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I neuroni specchio spiegati da Ramachandran
In questo video VS Ramachandran (ho parlato di lui qui e altrove nel blog) sottolinea l’importanza della scoperta dei neuroni specchio (i Gandhi’s neurons), non trascurando ciò che essi implicano dal punto di vista filosofico. Breve, schietto, chiaro e – perché no – sufficientemente visionario:
(qui la trascrizione)
Un anno da lettore (2010)
Come l’anno scorso, faccio il punto della situazione per quanto riguarda le letture del 2010. Mi volto indietro e osservo ciò che mi ha colpito, ciò che mi ha deluso e ciò che, invece, è scivolato via senza lasciare alcun tipo di significativo strascico. Un resoconto, questo, che posso fare grazie soprattutto ad Anobii. Il sito mi permette di tener traccia delle letture effettuate (infatti ho fatto taglia&incolla da lì).
Al di là di tutto, credo sia interessante la sequenza delle letture. Talvolta – non sempre – c’è un certo significato, un silenzioso concatenarsi di cause ed effetti, nel passaggio da un libro a quello successivo. L’ordine della seguente lista, che più o meno comprende tutti i titoli che ho letto durante il 2010, è cronologico. Si parte con le opere affrontate i primi giorni dello scorso gennaio e si finisce con quelle terminate in questi ultimi giorni.
On Writing: Autobiografia di un mestiere, di Stephen King (riletto forse per la terza volta)
Torno a prenderti, di Stephen King
La scimmia nuda: Studio zoologico sull’animale uomo, di Desmond Morris (ne ho parlato qui)
Fiesta, di Ernest Hemingway
Carrie, di Stephen King
Supernove. Poesie dal 2003 al 2009 , di Diego Rossi
Breve storia di (quasi) tutto, di Bill Bryson (ne ho parlato qui)
Le origini dell’universo, di John D. Barrow (ne ho parlato qui)
Ma io, chi sono?: (Ed eventualmente, quanti sono?). Un viaggio filosofico, di Richard D. Precht
Piccola scuola del pensiero filosofico, di Karl Jaspers
Filosofi e filosofie nella storia. Volume terzo – ottocento e novecento, di Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero
Anelli nell’io: Che cosa c’è al cuore della coscienza?, di Douglas R. Hofstadter (letto un paio di volte, ne ho soprattutto parlato qui)
Ballando nudi nel campo della mente: Le idee (e le avventure) del più eccentrico tra gli scienziati moderni, di Kary Mullis (ne ho parlato qui)
Storia dell’intelligenza artificiale: La battaglia per la conquista della scienza del XXI secolo, di Sam Williams (ne ho parlato qui)
L’impatto della scienza sulla società: Edizione integrale, di Bertrand Russell (ne ho parlato qui)
Il cervello nelle mani: La neurobiologia dalla cellula al robot, di Angeletti Sergio (ne ho parlato qui)
Storia della filosofia della scienza: Da Platone a Popper e oltre, di David Oldroyd (ne ho parlato qui)
L’uomo senza frontiere, di Jeremy Bernstein (ne ho parlato qui)
Guerra eterna, di Joe W. Haldeman (ne ho parlato qui)
Il pollice del panda: Riflessioni sulla storia naturale, di Stephen Jay Gould
Perché il sesso è divertente?: Per capire come siamo fatti, di Jared Diamond
Chi siamo: La storia della diversità umana, di Francesco Cavalli-Sforza, Luigi Luca Cavalli-Sforza (ne ho parlato qui)
Coscienza: Che cosa è, di Daniel C. Dennett (ne ho parlato qui)
Che cosa sappiamo della mente, di Vilayanur S. Ramachandran
I segreti di Parigi: Storie, luoghi e personaggi di una capitale, di Corrado Augias
Misery, di Stephen King
The Road, di Cormac McCarthy (ne ho parlato qui)
La donna che morì dal ridere: e altre storie incredibili sui misteri della mente umana, di Vilayanur S. Ramachandran, Sandra Blakeslee (ne ho parlato qui)
Mussolini, di Paolo Alatri (ne ho parlato qui)
Più che umano, di Theodore Sturgeon (ne ho parlato qui)
La scuola delle scimmie: Come ho insegnato a parlare a Washoe, di Roger Fouts, Stephen Tukel Mills (ne ho parlato qui)
Conoscerete la nostra velocità, di Dave Eggers (riletto)
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di Oliver Sacks (ne ho parlato qui)
Taccuino di un vecchio sporcaccione, di Charles Bukowski
L’origine dell’uomo, di Charles Darwin
Il cosmo e il Buondio: Dialogo su astronomia, evoluzione e mito, di Andrea Frova (ne ho parlato qui)
I giocatori di Titano, di Philip K. Dick
Il mondo come io lo vedo, di Albert Einstein
La mente e le menti, di Daniel C. Dennett (ne ho parlato qui)
The Greatest Show on Earth: The Evidence for Evolution, di Richard Dawkins (ne ho parlato qui)
Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert Pirsig (ne ho parlato qui)
Il caso Galileo, di Annibale Fantoli
Musicofilia, di Oliver Sacks (ne ho parlato qui)
Finzioni: (1935-1944), di Jorge Luis Borges
Le tre stimmate di Palmer Eldritch, di P. K. Dick (riletto per le terza volta)
A livello di letture, son stati dodici mesi fantastici. Non potrebbe essere definito altrimenti l’anno in cui hai incontrato per la prima volta i testi di scrittori e personalità geniali del calibro di Borges, Dennett, Ramachandran, Sacks, Einstein, Darwin, McCarthy, Barrow, Jaspers, Sagan, Bryson e Cavalli-Sforza (…).
