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Funny the way it is
Poco tempo, ultimamente, da dedicare al blog. C’è da occuparsi di sinapsi, canali ionici e neurotrasmettitori. Giusto il tempo, giusto questo, di postare uno dei video che di recente mi diverte di più. E’ della Dave Matthews Band, una delle scoperte musicali più entusiasmanti fatte nell’ultima manciata d’anni. Una delle poche davvero significative, mi rendo conto. Un amico qualche settimana fa mi ha confessato che lui non riesce più ad appassionarsi ai gruppi musicali nuovi e che con l’avanzare dell’età non fa altro che aspettare le uscite discografiche di quelli che già conosce e ai quali – in passato, preferibilmente nel periodo adolescenziale – si è affezionato.
Dal momento che la musica è una delle cose più belle che ci siano, questa storia mi ha sempre fatto parecchio riflettere. E preoccupare. Perché di gruppi nuovi e sensazionali che “spaccano” ma che poi vengono accantonati dopo un paio di ascolti è pieno il mondo.
Una tesi interessante da scrivere nell’ambito delle Neuroscienze – ammesso che non sia stata, ovviamente, già scritta – potrebbe riguardare il rapporto tra la progressiva perdita di plasticità cerebrale (capacità del cervello di adattarsi a stimoli esterni e di creare nuove connessioni tra neuroni) dell’individuo e una curiosità per la musica nuova che, a detta di molti, si affievolirebbe col passare degli anni. La relazione, intuitivamente, sembra piuttosto chiara.
Forse però questo non è l’unico fattore che rende il rapporto persona-musica sempre più gelido con l’avanzare dell’età. Leggendo Sacks ho pensato che probabilmente anche l’altrettanto progressiva perdita dell’udito (meno frequenze udibili) contribuisce a rendere, anno dopo anno, l’esperienza musicale meno ricca. Ciò che ci piace e ci continua a piacere dei gruppi vecchi sarebbe, in questo caso, più quel che tale musica connota che la musica in sé, che non siamo più in grado di apprezzare appieno come un tempo. Ci piacciono i significati con cui l’abbiamo riempita. I ricordi. Anche in questo caso, si potrebbe concludere, la nostra crescente incapacità di creare nuove connessioni, nuove associazioni stimolo-ricordo, finirebbe per farci rimanere diffidenti di fronte alle novità, percepite necessariamente come esperienze meno coinvolgenti. Nel nostro sempre più pigro cervello, la nuova musica si aprirebbe così sempre meno vie. Creerebbe sempre meno terremoti emozionali.
E’ un discorso complesso (tremendo) e non riguarda solo la musica, me ne rendo conto.
E io in fondo volevo solo postare un video. Che, oh, mi fa ridere tantissimo.
Un anno da lettore (2010)
Come l’anno scorso, faccio il punto della situazione per quanto riguarda le letture del 2010. Mi volto indietro e osservo ciò che mi ha colpito, ciò che mi ha deluso e ciò che, invece, è scivolato via senza lasciare alcun tipo di significativo strascico. Un resoconto, questo, che posso fare grazie soprattutto ad Anobii. Il sito mi permette di tener traccia delle letture effettuate (infatti ho fatto taglia&incolla da lì).
Al di là di tutto, credo sia interessante la sequenza delle letture. Talvolta – non sempre – c’è un certo significato, un silenzioso concatenarsi di cause ed effetti, nel passaggio da un libro a quello successivo. L’ordine della seguente lista, che più o meno comprende tutti i titoli che ho letto durante il 2010, è cronologico. Si parte con le opere affrontate i primi giorni dello scorso gennaio e si finisce con quelle terminate in questi ultimi giorni.
