Un piccolo morso per l’uomo…
La notizia risale a poche ore fa. Alcuni ricercatori di Pittsburgh sono riusciti a connettere il cervello di una donna paralizzata dal collo in giù a un braccio meccanico che si muove se lei decide di muoverlo. Per realizzare tutto ciò sono stati utilizzati dei piccoli sensori (ognuno dotato di minuscoli aghi) impiantati direttamente sulla corteccia motoria della donna i quali, presumo, sono in grado di associare determinate configurazioni di connessioni cerebrali attive alla volontà del soggetto di eseguire certi movimenti motori (a monte c’è chiaramente un estenuante lavoro di mappatura). Come risultato abbiamo un braccio meccanico che riceve le informazioni dei sensori e si muove proprio come il soggetto umano pensa di muoverlo.
Tutto ciò è straordinario. Ed è, ovviamente, solo l’inizio.
La notizia ribadisce anche un altro concetto, che è per certi versi controintuitivo e che tendiamo a snobbare per motivi che sono legati al nostro inevitabile essere umani, al nostro radicato autocompiacimento nel ritenerci fenomeni misteriosi e irriducibili. I pensieri, tutti i pensieri – compreso il pensiero di volere qualcosa – sono processi biochimici (e in ultima analisi, dunque, fisici). Sono studiabili. Potenzialmente, possono essere compresi. E il capirne il funzionamento potrà portare, come si vede, un sacco di benefici concreti.
Funny the way it is
Poco tempo, ultimamente, da dedicare al blog. C’è da occuparsi di sinapsi, canali ionici e neurotrasmettitori. Giusto il tempo, giusto questo, di postare uno dei video che di recente mi diverte di più. E’ della Dave Matthews Band, una delle scoperte musicali più entusiasmanti fatte nell’ultima manciata d’anni. Una delle poche davvero significative, mi rendo conto. Un amico qualche settimana fa mi ha confessato che lui non riesce più ad appassionarsi ai gruppi musicali nuovi e che con l’avanzare dell’età non fa altro che aspettare le uscite discografiche di quelli che già conosce e ai quali – in passato, preferibilmente nel periodo adolescenziale – si è affezionato.
Dal momento che la musica è una delle cose più belle che ci siano, questa storia mi ha sempre fatto parecchio riflettere. E preoccupare. Perché di gruppi nuovi e sensazionali che “spaccano” ma che poi vengono accantonati dopo un paio di ascolti è pieno il mondo.
Una tesi interessante da scrivere nell’ambito delle Neuroscienze – ammesso che non sia stata, ovviamente, già scritta – potrebbe riguardare il rapporto tra la progressiva perdita di plasticità cerebrale (capacità del cervello di adattarsi a stimoli esterni e di creare nuove connessioni tra neuroni) dell’individuo e una curiosità per la musica nuova che, a detta di molti, si affievolirebbe col passare degli anni. La relazione, intuitivamente, sembra piuttosto chiara.
Forse però questo non è l’unico fattore che rende il rapporto persona-musica sempre più gelido con l’avanzare dell’età. Leggendo Sacks ho pensato che probabilmente anche l’altrettanto progressiva perdita dell’udito (meno frequenze udibili) contribuisce a rendere, anno dopo anno, l’esperienza musicale meno ricca. Ciò che ci piace e ci continua a piacere dei gruppi vecchi sarebbe, in questo caso, più quel che tale musica connota che la musica in sé, che non siamo più in grado di apprezzare appieno come un tempo. Ci piacciono i significati con cui l’abbiamo riempita. I ricordi. Anche in questo caso, si potrebbe concludere, la nostra crescente incapacità di creare nuove connessioni, nuove associazioni stimolo-ricordo, finirebbe per farci rimanere diffidenti di fronte alle novità, percepite necessariamente come esperienze meno coinvolgenti. Nel nostro sempre più pigro cervello, la nuova musica si aprirebbe così sempre meno vie. Creerebbe sempre meno terremoti emozionali.