Non è semplice fare una sintesi. I libri che mi hanno smosso di più sono senza dubbio Anelli nell’io di Hofstadter, che ho qui citato fino alla nausea, e La scuola delle scimmie di Fouts. Si tratta di opere che se da una parte spingono a speculazioni di folle profondità, dall’altra cercano – e trovano – il coinvolgimento emotivo del lettore. C’è un me precedente ad Anelli nell’io e poi c’è il me di oggi, quello che è passato attraverso quelle pagine, il me che ha introiettato quella rudimentale versione dell’anello di Hofstadter. E c’è un me più povero morto cinque o sei mesi fa, un me che ancora non aveva fatto la conoscenza della scimpanzé Washoe.
Mi sono fatto inoltre un’idea un po’ più precisa del modo in cui funziona il cervello umano, grazie ai racconti dei casi clinici affrontati dai neurologi Ramachandran e Sacks. I due lavori di Dennett che ho letto talvolta partono proprio dalle anomalie cerebrali per filosofare – fino ad altissimi livelli di complessità – su quell’entità illusoria che chiamiamo ‘coscienza’.
A tal proposito, nei mesi passati ho inoltre ripreso in mano un po’ di quella filosofia che avevo affrontato (male, anche per colpa mia) al liceo. Ho letto numerosi testi interessanti sulle relazioni tra scienza e filosofia e sull’epistemologia: tra tutti consiglio il bellissimo lavoro di Oldroyd, piacevole ed esaustivo racconto sulle possibilità della conoscenza umana.
Un ruolo importante è stato quest’anno svolto dagli audiolibri. Ho ascoltato alcuni libri ma, soprattutto, molte conferenze o podcast di trasmissioni radiofoniche. Sugli argomenti più disparati: da Newton a Einstein, da Galileo a Kant, da Darwin a Popper… e così via. Tra gli audiolibri ascoltati ci sono Il matematico impertinente di Piergiorgio Odifreddi, Elbow Room di Daniel Dennett e Pale Blue Dot di Carl Sagan. Di Odifreddi ho ascoltato anche alcune trasmissioni radiofoniche (spesso tratte dalla fortunata rubrica Alle 8 della sera) come Vite da logico e (lo sto finendo in questi giorni) Chi ha ucciso Fermat?, assieme a diverse sue conferenze su vari autori o scienziati. Nel mucchio ricordo Einstein, Galileo, Darwin, Russell, Turing, Godel… ma anche Sartre, Dante e Nabokov. Credo che Odifreddi sia un bravo divulgatore: al momento lo ringrazio specialmente per avermi spinto a provare Borges – Finzioni è una delle cose più geniali che abbia mai letto. Molto interessanti, ancora, le tante lezioni che il filosofo Giulio Giorello ha tenuto sulla biografia e sulle idee di Einstein (Enstein, il Socrate della Fisica), tutta roba che ho recuperato in mp3 e che ho ascoltato correndo in mezzo ai boschi.
Ma il materiale fruito tramite orecchie e auricolari è stato davvero tanto: non riuscirei mai a citare – a mente – ogni singolo brano o autore. Ahimé, non ci sono Anobii specializzati in audiolibri.
A livello di narrativa mi accorgo di aver letto poco, pochissimo. Talvolta ho preferito andarmi a riprendere libri che m’erano piaciuti in passato, come i lavori di Dick o Eggers. Tra le cose affrontate per la prima volta, direi che The Road di McCarthy è stato il romanzo più avvincente che ho incontrato. Un classico moderno, ma per davvero.
Per quest’anno, anche per quest’anno, è tutto. Attraverso il passaggio dal 2010 al 2011 con Cosmos di Carl Sagan, iniziato giusto qualche giorno fa. Uno dei fatti più ganzi del 2010 è proprio questo: ho smesso di preoccuparmi e ho, finalmente, cominciato ad amare la lettura in lingua originale (inglese). Il che, inutile dirlo, è motivo di grossa soddisfazione.
Insensata storia di un cervello senza senso

Visto che si parlava di cervello: ecco un’idea strampalatissima buttata giù al volo.
In alcuni suoi libri Ramachandran racconta che, nei cervelli di soggetti con arti superiori amputati, le aree corticali preposte a ricevere gli stimoli dalle braccia e dalle mani qualche volta vengono invase dalle aree corticali adiacenti. Si è visto che le aree che si occupano di ricevere input tattili dal volto si trovano nel cervello contigue a quelle – enormi – che li ricevono dalla mano. Può succedere, quindi, che sfiorando la guancia sinistra di un soggetto che ha perduto la mano sinistra, egli si senta sfiorare la mano (qui la cosa viene spiegata bene). Quella mano che esiste solo per il cervello.
Da parte sua Oliver Sacks, in Musicofilia, sottolinea come la sordità possa in alcuni casi portare alle allucinazioni musicali (un fastidioso iPod che ti si accende in testa e comincia a tormentarti, a ossessionarti). Il neurologo spiega che in un soggetto sordo le aree del cervello addette a ricevere i dati dell’udito talvolta sanno come trovarsi una specie di lavoro alternativo. Piuttosto che stare con le mani in mano, creano melodie con cui tenersi occupate. O, altrimenti, le recuperano da un passato anche assai remoto. Gran parte di queste melodie, si badi bene, sembrano reali. Provenienti dall’esterno.
Succede per il tatto, quindi, per l’udito e per la vista (alcuni tipi di cecità portano ad allucinazioni, come nella Sindrome di Bonnet). Forse – posso immaginarlo – anche per il gusto e per l’olfatto. Se ne può dedurre qualcosa? Forse. A un profano come me sembra, per esempio, che esista una legge generale e che da tutti questi fenomeni emerga un concetto intuitivo e allo stesso tempo interessante: il cervello non sa rimanere inattivo.