On Writing: Autobiografia di un mestiere, di Stephen King (riletto forse per la terza volta)
Torno a prenderti, di Stephen King
La scimmia nuda: Studio zoologico sull’animale uomo, di Desmond Morris (ne ho parlato qui)
Fiesta, di Ernest Hemingway
Carrie, di Stephen King
Supernove. Poesie dal 2003 al 2009 , di Diego Rossi
Breve storia di (quasi) tutto, di Bill Bryson (ne ho parlato qui)
Le origini dell’universo, di John D. Barrow (ne ho parlato qui)
Ma io, chi sono?: (Ed eventualmente, quanti sono?). Un viaggio filosofico, di Richard D. Precht
Piccola scuola del pensiero filosofico, di Karl Jaspers
Filosofi e filosofie nella storia. Volume terzo – ottocento e novecento, di Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero
Anelli nell’io: Che cosa c’è al cuore della coscienza?, di Douglas R. Hofstadter (letto un paio di volte, ne ho soprattutto parlato qui)
Ballando nudi nel campo della mente: Le idee (e le avventure) del più eccentrico tra gli scienziati moderni, di Kary Mullis (ne ho parlato qui)
Storia dell’intelligenza artificiale: La battaglia per la conquista della scienza del XXI secolo, di Sam Williams (ne ho parlato qui)
L’impatto della scienza sulla società: Edizione integrale, di Bertrand Russell (ne ho parlato qui)
Il cervello nelle mani: La neurobiologia dalla cellula al robot, di Angeletti Sergio (ne ho parlato qui)
Storia della filosofia della scienza: Da Platone a Popper e oltre, di David Oldroyd (ne ho parlato qui)
L’uomo senza frontiere, di Jeremy Bernstein (ne ho parlato qui)
Guerra eterna, di Joe W. Haldeman (ne ho parlato qui)
Il pollice del panda: Riflessioni sulla storia naturale, di Stephen Jay Gould
Perché il sesso è divertente?: Per capire come siamo fatti, di Jared Diamond
Chi siamo: La storia della diversità umana, di Francesco Cavalli-Sforza, Luigi Luca Cavalli-Sforza (ne ho parlato qui)
Coscienza: Che cosa è, di Daniel C. Dennett (ne ho parlato qui)
Che cosa sappiamo della mente, di Vilayanur S. Ramachandran
I segreti di Parigi: Storie, luoghi e personaggi di una capitale, di Corrado Augias
Misery, di Stephen King
The Road, di Cormac McCarthy (ne ho parlato qui)
La donna che morì dal ridere: e altre storie incredibili sui misteri della mente umana, di Vilayanur S. Ramachandran, Sandra Blakeslee (ne ho parlato qui)
Mussolini, di Paolo Alatri (ne ho parlato qui)
Più che umano, di Theodore Sturgeon (ne ho parlato qui)
La scuola delle scimmie: Come ho insegnato a parlare a Washoe, di Roger Fouts, Stephen Tukel Mills (ne ho parlato qui)
Conoscerete la nostra velocità, di Dave Eggers (riletto)
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di Oliver Sacks (ne ho parlato qui)
Taccuino di un vecchio sporcaccione, di Charles Bukowski
L’origine dell’uomo, di Charles Darwin
Il cosmo e il Buondio: Dialogo su astronomia, evoluzione e mito, di Andrea Frova (ne ho parlato qui)
I giocatori di Titano, di Philip K. Dick
Il mondo come io lo vedo, di Albert Einstein
La mente e le menti, di Daniel C. Dennett (ne ho parlato qui)
The Greatest Show on Earth: The Evidence for Evolution, di Richard Dawkins (ne ho parlato qui)
Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert Pirsig (ne ho parlato qui)
Il caso Galileo, di Annibale Fantoli
Musicofilia, di Oliver Sacks (ne ho parlato qui)
Finzioni: (1935-1944), di Jorge Luis Borges
Le tre stimmate di Palmer Eldritch, di P. K. Dick (riletto per le terza volta)
A livello di letture, son stati dodici mesi fantastici. Non potrebbe essere definito altrimenti l’anno in cui hai incontrato per la prima volta i testi di scrittori e personalità geniali del calibro di Borges, Dennett, Ramachandran, Sacks, Einstein, Darwin, McCarthy, Barrow, Jaspers, Sagan, Bryson e Cavalli-Sforza (…).
