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Christ, what have you done?

Una delle canzoni più efficaci ed emozionanti dei Rush è The Pass, dal sottovalutato Presto. Un brano di fronte al quale la band stessa – com’è noto, un trio di musicisti eccellenti – sembra quasi farsi da parte, per destinare il palcoscenico ad una melodia solenne e a un tema, quello del suicidio adolescenziale, già di per sé assai ingombrante.

Questo brano apparentemente semplice è invece pieno di suggestioni, di visioni, di idee. A volte mi sono trovato ad ascoltarlo per 3 o 4 volte di fila, lasciando che le varie immagini si alternassero nella mente. L’argomento, come detto, è quello del suicidio giovanile: nel testo Neil Peart cerca di demistificare (e depotenziare) il fenomeno, prendendo per le corna l’idea tipicamente rock secondo cui “è meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente”. Si tratta di un testo per certi versi assai controcorrente e, paradossalmente, parecchio coraggioso.

The Pass è una canzone che rimane. Di quelle che fanno la differenza. Quando Geddy Lee la annuncia in Rush in Riodi fronte a decine di migliaia di brasiliani in delirio – rivela che si tratta di una delle loro preferite in assoluto. Stessa cosa peraltro scritta a più riprese nei libri di Neil, che dice: “It still brings a tear to my eye to play that song, I think that’s one of our better crafted ones lyrically and musically“.

Ne potrei dire tante, su questo pezzo. E certamente ne dimenticherei altrettante.

Diciamo che l’incipit

Proud swagger out of the schoolyard
Waiting for the world’s applause
Rebel without a conscience
Martyr without a cause

mi rimanda ai tempi del liceo, e a come fosse (talvolta) cool per taluni isolarsi dagli altri, fuori dalla scuola, aspettando l’applauso del mondo. Sentendo queste parole, io rivedo le scene.

La strofa successiva

Static on your frequency
Electrical storm in your veins
Raging at unreachable glory
Straining at invisible chains

descrive in maniera impareggiabile, in poche parole, l’inquietudine tipicamente adolescenziale.

And now you’re trembling on a rocky ledge
Staring down into a heartless sea
Can’t face life on a razor’s edge
Nothing’s what you thought it would be

Su you’re trembling on a rocky ledge l’immagine che mi salta in testa viene da un vecchio numero di Dylan Dog (letto, guarda caso, da adolescente). L’albo in questione si chiama Il lungo addio. Una vignetta mostra un giovane Dylan Dog in cima a una scogliera, indeciso se buttarsi o meno nel mare sottostante (into the heartless sea). Questi versi sono per me indissolubilmente legati a quel disegno. Scritti per quel disegno.

Poi, dopo il ritornello (wikipedia dice: “the lyric “All of us get lost in the darkness/Dreamers learn to steer by the stars/All of us do time in the gutter/Dreamers turn to look at the cars” references a line from Oscar Wilde‘s play Lady Windermere’s Fan“), abbiamo:

Someone set a bad example
Made surrender seem all right
The act of a noble warrior
Who lost the will to fight

e

No hero in your tragedy
No daring in your escape
No salutes for your surrender
Nothing noble in your fate
Christ, what have you done?

che sono, credo, sufficientemente eloquenti. Il pensiero di Peart riguardo alla mitizzazione del suicidio (il quale ha o potrebbe avere secondo lui lontane radici socio-culturali) è qui più chiaro che mai. Tra i commenti al testo che ho trovato su Songmeaning mi sento di condividere questa parte:

Christ is, after all, probably history’s most famous martyr. In the lines leading up to that final line, the writer is advising anyone contemplating suicide (or martyrdom) that there is nothing glorious in killing yourself. Finally, in that last line, the writer exhorts Christ himself, for it is his martyrdom that makes suicide an appealing option for some people–i.e., “what have you done, Jesus, when by your example you make people think martydom is OK?” An interesting question and I think it’s consistent with Neil’s own personal conflict or disagreement with religion.