La questione è semplice: se un’area cerebrale non riceve più gli stimoli necessari per il suo corretto funzionamento, in alcuni casi, pur di non rimanere inoperosa, se li inventa o li prende in prestito da aree prossime. E finisce per lavorare, così, su materale fittizio o distorto.
In altre parole, se la connessione tra il punto o l’organo che riceve lo stimolo e l’area che lo elabora viene recisa, la seconda rimane teoricamente isolata e – per non morire di noia – talvolta si costruisce un hobby. Le allucinazioni. Roba finta che viene creduta reale. Roba finta che non può essere distinta dal reale.
Questo mi ha fatto pensare ad un’altra cosa. Ne L’io della mente Dennett e Hofstadter presentano alcuni racconti (ne ricordo uno in particolare) che hanno come protagonisti dei… cervelli (vedere anche Putnam). Si tratta di esperimenti mentali in cui si immagina che un cervello isolato dal proprio corpo, magari immerso in una vasca piena di liquido fisiologico, possa avere delle esperienze (reali?) se fornito delle giuste ‘configurazioni’. Possa, insomma, anche non accorgersi di non avere un corpo e di non avere dei sensi. Possa per sempre ignorare di essere stato pateticamente messo a galleggiare dentro una vasca. Dal momento che le informazioni gli arrivano in maniera continuativa, per esso fila tutto liscio come l’olio. Esso vive.
Come si fa a ingannarlo? Per esempio: se so – perché l’ho scoperto – quale pattern neurale corrisponde alla sensazione di stupore, posso generare lo stupore in quel cervello attivando proprio quei neuroni specifici. E, stupefacente, quel cervello si stupirà. Lo stesso posso fare per la sensazione di ‘gelato al cioccolato’ (buonissimo!). O per la sensazione ‘goal di Krasic’ (evvai!). O per l’idea ‘posso chiuderla qui con gli esempi’.
Per carità, sono esperimenti mentali e vanno presi con tutte le molle possibili: ma teoricamente il ragionamento non sembra così sbagliato. Se ciò che penso è il risultato esclusivo di configurazioni neurali specifiche (come sembra essere), attivando tali configurazioni creo ciò che penso.
Sempre speculando e proseguendo con gli esperimenti mentali, basandomi su ciò che ho detto sopra, ci si potrebbe spingere ancora più in là. Si potrebbe arrivare, infatti, a fondere il cervello di Sacks-Ramachandran, allucinogeno, con quello illustrato da Dennett-Hofstadter, che si trova in una condizione di deprivazione sensoriale (evitata grazie al nutrimento informativo fatto pervenire dall’esterno del sistema).
Un passo ulteriore – folle – verso il controintuitivo.
Vediamo come. Il cervello di cui si parla nell’Io della mente è un cervello che dipende in larga misura dagli altri, dall’esterno, da ciò che si trova fuori dalla vasca. In primo luogo vi dipende per l’apporto di sangue: altrimenti si spegnerebbe biologicamente. In secondo luogo, si veda il disegno qui sopra, vi dipende per l’apporto di ‘esperienze’, o pattern neurali, quelle informazioni che lo fanno pensare e percepire anche se privo di un corpo (senza la fornitura di pattern il cervello morirebbe mentalmente – forse!).
Ora, sulla base delle idee e delle scoperte di Sacks e di Ramachandran (e di altri) si potrebbe immaginare un cervello che acquista ancora maggior indipendenza rispetto a quello appena descritto. Privato di qualsiasi strumento percettivo – senza corpo – ma anche di un’adeguata e continuativa fornitura di pattern neurali, in questa nuova visione sacksramachandrizzata il cervello galleggiante avrebbe infatti bisogno solo dell’apporto del sangue per ‘andare avanti’ e avere una sua ‘vita interna’. Saprebbe infatti come tenersi occupato in maniera autonoma, senza la necessità di sovvenzioni stimolo-informative provenienti dall’esterno.
“Dammi il sostentamento biologico quotidiano”, dice il cervello di Sacks-Ramachandran immerso nel liquido, “e per il resto io me la cavo benissimo anche da solo”.
Immaginiamolo, grigio e inerte, che galleggia all’interno di una vasca. Una scena desolante. Un cavo che arriva dal mondo fuori dal vetro lo rifornisce di sangue e lo mantiene vivo. Un altro cavo per la fuoriuscita del sangue stesso. Lui è lì, apparentemente tranquillo, malinconico, privo di qualsiasi dato proveniente dall’esterno. Visto da fuori, niente sembra turbarlo.
Ma, dentro, lui è un caos di allucinazioni. Dentro, lui vive in un mondo timothyleariano. Ha esperienze forse inimmaginabili.
Dentro, tutte quelle aree nate in origine per ricevere stimoli dall’esterno, adesso, in condizioni di povertà informativa, si tengono in attività creando e ricreando vortici di allucinazioni da release. Allucinazioni tattili (non ci sono braccia!), uditive e perché no musicali (non ci sono orecchie!) , visive (non ci sono occhi!) e magari anche relative al gusto e all’olfatto.
Quel cervello, se si trascura il bisogno di energia soddisfatto dal tubo, è autosufficiente. Basta a se stesso.
Provare anche solo a immaginare quale mondo possa percepire quell’ammasso gelatinoso di neuroni crea-allucinazioni è al tempo stesso inquietante e affascinante. E’ un mondo coerente? E’ un mondo credibile? Un mondo ritenuto reale? Quel cervello è triste e sconsolato come pensiamo possa essere a guardarlo da fuori? E’ paranoico? Immagina che possa esserci dell’altro, oltre la vita che sta percependo? E’ felice? E’ innamorato? Ha tasse da pagare, in quel mondo? Ha amici che arrivano in ritardo?
