Christ, what have you done?
Una delle canzoni più efficaci ed emozionanti dei Rush è The Pass, dal sottovalutato Presto. Un brano di fronte al quale la band stessa – com’è noto, un trio di musicisti eccellenti – sembra quasi farsi da parte, per destinare il palcoscenico ad una melodia solenne e a un tema, quello del suicidio adolescenziale, già di per sé assai ingombrante.
Questo brano apparentemente semplice è invece pieno di suggestioni, di visioni, di idee. A volte mi sono trovato ad ascoltarlo per 3 o 4 volte di fila, lasciando che le varie immagini si alternassero nella mente. L’argomento, come detto, è quello del suicidio giovanile: nel testo Neil Peart cerca di demistificare (e depotenziare) il fenomeno, prendendo per le corna l’idea tipicamente rock secondo cui “è meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente”. Si tratta di un testo per certi versi assai controcorrente e, paradossalmente, parecchio coraggioso.
The Pass è una canzone che rimane. Di quelle che fanno la differenza. Quando Geddy Lee la annuncia in Rush in Rio – di fronte a decine di migliaia di brasiliani in delirio – rivela che si tratta di una delle loro preferite in assoluto. Stessa cosa peraltro scritta a più riprese nei libri di Neil, che dice: “It still brings a tear to my eye to play that song, I think that’s one of our better crafted ones lyrically and musically“.
Ne potrei dire tante, su questo pezzo. E certamente ne dimenticherei altrettante.
Diciamo che l’incipit
Proud swagger out of the schoolyard
Waiting for the world’s applause
Rebel without a conscience
Martyr without a cause
mi rimanda ai tempi del liceo, e a come fosse (talvolta) cool per taluni isolarsi dagli altri, fuori dalla scuola, aspettando l’applauso del mondo. Sentendo queste parole, io rivedo le scene.
La strofa successiva
Static on your frequency
Electrical storm in your veins
Raging at unreachable glory
Straining at invisible chains
descrive in maniera impareggiabile, in poche parole, l’inquietudine tipicamente adolescenziale.
And now you’re trembling on a rocky ledge
Staring down into a heartless sea
Can’t face life on a razor’s edge
Nothing’s what you thought it would be
Su you’re trembling on a rocky ledge l’immagine che mi salta in testa viene da un vecchio numero di Dylan Dog (letto, guarda caso, da adolescente). L’albo in questione si chiama Il lungo addio. Una vignetta mostra un giovane Dylan Dog in cima a una scogliera, indeciso se buttarsi o meno nel mare sottostante (into the heartless sea). Questi versi sono per me indissolubilmente legati a quel disegno. Scritti per quel disegno.
Poi, dopo il ritornello (wikipedia dice: “the lyric “All of us get lost in the darkness/Dreamers learn to steer by the stars/All of us do time in the gutter/Dreamers turn to look at the cars” references a line from Oscar Wilde‘s play Lady Windermere’s Fan“), abbiamo:
Someone set a bad example
Made surrender seem all right
The act of a noble warrior
Who lost the will to fight
e
No hero in your tragedy
No daring in your escape
No salutes for your surrender
Nothing noble in your fate
Christ, what have you done?
che sono, credo, sufficientemente eloquenti. Il pensiero di Peart riguardo alla mitizzazione del suicidio (il quale ha o potrebbe avere secondo lui lontane radici socio-culturali) è qui più chiaro che mai. Tra i commenti al testo che ho trovato su Songmeaning mi sento di condividere questa parte:
Christ is, after all, probably history’s most famous martyr. In the lines leading up to that final line, the writer is advising anyone contemplating suicide (or martyrdom) that there is nothing glorious in killing yourself. Finally, in that last line, the writer exhorts Christ himself, for it is his martyrdom that makes suicide an appealing option for some people–i.e., “what have you done, Jesus, when by your example you make people think martydom is OK?” An interesting question and I think it’s consistent with Neil’s own personal conflict or disagreement with religion.