Non è semplice fare una sintesi. I libri che mi hanno smosso di più sono senza dubbio Anelli nell’io di Hofstadter, che ho qui citato fino alla nausea, e La scuola delle scimmie di Fouts. Si tratta di opere che se da una parte spingono a speculazioni di folle profondità, dall’altra cercano – e trovano – il coinvolgimento emotivo del lettore. C’è un me precedente ad Anelli nell’io e poi c’è il me di oggi, quello che è passato attraverso quelle pagine, il me che ha introiettato quella rudimentale versione dell’anello di Hofstadter. E c’è un me più povero morto cinque o sei mesi fa, un me che ancora non aveva fatto la conoscenza della scimpanzé Washoe.
Mi sono fatto inoltre un’idea un po’ più precisa del modo in cui funziona il cervello umano, grazie ai racconti dei casi clinici affrontati dai neurologi Ramachandran e Sacks. I due lavori di Dennett che ho letto talvolta partono proprio dalle anomalie cerebrali per filosofare – fino ad altissimi livelli di complessità – su quell’entità illusoria che chiamiamo ‘coscienza’.
A tal proposito, nei mesi passati ho inoltre ripreso in mano un po’ di quella filosofia che avevo affrontato (male, anche per colpa mia) al liceo. Ho letto numerosi testi interessanti sulle relazioni tra scienza e filosofia e sull’epistemologia: tra tutti consiglio il bellissimo lavoro di Oldroyd, piacevole ed esaustivo racconto sulle possibilità della conoscenza umana.
Un ruolo importante è stato quest’anno svolto dagli audiolibri. Ho ascoltato alcuni libri ma, soprattutto, molte conferenze o podcast di trasmissioni radiofoniche. Sugli argomenti più disparati: da Newton a Einstein, da Galileo a Kant, da Darwin a Popper… e così via. Tra gli audiolibri ascoltati ci sono Il matematico impertinente di Piergiorgio Odifreddi, Elbow Room di Daniel Dennett e Pale Blue Dot di Carl Sagan. Di Odifreddi ho ascoltato anche alcune trasmissioni radiofoniche (spesso tratte dalla fortunata rubrica Alle 8 della sera) come Vite da logico e (lo sto finendo in questi giorni) Chi ha ucciso Fermat?, assieme a diverse sue conferenze su vari autori o scienziati. Nel mucchio ricordo Einstein, Galileo, Darwin, Russell, Turing, Godel… ma anche Sartre, Dante e Nabokov. Credo che Odifreddi sia un bravo divulgatore: al momento lo ringrazio specialmente per avermi spinto a provare Borges – Finzioni è una delle cose più geniali che abbia mai letto. Molto interessanti, ancora, le tante lezioni che il filosofo Giulio Giorello ha tenuto sulla biografia e sulle idee di Einstein (Enstein, il Socrate della Fisica), tutta roba che ho recuperato in mp3 e che ho ascoltato correndo in mezzo ai boschi.
Ma il materiale fruito tramite orecchie e auricolari è stato davvero tanto: non riuscirei mai a citare – a mente – ogni singolo brano o autore. Ahimé, non ci sono Anobii specializzati in audiolibri.
A livello di narrativa mi accorgo di aver letto poco, pochissimo. Talvolta ho preferito andarmi a riprendere libri che m’erano piaciuti in passato, come i lavori di Dick o Eggers. Tra le cose affrontate per la prima volta, direi che The Road di McCarthy è stato il romanzo più avvincente che ho incontrato. Un classico moderno, ma per davvero.
Per quest’anno, anche per quest’anno, è tutto. Attraverso il passaggio dal 2010 al 2011 con Cosmos di Carl Sagan, iniziato giusto qualche giorno fa. Uno dei fatti più ganzi del 2010 è proprio questo: ho smesso di preoccuparmi e ho, finalmente, cominciato ad amare la lettura in lingua originale (inglese). Il che, inutile dirlo, è motivo di grossa soddisfazione.
