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Flesh and the power it holds
E fu così che l’avventura universitaria cominciò davvero. Primo libro con cui mi cimento (ovviamente assai in ritardo rispetto alla più scellerata delle tabelle di marcia), Principi di neuroscienze, curato da Eric Richard Kandel. Un mattone di 1400 pagine che dovrebbe rappresentare (e credo effettivamente rappresenti) una più che esaustiva introduzione agli studi sul cervello e su come la materia biologica possa dar vita al comportamento e alla vita mentale. In fin dei conti, questa è la roba che volevo studiare. Il difficile sarà, d’ora in poi, riuscire a trovare il tempo per farlo.
Nell’introduzione del libro si trova un pensiero che viene attribuito a Ippocrate (V secolo a. C.). Lo trovo di una lucidità disarmante. Qualcuno, 2500 anni fa, era già sulla strada giusta.
E’ bene che gli uomini sappiano che i piaceri e le gioie, le risa e gli scherzi così come le sofferenze e i dolori, le pene e le lacrime prendono origine dal cervello e solo dal cervello. In particolare, è solo attraverso il cervello che noi pensiamo, vediamo e sentiamo, distinguiamo il bello dal brutto, il cattivo dal buono, il piacevole dallo spiacevole… E’ il cervello che ci rende folli o deliranti, che ci ispira terrori e paure, che, sia giorno o notte, ci porta il sonno, ci fa compiere errori sconsiderati, ci rende ansiosi senza scopo, ci rende inconsapevoli, ci fa compiere atti inopportuni [...].
Allucinazioni, un’ottima metafora

Salvador Dalì, Allucinazione Parziale (1931)
Imagine a man standing at a closed glass window opposite his fireplace, looking out at his garden in the sunset. He is so absorbed by the view of the outside world that he fails to visualize the interior of the room at all. As it becomes darker outside, however, images of the objects in the room behind him can be seen reflected dimly in the window glass. For a time he may see either the garden (if he gazes into the distance) or the reflection of the room’s interior (if he focuses on the glass a few inches from his face). Night falls, but still the fire burns brightly in the fireplace and illuminates the room. The watcher now sees in the glass a vivid reflection of the interior of the room behind him, which appears to be outside the window. This illusion becomes dimmer as the fire dies down, and, finally, when it is dark both outside and within, nothing more is seen. If the fire flares up from time to time, the visions in the glass reappear.
In an analogous way, hallucinatory experiences such those of normal dreams occur when the “daylight” (sensory input) is reduced while the “interior illumination” (general level of brain arousal) remains “bright”, and images originating within the “rooms” of our brains may be perceived (hallucinated) as though they came from outside the “windows” of our senses.
Jouis J. West, citato da Carl Sagan in The demon-haunted world
(mi ha fatto venire a mente questo mio sproloquio)
Pattern seeking, ovvero perché quella chiazza di sugo sulla tovaglia non è il volto della Vergine Maria
Due cose divertenti sul pattern seeking (una nota fallacia cognitiva), incontrate in questi giorni:
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L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Quello di Oliver Sacks è uno dei classici della cosiddetta “neurologia romanzata”. Rispetto a certi libri affini – e più recenti – di Ramachandran (che personaggio!) m’è parso, a volte, addirittura più tecnico. Non me l’aspettavo, m’ero costruito un pregiudizio che andava in tutt’altra direzione.
Tuttavia, la formula utilizzata è sempre la stessa: presentare in forma di racconto, per quanto è possibile, i casi clinici più ano(r)mali che si incontrano facendo il neurologo di professione, e cercare di renderli comprensibili e appetibili per il grande pubblico. L’obiettivo è quello di divulgare alcune nozioni e un’idea del rapporto cervello/mente che solitamente sfuggono al senso comune. Tra formidabili idiot savant, tizi che hanno in testa un juke box che non si può spengere, gemelli ritardati che comunicano scambiandosi numeri primi a dieci cifre e bambini autistici con doti artistiche straordinarie, e altro ancora, c’è da rimanere più che sbalorditi.
In particolare Sacks si sofferma più di una volta sulla relazione tra cervello e musica (memorabile il caso del batterista con la sindrome di Tourette che, una volta guarito, non riesce più a suonare come prima), toccando un argomento che mi affascina parecchio. Sono tutte idee che, suppongo, avrà sviluppato ancora meglio nel suo successivo Musicophilia. Un libro che voglio leggere al più presto.
Questo è materiale che fa bene, come dissi qui a proposito dei libri di Ramachandran, e che rimette in discussione categorie che diamo per scontate come [sanità mentale] e [malattia mentale]. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello lo consiglierei davvero a tutti: amanti della musica, della psicologia, curiosi, poeti, artisti, scienziati, appassionati di materie scientifiche, etc etc.
La neurologia omaggia (inaspettatamente) Freud

Quando, cinque anni fa, iniziai la mia ricerca, non provavo il benché minimo interesse per Sigmund Freud (il quale avrebbe potuto obiettare che ero affetto dalla sindrome della negazione). Come la maggior parte dei neurologi, nutrivo estremo scetticismo verso le sue teorie. L’intera comunità dei neuroscienziati le considera con grande diffidenza, perché Freud, analizzando aspetti elusivi della natura umana, ha fatto osservazioni che suonano vere, ma che non si possono verificare sperimentalmente. Quando però cominciai a lavorare con gli anosognosici, non tardai a capire che, pur avendo scritto un mucchio di sciocchezze, il fondatore della psicoanalisi era stato senza dubbio un genio e lo era ancor più se si considera il clima sociale e intellettuale della Vienna d’inizio secolo. Fu uno dei primi a notare che la natura umana poteva essere oggetto di un’analisi scientifica sistematica e ad affermare che lo psicologo poteva cercare le leggi della vita mentale allo stesso modo in cui il cardiologo studiava il cuore o l’astronomo il movimento dei pianeti. Adesso diamo tutto per scontato, ma all’epoca la sua intuizione fu rivoluzionaria. Non c’è da stupirsi che ne ottenne immensa fama.
Il suo contributo più prezioso consistette nello scoprire che la mente conscia è solo una facciata e che noi siamo completamente inconsapevoli del novanta per cento di ciò che accade nel cervello. [...] a Freud va attribuito il merito di aver sottolineato quale ruolo cruciale abbiano le difese psicologiche nell’aiutarci a organizzare la nostra vita mentale. Purtroppo per spiegare i meccanismi di difesa egli elaborò modelli teorici nebulosi e non verificabili. Fece eccessivo ricorso ad una terminologia oscura e mostrò una vera e propria ossessione per il sesso nelle sue interpretazioni della condizione umana [...].
Ma negli anosognosici vediamo i meccanismi di difesa evolversi davanti ai nostri occhi e li possiamo cogliere, per così dire, in in flagrante delicto. Oggigiorno disprezzare Freud è un diffuso sport intellettuale. [...]. Ma [...] il padre della psicoanalisi ebbe alcune geniali intuizioni sulla natura umana e centrò il bersaglio in materia di difese psicologiche [...].
Vilayanur S. Ramachandran, La donna che morì dal ridere