E’ un discorso complesso (tremendo) e non riguarda solo la musica, me ne rendo conto.
E io in fondo volevo solo postare un video. Che, oh, mi fa ridere tantissimo.
Nella mente degli altri: alla scoperta dei neuroni specchio

(immagine presa da http://www.kissmachine.org)
I neuroni specchio sono per le neuroscienze ciò che il DNA è stato per la biologia.
(Vilayanur Ramachandran)
I neuroni specchio, individuati da Giacomo Rizzolatti e dal suo team a Parma diversi anni fa, sono forse una delle più importanti scoperte di sempre per quanto riguarda la conoscenza del funzionamento del cervello. Se è vero che la loro esistenza è ancora messa in dubbio da qualcuno, sembra che le conclusioni degli studi di Rizzolatti – e, ormai, di tantissimi altri – siano generalmente accettate dalla comunità scientifica mondiale. Personalmente i neuroni specchio li ho conosciuti tramite gli scritti di Ramachandran e grazie ad altri articoli letti sul web, e c’ho pure un po’ scherzato sopra qualche mese fa.
Ho voluto saperne di più, direttamente dalla fonte principale. Perciò negli ultimi due giorni ho letto Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, scritto da Giacomo Rizzolatti stesso e da Lisa Vozza. Si tratta di un libro assai snello (un centinaio di pagine) che rappresenta una sorta di introduzione al mondo dei neuroni specchio, raccontandone la storia della scoperta, il funzionamento e alcune possibili implicazioni. Lavoro estremamente semplice ma che aiuta lo stesso a comprendere appieno la portata rivoluzionaria di questi studi.
Studi che partono dalla fisiologia e arrivano, inutile dirlo, alla filosofia. I neuroni specchio possono infatti aiutare a far luce su diversi aspetti della mente dell’homo sapiens, una mente estesa, è sempre più evidente, che comprende il cervello ma che sa andare oltre ad esso. E’ curioso come, mentre sfogliavo le pagine, gli interrogativi che comparivano di volta in volta nella mia testa (“e cosa succederebbe se…?”, “e cosa c’entrano questi neuroni con…”, “e se si studiasse il rapporto tra i neuroni specchio e…?”) siano stati presi in considerazione (quasi tutti) dal duo di autori. Come detto sopra, ho in passato scherzato sul possibile rapporto tra neuroni specchio e insegnamento del gesto calcistico. Bene: nelle pagine finali del libro Rizzolatti e Vozza spiegano come gli studi sui neuroni specchio possano portare progressi anche in ambiti simili. Stesso dicasi per le mie (ovvie) speculazioni su neuroni specchio e autismo. E altro ancora.
Nella mente degli altri non ha la pretesa di dire tutto. Ma ha la capacità – è stato scritto per questo – di spingere il lettore ad approfondire l’argomento su altri testi. Unica pecca del libro, le immagini: in bianco e nero e di bassa qualità, non aggiungono niente al testo e sono spesso tutt’altro che comprensibili.
Un lavoro, sì, piacevole. Tra le cose più potenti che vi ho trovato c’è il fatto che (come aveva notato anche Ramachandran nell’analizzare la corteccia di pazienti con mani amputate) lingua (linguaggio) e mani (gesti) siano così strettamente legati a livello cerebrale, come a sottolineare (l’aveva notato anche Fouts) che il nostro linguaggio è un’evoluzione di un articolato sistema di gesti primordiale. E anche cose come questa, suppongo, non possono non destare meraviglia:
Noi umani abbiamo neuroni capaci di riconoscere i suoni prodotti dalla bocca e dalla laringe? Luciano Fadiga e colleghi hanno chiesto ad alcuni volontari di ascoltare attentamente alcune parole mentre la loro corteccia motoria veniva stimolata dalla TMS. Nel mezzo delle parole si poteva trovare una doppia <<f>> o una doppia <<r>>. Ora, se provate a pronunciare la parole muffa, vi accorgerete che durante il suono <<ff>> la vostra lingua si muove ben poco; viceversa, se cercate di pronunciare la parola carro, noterete che il suono <<rr>> è piuttosto impegnativo per la lingua. I risultati hanno mostrato che ascoltare parole contenenti una doppia <<r>>, ma non una doppia <<f>>, determina [nell'ascoltatore, ndG] un’attivazione delle aree che controllano i muscoli della lingua. (Nella mente degli altri, Rizzolatti e Vozza)
Infine, ecco un paio di interessanti video con Rizzolatti: Rizzolatti a 21min e lo studioso ospite in un bel programma sulla Rai (E se domani, dal minuto 17 in poi).