Sacks, De Niro, Bach: l’eterna melodia soggiacente – e altre storie
Musicofilia di Oliver Sacks è un libro che mi ha tenuto compagnia per venti giorni e passa. La rete è piena di ottime recensioni del lavoro del neurologo inglese (segnalo questa e questa) e quindi non mi dilungherò troppo nel parlarne – tra l’altro ne ho accennato anche nei post dei giorni passati. Dico solo che è un libro che tutti gli appassionati di musica dovrebbero leggere. Perché, raccontando vicende incredibili, rende manifesto – rende scientifico – quanto la musica sia importante per le nostre facoltà cognitive. Quanto il cervello la tratti con insospettato riguardo, facendole percorrere binari dedicati e paralleli agli altri processi cerebrali. Siamo (anche) programmati per la musica.
Musicofilia è un must per diversi motivi. Non è ovviamente possibile stare qui ad elencarli tutti. Ma, ad esempio, è fondamentale se volete sapere perché alcuni hanno l’orecchio assoluto e voi no. O se volete conoscere il motivo per cui il ritornello della più stupida canzone pop vi entra in testa e vi tortura per giorni e giorni. O se volete, ancora, scoprire come la musica cura, a suo modo, gli afasici, gli autistici, gli amnesici… e permane stabile in questi cervelli malfunzionanti per anni, per decenni, per vite intere. Un’anima dentro l’anima.
La musica, già, la musica. Anche laddove l’identità dell’individuo sembra ormai inevitabilmente compromessa, lei continua a vegetare. Lurka. E’ sempre lì, vicina all’Io, per quanto possa quest’Io essere ridotto male. Pronta a ridestarsi – ad esplodere – in qualsiasi momento, se l’input è quello giusto. Pronta a spingere verso l’esterno, verso la socialità, verso il mondo. Almeno fino all’ultimo accordo.
Quello di Sacks – al netto di qualche passaggio ridondante – è un libro davvero delizioso. Il mio solo rammarico è quello di non conoscere abbastanza musica classica e teoria musicale per poterne apprezzare appieno ogni singolo passaggio.
Di musica classica, anzi, non so davvero una ceppa. Anche per questo motivo, influenzato da Sacks, ieri a Firenze mi son comprato un doppio album contenente tutte le sonate e le partite per violino solo di Bach. Esecuzioni di Arthur Grumiax. Nei due cd è presente la celeberrima Ciaccona. Da anni avevo in testa il titolo di questo ‘brano’, pur senza averlo mai davvero ascoltato. Esso veniva infatti citato in continuazione in Canone Inverso, libro di Paolo Maurensig di cui ho un bel ricordo. Tutto questo per dire, va bene, che ho terminato Musicofilia in un vortice di violini.
Proseguendo sulla traiettoria sacksiano, mi son finito di vedere proprio ora il bellissimo Risvegli (Awakenings), tratto da uno dei vecchi libri di Sacks stesso. Il film (come il libro) narra una delle esperienze più forti vissute dal neurologo nella sua vita. Citando Wikipedia:
Il film racconta la storia vera di un dottore (Oliver Sacks, nella finzione Malcolm Sayer, interpretato da Williams) che, nel 1969, scopre l’effetto positivo di un nuovo farmaco, la L-DOPA, sulla scorta delle nuove evidenze che il farmaco stava allora acquisendo nella terapia del morbo di Parkinson. Egli somministra questa “medicina” ad un paziente affetto da catatonia. Questo stato rappresentava l’evoluzione finale dei danni cerebrali provocati, decenni prima, dall’encefalite letargica, una patologia dovuta a un virus non ancora identificato, che si manifestò come pandemia nell’arco di tempo 1917-1924. Il dottor Sayer osservò una somiglianza tra la condizione dei pazienti catatonici a cui somministrò la levo-dopa e l’amimìa e acinesìa tipiche dei pazienti parkinsoniani. Leonard Lowe (interpretato da De Niro) e il resto dei pazienti vengono risvegliati dopo aver vissuto per decenni in stato catatonico e si ritrovano a vivere una vita del tutto diversa dalla precedente.
