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Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (eh, come no)

Nel suo celebre Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut a un certo punto sostiene che
Tutto quello che c’è da sapere sulla vita si poteva trovare nei Fratelli Karamazov.
Perentorio, schietto, inquietante. Ho letto il libro di Vonnegut ormai diversi anni fa, eppure a distanza di tempo questa frase buttata lì con nonchalance continua a tornarmi spesso in testa. Mistero irrisolto e, quindi, uggioso e affascinante. Più volte – specialmente dopo un paio di birre – mi son trovato in libreria a soppesare la mastodontica opera di Dostoevskij per chiedermi cosa ci fosse scritto di così fondamentale là dentro. Di così assoluto. Più volte sono stato tentato dall’acquisto e dalla lettura. A oggi, però, non mi sono ancora cimentato nell’impresa. E forse è più bello così. Che poi, oh, son più di mille pagine.
Pensavo a questa frase (ancora) proprio qualche minuto fa. Cosa non si fa pur di non lavorare. E mi son chiesto – è un gioco – cosa indicherei io, oggi, come simbolico contenitore di (non ridete) tutto ciò che c’è da sapere sulla vita. Quale libro, sì, ma anche quale film, quale disco, quale canzone. Qui sotto c’è la lista. Sono scelte un po’ scontate – soprattutto per chi segue il blog o per chi mi conosce – ma… che volete farci? Non ho avuto un granché di tempo per pensarci su, del resto.
Non si tratta dei lavori più belli, eh. Non dei lavori migliori, non necessariamente. Si tratta di, di, di… come si spiega una cosa del genere? Si tratta di cose che svelano meccanismi. Di cose che ti equipaggiano di know how. Di cose che suggeriscono vie di fuga.
Ribadisco che è solo una specie di passatempo da pausa-pranzo, niente di serio o serioso. Tanto per.
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Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL FILM
(il ridere)
Tutto sommato, la mia scelta non può che ricadere su Io e Annie di Woody Allen. Che forse è il film che ho visto di più in assoluto. Ho naturalmente pensato a diverse altre pellicole, anche dello stesso Allen (o Il posto delle fragole, o American Beauty, o Citizen Kane, o Fantozzi, o…), ma credo che questo capolavoro scavi davvero in profondità e vada a toccare questioni filosofiche interessanti con una leggerezza, un umorismo e una verve che sono propri solo dei grandissimi. E mi fa sorridere e/o ridere dal primo all’ultimo minuto. Mi piace confessare (ragazzi, quanto sono open-minded) che fino a qualche anno fa letteralmente schifavo i lavori del regista americano, che con troppa superficialità ritenevo pretenziosa roba da intellettualoidi. Poi, si capisce, ho cambiato idea.
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Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL LIBRO
(il materialismo & la ragione)
Anche qui me ne vengono a mente a decinaia, pure tra il materiale più impensabile (che so, It di King, Il giovane Holden, Cent’anni di solitudine, Guida alle birre del mondo, etc). Però devo dire – ma va? – che Anelli nell’io di Hofstadter mi ha davvero scombussolato, per il suo essere lieve, anche divertente, ma allo stesso tempo così categorico e omnicomprensivo. Questa roba ti modella il modo di pensare. Non c’è un senso, no, non c’è un cazzo/diamine di significato in nulla. E lui sa dirlo meravigliosamente, con classe e tanto tanto tatto.
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Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL DISCO
(io & gli altri)
Scontatissimo. Promised Land dei Queensryche, ovviamente. Non aggiungo altro. Chi volesse approfondire… be’, si diverta. Auguri. Auguri vivissimi.
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Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – LA CANZONE
(la passione)
Tutti si aspettano che peschi da Promised Land e, invece, al momento andrei dritto dritto su Beyond the Pale dei Pain of Salvation, pezzo conclusivo del sanguigno Remedy Lane. Wonderfully physical. Doloroso sì, ma anche deliziosamente ironico (in the morning she’s going away, in a Budapest taxi I paid). Non smetterei mai di sentirlo.