E soprattutto, la questione ultima: si fa domande su cervelli che galleggiano in una vasca, proprio come ora sta facendo il mio?
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Quello di Oliver Sacks è uno dei classici della cosiddetta “neurologia romanzata”. Rispetto a certi libri affini – e più recenti – di Ramachandran (che personaggio!) m’è parso, a volte, addirittura più tecnico. Non me l’aspettavo, m’ero costruito un pregiudizio che andava in tutt’altra direzione.
Tuttavia, la formula utilizzata è sempre la stessa: presentare in forma di racconto, per quanto è possibile, i casi clinici più ano(r)mali che si incontrano facendo il neurologo di professione, e cercare di renderli comprensibili e appetibili per il grande pubblico. L’obiettivo è quello di divulgare alcune nozioni e un’idea del rapporto cervello/mente che solitamente sfuggono al senso comune. Tra formidabili idiot savant, tizi che hanno in testa un juke box che non si può spengere, gemelli ritardati che comunicano scambiandosi numeri primi a dieci cifre e bambini autistici con doti artistiche straordinarie, e altro ancora, c’è da rimanere più che sbalorditi.
In particolare Sacks si sofferma più di una volta sulla relazione tra cervello e musica (memorabile il caso del batterista con la sindrome di Tourette che, una volta guarito, non riesce più a suonare come prima), toccando un argomento che mi affascina parecchio. Sono tutte idee che, suppongo, avrà sviluppato ancora meglio nel suo successivo Musicophilia. Un libro che voglio leggere al più presto.
Questo è materiale che fa bene, come dissi qui a proposito dei libri di Ramachandran, e che rimette in discussione categorie che diamo per scontate come [sanità mentale] e [malattia mentale]. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello lo consiglierei davvero a tutti: amanti della musica, della psicologia, curiosi, poeti, artisti, scienziati, appassionati di materie scientifiche, etc etc.
Nei mondi incantati si agitano le volitive mascelle
In questi giorni ho letto una breve biografia su Mussolini, scritta da Paolo Alatri. Di solito son molto più attratto dalla storia di 15.000, 100.000 o di un miliardo di anni fa (penso che le risposte più importanti si trovino là, all’origine di tutto) ma ogni tanto mi piace farmi una panoramica sugli avvenimenti più recenti. Solo per sentirmi meno ignorante. Non ho studiato il periodo fascista a scuola (il programma di storia della quinta liceo ci arriva di rado), ma ho avuto modo di farlo un po’ all’università, leggendo Hobsbawm, e qualche anno più tardi col puntuale Umberto Eco della Misteriosa fiamma della regina Loana. Poi ci son stati i documentari e tutti i vari accenni al ventennio fatti da molta e variegata letteratura. Eccetera, naturalmente, eccetera.
Su Mussolini si sanno e si son dette tante cose che è inutile star qui a ripetere. Quel che mi affascina maggiormente è, invece, il processo secondo cui una figura così controversa abbia finito per esercitare un fascino morboso su ragazzi e ragazzini nati anche cinquant’anni dopo la sua morte. E’ un ragionamento che si potrebbe fare, per esempio, anche con personaggi come Che Guevara. Perché queste lontane personalità influenzano ancora le menti?
Una possibile spiegazione è che il passato viene sempre mitizzato. Sia che si parli di passato personale, col cervello che lo rende gradevole per evitarci di dover a che fare continuamente con conflitti o dolori, sia che si parli di passato storico, eternamente paragonato a un presente che è (sempre) percepito come instabile, caotico e privo di quel senso che i nostri antenati avevano saputo dargli, quel che è avvenuto prima appare sempre migliore e meno ansiogeno di quel che sta succedendo adesso. E’ semplicemente umano. Ma è anche parecchio sbagliato: ora che cominciamo a capire come funzionano i nostri processi cognitivi dovremmo riuscire a realizzare come si formano le nostre illusorie nostalgie. E a prenderne le distanze.
Questo ragionamento riguarda anche Mussolini. E’ parecchio buffo che, oggi, la figura di un disertore e di un (giovane) antimilitarista sia presa da alcuni come esempio (boh) di coraggio o di vis pugnandi. Trovo altrettanto comico che chi accusava la fantomatica “razza italiana” di codardia sia oggi preso come il simbolo del “vero spirito italiano” o come insuperabile rappresentazione di orgoglio nazionale. E’ anche divertente notare che chi – per il proprio “onore” personale – mandava ragazzi incontro a morte certa in inutili guerre in Africa o in Grecia rappresenti per molti il non plus ultra del patriottismo. E’ spassoso accorgersi che un carattere all’inizio così anti-clericale sia oggi l’eroe di chi difende le cosiddette radici cristiane dell’Italia. E si potrebbe andare avanti ancora un bel po’, rafforzando l’idea che un’accurata selezione di elementi sparsi abbia messo assieme una figura irreale, costruita ad hoc da tutti quel processi crea-nostalgia di cui si parlava sopra. Il Mussolini che vive nella testa del ragazzino quindicenne che ha imbrattato lo zaino di scritte inneggianti al duce è un Mussolini che non è mai esistito davvero. Tale idealizzata figura, infatti, non comprende un sacco di informazioni che sarebbero percepite come distoniche ma che appartenevano senza alcun dubbio al personaggio storico. Che era, tra le altre cose, un incredibile e vile perdente.
Il libro di Alatri risale al 1995 e quindi è stato scritto senza poter immaginare ciò che si sarebbe detto di Berlusconi negli anni seguenti: che ci trovavamo, cioé, di fronte ad un Mussolini II o che ci stavamo avviando verso un nuovo regime. Le similitudini che ho trovato tra i due non possono dunque essere forzate dallo scrittore. Ma non sono così scandalose: credo che anche qui siamo portati a cercare analogie e a selezionare solo elementi utili alla nostra teoria a discapito di altri.