Una pellicola appassionante, in cui tra l’altro emergono alcune delle idee e delle scoperte cui Sacks fa cenno in Musicofilia (ballo, ritmo, musica e ‘volontà esterne’ possono spingere i pazienti all’azione). Il momento del risveglio dei ‘catatonici’ è in particolare qualcosa di un’intensità folle. De Niro – malato con voglia di vita – lo rende ancora più splendente.
E poi, ancora, Robin Williams rappresenta Oliver Sacks proprio come me lo sono immaginato dai suoi scritti e dai video di YouTube in cui è presente. Schivo, timido, educato, solitario, solo. Un po’ ciò che si può evincere da quel poco che c’è qui.
Insensata storia di un cervello senza senso

Visto che si parlava di cervello: ecco un’idea strampalatissima buttata giù al volo.
In alcuni suoi libri Ramachandran racconta che, nei cervelli di soggetti con arti superiori amputati, le aree corticali preposte a ricevere gli stimoli dalle braccia e dalle mani qualche volta vengono invase dalle aree corticali adiacenti. Si è visto che le aree che si occupano di ricevere input tattili dal volto si trovano nel cervello contigue a quelle – enormi – che li ricevono dalla mano. Può succedere, quindi, che sfiorando la guancia sinistra di un soggetto che ha perduto la mano sinistra, egli si senta sfiorare la mano (qui la cosa viene spiegata bene). Quella mano che esiste solo per il cervello.
Da parte sua Oliver Sacks, in Musicofilia, sottolinea come la sordità possa in alcuni casi portare alle allucinazioni musicali (un fastidioso iPod che ti si accende in testa e comincia a tormentarti, a ossessionarti). Il neurologo spiega che in un soggetto sordo le aree del cervello addette a ricevere i dati dell’udito talvolta sanno come trovarsi una specie di lavoro alternativo. Piuttosto che stare con le mani in mano, creano melodie con cui tenersi occupate. O, altrimenti, le recuperano da un passato anche assai remoto. Gran parte di queste melodie, si badi bene, sembrano reali. Provenienti dall’esterno.
Succede per il tatto, quindi, per l’udito e per la vista (alcuni tipi di cecità portano ad allucinazioni, come nella Sindrome di Bonnet). Forse – posso immaginarlo – anche per il gusto e per l’olfatto. Se ne può dedurre qualcosa? Forse. A un profano come me sembra, per esempio, che esista una legge generale e che da tutti questi fenomeni emerga un concetto intuitivo e allo stesso tempo interessante: il cervello non sa rimanere inattivo.
La questione è semplice: se un’area cerebrale non riceve più gli stimoli necessari per il suo corretto funzionamento, in alcuni casi, pur di non rimanere inoperosa, se li inventa o li prende in prestito da aree prossime. E finisce per lavorare, così, su materale fittizio o distorto.
In altre parole, se la connessione tra il punto o l’organo che riceve lo stimolo e l’area che lo elabora viene recisa, la seconda rimane teoricamente isolata e – per non morire di noia – talvolta si costruisce un hobby. Le allucinazioni. Roba finta che viene creduta reale. Roba finta che non può essere distinta dal reale.
Questo mi ha fatto pensare ad un’altra cosa. Ne L’io della mente Dennett e Hofstadter presentano alcuni racconti (ne ricordo uno in particolare) che hanno come protagonisti dei… cervelli (vedere anche Putnam). Si tratta di esperimenti mentali in cui si immagina che un cervello isolato dal proprio corpo, magari immerso in una vasca piena di liquido fisiologico, possa avere delle esperienze (reali?) se fornito delle giuste ‘configurazioni’. Possa, insomma, anche non accorgersi di non avere un corpo e di non avere dei sensi. Possa per sempre ignorare di essere stato pateticamente messo a galleggiare dentro una vasca. Dal momento che le informazioni gli arrivano in maniera continuativa, per esso fila tutto liscio come l’olio. Esso vive.
