camera, non prima delle due. Sempre che non sia troppo disturbo, naturalmente”. A mezzogiorno tra i piedi in fiamme, il mal di testa, la stanchezza e la tensione ero ridotto a uno straccio. Decisi quindi che quello che mi ci voleva era una bella tazza di caffè al Roof Bar. Solo che una volta lì, d’istinto, ordinai un Bloody Mary. Mi ci trastullai per un po’, fino a quando scoprii che mancavano ancora tre quarti d’ora all’appuntamento, e che nel bicchiere era rimasto solo un po’ di ghiaccio. A quel punto ne ordinai un altro, e intanto cavai di tasca la lista con gli argomenti di conversazione che mi ero preparato. Hai visto Psycho? Hai per caso letto Il re della pioggia? Cosa ne pensi del vertice Adenauer-Ben Gurion a New York? Secondo te Caryl Chessman meritava la sedia elettrica? Dopo il terzo Bloody Mary mi sentivo più sicuro, e diedi un’occhiata all’orologio. Le dodici e cinquantacinque. Mi riprese il panico. Porca miseria, mi ero dimenticato di masturbarmi, e ormai era troppo tardi. E le pezze d’appoggio. Le avevo lasciate giù: sapendo che suo padre era stato un socialista, mi ero portato dietro La libertà nello stato moderno di Laski, e naturalmente l’ultimo numero del “New Statesman”. Feci una corsa in camera, infilai il “New Statesman” in tasca e mi precipitai al mio tavolo nella Prince Arthur Room. All’una e zero due ecco entrare Miriam, preceduta dal maitre. Mi alzai per salutarla, riuscendo a nascondere sotto il tovagliolo di lino una tumescenza francamente imbarazzante. Aveva un provocante cappello di pelle nera, un vestito di lana dello stesso colore e i capelli più corti di quanto li ricordassi. Era splendida. Avrei voluto dirle qualcosa di carino, ma non volevo pensasse che ci stavo già provando. Così mi limitai a un “Sono felice di vederti”, seguito da un “Bevi qualcosa?”.
“E tu?”.
“Bah, io di solito pasteggio a Perrier, ma forse oggi bisognerebbe festeggiare. Che ne diresti di una bottiglia di champagne?”.
“Be’…”. Chiamai il cameriere. “Una bottiglia di Dom Pérignon, per favore”.
“Ma l’ha appena…”.
“Le spiacerebbe portarmi una bottiglia di champagne, per favore?”. Accendendomi una Gitane dopo l’altra cercavo disperatamente di ricordarmi qualcuno dei bons mots che avevo provato e riprovato fino alla nausea, ma non andai oltre un “Che caldo, eh?”.
“Non trovo”.
“Neanch’io”.
“Ah”.
“Haipercasovisto Il re della pioggia?”.
“Scusa?”.
“Il re… cioè, Psycho”.
“Non ancora”.
“Secondo me la scena della doccia… no, dimmi cosa ne pensi tu”.
“Be’, prima di pensarne qualcosa dovrei vederla”.
“Giusto. Certo. Magari riusciamo a beccarlo stasera…”.
“Ma tu lo hai già visto”.
“Ah già. Vero. Adesso non ci pensavo”. Che cazzo, dove è andato a prenderlo lo champagne, a Montreal? “Secondo te,” le chiesi cominciando a sudare “Ben Gurion ha fatto bene ad accettare l’incontro con Eisenhower a New York?”.
“Con Adenauer, vuoi dire”.
“Certo, Adenauer”.
“Scusa, ma mi hai invitato per un’intervista?” mi chiese. Ed eccola lì, la fossetta. Stavo per morire, ed essere assunto direttamente in cielo. Non azzardarti a posare lo sguardo sul suo seno. Non staccare gli occhi dai suoi. “Ah, eccolo che arriva”.
“Il servizio in camera chiede se conferma l’ordine per l’altra…”.
“Versi, per favore. Versi e basta”. Brindammo. “Non sai quanto mi hai fatto felice liberandoti oggi”.
“Ma dài, sei stato gentile tu a trovarmi un buco fra un appuntamento e l’altro”.
“Veramente io sono venuto apposta per vedere te”.
“Mi sembrava che avessi detto…”.
“Come no, ho una riunione. E’ vero, sono qui per una riunione”.
“Barney, sei ubriaco?”.