D’altra parte ho sempre ritenuto anche che, per giungere a desiderare così tanto potere, si debba essere dotati dello stesso carattere, delle stesse convinzioni, delle stesse fobie, delle stesse frustrazioni. Mussolini, Hitler, Stalin, Franco, Castro: dietro a ego così sproporzionati non può non esserci una tendenza all’autoinganno più forte che in soggetti comuni. Probabilmente anche Berlusconi ha, in potenza, tutte queste predisposizioni. Come Mussolini, per esempio, ama circondarsi di persone che non lo contraddicono e che, anzi, ne esaltano vizi e virtù. Come Mussolini, Berlusconi non sa ammettere – forse neanche a se stesso – di aver sbagliato. Come Mussolini, utilizza il Paese come strumento per consolidare il proprio prestigio personale e tenta di nascondere debolezze e incapacità dietro dichiarazioni a effetto, semplici e populiste. Come Mussolini, ha una certa allergia per la libertà di stampa e di pensiero. A differenza di Mussolini, però, Berlusconi si trova in altro tempo e in altre circostanze e ciò conta. E’ decisivo. Perché credo che la Costituzione e l’opinione pubblica odierna, interna ed estera, con cui il fenomeno Berlusconi deve convivere finiranno (si spera) per limitarne ogni eventuale tendenza totalitaria.
Tornando agli ultimi post che ho scritto e agli ultimi libri che ho letto, mi viene da chiedermi per quale motivo un soggetto debba finire per infilarsi in un feedback positivo e esplosivo come una dittatura. Chi glielo fa fare? Per quale motivo desiderare di avere così tanto potere, e ancora di più, e ancora di più? E’ normale? E’ sano? Gli ingenui potrebbe rispondere che con tanto potere in mano si può cercare di decidere in maniera più sbrigativa per il bene del proprio popolo, ma proprio Mussolini e Berlusconi dimostrano che questo non è il vero motivo. Il potere piace in sé. Non è un mezzo, è un fine. E’ un meccanismo autorinforzante.
Lo racconta alla grande Chaplin in una famosa scena del capolavoro Il grande dittatore:
Continuando con le domande: cosa direbbe il neurologo Ramachandran a tal proposito? C’è una qualche sindrome che spiega perché alcuni soggetti, in preda ad allucinazioni autoingannanti sulle proprie capacità, arrivano a desiderare così tanto potere e ad attribuire – senza esitazioni – i meriti delle vittorie a se stessi e le colpe delle sconfitte a tutti gli altri? Perché alcune persone sviluppano un ego così ipertrofico e così cieco di fronte alle evidenze contrarie che la realtà di continuo propone? Se uno è capace di veder il proprio braccio paralizzato muoversi, mi chiedo, c’è forse qualcun altro in grado di ingannarsi sulla qualità delle proprie truppe (un braccio metaforico?) e di buttarle allo sbaraglio in guerre che – oggettivamente – esse non potranno vincere? Chissà.
Visto che le tendenze caratteriali e comportamentali dei dittatori (o di coloro che aspirerebbero a esserlo) sono spesso inevitabilmente assai simili, sarebbe interessante studiare (in un mondo ideale) il fenomeno da un punto di vista neurologico. Si scoprirebbe, forse, che anch’esso deriva da una disfunzione cerebrale, da qualcosa che funziona troppo, o troppo poco, dentro il loro cranio.
L’olocausto, le leggi razziali, i gulag, le guerre con milioni di morti: tutto questo orrore, tutto questo dolore, solo per una manciata di neuroni che scaricano (o no) nel punto sbagliato di un singolo encefalo.
E’ una visione desolante ma, se ci si pensa bene… non è andata proprio così?
Una mostra di zombi mezzi matti
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Si è calcolato che i potenziali neurostati (le permutazioni e combinazioni d’attività teoricamente possibili) superino il numero delle particelle elementari dell’universo.
Vilayanur S. Ramachandran
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C’è una donna che riempie le lacune della propria vista con i personaggi dei cartoni animati. Vede Bugs Bunny seduto sulle proprie ginocchia. Osserva Fred Flintstone camminarle di fianco lungo la strada. Un’altra, invece, contempla versioni a fumetti delle persone che conosce da sempre, come se vivesse dentro un film girato con la tecnica dell’interpolated rotoscoping. C’è una bibliotecaria che comincia a ridere, a sghignazzare in modo irrefrenabile. Fino a morirne. Ci sono soggetti che non riescono a immagazzinare nuovi ricordi e che restano ancorati a un eterno passato. Laggiù è rimasta la loro vita. C’è un uomo dal braccio amputato che sente le unghie della mano fantasma conficcarsi dolorosamente nel palmo fantasma. E urla fino a impazzire per un evento che nessuno vede avvenire. C’è un uomo, anche, che prova intensi orgasmi nel piede fantasma. C’è una bella neurologa senza braccia che si vede gesticolare mentre parla. C’è un architetto che non sa sorridere volontariamente, a comando, ma il cui sorriso spontaneo è invece gioioso come sempre. C’è un mutatore che sente che le proprie sensazioni tattili si originano dalla scrivania che ha davanti: quando la accarezzano, accarezzano lui. C’è una ragazza cieca che – inconsapevolmente – compie azioni complesse che di solito richiedono la vista. C’è un uomo che ha continue allucinazioni visive, in ogni ora del giorno, che scompaiono appena chiude gli occhi. C’è una professoressa che si disinteressa di tutto ciò che sta alla propria sinistra. Disegna solo il lato destro di un fiore, mangia solo ciò che si trova nella sezione destra di un piatto di pasta. E’ la stessa donna, solitamente molto lucida, che cerca di afferrare oggetti dentro uno specchio posto sulla destra. C’è un uomo che applaude con una mano sola, credendo che il suo braccio sinistro paralizzato funzioni perfettamente. Lui lo vede funzionare. E c’è un’altra donna, con lo stesso problema, che afferma che il proprio braccio paralizzato in realtà appartiene al fratello (1), anche se riconosce benissimo che è attaccato alla propria spalla. C’è un uomo che, quando si alza dalla sedia, si volta indietro per controllare di non aver abbandonato metà del proprio corpo dietro di sé. C’è un giovane ragazzo, molto intelligente, che crede che i suoi genitori siano impostori. Sosia. Simulacri. C’è un uomo che afferma di essere morto, di puzzare di carne putrefatta e di essere ricoperto di vermi. C’è un signore che vede ovunque, in ogni volto che incontra, la stessa persona. C’è uno studioso che entra in contatto con Dio dopo essersi attivato i lobi temporali con uno stimolatore magnetico. C’è un ragazzo ritardato che, senza guardare orologi, vi dice l’ora esatta (completa di secondi) in qualunque momento del giorno gliela chiediate (e talvolta la mormora anche mentre dorme). E così via.