Ma non tutto è così semplice. Leggendo Ghost Rider, ci si accorge infatti che l’approccio di Neil verso l’atto suicida potrebbe essere nel tempo mutato. Come è noto, questo libro è stato scritto in occasione del viaggio che Peart ha compiuto, da solo in moto, tra Canada, Stati Uniti e Messico, nel momento in cui ha perduto a distanza di pochi mesi l’unica figlia (incidente d’auto) e la moglie (cancro). La duplice tragedia arriva diversi anni dopo la scrittura di The Pass. Nel volume, una specie di diario di viaggio farcito di riflessioni esistenziali, il batterista e paroliere dei Rush racconta che a un centro punto, all’interno di un bar, realizza che stanno passando una canzone dei Nirvana. E’ una delle pagine più intense del libro. In quel momento il pensiero dello scrittore corre subito a Cobain e al suo suicidio, avvenuto qualche anno prima. Contrariamente a quello di The Pass, il Peart di Ghost Rider non ha voglia di svelare il suo punto di vista morale. Non vuole giudicare. Prende solo atto del paradosso di chi si toglie la vita e lascia al mondo una bambina e una moglie e di chi, invece, è costretto a vivere la situazione opposta. Pur non sapendo se e come ricominciare. Pur se l’indecente pensiero di farla finita, insomma, ogni tanto fa inaspettatamente capolino. E chi l’avrebbe mai detto.
The Pass è un capolavoro per tutti i motivi suesposti, per le visioni che sa veicolare. E per altre ragioni, più legate all’arrangiamento e alla melodia. Per il solo semplice e azzeccatissimo di Lifeson. Tre note e ti spacca in quattro. O per la batteria che si schianta sulla parola slam (the door). O per il modo struggente in cui Lee dice All of us get lost in the darkness.
Tra i commenti al video su YouTube ho trovato questo: “It’s kinda cool that this song might have saved a life somewhere“. Be’, sì, ha ragionissima. E’ davvero straordinario pensarlo.
Beyond the Lighted Stage
Il documentario che racconta la storia dei Rush, Beyond the Lighted Stage, ha vinto quest’anno l’Heineken Audience Award al prestigioso Tribeca Film Festival ed è stato mostrato (all’estero) nei più importanti cinema, tra i quali l’Empire di Londra in Leicester Square.
M’è arrivato il DVD qualche giorno fa e posso dire che è molto, molto bello. Il video ripercorre a grandi linee l’evoluzione della band, dalla prima formazione all’ultimo Snakes & Arrows. Lo fa presentando un sacco di filmati (credo) inediti, alcuni dei quali ritraggono i musicisti ancora in fase adolescenziale, e un buon numero di spezzoni i quali raccolgono le opinioni di molti musicisti (e non solo) nei riguardi della band canadese. A memoria cito Matt Stone di South Park, un fenomenale Jack Black, Hammett dei Metallica, il bassista dei RATM, i Kiss, un grassissimo – spero ubriaco – Sebastian Bach, un membro dei Tool, Vinnie Paul, un devoto Billy Corgan, Dave Grohl, Portnoy ma, poco ma sicuro, me ne sto dimenticando parecchi.
Avevo già letto diverse cose su di loro (biografia ufficiale e tutti i libri di Peart) e quindi molti aspetti mi erano noti e non mi hanno sorpreso. Ciò nonostante ho trovato il documentario davvero ben realizzato. Ha ritmo, è divertente e, soprattutto, ha scovato una maniera efficace per presentare le tre diverse personalità. Il pragmatico (Lee), il divertente (Lifeson) e il riservato (Peart).