Ma non tutto è così semplice. Leggendo Ghost Rider, ci si accorge infatti che l’approccio di Neil verso l’atto suicida potrebbe essere nel tempo mutato. Come è noto, questo libro è stato scritto in occasione del viaggio che Peart ha compiuto, da solo in moto, tra Canada, Stati Uniti e Messico, nel momento in cui ha perduto a distanza di pochi mesi l’unica figlia (incidente d’auto) e la moglie (cancro). La duplice tragedia arriva diversi anni dopo la scrittura di The Pass. Nel volume, una specie di diario di viaggio farcito di riflessioni esistenziali, il batterista e paroliere dei Rush racconta che a un centro punto, all’interno di un bar, realizza che stanno passando una canzone dei Nirvana. E’ una delle pagine più intense del libro. In quel momento il pensiero dello scrittore corre subito a Cobain e al suo suicidio, avvenuto qualche anno prima. Contrariamente a quello di The Pass, il Peart di Ghost Rider non ha voglia di svelare il suo punto di vista morale. Non vuole giudicare. Prende solo atto del paradosso di chi si toglie la vita e lascia al mondo una bambina e una moglie e di chi, invece, è costretto a vivere la situazione opposta. Pur non sapendo se e come ricominciare. Pur se l’indecente pensiero di farla finita, insomma, ogni tanto fa inaspettatamente capolino. E chi l’avrebbe mai detto.

The Pass è un capolavoro per tutti i motivi suesposti, per le visioni che sa veicolare. E per altre ragioni, più legate all’arrangiamento e alla melodia. Per il solo semplice e azzeccatissimo di Lifeson. Tre note e ti spacca in quattro. O per la batteria che si schianta sulla parola slam (the door). O per il modo struggente in cui Lee dice All of us get lost in the darkness.

Tra i commenti al video su YouTube ho trovato questo: “It’s kinda cool that this song might have saved a life somewhere“. Be’, sì, ha ragionissima. E’ davvero straordinario pensarlo.

Venti canzoni

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:

Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?

Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed  è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.

Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:

  • Queensryche: I am I/Someone Else?
    Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui. 
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    “It” is my move, my every look
    interpreting gestures,informing other
    what’s undercover and lurking beneath my mask

    of this year’s featured model

    Is this too much?

    Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
    (I am I)
  • Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
    Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
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    Now I just act like I don’t remember
    Mary acts like she don’t care

    But I remember us riding in my brother’s car

    Her body tan and wet down at the reservoir

    At night on them banks I’d lie awake

    And pull her close just to feel each breath she’d take

    Now those memories come back to haunt me
    They haunt me like a curse

    (The River)
  • Nevermore: The Learning/We Disintegrate
    La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
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    I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
    If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
    Could the computer be internally conscious?
    To emulate flesh machines I am learning
    (The Learning)
  • SOAD: Chop Suey/Sad statue
    Chop Suey
    E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
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    Trust in my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    In my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    (Chop Suey)
  • Sting: Message in a Bottle/Mad about You
    Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
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    Walked out this morning

    Don’t believe what I saw
    A hundred billion bottles
    Washed up on the shore
    Seems I’m not alone at being alone
    A hundred billion castaways
    Looking for a home
    (Message in a Bottle)
  • Dredg: Sanzen/Bug Eyes
    I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
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    These papers are stuck in this book

    Until they’re torn out and pasted
    To the inside of my memory
    Where I can later look and see them in a new gallery
    Where they can later be viewed and appreciated
    (Sanzen)
  • Rush: Red barchetta/Bravado
    I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
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    Wind in my hair

    Shifting and drifting
    Mechanical music
    Adrenaline surge
    (Red Barchetta)
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    If the moment of glory

    Is over before it’s begun
    If the dream is won -
    Though everything is lost
    We will pay the price,
    But we will not count the cost
    (Bravado)
  • Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
    La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
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    With calculated candor you play the part

    Of a trusted confidant
    Moving closer for a better view
    Looking for more than eyes can see
    (Don’t Follow Me)
  • Tori Amos: Spark/Northern lad
    Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
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    She’s convinced she could hold back a glacier

    But she couldn’t keep Baby alive
    Doubting if there’s a woman in there somewhere
    Here
    (Spark)
  • Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
    Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
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    This is not who i wanted to be
    this is not what i wanted to see

    She’s so young so why don’t i feel free
    now that she is here under me?
    (Beyond the Pale)
  • Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
    Edge of thorns
    (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
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    I have seen you on the edge of dawn

    Felt you there before you were born
    Balanced your dreams upon the edge of thorns
    But I don’t think about you anymore
    (Edge of Thorns)
  • The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
    Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
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    And blue is representing

    The draft in my heart
    I’m wandering through thin skies
    And the transparent air I’ve missed
    (The May Song)
  • Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
    Disarm
    è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
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    Disarm you with a smile

    Cut you like you want me too
    Cut that little child
    Inside of me and such a part of you
    (Disarm)
  • Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
    Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
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    And now my bitter hands cradle broken glass

    Of what was everything?
    All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
    (Black)
  • Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
    Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
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    Can you feel rejection
    And a lack of motivation
    And the joy you need restricted and delayed
    (Forever Failure)
  • Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
    Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
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    I will run to the hills where you hide
    Seeking vengeance for all of my kind
    (Victory is Mine)
  • Radiohead: The Bends/ Black Star
    Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
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    Where do we go from here?