I’m far from sober, and she’s far from sane
Dopo il nuovo ottimo Mastodon, ecco arrivare fresco fresco Road Salt II dei Pain of Salvation. Per la gioia di grandi e piccini.
E’ un gran bel disco. Da qualche parte ho letto che mentre il primo capitolo, uscito un paio di anni fa e da me apprezzato con colpevole ritardo, poteva essere considerato un disco basato sulla voce – la straordinaria, eclettica ed emozionante voce di Daniel Gildenlow -, questo è invece molto più band-oriented. E’ una definizione che tutto sommato ci sta. I suoni e la voglia di seventies e Zeppelin si ritrovano più o meno presenti anche qui, ma a fare la differenza – in meglio – sembra sia proprio il maggior coinvolgimento dei musicisti. Un pianoforte ispirato qua e là, il pulsare liquido del basso fretless, una batteria possente sui pezzi di impronta rock-blues ma anche estremamente snella quando si tratta di colorare atmosfere più jazzate o progressive. Vivacità ritmica. Amore per la variazione. Sottile fascinazione per il tempo dispari. Per tutti questi motivi Road Salt II appare più dinamico e vario del suo predecessore. Ma anche, diciamolo, plasmato da un songwriting migliore.
A ben vedere, infatti, canzoni come la cinematografica To the shoreline, come Healing Now (che fa molto Zeppelin IV), come The deeper cut o come l’eterea Through the distance raggiungono vette di forte intensità, in un modo in cui su Salt I facevano solo Sisters e poche altre. Per non parlare di gemme come la nostalgica 1979 o l’angosciata Mortar Grind. Mi sento di dire che tutto questo è materiale che potrebbe piacere anche ai vecchi fan dei Pain of Salvation. Quelli delusi dall’essenzialità improvvisa del fragoroso Scarsick e, soprattutto, da Road Salt I. Forse questo disco ha qualcosa – ma solo qualcosa – anche per loro.
Ciò nonostante, rimangono davvero pochi i punti di contatto con la precedente vita artistica degli svedesi. Rovistando bene, ma bene, si può ritrovare qui quella passione che aveva reso già One Hour by the Concrete Lake - disco al momento lontanissimo – all’epoca così popolare e speciale. Parlo di quella passione (sesso, sangue, violenza, traumi infantili, dolore e voglia di trascinarsi avanti nonostante tutto) che è il vero marchio di fabbrica di una band che ha comunque, inevitabilmente, cambiato pelle. Inutile girarci intorno, inutile raccontarsi frottole. Adesso è pratica, solida, più grezza, a tratti meravigliosamente vintage. Personalmente, si sarà capito, ne sono contentissimo. Adesso voglio sentire questa musica.
E proprio adesso, per esempio, voglio risentire la sontuosa The Physics of Gridlock. Sunto di classe come pochi.
Quel ritornello, dio. Quel ritornello è i Pain of Salvation. Ancora oggi. Nonostante tutto.
Focus on the wine
Periodo di improvvisa rivalutazione per l’ultimo dei Pain of Salvation, Road Salt Part I, sterzata para-zeppeliniana che all’epoca mi spiazzò decisamente. In un primo momento ero riuscito ad apprezzare solo una manciata di brani. Adesso scorgo il disegno complessivo e aspetto a gloria l’uscita della seconda parte (26 settembre).
Sisters, forse l’ho già detto, è uno di pezzi che ti strappano la pelle dalle ossa:
Venti canzoni

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:
Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?
Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.
Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:
- Queensryche: I am I/Someone Else?
Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui.
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“It” is my move, my every look
interpreting gestures,informing other
what’s undercover and lurking beneath my mask
of this year’s featured model
Is this too much?
Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
(I am I)
- Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
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Now I just act like I don’t remember
Mary acts like she don’t care
But I remember us riding in my brother’s car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I’d lie awake
And pull her close just to feel each breath she’d take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse
(The River)
- Nevermore: The Learning/We Disintegrate
La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
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I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
Could the computer be internally conscious?