“Assolutamente no. Credo che dovremmo ordinare. Lascia perdere i menu a prezzo fisso, prendi tutto quello che vuoi. Certo qui dovrebbero mettere l’aria condizionata” dissi allentandomi la cravatta.
“Ma non fa caldo”.
“Sì che fa caldo. Cioè no, in effetti no”. Miriam ordinò la zuppa di piselli e io, chissà perché, quella di aragosta, che mi fa schifo. E mentre la Prince Arthur Room cominciava a basculare, cercavo disperatamente una battuta fulminante, un aforisma letale, capace di stendere Miriam e far impallidire il ricordo di Oscar Wilde. Risultato, mi sentii pronunciare le seguenti parole: “Ti piace vivere a Toronto?”.
“Mi piace il mio lavoro”. Contai fino a dieci, poi sparai: “Sto divorziando”.
“Oh, mi spiace”.
“Nonèchedobbiamoparlarneproprioadesso, mainsommavistochenonsonopiùunuomosposato, tudaorainpoiseiliberadivedermiancora”.
“Parli talmente in fretta che non riesco a seguirti”.
“Ho detto che presto non sarò più un uomo sposato”.
“E’ ovvio, dal momento che stai divorziando. Spero solo che tu non lo abbia fatto per me”.
“Non avevo scelta. Io ti amo. Disperatamente”.
“Barney, ma se non mi conosci quasi”. E qui al nostro tavolo si materializzò – non proprio come lo spettro di Banquo, ma quasi – quello Yankel Schneider che non vedevo da quando eravamo insieme alle elementari. Quando si dice la sfortuna. “Tu sei il bastardo che da bambino mi ha rovinato la vita. Mi facevi il verso perché balbettavo” tuonò.
“Scusi, ma che cosa sta dicendo?”.
“Lei ha la disgrazia di essere sua moglie?”.
“Non ancora” precisai.
“Per favore” disse Miriam.
“La signora non c’entra, chiaro?”.
“Mi sfotteva perché balbettavo. Mi faceva continuamente il verso, e io la notte, al buio, mi strappavo i capelli dalla disperazione. Sono quasi diventato matto. Mia madre doveva mandarmi a scuola a calci. Non per modo di dire, sul serio. Perché lo facevi?”.
“Miriam, non ho mai fatto nulla del genere”.
“Che gusto ci provavi?”.
“Veramente non mi ricordo affatto di lei”.
“Per non so quanto tempo ho sognato di essere in macchina, di vederti attraversare la strada davanti a me e di stirarti. Mi ci sono voluti otto anni di analisi per capire che non ne valeva la pena. Tu sei pattume umano, Barney” disse. Poi diede un ultimo tiro di sigaretta, me la buttò nella zuppa e se ne andò.
“Cristo” dissi.
“Pensavo che lo avresti preso a pugni”.
“Non davanti a te, Miriam”.
“Secondo alcuni hai un pessimo carattere, e quando hai alzato un po’ troppo il gomito, come ora – il che fra parentesi non è molto gratificante -, cominci a cercar rogna”.
“”Alcuni” chi, McIver?”.
“Si dice il peccato ma non il peccatore”.
“Mi sento poco bene. Sto per vomitare”.
“Ce la fai ad arrivare in bagno?”.
“Che disastro”.
“Vuoi…”.
“Devo stendermi”. Mi accompagnò in camera, dove caddi subito in ginocchio e vomitai nella tazza, mollando una scoreggia devastante. Volevo essere sepolto vivo. O fatto a pezzi. Dilaniato da quattro cavalli da tiro. Miriam bagnò un asciugamano, mi pulì la faccia e mi accompagnò fino al letto.
“Che umiliazione”.
“Ssh”.
“Adesso mi odi e non mi vorrai rivedere mai più”.
“Sta’ un po’ zitto” disse. Poi mi passò dì nuovo sulla faccia l’asciugamano umido e mi fece bere un bicchier d’acqua, reggendomi la testa con la sua mano fresca. Decisi che non mi sarei mai più lavato i capelli in vita mia. Mi coricai e rimasi per un po’ a occhi chiusi, sperando che la stanza smettesse di vorticare. “Tra cinque minuti starò benissimo. Ti prego, non andartene”.
“Prova a dormire un po’”.
“Ti amo”.
“Sì, sì, va bene”.