Sto forse parlando dei personaggi dei vari libri di Philip K. Dick (2)? Potrebbe essere. Eppure no, non stavolta. Questa non è fantascienza, neanche quella psicoincasinata del maestro di Chicago. Questi sono, invece, solo alcuni dei sorprendenti casi clinici presentati in La donna che morì dal ridere dal neurologo di fama internazionale (3) Vilayanur S. Ramachandran. Con molta ironia e con abilità narrativa, lo scienziato utilizza tali anomalie, dai risvolti spesso drammatici, per parlare del funzionamento del cervello e delle sue parti e per descrivere le connessioni tra roba cerebrale e mentale. Ogni considerazione esposta si basa sul risultato di test e verifiche sperimentali: quando non è così, quando si lascia andare alla mera speculazione, Ramachandran ha (al contrario di altri) il buon gusto di renderlo ben presente.
La donna che morì dal ridere (Phantoms in the Brain) è, come tutti i libri che parlano del cervello e del suo comportamento, un libro sconcertante. Perché demolisce la stragrande maggioranza delle intuizioni che possiamo avere sul nostro modo di agire e pensare, dimostrando che abbiamo un’innata, radicata, resistente e utile tendenza ad autoingannarci su una molteplicità di questioni. Ci raccontiamo un sacco di frottole: per il nostro bene, s’intende.
Queste cose non mi lasciano indifferente. Tutt’altro. Mentre scorrevo le pagine, rapito dai misteri della mente umana, avevo la netta sensazione che il mio punto di vista sulla condizione umana si facesse, pian piano, sempre più “maturo”, “ampio”, “consapevole”. Qualcosa del genere. Stavo facendo un passo indietro rispetto a tutto. Uscivo dal sistema.
Non so come metterla senza dar l’idea di voler assumere le sembianze di un irritante paladino del new-age, o senza dar adito a sospetti su ciò che ho fumato di recente, ma ho la netta sensazione che questo materiale ti offra davvero una prospettiva più ampia su ciò che rappresentiamo come esseri umani e su come ciò che esperiamo sia in realtà (quale realtà?) assai diverso da ciò che succede (dove?) (4). In breve, mi rendo conto che molte delle questioni che per secoli hanno tormentato i più grandi filosofi (si pensi alla rivoluzione di Kant o alle perenni discussioni tra empirismo e razionalismo) possono trovare nella neurologia sperimentale una risposta, se non definitiva, almeno più solida e verificabile.
Il cervello è una cosa ipercomplessa, come ricorda la citazione che ho posto in apertura. Se è vero che Ramachandran ci obbliga a guardare i suoi casi sorprendenti, egli non dimentica di sottolineare che tutto ciò è un pretesto per spiegarci come funzionano i nostri encefali. In questa nuova visione, credo, il concetto di “sanità mentale” ha contorni sempre più sfumati. Come mi venne in mente leggendo Noi Marziani (ancora di Dick), la follia è solo un passo più in là. O qualche grado sopra. E’ una connessione neurale nuova o rinforzata. E’ una via cerebrale interrotta per un’inezia. E’ una tendenza solo un po’ più marcata.
Se immaginiamo, per giocare, che ognuna delle sindromi narrate nel libro corrisponda a una manopola che può essere posizionata su dieci gradi d’intensità (1: sindrome quasi nulla; 10: sindrome al massimo livello di potenza), credo che ognuno di noi abbia più di una manopola sistemata su posizioni intermedie. Ognuno di noi considerati “normali”, in sostanza, ha le sue piccole sindromi dovute a differenze di connessione, attivazione e funzionamento delle regioni cerebrali. Si tratta di sindromi abortite, potenziali, latenti o sottovalutate. Eppure presenti. Eppure insopprimibili.
E’ anche la distribuzione casuale di queste parziali anomalie che ci rende differenti. Leggendo Ramachandran si intuisce che, per esempio… i complottisti, coloro che credono nel soprannaturale (o in Dio), coloro che hanno problemi nell’organizzazione del discorso (io, per esempio, almeno a livello orale), coloro che millantano capacità che non hanno (è la sindrome che fa girare il mondo), coloro che riempiono le pagine dei diari con ogni dettaglio delle proprie giornate (o scrivono articoli di blog lunghi come questo), coloro che negano a se stessi di essere incapaci di compiere una certa azione, i malfidati, gli scettici ad oltranza, coloro che fanno amicizia con tutti senza pensarci troppo su, i poeti, i musicisti, gli scrittori… tutti questi, e altri ancora, hanno sviluppato la loro sindrome in potenza. Tutti hanno la manopola di una certa deviazione mentale posizionata su livelli 3, 4, 5 o 6. E non è detto che sia sempre un male. (Mi viene a mente il caso, narrato da Ramachandran, del signore che viene colto da epilessia (o qualcosa del genere) e, una volta guarito, comincia ad appassionarsi alla poesia).