Il secondo DVD è anch’esso pieno di roba, scene tagliate, canzoni, battute e racconti. Il tutto non potrà che deliziare i numerosi fan della band, di recente immortalata nell’Hollywood Walk of Fame
Un paio di video:
Pay the price, don’t count the cost
“A line from John Barths The Tidewater Tales (he said I could use it) which echoed around inside me for a long time after I read that book. To me, it just means go for it. There are no failures of talent, only failures of character. I think thats often true too. Sure there a lot of talented people who dont achieve artistic or worldly success, but I think theres usually a reason – a failure inside them. The important thing is: if you fail once, or if your luck is bad this time, the dream is still there. A dream is only over if you give it up – or if it comes true. That is called irony. We have to remember the oracles words, from Nike, the Greek goddess of victory and lumpy athletic shoes: Just do it. No excuses.”
La versione in studio di Bravado è piuttosto moscia, anzichenò. Quella live, invece, è inevitabilmente magica. Ricca, passionale, indimenticabile. Questa non è proprio la versione di cui parlo, ma ci si avvicina un bel pò.
Traveling Music: the soundtrack of Peart’s life and times.
A 32 anni, forse, non si hanno più idoli. E finito il tempo dei poster in camera, dei loghi delle band disegnati con cura maniacale sui diari e delle toppe di tela cucite sui giacchetti. Chi una volta era un dio oggi è un uomo qualunque con i suoi difetti e le sue virtù, uno che ha solo avuto talento e voglia di sfondare o, nel peggiore dei casi, un idiota che sè trovato nel punto giusto al momento giusto.
Non si sono più idoli, no. Però è sempre possibile ammirare quelle quattro o cinque persone, sostituire all’irrazionale idolatria adolescenziale una più sana e ragionata stima. Tra gli artisti che ho imparato a conoscere negli ultimi anni ce n’è uno – qui citato più volte – che sia come musicista che come scrittore che come persona (la persona che sembra essere, almeno) si merita sì e no il 34% della quantità di stima che io sono in grado di distribuire nel mondo. Non è molta, si accontenterà. Il suo mondo razionale, la sua indomita voglia di arrivare, di migliorarsi, di esplorare, di imparare. Sono tutti elementi che fanno di Neil Peart, timido, riservato e riflessivo, un uomo sempre in cammino. Nella vita come nella musica, si è soliti dire. I Rush sono sempre stati la mia band da “smetti di frignare, muovi il culo e datti da fare” e non è un caso, proprio no, che dietro di loro ci sia una persona in grado di fondere così bene saggezza e ragione con curiosità, spirito d’avventura e coraggio. Fatica e piacere, dedizione e soddisfazione. We each pay a fabulous price for our visions of Paradise.
Se si deve leggere uno solo dei libri di Peart, ci si deve buttare senza dubbio alcuno su questo. A me sono piaciuti moltissimo, ma moltissimo, anche “Ghost rider” e “The masked rider“, ma questi sono lavori più legati a particolari eventi o circostanze. Un doppio inconcepibile trauma e un viaggio in bici nel Camerun del 1989. Sono libri incentrati su fatti specifici. “Traveling music” è piuttosto una sorta di autobiografia, gira ancora di più attorno all’uomo e al musicista.