    The planet is a gunboat in a sea of fear
    And where are you?
    They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
    To blow me away, to blow me sky high
    (The Bends)
  • Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
    Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
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    Gravity keeps my head down

    Or is it maybe shame
    At being so young
    And being so vain.
    Holes in your head today
    But I’m a pacifist
    I’ve walked las ramblas
    But not with real intent
    (If you tolerate this…)
  • Anathema: Are you there? /Temporary Peace
    Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
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    Are you there?

    is it wonderful to know
    all the ghosts…
    all the ghosts…
    freak my selfish out
    my mind is happy
    need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
    (Are you there?)
  • Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
    Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
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    I saw his ending
    long before it started
    I knew his name
    he’s the one who took the sword
    out of the stone
    it’s how that ancient tale began
    I hear it in the cold winds
    My song of the end
    I had seen it in my dreams
    my song of the end
    I can’t stop the darkening clouds
    (A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important
Well mister they vanished right into the air
Now I just act like I don't remember
Mary acts like she don't care
But I remember us riding in my brother's car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I'd lie awake
And pull her close just to feel each breath she'd take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse

Beyond the Lighted Stage

Il documentario che racconta la storia dei Rush, Beyond the Lighted Stage, ha vinto quest’anno l’Heineken Audience Award al prestigioso Tribeca Film Festival ed è stato mostrato (all’estero) nei più importanti cinema, tra i quali l’Empire di Londra in Leicester Square.

M’è arrivato il DVD qualche giorno fa e posso dire che è molto, molto bello. Il video ripercorre a grandi linee l’evoluzione della band, dalla prima formazione all’ultimo Snakes & Arrows. Lo fa presentando un sacco di filmati (credo) inediti, alcuni dei quali ritraggono i musicisti ancora in fase adolescenziale, e un buon numero di spezzoni i quali raccolgono le opinioni di molti musicisti (e non solo) nei riguardi della band canadese. A memoria cito Matt Stone di South Park, un fenomenale Jack Black, Hammett dei Metallica, il bassista dei RATM, i Kiss, un grassissimo – spero ubriaco – Sebastian Bach, un membro dei Tool, Vinnie Paul, un devoto Billy Corgan, Dave Grohl, Portnoy ma, poco ma sicuro, me ne sto dimenticando parecchi.

Avevo già letto diverse cose su di loro (biografia ufficiale e tutti i libri di Peart) e quindi molti aspetti mi erano noti e non mi hanno sorpreso. Ciò nonostante ho trovato il documentario davvero ben realizzato. Ha ritmo, è divertente e, soprattutto, ha scovato una maniera efficace per presentare le tre diverse personalità. Il pragmatico (Lee), il divertente (Lifeson) e il riservato (Peart).

Il secondo DVD è anch’esso pieno di roba, scene tagliate, canzoni, battute e racconti. Il tutto non potrà che deliziare i numerosi fan della band, di recente immortalata nell’Hollywood Walk of Fame

Un paio di video:

Pay the price, don’t count the cost

Un’altra canzone che tendo ad associare ai Natali passati (no, non siamo in un racconto di Dickens) è senza alcun dubbio, l’ammetto, uno dei pezzi più sdolcinati dei Rush. Si tratta di Bravado, che ho conosciuto grazie al monumentale triplo live Different Stages, acquistato in un dicembre di anni e anni fa. Riguardo alla frase più interessante del testo, “we will pay the price but we will not count the cost”, Neil Peart spiega che si tratta di:

“A line from John Barths The Tidewater Tales (he said I could use it) which echoed around inside me for a long time after I read that book. To me, it just means go for it. There are no failures of talent, only failures of character. I think thats often true too. Sure there a lot of talented people who dont achieve artistic or worldly success, but I think theres usually a reason – a failure inside them. The important thing is: if you fail once, or if your luck is bad this time, the dream is still there. A dream is only over if you give it up – or if it comes true. That is called irony. We have to remember the oracles words, from Nike, the Greek goddess of victory and lumpy athletic shoes: Just do it. No excuses.”