“Ci sposeremo e avremo dieci figli”. Al risveglio, un paio d’ore dopo, la vidi lì in poltrona, le lunghe gambe accavallate, che leggeva Corri, coniglio. Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato lo avrei trovato giusto. Alla fine dissi: “Lo so che non vorrai vedermi mai più. E non posso darti torto”.
“Adesso ti ordino toast e caffè, e se non ti spiace mi faccio portare un tramezzino al tonno. Ho fame”.
“Devo puzzare da far schifo. Giurami che se mi butto sotto la doccia non te ne vai”.
“Vedo che mi consideri una ragazza assai prevedibile”.
“Come puoi dire una cosa del genere?”.
“Eri sicuro che sarei salita in camera”.
“Assolutamente no”.
“E allora per chi erano lo champagne e le rose?”.
“Quali?”. Me le indicò.
“Ah, quelle”.
“Già, quelle”.
“Non so proprio cosa mi prende, oggi. Non sono io. Non ci sto con la testa. Adesso chiamo il servizio in camera e faccio portar via tutto”.
“Lascia perdere”.
“Lascio perdere”.
“E adesso di cosa parliamo? Di Psycho, o del vertice Ben Gurion-Adenauer?”.
“Miriam, non voglio mentirti. Né ora, né mai. Yankel ha detto la verità”.
“Yankel?”.
“Il tizio che è venuto prima al tavolo. Mi piazzavo davanti a lui in cortile e gli dicevo: “Hai fatto pi-pi-pipì a-a-a letto co-co-come al so-so-solito, brutto ri-ri-ritardato?”. E ogni volta che in classe si alzava, terrorizzato, per rispondere a una domanda, io cominciavo a ridacchiare prima ancora che aprisse bocca, e lui scoppiava regolarmente in singhiozzi. E io: “U-u-un ve-ve-vero fi-fi-figurone, Yankel”. Perché facevo una cosa così orrenda?”.
“Non pretenderai una risposta da me, spero”.
“Miriam, se solo sapessi quanto sei importante per me…”. E all’improvviso provai una specie di strana sofferenza, o meglio, di strana gioia. Era come se il ghiaccio che mi ricopriva il cuore si stesse spaccando; l’inizio del disgelo, una cosa così. Mi misi a parlare a macchinetta, inframmezzando – temo alla rinfusa – le disavventure della mia infanzia alle storie di Parigi. Raccontavo di Boogie che comprava una dose, e subito passavo all’indifferenza di mia madre nei miei confronti. Le dissi di come Yossel Pinsky fosse sopravvissuto ad Auschwitz, e di come ora trattasse affari in un bar di Trumpeldor Street, a Tel Aviv. Mi sembrava imprescindibile farle sapere che a suo tempo avevo trafficato in anticaglie egizie di contrabbando. E che ballavo il tip tap. Da una rievocazione delle gesta di Izzy Panofsky alla Buoncostume passai alla lettura di Terry McIver nella libreria di George Whitman, quindi la intrattenni su Hymie Mintzbaum. Le raccontai della posta pneumatica che mi era arrivata troppo tardi, di come Clara fosse andata incontro a una morte prematura che forse si sarebbe potuta evitare, e ammisi che sognavo ancora il suo cadavere decomposto.
“E così il Calibanovitch di quel famoso verso saresti tu”.
“Sì, sarei io”. Le spiegai che mi ero impegolato nel matrimonio con la Seconda Signora Panofsky in spregio a Clara, anzi no, per senso di colpa, anzi no, perché ancora non le avevo perdonato il suo giudizio su di me. Ma giurai di non avere mai amato nessuno fino a quando non avevo incontrato lei, Miriam, al mio matrimonio. Poi mi resi conto che fuori era sceso il buio, e la bottiglia di champagne era finita.
“Andiamo a cena?” le chiesi.
“Prima magari facciamo due passi”.