To emulate flesh machines I am learning
(The Learning)
- SOAD: Chop Suey/Sad statue
Chop Suey E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
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Trust in my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
In my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
(Chop Suey)
- Sting: Message in a Bottle/Mad about You
Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
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Walked out this morning
Don’t believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I’m not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home
(Message in a Bottle)
- Dredg: Sanzen/Bug Eyes
I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
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These papers are stuck in this book
Until they’re torn out and pasted
To the inside of my memory
Where I can later look and see them in a new gallery
Where they can later be viewed and appreciated
(Sanzen)
- Rush: Red barchetta/Bravado
I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
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Wind in my hair
Shifting and drifting
Mechanical music
Adrenaline surge
(Red Barchetta)
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If the moment of glory
Is over before it’s begun
If the dream is won -
Though everything is lost
We will pay the price,
But we will not count the cost
(Bravado)
- Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
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With calculated candor you play the part
Of a trusted confidant
Moving closer for a better view
Looking for more than eyes can see
(Don’t Follow Me)
- Tori Amos: Spark/Northern lad
Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
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She’s convinced she could hold back a glacier
But she couldn’t keep Baby alive
Doubting if there’s a woman in there somewhere
Here
(Spark)
- Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
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This is not who i wanted to be
this is not what i wanted to see
She’s so young so why don’t i feel free
now that she is here under me?
(Beyond the Pale)
- Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
Edge of thorns (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
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I have seen you on the edge of dawn
Felt you there before you were born
Balanced your dreams upon the edge of thorns
But I don’t think about you anymore
(Edge of Thorns)
- The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
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And blue is representing
The draft in my heart
I’m wandering through thin skies
And the transparent air I’ve missed
(The May Song)
- Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
Disarm è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
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Disarm you with a smile
Cut you like you want me too
Cut that little child
Inside of me and such a part of you
(Disarm)
- Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
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And now my bitter hands cradle broken glass
Of what was everything?
All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
(Black)
- Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
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Can you feel rejection
And a lack of motivation
And the joy you need restricted and delayed
(Forever Failure)
- Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
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I will run to the hills where you hide
Seeking vengeance for all of my kind
(Victory is Mine)
- Radiohead: The Bends/ Black Star
Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
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Where do we go from here?
The planet is a gunboat in a sea of fear
And where are you?
They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
To blow me away, to blow me sky high
(The Bends)
- Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
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Gravity keeps my head down
Or is it maybe shame
At being so young
And being so vain.
Holes in your head today
But I’m a pacifist
I’ve walked las ramblas
But not with real intent
(If you tolerate this…)
- Anathema: Are you there? /Temporary Peace
Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
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Are you there?
is it wonderful to know
all the ghosts…
all the ghosts…
freak my selfish out
my mind is happy
need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
(Are you there?)
- Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
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I saw his ending
long before it started
I knew his name
he’s the one who took the sword
out of the stone
it’s how that ancient tale began
I hear it in the cold winds
My song of the end
I had seen it in my dreams
my song of the end
I can’t stop the darkening clouds
(A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important Well mister they vanished right into the air Now I just act like I don't remember Mary acts like she don't care But I remember us riding in my brother's car Her body tan and wet down at the reservoir At night on them banks I'd lie awake And pull her close just to feel each breath she'd take Now those memories come back to haunt me They haunt me like a curse
Road Salt (part 1): why worry about emotional scars?