Come si fa a ingannarlo? Per esempio: se so – perché l’ho scoperto – quale pattern neurale corrisponde alla sensazione di stupore, posso generare lo stupore in quel cervello attivando proprio quei neuroni specifici. E, stupefacente, quel cervello si stupirà. Lo stesso posso fare per la sensazione di ‘gelato al cioccolato’ (buonissimo!). O per la sensazione ‘goal di Krasic’ (evvai!). O per l’idea ‘posso chiuderla qui con gli esempi’.
Per carità, sono esperimenti mentali e vanno presi con tutte le molle possibili: ma teoricamente il ragionamento non sembra così sbagliato. Se ciò che penso è il risultato esclusivo di configurazioni neurali specifiche (come sembra essere), attivando tali configurazioni creo ciò che penso.
Sempre speculando e proseguendo con gli esperimenti mentali, basandomi su ciò che ho detto sopra, ci si potrebbe spingere ancora più in là. Si potrebbe arrivare, infatti, a fondere il cervello di Sacks-Ramachandran, allucinogeno, con quello illustrato da Dennett-Hofstadter, che si trova in una condizione di deprivazione sensoriale (evitata grazie al nutrimento informativo fatto pervenire dall’esterno del sistema).
Un passo ulteriore – folle – verso il controintuitivo.
Vediamo come. Il cervello di cui si parla nell’Io della mente è un cervello che dipende in larga misura dagli altri, dall’esterno, da ciò che si trova fuori dalla vasca. In primo luogo vi dipende per l’apporto di sangue: altrimenti si spegnerebbe biologicamente. In secondo luogo, si veda il disegno qui sopra, vi dipende per l’apporto di ‘esperienze’, o pattern neurali, quelle informazioni che lo fanno pensare e percepire anche se privo di un corpo (senza la fornitura di pattern il cervello morirebbe mentalmente – forse!).
Ora, sulla base delle idee e delle scoperte di Sacks e di Ramachandran (e di altri) si potrebbe immaginare un cervello che acquista ancora maggior indipendenza rispetto a quello appena descritto. Privato di qualsiasi strumento percettivo – senza corpo – ma anche di un’adeguata e continuativa fornitura di pattern neurali, in questa nuova visione sacksramachandrizzata il cervello galleggiante avrebbe infatti bisogno solo dell’apporto del sangue per ‘andare avanti’ e avere una sua ‘vita interna’. Saprebbe infatti come tenersi occupato in maniera autonoma, senza la necessità di sovvenzioni stimolo-informative provenienti dall’esterno.
“Dammi il sostentamento biologico quotidiano”, dice il cervello di Sacks-Ramachandran immerso nel liquido, “e per il resto io me la cavo benissimo anche da solo”.
Immaginiamolo, grigio e inerte, che galleggia all’interno di una vasca. Una scena desolante. Un cavo che arriva dal mondo fuori dal vetro lo rifornisce di sangue e lo mantiene vivo. Un altro cavo per la fuoriuscita del sangue stesso. Lui è lì, apparentemente tranquillo, malinconico, privo di qualsiasi dato proveniente dall’esterno. Visto da fuori, niente sembra turbarlo.
Ma, dentro, lui è un caos di allucinazioni. Dentro, lui vive in un mondo timothyleariano. Ha esperienze forse inimmaginabili.
Dentro, tutte quelle aree nate in origine per ricevere stimoli dall’esterno, adesso, in condizioni di povertà informativa, si tengono in attività creando e ricreando vortici di allucinazioni da release. Allucinazioni tattili (non ci sono braccia!), uditive e perché no musicali (non ci sono orecchie!) , visive (non ci sono occhi!) e magari anche relative al gusto e all’olfatto.