“D’accordo”. Toronto non mi è mai piaciuta, con la sua aria tronfia da reparto contabile del paese. Ma quella sera tiepida di inizio maggio, nel caos di Avenue Road all’ora di punta, mi sentivo particolarmente euforico e conciliante. Camminavo a un palmo da terra. Ma sì, in fondo gli alberi erano carichi di gemme. E d’accordo, i fruttivendoli verniciavano di arancio o di viola le margherite esposte fuori dai negozi, però i mazzi di narcisi erano incontaminati. Alcune delle segretarie che camminavano a due a due col vestito estivo avevano un’aria graziosa. Sulle ali dell’entusiasmo sorrisi un po’ troppo a una giovane madre che spingeva il passeggino – almeno a giudicare dall’occhiataccia che mi rivolse e da come, di colpo, accelerò il passo. E neppure il solito, sudatissimo maratoneta in braghette corte che saltellava sul posto a un semaforo riuscì a rovinarmi l’umore. Anzi, lo abbordai con un “Bella serata, vero?”, che lo spinse immediatamente a controllare se il portafoglio fosse ancora al suo posto. E forse non avrei dovuto fermarmi ad ammirare l’Alfa Romeo nuova di zecca parcheggiata davanti a un antiquario, dato che il legittimo proprietario si precipitò fuori con aria truce. Cammina cammina arrivammo all’entrata di un piccolo parco, dove pensavo avremmo potuto fermarci a riposare su una panchina. Ma il cancello era chiuso col lucchetto, e su un cartello si leggeva: “VIETATO CONSUMARE PASTI O BEVANDE, ASCOLTARE MUSICA e INTRODURRE CANI”.
“A volte” dissi a Miriam prendendola per mano “penso che lo spirito di questa città, la sua vera essenza, sia il terror panico che qualcuno, da qualche parte, possa essere felice”.
“Vergognati”.
“Perché?”.
“Perché hai usato il saggio sul puritanesimo di Mencken senza nemmeno citare la fonte”.
“Davvero?”.
“Come fosse farina del tuo sacco. Non avevi promesso di non mentirmi mai?”.
“E’ vero. Scusa. Cominciamo da adesso”.
“Io ci sono cresciuta, tra le bugie, e non le tollero più”. Improvvisamente serissima, Miriam mi parlò di suo padre, il tagliatore di diamanti e sindacalista. Che lei aveva adorato, considerandolo un meraviglioso sognatore, fino a quando non aveva scoperto la sua seconda vita. Era fissato con le donne; si faceva tutte le operaie che gli capitavano a tiro, e passava i sabati sera nei locali più infimi. Per sua madre era stato un tormento. – Come puoi sopportarlo? le aveva chiesto Miriam un giorno. – E cos’altro posso fare? aveva risposto lei, chinandosi sulla macchina da cucire. La madre di Miriam era poi morta di cancro all’intestino, fra sofferenze atroci. “Gliel’ha fatto venire lui”.
“Non credi di esagerare?”.
“No. E non permetterò a nessun uomo di fare lo stesso con me”. Non ricordo esattamente cosa mangiammo, né dove. Mi pare in una bettola dalle parti di Yonge Street, seduti fianco a fianco, con le gambe che si toccavano. Però ricordo bene che lei mi disse: “Non ho mai visto nessuno così infelice al suo matrimonio. Ogni volta che alzavo gli occhi mi stavi guardando”.
“Come l’avresti presa se fossi rimasto sul treno?”.
“Non sai quanto ho sperato che lo facessi”.
“Davvero?”.
“Be’, stamattina sono andata dal parrucchiere, il vestito l’ho comprato apposta, e non mi hai neanche detto che sto bene”.
“No. Sì. Ma ti trovo splendida, Miriam, giuro”. Quando arrivammo sotto casa sua in Eglinton Avenue erano ormai le due. “Scommetto che fingerai di non voler salire”.
“Sì. No. Aiuto, Miriam”.
“Mi devo alzare alle sette”.
“Be’, allora…”.
“Allora vieni” disse prendendomi per mano.
La versione di Barney
Non sempre si ha voglia di scrivere riguardo a un libro/film/quel-che-volete che non ci ha esaltato. Qualche giorno fa ho letto La città sostituita di Philip K. Dick – che è uno dei miei autori preferiti – e l’ho trovato, posso dirlo?, una stronzata senza capo né coda. Avevo cominciato un post ad hoc per dire quanto trovassi infantile quella storia ma poi, a un certo punto, mi son reso conto che non ero un granché motivato a scriverlo. La verità è che più cresco – invecchio – meno ho voglia di perdere tempo con ciò che non mi piace. Di attaccarlo. Di ridicolizzarlo. Di smontarlo pezzo dopo pezzo. Ho di meglio da fare, forse. O almeno mi piace pensarlo.