Neil decide di fare un viaggio (di nuovo, da solo) verso l’estremo sud degli Stati Uniti, al confine col Messico. Monta sulla sua BMW Z-8 e si porta dietro un bel pacco di cd. Gli ascolti, effettuati su strade panoramiche e magnetiche, danno il via a tutta una serie di riflessioni. E’ un ponderato andare avanti e indietro sui sentieri della memoria. Si parla dei suoi gusti musicali e di come si sono formati, si torna agli anni ’50 e ’60 per ricordare Sinatra, Duke Ellington, The Who, Beatles (sopravvalutati pure per lui), Miles Davis, Janis Joplin, James Brown, Hendrix, Grateful Dead, Pink Floyd, Buddy Rich e così via, tra mille nomi di artisti e band. Scorrendo quelle pagine, viene voglia di metter su un vecchio vinile. Ci sono belle parole anche per Madonna, Radiohead, Coldplay (sigh), Linking Park (ri-sigh), Dredg (alé!), Massive Attack e così via. Poi, ancora, compare il Neil adolescente, hippie e silenziosamente ribelle, la passione fulminante per la batteria, i ricordi della fanciullezza, i mesi a Londra che per certi versi ricordano i miei, gli esperimenti con le droghe e la curiosità verso la psichedelia, l’approccio col music business, le prime band, i primi libri letti e l’amore per la lettura, i primi importanti incontri, il provino per i Rush, la sua visione di musica senza compromessi, gli idoli, l’avvento della radio, i primi concerti nei localini, i successivi viaggi avventurosi in giro per il mondo (Cina, Italia, Germania, circa tredici paesi africani e chissà quanti altri – viaggi quasi sempre compiuti con la bicicletta) e molto, molto altro. Una marea di roba interessante. “Traveling music” è un libro davvero splendido ed emozionante, imprescindibile per ogni fan dei Rush. Una collezione di ricordi, aneddoti, curiosità, letture, carteggi, citazioni colte e pensieri da parte di una persona che ama rimettersi sempre in discussione, uno che adora talmente la libertà di pensiero e azione da rendere comiche le accuse di fascismo che gli sono in passato piovute addosso. Fanno sbellicare, davvero. Fantastiche anche le vicende che stanno dietro alle canzoni, “Nobodys hero” e “Mission” su tutte. Certi pezzi impari a vederli da un altro punto di vista.
Tre cose:
C’è Neil adulto, è in casa di amici. Si parla, si ride, si scherza. In sottofondo si odono le melodie di un disco che di colpo lo cattura, un morso letale e via. E “Grace” di Jeff Buckley. Non l’ha mai sentito prima, e si chiede come ciò sia potuto succedere. Si informa, compra l’album, perde la testa per la voce di Buckley. Sente a ripetizione la sua versione di “Halleluja”. Una passione sincera, viscerale, improvvisa, che lo porta ad acquistare anche la biografia del troppo presto defunto cantante, per poi divorarla in pochi giorni. Il privilegio di essere un musicista famoso, eccolo. Neil rimane spiazzato, quasi si commuove, nel leggere che il Buckley dodicenne aveva “Hemispheres” (uno dei primi lavori dei Rush) come disco preferito e suonava “Spirit of the radio” e “Tom Sawyer” con la sua band ai tempi del liceo. Spettacolo, dio bono.
Cè Neil da qualche parte in Africa – laddove, dice, è nata la sua musica -, Neil che entra in una capanna fatta di fango e paglia attirato da un ipnotico tambureggiare. Vincendo la sua proverbiale timidezza, si mette a suonare ritmi intricati e ossessivi assieme ad un vecchio dai capelli grigissimi, risvegliando la curiosità del villaggio, che si anima e comincia a danzare attorno a loro. L’Africa, la fatica, il pericolo, le malattie, il sole impietoso, le strade impossibili, l’acqua marrone, le zanzare. I saluti della gente. L’Africa. Per lui, nonostante tutto, irresistibile.
C’è Neil bambino che nuota in un lago del Canada. Tenta una traversata pericolosa e proibita, giunge esausto ad un molo e cerca un appiglio per tirarsi su. Non ci riesce, anche perché dei bulli gli impediscono la risalita. Decide di tornare indietro, non ha altra scelta. Ma non ce la fa. Sente che sta per lasciarci le penne, sviene. E finita. Si risveglia sulla spiaggia, però, vivo. Quasi sorpreso. Un ragazzo del paese a quanto pare l’ha tratto in salvo. E lo stesso ragazzo che avrebbe incontrato in seguito alle prime lezioni di batteria. Passano gli anni, Neil diventa una celebrità e il giornale del paese gli chiede di scrivere qualche articolo sui bei tempi che furono, su cosa volesse dire vivere in un paesino del Canada a cavallo tra i ’50 e i ’60. Il ragazzo che gli salvò la vita, il quale non è più un ragazzo, legge gli articoli e si mette in contatto con lui tramite lettera. Neil risponde, chiede come va, chiede com’è andata con la batteria, se ha continuato a suonare o no. L’altro dice che ha provato per un bel po’ a sfondare ma che poi, per ragioni economiche, ha dovuto vendere lo strumento. C’era da mantenere una famiglia. Qualche giorno dopo, l’ex-ragazzo che salvò la vita a Neil Peart sente suonare il campanello di casa e va ad aprire. Là fuori, oltre la porta, c’è una batteria nuova, lussuosa e scintillante. Tutta per lui.