Una volta superata una prima fase di scetticismo, posso sbilanciarmi (un po’) e dire che il nuovo Pain of Salvation non è, alla resa dei conti, male. La sterzata, già anticipata dalla manciata di canzoni presenti nell’EP autunnale, verso sonorità seventies può in un primo momento risultare eccessiva e forzata. I primi ascolti possono far pensare a un disco “troppo grezzo” per i loro standard, blues, sempliciotto e banale. Col tempo si finisce invece per capire che il lavoro non è poi così minimalista e lineare, anzi. Un po’ sorprendentemente si scopre che le canzoni hanno un certo spessore e che, nei loro angoli più bui, celano insperati sprazzi di classe painofsalvationiana. Come diceva lo storico dell’arte Giovanni Morelli, la personalità dell’artista emerge dai dettagli. Ciò vale anche in questa occasione.
Rispetto al disco precedente, l’aggressivo Scarsick, Road Salt abbandona ogni deriva metallica per scegliere la via di un rock antico e sanguigno, velato di blues nelle parti più semplici e di vecchio progressive in quelle più drammatiche (Sisters, Where it hurts), arricchendo i brani di improvvisi preziosismi tecnici, come nel valzer morboso e decostruito di Sleeping Under the Stars (che potrebbe benissimo esser fischiettata da uno dei diavoli di Bulgakov) o nel tira-e-molla schizofrenico di Curiosity.
Road salt è passionale, sensuale e sessuale (negli espliciti testi), contiene qualche passaggio superfluo (Tell me you don’t know e, forse, Of Dust) e un paio di splendide ballad: la già citata Sisters, che sfrutta vecchi trucchi per creare un’atmosfera sofferta, e la delicata ninna-nanna pop di Road Salt, cantate da un Gildenlow sempre più maturo e versatile. Nel mucchio si segnalano inoltre la buonissima Linoleum, solido pezzo rock zeppeliniano, e la lunatica Darkness of mine, che sembra a tratti scherzare con le aspettative dell’ascoltatore. Che poi è l’atteggiamento del disco nel suo complesso, a ben vedere. Non il loro miglior lavoro, ma neanche la delusione cui accennano molti.
Intermezzo musicale: il ritorno di alcuni grandi
Escono in questi giorni i nuovi dischi di tre dei miei gruppi preferiti. Ho cominciato ad ascoltarli, riavvicinandomi alla musica dopo un periodo di non meditato distacco, così posso fare tre commenti iniziali e brevissimi.
Nevermore – The obsidian conspiracy. Solido e solito lavoro dei Nevermore, che ripescano a tratti le influenze di classico heavy-metal degli esordi. Meno paranoia e meno psichedelia rispetto a Enemies of reality, più melodia negli assoli e voce maggiormente in primo piano. Pur non portando niente di nuovo, sembra molto buono.
Anathema – We’re here because we’re here. Queste canzoni sfociano in un disco (finalmente) dopo sette anni. Prosegue la rincorsa pop degli Anathema, che sterzano ancor di più verso sonorità solari, spensierate, quasi new age. Date la premesse, dovrebbe far schifo. Eppure no, non è così. Là sotto si percepisce che la classe non è svanita. Discreto.
Pain of Salvation – Road Salt Part 1: ascoltato pochissimo. Svolta zeppeliniana assai improvvisa per il gruppo svedese. L’impressione iniziale è che tale cambiamento sia troppo marcato (forzato) per accontentare appieno gli ascoltatori. I pezzi d’atmosfera sembrano ottimi, il resto è da valutarsi.
Song for the innocent
Volevo scrivere un post sull’insensatezza della parola “auguri” (che, oh, non riesce ad uscirmi dalla bocca, un po come Fonzie non riusciva a dire “ho sbagliato”), ma me lo risparmio e cedo al mieloso e gay in perfetto stile natalizio. L’ascolto in loop della mattinata è infatti “Song for the innocent“, un po’ la “Imagine” (ed è tutto dire) dei Pain of Salvation, una ballad in delizioso tempo dispari tratta dall’album “Perfect element“. Notevole l’assolo finale, palese citazione allo stile di Gilmour periodo “The wall”.(Acquisti di ieri: dvd di “Blade runner” (final cut), “I 7 samurai” di Kurosawa e “Solaris” di Tarkovskij)
Perché sperare nel futuro?