I neuroni specchio spiegati da Ramachandran
In questo video VS Ramachandran (ho parlato di lui qui e altrove nel blog) sottolinea l’importanza della scoperta dei neuroni specchio (i Gandhi’s neurons), non trascurando ciò che essi implicano dal punto di vista filosofico. Breve, schietto, chiaro e – perché no – sufficientemente visionario:
(qui la trascrizione)
Insegnante e allievo: un esempio di reciproca intrusione cerebrale
I neuroni specchio sono stati individuati dal neurofisiologo italiano Giacomo Rizzolatti.
Da Wikipedia:
I neuroni specchio sono una specifica classe di neuroni scoperti nelle scimmie, l’identificazione nell’uomo è anch’essa assodata. Attraverso studi di RM, si è potuto constatare che i medesimi neuroni attivati dall’esecutore durante l’azione, vengono attivati anche nell’osservatore della medesima azione. Ulteriori indagini estese agli esseri umani non solo hanno confermato le attività neuronali sulla base di studi di neuroimmagine, ma hanno anche condotto a concludere che tali neuroni vengono attivati anche nei portatori di amputazioni o plegie degli arti, nel caso di movimenti degli arti, nonché in soggetti ipovedenti o ciechi: per esempio basta il rumore dell’acqua versata da una brocca in un bicchiere per l’attivazione, nell’individuo cieco, dei medesimi neuroni che sono attivati in chi esegue l’azione del versare l’acqua nel bicchiere.
Come detto più volte, sono un istruttore di calcio. Insegno, per quanto mi è possibile, tecnica calcistica a bambini che vanno di solito dai 7 ai 10 anni.
Aver a che fare con i bambini – seppur per una cosa di certo non fondamentale come il calcio – è molto divertente ma anche, se vogliamo, fonte inesauribile di spunti per riflettere sui processi d’apprendimento. Negli ultimi tempi, per esempio, mi è capitato più volte di pensare al rapporto tra i neuroni specchio – la cui esistenza, nel mio piccolo, ho scoperto solo circa un anno fa – e il mio ruolo di istruttore. Ciò che ho osservato è insolito e, credo, da un certo punto di vista molto sorprendente.
Mettiamo che io cerchi di insegnare al bambino Pierangelo come si calcia un pallone col collo del piede destro. Mentre lui mi guarda in attesa di istruzioni, prendo la palla e la sistema sull’erba. Qualche metro di rincorsa, poi posiziono il piede d’appoggio – il sinistro – nel punto giusto, stendo il piede destro con la punta direzionata verso il terreno e calcio, cercando di non frenare la naturale corsa della gamba. Il pallone vola via.
Nell’osservare il mio gesto, i neuroni specchio del bambino si attivano. Il suo corpo mette in moto il ‘meccanismo del calcio’, anche se non c’è nessuna palla da calciare. Io entro nel cervello del bambino. Io premo qualche suo pulsante.
Passa del tempo, passano gli allenamenti, e arriviamo alla partita. A quest’età, la gara domenicale ha un solo senso: dà modo al bambino di dimostrare se è in grado di mettere in pratica ciò che ha imparato durante gli allenamenti. Pierangelo gioca attaccante. Durante una nostra azione d’attacco, gli arriva un pallone buono. Ci siamo. Il bambino si coordina. Piede d’appoggio nella posizione giusta. Punta verso il basso. Calcio secco in direzione della porta, proprio col collo del piede. Proprio come gli avevo insegnato io.