Memories beating at the heart of an African village
Alla fine ce l’ho fatta. Son riuscito a mettere un’immagine su questo blog iconoclasta che neanche la Kabul dei Talebani e, in un tour de force mica male, nell’ombra più ombrosa della stanza più rivolta a nord della mia casa, davanti a 3 o 4 ventilatori accesi, divorando diversi gelati e tenendo i piedi nell’acqua fredda, ce l’ho fatta a finire “The masked rider” di Neil Peart. Con immensa soddisfazione.
Neil Peart. Per chi ancora non lo sapesse, il qui spesso citato Peart è da una trentina d’anni tra i più grandi, influenti e capaci batteristi del mondo tutto. Influenzato sia da musicisti di stampo rock che dai classici del jazz (Buddy Rich su tutti, a sentire lui), Peart è stato in grado di elaborare un suo stile unico e inimitabile che negli anni si è sempre più arricchito di temi percussivi provenienti dai più impensati angoli del pianeta. Nel simpatico e disneyano film “School of rock”, il professore-rocker (Jack Black) che intende fare della sua classe un gruppo musicale, ad un certo punto della pellicola presta alcuni dei suoi cd agli alunni. Sono i compiti a casa: i pargoli devono ascoltarsi gli album ed imparare, sentire come suonano i maestri, possibilmente rubare qualche segreto. Studiare. Al piccolo aspirante batterista, l’esuberante professore affida un cd dalla copertina nera, con una luminosa stella rossa sopra. “Rush, 2112. Neil Peart, one of the great drummers of all time, study up”, gli dice mentre gli consegna l’album in mano. Tra milioni di fan e di adepti che sbavano per ogni suo fill, questo è solo un ulteriore e inaspettato omaggio ad uno dei più talentuosi musicisti contemporanei.
The professor. Peart, però, non è solo un batterista. “Il professore”, come lo chiamano gli altri due membri dei Rush, è da sempre l’autore di tutti i testi della band canadese ed è una persona che ama leggere, viaggiare, mettersi alla prova, migliorarsi, comprendere. Autoironico e razionale, orgoglioso ed estremamente lucido ed intelligente, sembra essere a suo modo un personaggio piuttosto eccentrico e tendente all’asocialità. Una personalità affascinante. Negli extra di un DVD live dei Rush Neil è spesso immortalato nella sua solitudine, sdraiato su una brandina o su un divano con l’inseparabile libro, o con la schiena appoggiata ad muro mentre raccoglie appunti per una sua futura pubblicazione. Già, il batterista dei Rush è anche un affermato scrittore, autore di alcuni libri di viaggio ben scritti, appassionanti e a tratti molto intensi. Io ne ho letti un paio, e ne ho appena ordinato un terzo, anch’esso in lingua originale.
The Ghost Rider. Questo libro nasce da una duplice tragedia. Tra il 1997 e 1998, Neil perde sia l’unica figlia, Selena, che la moglie Jackie. La prima muore in un incidente stradale sulla bianchissima neve canadese, la seconda viene distrutta da un cancro di quelli fulminanti. Pochi mesi e via, ciao ciao mondo crudele. Vedendosi crollare la vita addosso tutta d’un colpo e sentendosi sprofondare nella melma della disperazione, della depressione, dell’alcool e degli appetitosi istinti suicidi, Neil cerca di darsi una scossa. Scappa via. Abbandona la sua casa, la band, la batteria e tutto il resto e monta sulla moto. Vi resterà sopra per un anno intero, vagando tra l’Alaska, la California, il Messico e chissà quanti altri stati, cercando spesso vanamente di razionalizzare il dolore, di sistemarlo nel giusto cassetto, di stemperarlo in qualche modo. Cade più volte sui ghiacci del nord, beve bicchieri di tequila in mezzo alle mosche messicane, compra e legge libri (che, una volta terminati, si spedisce a casa dalle diverse località in cui si trova), Jack London e altri, parla con le poche persone che gli si avvicinano. Molti lo evitano, come se percepissero il peso della tragedia che si porta sulle spalle. Anche per questo si sente una sorta di fantasma che vaga senza meta e senza motivo sulle larghe e panoramiche strade americane. Dentro al suo casco Neil pensa, rimugina, ricorda, canta, piange e, chilometro dopo chilometro, già prepara il suo libro.