La versione in studio di Bravado è piuttosto moscia, anzichenò. Quella live, invece, è inevitabilmente magica. Ricca, passionale, indimenticabile. Questa non è proprio la versione di cui parlo, ma ci si avvicina un bel pò.

Traveling Music: the soundtrack of Peart’s life and times.

Neil Peart - Traveling Music

A 32 anni, forse, non si hanno più idoli. E finito il tempo dei poster in camera, dei loghi delle band disegnati con cura maniacale sui diari e delle toppe di tela cucite sui giacchetti. Chi una volta era un dio oggi è un uomo qualunque con i suoi difetti e le sue virtù, uno che ha solo avuto talento e voglia di sfondare o, nel peggiore dei casi, un idiota che sè trovato nel punto giusto al momento giusto.

Non si sono più idoli, no. Però è sempre possibile ammirare quelle quattro o cinque persone, sostituire all’irrazionale idolatria adolescenziale una più sana e ragionata stima. Tra gli artisti che ho imparato a conoscere negli ultimi anni ce n’è uno – qui citato più volte – che sia come musicista che come scrittore che come persona (la persona che sembra essere, almeno) si merita sì e no il 34% della quantità di stima che io sono in grado di distribuire nel mondo. Non è molta, si accontenterà. Il suo mondo razionale, la sua indomita voglia di arrivare, di migliorarsi, di esplorare, di imparare. Sono tutti elementi che fanno di Neil Peart, timido, riservato e riflessivo, un uomo sempre in cammino. Nella vita come nella musica, si è soliti dire. I Rush sono sempre stati la mia band da “smetti di frignare, muovi il culo e datti da fare” e non è un caso, proprio no, che dietro di loro ci sia una persona in grado di fondere così bene saggezza e ragione con curiosità, spirito d’avventura e coraggio. Fatica e piacere, dedizione e soddisfazione. We each pay a fabulous price for our visions of Paradise.

Se si deve leggere uno solo dei libri di Peart, ci si deve buttare senza dubbio alcuno su questo. A me sono piaciuti moltissimo, ma moltissimo, anche “Ghost rider” e “The masked rider“, ma questi sono lavori più legati a particolari eventi o circostanze. Un doppio inconcepibile trauma  e un viaggio in bici nel Camerun del 1989.  Sono libri incentrati su fatti specifici. “Traveling music” è piuttosto una sorta di autobiografia, gira ancora di più attorno all’uomo e al musicista.

Neil decide di fare un viaggio (di nuovo, da solo) verso l’estremo sud degli Stati Uniti, al confine col Messico. Monta sulla sua BMW Z-8 e si porta dietro un bel pacco di cd. Gli ascolti, effettuati su strade panoramiche e magnetiche, danno il via a tutta una serie di riflessioni. E’ un ponderato andare avanti e indietro sui sentieri della memoria. Si parla dei suoi gusti musicali e di come si sono formati, si torna agli anni ’50 e ’60 per ricordare Sinatra, Duke Ellington, The Who, Beatles (sopravvalutati pure per lui), Miles Davis, Janis Joplin, James Brown, Hendrix, Grateful Dead, Pink Floyd, Buddy Rich e così via, tra mille nomi di artisti e band. Scorrendo quelle pagine, viene voglia di metter su un vecchio vinile. Ci sono belle parole anche per Madonna, Radiohead, Coldplay (sigh), Linking Park (ri-sigh), Dredg (alé!), Massive Attack e così via. Poi, ancora, compare il Neil adolescente, hippie e silenziosamente ribelle, la passione fulminante per la batteria, i ricordi della fanciullezza, i mesi a Londra che per certi versi ricordano i miei, gli esperimenti con le droghe e la curiosità verso la psichedelia, l’approccio col music business, le prime band, i primi libri letti e l’amore per la lettura, i primi importanti incontri, il provino per i Rush, la sua visione di musica senza compromessi, gli idoli, l’avvento della radio, i primi concerti nei localini, i successivi viaggi avventurosi in giro per il mondo (Cina, Italia, Germania, circa tredici paesi africani e chissà quanti altri – viaggi quasi sempre compiuti con la bicicletta) e molto, molto altro. Una marea di roba interessante. “Traveling music” è un libro davvero splendido ed emozionante, imprescindibile per ogni fan dei Rush. Una collezione di ricordi, aneddoti, curiosità, letture, carteggi, citazioni colte e pensieri da parte di una persona che ama rimettersi sempre in discussione, uno che adora talmente la libertà di pensiero e azione da rendere comiche le accuse di fascismo che gli sono in passato piovute addosso. Fanno sbellicare, davvero. Fantastiche anche le vicende che stanno dietro alle canzoni, “Nobodys hero” e “Mission” su tutte. Certi pezzi impari a vederli da un altro punto di vista.