Quel cervello, se si trascura il bisogno di energia soddisfatto dal tubo, è autosufficiente. Basta a se stesso.
Provare anche solo a immaginare quale mondo possa percepire quell’ammasso gelatinoso di neuroni crea-allucinazioni è al tempo stesso inquietante e affascinante. E’ un mondo coerente? E’ un mondo credibile? Un mondo ritenuto reale? Quel cervello è triste e sconsolato come pensiamo possa essere a guardarlo da fuori? E’ paranoico? Immagina che possa esserci dell’altro, oltre la vita che sta percependo? E’ felice? E’ innamorato? Ha tasse da pagare, in quel mondo? Ha amici che arrivano in ritardo?
E soprattutto, la questione ultima: si fa domande su cervelli che galleggiano in una vasca, proprio come ora sta facendo il mio?
Un altro grandissimo: Oliver Sacks
E’ questa la gente che dovrebbe avere in mano le redini del mondo. Platone s’era sbagliato di poco.
(traduzione in italiano – anche se non proprio letterale)
Ah, e Musicofilia pare proprio roba di alto livello.
Music can lift us out of depression or move us to tears – it is a remedy, a tonic, orange juice for the ear. But for many of my neurological patients, music is even more – it can provide access, even when no medication can, to movement, to speech, to life. For them, music is not a luxury, but a necessity.
O. Sacks
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Quello di Oliver Sacks è uno dei classici della cosiddetta “neurologia romanzata”. Rispetto a certi libri affini – e più recenti – di Ramachandran (che personaggio!) m’è parso, a volte, addirittura più tecnico. Non me l’aspettavo, m’ero costruito un pregiudizio che andava in tutt’altra direzione.
Tuttavia, la formula utilizzata è sempre la stessa: presentare in forma di racconto, per quanto è possibile, i casi clinici più ano(r)mali che si incontrano facendo il neurologo di professione, e cercare di renderli comprensibili e appetibili per il grande pubblico. L’obiettivo è quello di divulgare alcune nozioni e un’idea del rapporto cervello/mente che solitamente sfuggono al senso comune. Tra formidabili idiot savant, tizi che hanno in testa un juke box che non si può spengere, gemelli ritardati che comunicano scambiandosi numeri primi a dieci cifre e bambini autistici con doti artistiche straordinarie, e altro ancora, c’è da rimanere più che sbalorditi.
In particolare Sacks si sofferma più di una volta sulla relazione tra cervello e musica (memorabile il caso del batterista con la sindrome di Tourette che, una volta guarito, non riesce più a suonare come prima), toccando un argomento che mi affascina parecchio. Sono tutte idee che, suppongo, avrà sviluppato ancora meglio nel suo successivo Musicophilia. Un libro che voglio leggere al più presto.
Questo è materiale che fa bene, come dissi qui a proposito dei libri di Ramachandran, e che rimette in discussione categorie che diamo per scontate come [sanità mentale] e [malattia mentale]. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello lo consiglierei davvero a tutti: amanti della musica, della psicologia, curiosi, poeti, artisti, scienziati, appassionati di materie scientifiche, etc etc.






Qualità
http://some1elsenotme.wordpress.com/2010/11/22/so-much-… So much style without substance So much stuff without style It’s hard to recognize the real thing It comes along once in a while Like a rare and precious metal Beneath a ton of rock It … (continua)
http://some1elsenotme.wordpress.com/2010/11/22/so-much-…
So much style without substance
So much stuff without style
It’s hard to recognize the real thing
It comes along once in a while
Like a rare and precious metal
Beneath a ton of rock
It takes some time and trouble
To separate from the stock
You sometimes have to listen to
A lot of useless talk
Shapes and forms
Against the norms
Against the run of the mill
Swimming against the stream
Life in two dimensions
Is a mass production scheme
(Rush, ‘Grand designs’)
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