Però sulle cose belle scriverei a ore. Sì, a ore.
E tra le cose più riuscite che ho letto negli ultimi anni – avete presente quelle letture che ti tengono sveglio fino a tardi, quelle letture che ti fanno dimenticare che stai, cristo, stai leggendo! – c’è La versione di Barney, di Mordecai Richler. Un capolavoro della letteratura contemporanea, se ascoltate il sottoscritto.
In breve (“Ehi, ma non eri quello che potrebbe scriverne a ore?” “Sì, bellezza, ma ahimé devo anche fare qualcos’altro”), il libro rappresenta una sorta di strampalata autobiografia di Barney Panofsky, sessantenne di origine ebraica che vive in Canada, dove lavora come produttore televisivo. Detta così, lo so, pare nulla. Ma fidatevi. Dentro c’è un sacco di roba.
Su tutto, c’è Barney. Barney, alcolizzato, cinico, bastardo, permaloso, vendicativo, viscido, vigliacco, detestabile… ed estremamente vero e simpatico. Attraverso uno stile fluido (nonostante la narrazione faccia di tutto per sfuggire a qualsiasi linearità) è la voce di questo controverso personaggio che ci rende partecipi degli eventi principali della sua incasinata esistenza. Il periodo trascorso a Parigi, il processo per un omicidio che sostiene di non aver commesso, i suoi tre matrimoni, il rapporto complicato con i figli e, last but not least, il suo incrollabile amore per Miriam, Miriam, l’adorata Miriam, forse uno dei ritratti femminili più affascinanti della letteratura mondiale. In mezzo a tutto ciò c’è una lunga serie di tradimenti, bugie, ritratti di artisti e pseudo-tali, derisioni di persone stupide, ipocrisie, gelosie, notti passate a vomitare, bicchieri di alcol, droghe e tanto, tanto altro ancora. L’insieme, l’ho già accennato, è reso coerente da Richler con una classe e con un’abilità nella gestione del caos – un caos meticolosamente organizzato – che secondo me ha pochi eguali. Per capirsi, fila via che è un piacere.
E’ un libro, questo, da leggere e rileggere. Densissimo e vivo. Incredibilmente divertente (vorrei citare la descrizione del primo appuntamento con Miriam, vivido e spassoso ritratto di umane debolezze) e a suo modo di rara profondità, non risparmia improvvisi e violenti fendenti – tristezze, depressioni, squilli anonimi notturni -, non lesina feroci attacchi alla società contemporanea e non tralascia di comunicare inquietanti e amorali scenari di solitudine.
Tant’è. Anche se – temo – non tutti riusciranno ad amare Barney quanto l’ho amato io, La versione di Barney è ovviamente un lavoro che, ok, non posso che consigliare, consigliare e riconsigliare.
Prendete e leggetene tutti. Amen.
E’ vero, Mike si serve solo da Harvey Nichols, dove prende tutte quelle sue robe giap – funghetti, alghe, riso nishiki, zuppa shiromiso; ma poi, appena fuori, non manca mai di comprare dal barbone di Sloane Street una copia di “Big Issue”. Possiede una galleria in Fulham Road decisamente lanciata, visto che ha già avuto due processi per oscenità. La specialità sua e di Caroline pare sia comprare opere di pittore e scultori mai sentiti eppure, come si dice nel giro, “caldissimi”. Il mio superaggiornato, informatissimo figlio è una vera enciclopedia vivente per tutto quanto riguarda il gangsta rap, le autostrade (non ho detto le biblioteche, ho detto le autostrade) informatiche, il rave, la psicomotricità, internet, figate varie ed eventuali, e tutti, dico, tutti gli stereotipi linguistici della sua generazione. Non ha mai aperto l’Iliade, né Gibbon, Stendhal, Swift, il dottor Johnson, George Eliot, o qualsiasi altro screditato fanatico eurocentrico, ma in compenso non c’è romanziere o poeta della pompatissima “minoranza variabile” di cui non si sia fatto mandare le opere da Hatchards. Scommetto che non ha mai passato un’ora davanti al ritratto della famiglia reale di Velàsquez, avete capito quale, quello del Prado, ma invitatelo a una vernice che promette un crocifisso affogato nel piscio o un culo sanguinolento trafitto da un’arpione e arriverà di corsa, sventolando il libretto di assegni.
Mordecai Richler, La versione di Barney
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