Tre cose:

C’è Neil adulto, è in casa di amici. Si parla, si ride, si scherza. In sottofondo si odono le melodie di un disco che di colpo lo cattura, un morso letale e via. E “Grace” di Jeff Buckley. Non l’ha mai sentito prima, e si chiede come ciò sia potuto succedere. Si informa, compra l’album, perde la testa per la voce di Buckley. Sente a ripetizione la sua versione di “Halleluja”. Una passione sincera, viscerale, improvvisa, che lo porta ad acquistare anche la biografia del troppo presto defunto cantante, per poi divorarla in pochi giorni. Il privilegio di essere un musicista famoso, eccolo. Neil rimane spiazzato, quasi si commuove, nel leggere che il Buckley dodicenne aveva “Hemispheres” (uno dei primi lavori dei Rush) come disco preferito e suonava “Spirit of the radio” e “Tom Sawyer” con la sua band ai tempi del liceo. Spettacolo, dio bono.

Cè Neil da qualche parte in Africa – laddove, dice, è nata la sua musica -, Neil che entra in una capanna fatta di fango e paglia attirato da un ipnotico tambureggiare. Vincendo la sua proverbiale timidezza, si mette a suonare ritmi intricati e ossessivi assieme ad un vecchio dai capelli grigissimi, risvegliando la curiosità del villaggio, che si anima e comincia a danzare attorno a loro. L’Africa, la fatica, il pericolo, le malattie, il sole impietoso, le strade impossibili, l’acqua marrone, le zanzare. I saluti della gente. L’Africa. Per lui, nonostante tutto, irresistibile.

C’è Neil bambino che nuota in un lago del Canada. Tenta una traversata pericolosa e proibita, giunge esausto ad un molo e cerca un appiglio per tirarsi su. Non ci riesce, anche perché dei bulli gli impediscono la risalita. Decide di tornare indietro, non ha altra scelta. Ma non ce la fa. Sente che sta per lasciarci le penne, sviene. E finita. Si risveglia sulla spiaggia, però, vivo. Quasi sorpreso. Un ragazzo del paese a quanto pare l’ha tratto in salvo. E lo stesso ragazzo che avrebbe incontrato in seguito alle prime lezioni di batteria. Passano gli anni, Neil diventa una celebrità e il giornale del paese gli chiede di scrivere qualche articolo sui bei tempi che furono, su cosa volesse dire vivere in un paesino del Canada a cavallo tra i ’50 e i ’60. Il ragazzo che gli salvò la vita, il quale non è più un ragazzo, legge gli articoli e si mette in contatto con lui tramite lettera. Neil risponde, chiede come va, chiede com’è andata con la batteria, se ha continuato a suonare o no. L’altro dice che ha provato per un bel po’ a sfondare ma che poi, per ragioni economiche, ha dovuto vendere lo strumento. C’era da mantenere una famiglia. Qualche giorno dopo, l’ex-ragazzo che salvò la vita a Neil Peart sente suonare il campanello di casa e va ad aprire. Là fuori, oltre la porta, c’è una batteria nuova, lussuosa e scintillante. Tutta per lui.

Memories beating at the heart of an African village

The Masked Rider, Cycling in West Africa (neil Peart)

Alla fine ce l’ho fatta. Son riuscito a mettere un’immagine su questo blog iconoclasta che neanche la Kabul dei Talebani e, in un tour de force mica male, nell’ombra più ombrosa della stanza più rivolta a nord della mia casa, davanti a 3 o 4 ventilatori accesi, divorando diversi gelati e tenendo i piedi nell’acqua fredda, ce l’ho fatta a finire “The masked rider” di Neil Peart. Con immensa soddisfazione.