Ed ecco il fatto strano. Mentre Pierangelo sta calciando, io, che sono in panchina e sto guardando il suo gesto tecnico, sento che da qualche parte si attiva un certo impulso a calciare col piede destro. L’ho sempre sentito. Sempre, non sto barando: l’impulso c’era anche prima che venissi a conoscenza della scoperta di Rizzolati.
Uno stimolo quasi irresistibile. Il più delle volte riesco a frenarlo del tutto. Altre volte, invece, il movimento viene abortito dopo che ha già superato la fase di avviamento. Tardi. La gamba, leggermente, si muove.
Il bambino ha attivato i miei neuroni specchio?
Probabilmente sì.
Straordinario. Tramite questi speciali neuroni, io spingo all’azione Pierangelo e, successivamente, lui spinge all’azione me. Io entro nel suo cervello e lui nel mio. Io faccio una comparsata nella sua testa, e lui nella mia. E non solo a livello di astratte rappresentazioni, intendiamoci, dal momento che qui si parla di movimenti, di controllo del sistema motorio. Si tratta di predisporre un corpo altrui a un moto che la sua ‘coscienza’ non ha ‘deciso’ di compiere.
Forse la frase fatta con cui si riempiono la bocca i vari insegnanti, “anche noi abbiamo tanto da imparare dai bambini”, almeno in questo senso, ha una qualche base neurologica.
Sacks, De Niro, Bach: l’eterna melodia soggiacente – e altre storie
Musicofilia di Oliver Sacks è un libro che mi ha tenuto compagnia per venti giorni e passa. La rete è piena di ottime recensioni del lavoro del neurologo inglese (segnalo questa e questa) e quindi non mi dilungherò troppo nel parlarne – tra l’altro ne ho accennato anche nei post dei giorni passati. Dico solo che è un libro che tutti gli appassionati di musica dovrebbero leggere. Perché, raccontando vicende incredibili, rende manifesto – rende scientifico – quanto la musica sia importante per le nostre facoltà cognitive. Quanto il cervello la tratti con insospettato riguardo, facendole percorrere binari dedicati e paralleli agli altri processi cerebrali. Siamo (anche) programmati per la musica.
Musicofilia è un must per diversi motivi. Non è ovviamente possibile stare qui ad elencarli tutti. Ma, ad esempio, è fondamentale se volete sapere perché alcuni hanno l’orecchio assoluto e voi no. O se volete conoscere il motivo per cui il ritornello della più stupida canzone pop vi entra in testa e vi tortura per giorni e giorni. O se volete, ancora, scoprire come la musica cura, a suo modo, gli afasici, gli autistici, gli amnesici… e permane stabile in questi cervelli malfunzionanti per anni, per decenni, per vite intere. Un’anima dentro l’anima.
La musica, già, la musica. Anche laddove l’identità dell’individuo sembra ormai inevitabilmente compromessa, lei continua a vegetare. Lurka. E’ sempre lì, vicina all’Io, per quanto possa quest’Io essere ridotto male. Pronta a ridestarsi – ad esplodere – in qualsiasi momento, se l’input è quello giusto. Pronta a spingere verso l’esterno, verso la socialità, verso il mondo. Almeno fino all’ultimo accordo.
Quello di Sacks – al netto di qualche passaggio ridondante – è un libro davvero delizioso. Il mio solo rammarico è quello di non conoscere abbastanza musica classica e teoria musicale per poterne apprezzare appieno ogni singolo passaggio.
Di musica classica, anzi, non so davvero una ceppa. Anche per questo motivo, influenzato da Sacks, ieri a Firenze mi son comprato un doppio album contenente tutte le sonate e le partite per violino solo di Bach. Esecuzioni di Arthur Grumiax. Nei due cd è presente la celeberrima Ciaccona. Da anni avevo in testa il titolo di questo ‘brano’, pur senza averlo mai davvero ascoltato. Esso veniva infatti citato in continuazione in Canone Inverso, libro di Paolo Maurensig di cui ho un bel ricordo. Tutto questo per dire, va bene, che ho terminato Musicofilia in un vortice di violini.