Da questo punto di vista tutti, dicevo, siamo un po’ ammalati e mezzi matti. Senza che quest’affermazione suoni come la solita banalità che sentiamo in giro, s’intende (5). Voglio dire che siamo lontani dalla vera patologia, certo, ma non così distanti come di solito tendiamo a pensare. Gli eventi rafforzano certe connessioni cerebrali e ne inibiscono altre, gli eventi girano – per nostra fortuna (o no?) con moderazione – le nostre manopole e ci fanno diventare ciò che siamo, con le nostre varie abilità, predisposizioni, passioni e credenze. Quando gli eventi ruotano le nostre manopole fino al livello 8, o al livello 9, o al 10, allora cominciamo a essere, forse, “ufficialmente” dei casi patologici. Ma il confine tra chi, per esempio, dimentica i nomi delle cose ogni tanto (eccomi!) e il disturbo dell’anomia forse non è mai così netto e scontato. Quando comincio a essere davvero “disturbato”? A livello 5? 6? 8? O forse lo ero anche prima?
In conclusione, sembra che siamo collezioni caotiche di sindromi in potenza, malformate o poco sviluppate. Tutti. Tale condizione ci spinge via da una ideale perfezione e rende assurda ogni teorica pretesa di normalità.
Forse è anche questo, suppongo, che rende le cose un minimo interessanti.
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(1) “La paziente mi guardò negli occhi e disse irata: <<Che cosa ci fa questo braccio nel mio letto?>>. <<Lei mi dica di chi è>>. <<E’ di mio fratello>>” o anche “<<Dottore, gli studenti di medicina mi hanno messo il braccio di un cadavere nel letto ed è tutta la notte che cerco di liberarmene!”>> (da La donna che morì dal ridere)
(2) Quando ho letto questa parte, ho subito visualizzato Philip K. Dick e gli ultimi deliranti anni della sua vita, anni in cui si riteneva il tramite di Dio e in cui scrisse migliaia di pagine di testi incomprensibili che dovevano rappresentare il messaggio del Signore per il suo Popolo:
Le alterazioni producono quella che alcuni neurologi definiscono <<personalità del lobo temporale>>. I soggetti hanno emozioni più intense e vedono un significato cosmico in eventi banali. In genere (almeno così si dice) sono boriosi e privi di senso dell’umorismo, e tengono diari dettagliati in cui registrano con cura gli avvenimenti quotidiani, una tendenza che è chiamata ipergrafia. Certi pazienti mi hanno consegnato tomi di centinaia di pagine, tutte zeppe di simboli e riflessioni mistici. Nella conversazione [...] appaiono ossessivamente interessati a problemi di natura filosofica e teologica.
(da La donna che morì dal ridere)
(3) Mi pare di capire che tra le sue scoperte più note ci sia l’utilizzo del mirror box, col quale è riuscito a far scomparire il dolore all’arto fantasma a più di un amputato.
(4) E la questione posta da Dennett in Coscienza sulla differenza tra fenomenologia e eterofenomenologia. Ciò che tu mi racconti sulla tua propria esperienza è importante, ma spesso è inutile ai fini dello studio dei rapporti tra mente e cervello, perché gran parte (o tutte) le operazioni dell’encefalo operano sotto la soglia della coscienza. Per esempio, tu puoi dirmi: “io sento di decidere” e la tua posizione è ovviamente rispettabile e comprensibile. Ciò non implica che, alla resa dei conti, tu decida davvero.
(5) Ho sviluppato un’irrazionale antipatia verso tutti coloro – e sono tanti! – che amano dire di se stessi: “io sono matto!”. Sì, lo so, contraddice tutto ciò che ho appena detto. Pazienza.
La neurologia omaggia (inaspettatamente) Freud

Quando, cinque anni fa, iniziai la mia ricerca, non provavo il benché minimo interesse per Sigmund Freud (il quale avrebbe potuto obiettare che ero affetto dalla sindrome della negazione). Come la maggior parte dei neurologi, nutrivo estremo scetticismo verso le sue teorie. L’intera comunità dei neuroscienziati le considera con grande diffidenza, perché Freud, analizzando aspetti elusivi della natura umana, ha fatto osservazioni che suonano vere, ma che non si possono verificare sperimentalmente. Quando però cominciai a lavorare con gli anosognosici, non tardai a capire che, pur avendo scritto un mucchio di sciocchezze, il fondatore della psicoanalisi era stato senza dubbio un genio e lo era ancor più se si considera il clima sociale e intellettuale della Vienna d’inizio secolo. Fu uno dei primi a notare che la natura umana poteva essere oggetto di un’analisi scientifica sistematica e ad affermare che lo psicologo poteva cercare le leggi della vita mentale allo stesso modo in cui il cardiologo studiava il cuore o l’astronomo il movimento dei pianeti. Adesso diamo tutto per scontato, ma all’epoca la sua intuizione fu rivoluzionaria. Non c’è da stupirsi che ne ottenne immensa fama.
Il suo contributo più prezioso consistette nello scoprire che la mente conscia è solo una facciata e che noi siamo completamente inconsapevoli del novanta per cento di ciò che accade nel cervello. [...] a Freud va attribuito il merito di aver sottolineato quale ruolo cruciale abbiano le difese psicologiche nell’aiutarci a organizzare la nostra vita mentale. Purtroppo per spiegare i meccanismi di difesa egli elaborò modelli teorici nebulosi e non verificabili. Fece eccessivo ricorso ad una terminologia oscura e mostrò una vera e propria ossessione per il sesso nelle sue interpretazioni della condizione umana [...].