Neil Peart. Per chi ancora non lo sapesse, il qui spesso citato Peart è da una trentina d’anni tra i più grandi, influenti e capaci batteristi del mondo tutto. Influenzato sia da musicisti di stampo rock che dai classici del jazz (Buddy Rich su tutti, a sentire lui), Peart è stato in grado di elaborare un suo stile unico e inimitabile che negli anni si è sempre più arricchito di temi percussivi provenienti dai più impensati angoli del pianeta. Nel simpatico e disneyano film “School of rock”, il professore-rocker (Jack Black) che intende fare della sua classe un gruppo musicale, ad un certo punto della pellicola presta alcuni dei suoi cd agli alunni. Sono i compiti a casa: i pargoli devono ascoltarsi gli album ed imparare, sentire come suonano i maestri, possibilmente rubare qualche segreto. Studiare. Al piccolo aspirante batterista, l’esuberante professore affida un cd dalla copertina nera, con una luminosa stella rossa sopra. “Rush, 2112. Neil Peart, one of the great drummers of all time, study up”, gli dice mentre gli consegna l’album in mano. Tra milioni di fan e di adepti che sbavano per ogni suo fill, questo è solo un ulteriore e inaspettato omaggio ad uno dei più talentuosi musicisti contemporanei.

The professor. Peart, però, non è solo un batterista. “Il professore”, come lo chiamano gli altri due membri dei Rush, è da sempre l’autore di tutti i testi della band canadese ed è una persona che ama leggere, viaggiare, mettersi alla prova, migliorarsi, comprendere. Autoironico e razionale, orgoglioso ed estremamente lucido ed intelligente, sembra essere a suo modo un personaggio piuttosto eccentrico e tendente all’asocialità. Una personalità affascinante. Negli extra di un DVD live dei Rush Neil è spesso immortalato nella sua solitudine, sdraiato su una brandina o su un divano con l’inseparabile libro, o con la schiena appoggiata ad muro mentre raccoglie appunti per una sua futura pubblicazione. Già, il batterista dei Rush è anche un affermato scrittore, autore di alcuni libri di viaggio ben scritti, appassionanti e a tratti molto intensi. Io ne ho letti un paio, e ne ho appena ordinato un terzo, anch’esso in lingua originale.

The Ghost Rider. Questo libro nasce da una duplice tragedia. Tra il 1997 e 1998, Neil perde sia l’unica figlia, Selena, che la moglie Jackie. La prima muore in un incidente stradale sulla bianchissima neve canadese, la seconda viene distrutta da un cancro di quelli fulminanti. Pochi mesi e via, ciao ciao mondo crudele. Vedendosi crollare la vita addosso tutta d’un colpo e sentendosi sprofondare nella melma della disperazione, della depressione, dell’alcool e degli appetitosi istinti suicidi, Neil cerca di darsi una scossa. Scappa via. Abbandona la sua casa, la band, la batteria e tutto il resto e monta sulla moto. Vi resterà sopra per un anno intero, vagando tra l’Alaska, la California, il Messico e chissà quanti altri stati, cercando spesso vanamente di razionalizzare il dolore, di sistemarlo nel giusto cassetto, di stemperarlo in qualche modo. Cade più volte sui ghiacci del nord, beve bicchieri di tequila in mezzo alle mosche messicane, compra e legge libri (che, una volta terminati, si spedisce a casa dalle diverse località in cui si trova), Jack London e altri, parla con le poche persone che gli si avvicinano. Molti lo evitano, come se percepissero il peso della tragedia che si porta sulle spalle. Anche per questo si sente una sorta di fantasma che vaga senza meta e senza motivo sulle larghe e panoramiche strade americane. Dentro al suo casco Neil pensa, rimugina, ricorda, canta, piange e, chilometro dopo chilometro, già prepara il suo libro.

Un lavoro duro e cupo, malinconico e disilluso, forse neanche davvero perfetto, tant’è che di tanto in tanto affiora qualche breve momento di stanca. Non importa. Chi se ne strafrega. L’importante sta altrove, per esempio nello smarrimento di una persona, la quale ha costruito il suo universo su solide e opportune basi razionali, di fronte all’avvento insensato della morte, di fronte alla perdita della persone care. Il dolore non ha motivo di esistere, ma prima o poi arriva e non si può far niente per evitarlo. Ci schiaccia sull’asfalto. Stupefacente è la sensazione di entrare in perfetta sintonia con l’autore, che si mette del tutto a nudo, che non teme giudizi e che descrive la propria sofferenza scendendo nei dettagli anche più scomodi e privati. Talvolta ho perfino provato un certo imbarazzo nel condividere con lui certi particolari. Ne ho ammirato (e ne ammiro), però, il coraggio, la voglia di riprendere il cammino, la forza con cui descrive, attimo per attimo, gli up e i tanti down, le ricadute inaspettate e il rinvigorirsi del proprio intorpidito istinto di autoconservazione, fino alla definitiva (o no?) rinascita finale. Time, if nothing else, will do its worst/So do me that favor/And tell me the good news first (Rush, “Good News First”)