Proseguendo sulla traiettoria sacksiano, mi son finito di vedere proprio ora il bellissimo Risvegli (Awakenings), tratto da uno dei vecchi libri di Sacks stesso. Il film (come il libro) narra una delle esperienze più forti vissute dal neurologo nella sua vita. Citando Wikipedia:
Il film racconta la storia vera di un dottore (Oliver Sacks, nella finzione Malcolm Sayer, interpretato da Williams) che, nel 1969, scopre l’effetto positivo di un nuovo farmaco, la L-DOPA, sulla scorta delle nuove evidenze che il farmaco stava allora acquisendo nella terapia del morbo di Parkinson. Egli somministra questa “medicina” ad un paziente affetto da catatonia. Questo stato rappresentava l’evoluzione finale dei danni cerebrali provocati, decenni prima, dall’encefalite letargica, una patologia dovuta a un virus non ancora identificato, che si manifestò come pandemia nell’arco di tempo 1917-1924. Il dottor Sayer osservò una somiglianza tra la condizione dei pazienti catatonici a cui somministrò la levo-dopa e l’amimìa e acinesìa tipiche dei pazienti parkinsoniani. Leonard Lowe (interpretato da De Niro) e il resto dei pazienti vengono risvegliati dopo aver vissuto per decenni in stato catatonico e si ritrovano a vivere una vita del tutto diversa dalla precedente.
Una pellicola appassionante, in cui tra l’altro emergono alcune delle idee e delle scoperte cui Sacks fa cenno in Musicofilia (ballo, ritmo, musica e ‘volontà esterne’ possono spingere i pazienti all’azione). Il momento del risveglio dei ‘catatonici’ è in particolare qualcosa di un’intensità folle. De Niro – malato con voglia di vita – lo rende ancora più splendente.
E poi, ancora, Robin Williams rappresenta Oliver Sacks proprio come me lo sono immaginato dai suoi scritti e dai video di YouTube in cui è presente. Schivo, timido, educato, solitario, solo. Un po’ ciò che si può evincere da quel poco che c’è qui.
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Quello di Oliver Sacks è uno dei classici della cosiddetta “neurologia romanzata”. Rispetto a certi libri affini – e più recenti – di Ramachandran (che personaggio!) m’è parso, a volte, addirittura più tecnico. Non me l’aspettavo, m’ero costruito un pregiudizio che andava in tutt’altra direzione.
Tuttavia, la formula utilizzata è sempre la stessa: presentare in forma di racconto, per quanto è possibile, i casi clinici più ano(r)mali che si incontrano facendo il neurologo di professione, e cercare di renderli comprensibili e appetibili per il grande pubblico. L’obiettivo è quello di divulgare alcune nozioni e un’idea del rapporto cervello/mente che solitamente sfuggono al senso comune. Tra formidabili idiot savant, tizi che hanno in testa un juke box che non si può spengere, gemelli ritardati che comunicano scambiandosi numeri primi a dieci cifre e bambini autistici con doti artistiche straordinarie, e altro ancora, c’è da rimanere più che sbalorditi.
In particolare Sacks si sofferma più di una volta sulla relazione tra cervello e musica (memorabile il caso del batterista con la sindrome di Tourette che, una volta guarito, non riesce più a suonare come prima), toccando un argomento che mi affascina parecchio. Sono tutte idee che, suppongo, avrà sviluppato ancora meglio nel suo successivo Musicophilia. Un libro che voglio leggere al più presto.
Questo è materiale che fa bene, come dissi qui a proposito dei libri di Ramachandran, e che rimette in discussione categorie che diamo per scontate come [sanità mentale] e [malattia mentale]. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello lo consiglierei davvero a tutti: amanti della musica, della psicologia, curiosi, poeti, artisti, scienziati, appassionati di materie scientifiche, etc etc.


















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