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Su e giù, qua e là.
Venerdì sera nell’immediato dopo-cena ero a Firenze in libreria. Stavo avviandomi verso le casse con “Imperium” di Kapuscinski in mano. Quel libro avrebbe continuato a tenermi ben saldo dentro il caotico universo dell’URSS in disgregazione, popoli spostati qua e là come pedine su una scacchiera, rivendicazioni d’indipendenza, derussificazioni varie: sarebbe stato un altro punto di vista – ancora più interno - su ciò che successe diciassette, diciotto anni fa. Poi mi son reso conto che era l’ora di cambiare rotta, che cominciavo a non averne più, che poteva bastare: proprio in zona Cesarini son tornato indietro, ho rimesso il volume al suo posto (beh, almeno spero) e ho cercato altro. Ho preso “Un ragazzo” di Hornby. Il libro l’avevo letto dieci anni fa perché qualche buona anima me lo prestò, il film (“About a boy“) l’avrò visto quelle duecento volte. Sì, non so resistere alle commedie inglesi con Hugh Grant, quelle in cui lui fa più o meno sempre la stessa parte e che hanno più o meno tutte la stessa struttura narrativa. Mi piacciono molto. Ho preso l’edizione TEA a cinque euro solo perché volevo averlo, non credevo che mi sarei rimesso a leggerlo. E invece. L’ho cominciato con scetticismo, supponendo che non ci avrei trovato tutto ciò che ci trovai allora. E invece. Sorpresa. Non ci sono ancora rughe sul volto di quella storia.Tra gli usati qua e là ho preso “Pianeta a sorpresa” di John Brunner, Pocket Fantascienza, Edizione Longanesi, stampato nel 1975 (prima o poi leggerò anche il suo acclamatissimo “Tutti a zanzibar“, ma non lo trovo facilmente) e “Lolita” di Vladimir Nabokov (cristo, di nuovo un russo), Mondadori, stampato nel 1966, se possibile reso ancora più celebre da Kubrick. E, non so neanche perché, mi son trovato in mano pure “Storia della filosofia greca” di De Crescenzo. Due euro. E’ che De Crescenzo m’è sempre rimasto simpatico, ecco.
Il tutto viene ottimamente condito dai due retroascolti del momento: “The soul cages“, Sting e “Selling England by the pound“, Genesis. Periodo SlowListening.
Il nuovo libro di Hornby.
Ancora Hornby, sì.
Poi ci sono i libri. Lo si legge anche perché si vuole sapere di libri. Pochi mi erano già noti (il romanzo che ha ispirato il film “Into the wild”, la grahic-novel “Persepolis”, i lavori di Vonnegut), mentre la stragrande maggioranza era – come detto – a me ignota. Hornby sa rendere alcuni di essi così interessanti che, non lo nego, ho già fatto un paio di visite ad Amazon per rintracciarli. A volte traspare un filino di conformismo nelle scelte e nelle recensioni, è innegabile. Ma si può chiudere un occhio: per mille classici definiti più-che-pallosi si può anche accettare la derisione di un, e sia uno, libro di fantascienza.Il più grande merito del lavoro è però quello di risvegliare la voglia di leggere, in special modo nei periodi in cui le pagine dei libri fanno di tutto tranne che scorrere con la auspicata velocità. “Una vita da lettore” ci dà una scossa in tre modi: con la forma (leggeresti per mesi e mesi cose come questa), col contenuto (libri belli da cercare e leggere, da bramare) e con la passione del lettore Hornby, che tracima da ogni paragrafo e che sembra essere irresistibilmente contagiosa. Tutta salute, eh.
Omaggio a Kurt Vonnegut (da parte di Nick Hornby).
“Una vita da lettore” di Nick Hornby sembra, dopo 100 pagine, ottimo. Lo scrittore registra, mese per mese, tutti i libri che acquista e legge. Poi ne parla, abbozza qualche recensione. Parla delle situazioni in cui li compra e li legge, di come li affronta, di cosa gli portano, del perché li abbandona (quando lo fa), del perché alcuni di essi lo spingono subito a leggere altro, ancora, subito. Più che dei libri, Horby parla dunque dell’atto della lettura, e lo fa senza ipocrisia (“mollate il libro che vi annoia!” è il suo motto principale – neanche così scontato come possa sembrare), scrivendo con intelligenza e con tanta, scintillante, ironia. Coinvolge, oltretutto.
Ieri (verso pagina 47 della mia edizione Guanda), Hornby ha parlato del recentemente defunto Kurt Vonnegut (ancora vivo quando “Una vita da lettore” è stato scritto):
Circa due mesi orsono mi ha colto la deprimente consapevolezza di aver dimenticato praticamente tutto quello che ho letto in vita mia. Però ho reagito: e adesso sono rallegrato dalla certezza che, se ho dimenticato tutto quello che ho letto, be’, posso sempre rileggere alcuni dei miei libri preferiti come se fosse la prima volta. Delle Sirene di Titano ricordavo la battuta folgorante, ma tutto il resto era fresco come una rosa, e il romanzo di Vonnegut, – saggio, amabile, stanco del mondo – era un perfetto complemento del libro di Charlotte Moore: lei aveva fatto da splendida battistrada a una veduta cosmica e assurdamente riduttiva del nostro pianeta. Incomincio a capire che il nostro appetito per i libri è come il nostro appetito per il cibo: il cervello ci avverte quando abbiamo bisogno dell’equivalente letterario dell’insalata, o del cioccolato, o di carne e patate. Ho letto Moneyball perché volevo qualcosa di veloce e leggero dopo la bistecca da mezzo chilo di Senza nome; Le sirene di Titano non è stato una reazione avversa a George e Sam, ma un modo per esaltarlo. Quindi cos’era? Senape? Monoglutammato di sodio? Un brandy? Comunque è andato giù che era una meraviglia.
Fumare è quasi sempre una porcata. Però se non avessi mai fumato non avrei mai conosciuto Kurt Vonnegut. Eravamo tutti e due ad una megafesta a New York, io sono sgattaiolato sul balcone a fumarmi una sigaretta e lui era lì che fumava. Così abbiamo parlato – di C.S. Forester, mi par di ricordare (questo è solo un modo di dire schifoso e ipocrita. Figuratevi se non mi ricordo). E allora dite pure ai vostri figli di non fumare, ma per semplice onestà li dovrete anche ammonire sul rovescio della medaglia: che non avranno mai l’occasione di far accendere al più grande scrittore americano vivente.