The Masked Rider. Siamo in Camerun, nel 1988. Un Neil Peart assai più giovane, lo si percepisce meno saggio e più impulsivo, attraversa lo stato africano in bicicletta in un bike tour assieme ad una guida e tre sconosciuti compagni. “The Masked Rider“, il libro che ricorda tale esperienza, è molto compatto, ben scritto ed avvincente. Bellissimo e avventuroso, è il risultato di una serie di registrazioni audio effettuate dalla rockstar canadese durante le lunghe e soffocanti pedalate sotto il più cocente dei soli.  Il lavoro porta con sé una moltitudine di interessanti e condivisibili riflessioni di stampo quasi antropologico sui più svariati argomenti, dalla religione alle politiche mondiali, dalle intriganti dinamiche del piccolo gruppo che viene a formarsi (And what you say about his company/ Is what you say about society (Rush, “Tow Sawyer”)), all’Africa osservata senza pregiudizi alcuni, né in un senso né nellaltro, al lusso di possedere una propria integrità morale. Cosa che non tutti possono permettersi, come ricorda lui stesso pensando al suo periodo tardo-adolescenziale trascorso a Londra. Ovviamente non va dimenticato che si tratta anche e soprattutto di un libro di viaggio, di momenti esaltanti passati sotto la luce incontaminata delle stelle e degli attimi, i tanti attimi, in cui tutto sembra perduto, il sole picchia forte e non si riesce a trovare la strada da percorrere, poi la pancia fa male, ci sono la sete, la diarrea, le ruote sgonfie o forate, la fame, le zanzare e i babbuini. Ci sono i bellissimi bambini neri che sorridono timidi, i soliti furbi che cercano di fregare i turisti, le lunghe pedalate in solitaria di Neil – sempre avanti, sempre in avanscoperta – e la sua grande gioia nel pedalare (in bici ha visitato anche altri stati, anche in Africa), nel faticare, nello spostarsi, nel sentirsi vivo (we’re only at home when we’re on the run (Rush, “Dreamline”)). Ci sono momenti divertenti, spensierati, ci sono i libri rilassanti di Aristotele e Van Gogh che Neil legge nelle pause tra uno spostamento e l’altro, ma anche gli attimi di terrore di fronte ad un soldato armato ed ubriaco, o nel mezzo di un deserto che sembra non avere confini né forma. C’è Neil che si stupisce (e io con lui) nel vedere che i fondi stanziati dalle nazioni del primo mondo qualche volta davvero si tramutano in pozzi ed in acqua, e la cosa gli risolleva il morale ma, soprattutto, forse gli salva la vita. O quasi. Per i fan dei Rush, c’è la possibilità di approfondire il senso di alcune canzoni e di capire in che contesto ne siano stati concepiti i testi. E curioso scoprire che un pezzo come “The larger bowl” sia nato da un incubo/allucinazione avuto durante un violento e notturno mal di pancia. Il brano è stato pubblicato nel 2007, ma pensato per la prima volta una ventina di anni fa. Inoltre, ancora, leggendo il libro si comprende meglio l’origine della fascinazione che Neil ha sempre avuto per l’Africa, spesso evocata nei suoi assoli  dal vivo e, talvolta, anche nelle parti di batteria registrate in studio.

Un libro bellissimo, ripeto, che fa della capacità di coinvolgere la sua miglior arma. Intimo, personale, empatico, antiretorico. Quasi come in Ghost Rider, c’è l’illusione di imparare a conoscere sul serio una persona che, in realtà, non abbiamo mai avuto modo di incontrare. Figuriamoci, eh.
Get carried away on the songs and stories of vanished times
Memory drumming at the heart of an English winter
Memories beating at the heart of an African village

(Rush, “Working them angels”)