Un lavoro duro e cupo, malinconico e disilluso, forse neanche davvero perfetto, tant’è che di tanto in tanto affiora qualche breve momento di stanca. Non importa. Chi se ne strafrega. L’importante sta altrove, per esempio nello smarrimento di una persona, la quale ha costruito il suo universo su solide e opportune basi razionali, di fronte all’avvento insensato della morte, di fronte alla perdita della persone care. Il dolore non ha motivo di esistere, ma prima o poi arriva e non si può far niente per evitarlo. Ci schiaccia sull’asfalto. Stupefacente è la sensazione di entrare in perfetta sintonia con l’autore, che si mette del tutto a nudo, che non teme giudizi e che descrive la propria sofferenza scendendo nei dettagli anche più scomodi e privati. Talvolta ho perfino provato un certo imbarazzo nel condividere con lui certi particolari. Ne ho ammirato (e ne ammiro), però, il coraggio, la voglia di riprendere il cammino, la forza con cui descrive, attimo per attimo, gli up e i tanti down, le ricadute inaspettate e il rinvigorirsi del proprio intorpidito istinto di autoconservazione, fino alla definitiva (o no?) rinascita finale. Time, if nothing else, will do its worst/So do me that favor/And tell me the good news first (Rush, “Good News First”)
The Masked Rider. Siamo in Camerun, nel 1988. Un Neil Peart assai più giovane, lo si percepisce meno saggio e più impulsivo, attraversa lo stato africano in bicicletta in un bike tour assieme ad una guida e tre sconosciuti compagni. “The Masked Rider“, il libro che ricorda tale esperienza, è molto compatto, ben scritto ed avvincente. Bellissimo e avventuroso, è il risultato di una serie di registrazioni audio effettuate dalla rockstar canadese durante le lunghe e soffocanti pedalate sotto il più cocente dei soli. Il lavoro porta con sé una moltitudine di interessanti e condivisibili riflessioni di stampo quasi antropologico sui più svariati argomenti, dalla religione alle politiche mondiali, dalle intriganti dinamiche del piccolo gruppo che viene a formarsi (And what you say about his company/ Is what you say about society (Rush, “Tow Sawyer”)), all’Africa osservata senza pregiudizi alcuni, né in un senso né nellaltro, al lusso di possedere una propria integrità morale. Cosa che non tutti possono permettersi, come ricorda lui stesso pensando al suo periodo tardo-adolescenziale trascorso a Londra. Ovviamente non va dimenticato che si tratta anche e soprattutto di un libro di viaggio, di momenti esaltanti passati sotto la luce incontaminata delle stelle e degli attimi, i tanti attimi, in cui tutto sembra perduto, il sole picchia forte e non si riesce a trovare la strada da percorrere, poi la pancia fa male, ci sono la sete, la diarrea, le ruote sgonfie o forate, la fame, le zanzare e i babbuini. Ci sono i bellissimi bambini neri che sorridono timidi, i soliti furbi che cercano di fregare i turisti, le lunghe pedalate in solitaria di Neil – sempre avanti, sempre in avanscoperta – e la sua grande gioia nel pedalare (in bici ha visitato anche altri stati, anche in Africa), nel faticare, nello spostarsi, nel sentirsi vivo (we’re only at home when we’re on the run (Rush, “Dreamline”)). Ci sono momenti divertenti, spensierati, ci sono i libri rilassanti di Aristotele e Van Gogh che Neil legge nelle pause tra uno spostamento e l’altro, ma anche gli attimi di terrore di fronte ad un soldato armato ed ubriaco, o nel