Viaggio tra i libri di viaggio, quando ne ho voglia

Quando sei in casa tua e non riesci a trovare un angolo fresco dove poterti mettere a leggere una mezz’oretta in santa pace, senza sudare o bestemmiare o scorticarti la pelle a forza di grattare, di colpo ti ricordi che nel mondo c’è qualcosa di profondamente sbagliato e che non c’entra niente con le ingiustizie sociali, le balene uccise o le ridicole leggi antitrust italiane. L’estate è, tutto sommato, una gran bella fregatura. A casa non si vive, la sera si suda, la notte non si dorme. Aria condizionata? L’aria condizionata la odio, è la fonte di ogni male possibile: raffreddore, mal di gola, sudore freddo, cefalea, cancro, aids, ipocrisia, Saddam Hussein. E fa fermare accidentalmente le auto giapponesi nel bel mezzo della Francia, nei paesini più sperduti che hanno alberghi tipo l’Overlook Hotel.Con un ventilatore ben piazzato, però, in casa un po’ si può rimediare. Ho ripreso in mano l’africano “The masked rider” di Neil Peart, lavoro che porto avanti con una certa fatica (è in lingua originale, e ciò mi impigrisce), leggendolo più che altro nelle pause tra un libro e laltro ma che, va detto, regala anche diverse soddisfazioni. E aiuta a dare a certe canzoni dei Rush (una su tutte, “The larger bowl“) un significato diverso. E un libro che parla di caldo, caldo torrido e insopportabile, ed è perfetto per il momento. Non potrei chiedere di meglio. E parla di viaggi, inoltre. Più s’avvicina agosto, più cerco gente che mi parla di levare le tende. E consequenziale. E se levo le tende, cerco di portarmi dietro questa gente che leva le tende. Ho anticipato un bel viaggio in Spagna leggendomi il leggero e divertente “Quattro amici” di Trueba, qualche anno fa. Mi è venuta voglia di fare uno anomalo giro per l’Europa by plane dopo aver letto lo stupendo “Conoscerete la nostra velocità” di Eggers (libro che ha qualche punto in comune con quello di Peart, ora che ci penso). E, durante quel viaggio, ho letto “Un indovino mi disse” di Terzani, altro libro che parla di esperienze di viaggio, in cui l’autore viaggia e legge di libri che parlano di viaggiare, e così via. Suggestions, la parola inglese dice tutto da sé.

C’è l’idea di fare una capatina sul Baltico, quest’estate. Ultimamente mi aggiro nelle librerie alla ricerca di tizi che abbiano scritto qualcosa su quei luoghi, quelle città, Riga, Tallin, Helsinki, San Pietroburgo. Mi do un’altra settimana, altrimenti mi butto su “Buonanotte Signor Lenin” di Terzani. Che non è proprio la stessa cosa, anzi, ma sempre meglio di niente o di Gibran.

Ultime letture.

Brevissimevolmente:
Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”. Forse l’avevo già affrontato al liceo. Non lo ricordo. Fatto sta che l’ho (ri?)acquistato in questi giorni, e subito riletto. Ma non mi è piaciuto. Troppo verboso, ridondante e didascalico. Ho fatto fatica a finirlo. E odio far fatica nel terminare i libri.

Jack London, “Il richiamo della foresta”. Questo l’avevo incontrato in inglese, proprio al liceo. L’ho riletto ora, in italiano (altro acquisto dell’ultim’ora), in una sola notte, con l’americano “Out of time” dei R.E.M. in cuffia. Una novella cruda, adulta, che si può interpretare in più modi. Straordinario racconto. Tra l’altro lo lego in modo indissolubile a “The Ghost Rider” di Neil Peart. In primo luogo perché Neil afferma di averlo letto durante il suo anno “particolare” (dopo aver perso moglie e unica figlia nel giro di pochi mesi, il batterista dei Rush ha fatto un giro solitario in moto tra Canada, Alaska, States e Messico: “The Ghost Rider” parla di questa esperienza), poi perché Neil visita proprio quei posti in cui London ha scritto e vissuto e, infine, perché tra le due vicende, quella di Neal e quella dell’invincibile cane Buck, si possono scovare legami a livelli più profondi. Altra connessione, forse banale: il film “Into the wild”.

Stephen Hawking, “La teoria del tutto”. Letto stanotte, è un saggio divulgativo sui più grandi temi dell’astronomia, dai buchi neri all’origine dell’universo. Molto piacevole a leggersi, in quanto scritto in modo semplice e sobrio, è ovviamente interessantissimo.

Appena cominciato (perché comprato due ore fa): Nick Hornby, “Una vita da lettore”. L’introduzione mi ha già conquistato.

La pila dei libri da leggere (tra i quali c’è proprio un altro libro di Peart, scritto su un viaggio compiuto in bicicletta dentro l’Africa) è naturalmente sempre lì che mi osserva minacciosa. C’è un sacco di roba, anche presa mesi e mesi fa, che non degno di uno sguardo da tempo immemorabile e che metto sempre in secondo piano rispetto ai nuovi arrivati. Amen: tutta questa roba in fremente attesa se ne farà una ragione. Prima o poi.

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