mezzo di un deserto che sembra non avere confini né forma. C’è Neil che si stupisce (e io con lui) nel vedere che i fondi stanziati dalle nazioni del primo mondo qualche volta davvero si tramutano in pozzi ed in acqua, e la cosa gli risolleva il morale ma, soprattutto, forse gli salva la vita. O quasi. Per i fan dei Rush, c’è la possibilità di approfondire il senso di alcune canzoni e di capire in che contesto ne siano stati concepiti i testi. E curioso scoprire che un pezzo come “The larger bowl” sia nato da un incubo/allucinazione avuto durante un violento e notturno mal di pancia. Il brano è stato pubblicato nel 2007, ma pensato per la prima volta una ventina di anni fa. Inoltre, ancora, leggendo il libro si comprende meglio l’origine della fascinazione che Neil ha sempre avuto per l’Africa, spesso evocata nei suoi assoli dal vivo e, talvolta, anche nelle parti di batteria registrate in studio.
Get carried away on the songs and stories of vanished timesMemory drumming at the heart of an English winterMemories beating at the heart of an African village
(Rush, “Working them angels”)
Viaggio tra i libri di viaggio, quando ne ho voglia
C’è l’idea di fare una capatina sul Baltico, quest’estate. Ultimamente mi aggiro nelle librerie alla ricerca di tizi che abbiano scritto qualcosa su quei luoghi, quelle città, Riga, Tallin, Helsinki, San Pietroburgo. Mi do un’altra settimana, altrimenti mi butto su “Buonanotte Signor Lenin” di Terzani. Che non è proprio la stessa cosa, anzi, ma sempre meglio di niente o di Gibran.
Ultime letture.
Jack London, “Il richiamo della foresta”. Questo l’avevo incontrato in inglese, proprio al liceo. L’ho riletto ora, in italiano (altro acquisto dell’ultim’ora), in una sola notte, con l’americano “Out of time” dei R.E.M. in cuffia. Una novella cruda, adulta, che si può interpretare in più modi. Straordinario racconto. Tra l’altro lo lego in modo indissolubile a “The Ghost Rider” di Neil Peart. In primo luogo perché Neil afferma di averlo letto durante il suo anno “particolare” (dopo aver perso moglie e unica figlia nel giro di pochi mesi, il batterista dei Rush ha fatto un giro solitario in moto tra Canada, Alaska, States e Messico: “The Ghost Rider” parla di questa esperienza), poi perché Neil visita proprio quei posti in cui London ha scritto e vissuto e, infine, perché tra le due vicende, quella di Neal e quella dell’invincibile cane Buck, si possono scovare legami a livelli più profondi. Altra connessione, forse banale: il film “Into the wild”.
Stephen Hawking, “La teoria del tutto”. Letto stanotte, è un saggio divulgativo sui più grandi temi dell’astronomia, dai buchi neri all’origine dell’universo. Molto piacevole a leggersi, in quanto scritto in modo semplice e sobrio, è ovviamente interessantissimo.
Appena cominciato (perché comprato due ore fa): Nick Hornby, “Una vita da lettore”. L’introduzione mi ha già conquistato.
La pila dei libri da leggere (tra i quali c’è proprio un altro libro di Peart, scritto su un viaggio compiuto in bicicletta dentro l’Africa) è naturalmente sempre lì che mi osserva minacciosa. C’è un sacco di roba, anche presa mesi e mesi fa, che non degno di uno sguardo da tempo immemorabile e che metto sempre in secondo piano rispetto ai nuovi arrivati. Amen: tutta questa roba in fremente attesa se ne farà una ragione. Prima o poi.




















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