Ma negli anosognosici vediamo i meccanismi di difesa evolversi davanti ai nostri occhi e li possiamo cogliere, per così dire, in in flagrante delicto. Oggigiorno disprezzare Freud è un diffuso sport intellettuale. [...]. Ma [...] il padre della psicoanalisi ebbe alcune geniali intuizioni sulla natura umana e centrò il bersaglio in materia di difese psicologiche [...].
Vilayanur S. Ramachandran, La donna che morì dal ridere
Indicare è da maleducati? Naaa. E’ da gente con una certa ambizione.
Qualche settimana fa avevo scritto un breve post di meraviglia sul fatto che trovassi molte analogie tra alcune cose che stavo leggendo e la serie TV di Dr. House. Adesso sono alle prese con La donna che morì dal ridere del neurologo indiano V. S. Ramachandran e posso dire senza timor di smentita che gli autori del prodotto televisivo hanno certamente tratto forte ispirazione, tra le altre cose, proprio dalle idee di Ramachandran stesso. Lo si nota dal metodo di lavoro sherlockholmsesco che lo scienziato utilizza ed esalta (e si sa che la figura del dottore col bastone si rifà per diversi aspetti a quella del personaggio di Doyle) ma, soprattutto, dalle idee che House sfrutta per risolvere i propri “puzzle”. Alcune di esse sono proprio idee di Ramachandran, come nel caso citato da Wikipedia:
In the episode “The Tyrant” of the television show House, M.D., Dr. House cures phantom limb pain using Ramachandran’s mirror box.
Ho cominciato il libro di Ramachandran un paio di sere fa. E’ molto acuto e sorprendente e, se avrò voglia, ci tornerò in seguito (1).
Qui volevo solo sottolineare una relazione che credo interessante tra un paio di questioni che ho trovato su due libri diversi: La donna che morì dal ridere, per l’appunto, e Chi siamo del duo padre/figlio Cavalli-Sforza.
Ramachandran dice che
molti pazienti affetti [...] da discalcolia [incapacità di fare calcoli, NdG] presentano anche un altro disturbo, l’agnosia digitale: non sanno dire il nome del dito che il neurologo indica e tocca. E’ solo una coincidenza che la capacità di operazioni aritmetiche e la capacità di identificare le dita siano localizzate in aree cerebrali adiacenti, o il fenomeno è connesso al fatto che tutti noi impariamo a contare nella prima infanzia servendoci delle dita? [...] E’ possibile che [...] durante la fase di apprendimento le due funzioni vengano espletate <<a stretto contatto di gomito>> e siano interdipendenti [...].
D’altra parte, in Chi siamo il genetista Cavalli-Sforza ipotizza l’esistenza di una lingua ancestrale, parlata dal primo gruppo dei nostri lontanissimi antenati, che sarebbe alla radice di tutti i linguaggi moderni:
Vi è stata un’unica lingua nel passato dell’umanità? Molti si rifiutano ancora di considerare il problema, ritenendo che la velocità di evoluzione delle lingue sia troppo grande per potervi rispondere. Ma Greenberg [...] ha cominciato a dare una risposta, dimostrando che esiste almeno una radice che sembra comune a tutte le lingue: l’etimo tik.
Cavalli-Sforza ricorda che in Nihosahariano tok-tek-dik significava “uno”. In Caucasico (sud) titi e tito significavano “dito” e “singolo”. In Uralico ik-odik-itik stavano per “uno”. In Indoeuropeo dik-deik era “additare”. In Giapponese te stava per “mano”. In Eschimese tik era “dito indice”. In Sinotibetano tik aveva il significato di “uno”. In Austroasiatico ti voleva dire “mano” e “braccio”. In Indopacifico tong-tang-teng aveva il significato di “dito” o “mano” o “braccio”. In Na-Dene tek-tiki-tak era “uno”. In Amerindio tik significava “uno”.
Trovo emozionante e piena di significato la connessione tra questi due fatti, la prossimità cerebrale delle funzioni di calcolo (e “senso dei numeri”) e del riconoscimento delle dita con la scoperta che i nostri lontani antenati avessero cominciato a comunicare tra di loro utilizzando – non a caso – espressioni per contare o additare.
Il bambino che oggi impara a contare con le dita ripercorre assai velocemente le stesse tappe dell’homo sapiens giovane, che cercava di comunicare con gli altri proprio come fanno inizialmente i piccoli di oggigiorno (non è difficile farsi venire a mente l’immagine dell’infante che ancora non sa parlare e che, per esprimersi, indica le cose (2)).
Tutto questo mi ricorda, ancora una volta, come pensiero (mente), cervello e linguaggio siano sempre strettamente collegati: l’idea è che l’evoluzione abbia favorito il loro progressivo “venirsi incontro”, rendendoli in maniera parallela e interdipendente sempre più complessi. In cervelli adatti e selezionati, il pensiero (la mente, la coscienza) è probabilmente cresciuto assieme al linguaggio, gradualmente interiorizzato, a partire da basi elementari come l’indicare o il contare. Dal semplice all’estremamente complesso: è la storia dell’evoluzione dell’uomo, è la storia dell’evoluzione della sua mente.
Non succede lo stesso fenomeno nei bambini? Non cominciamo a “pensare” davvero e ad avere una “coscienza” (un’anima) quando cominciamo a parlare e a parlare a noi stessi? Non cominciamo a ricordare solo quando questi pensieri (prima assenti) iniziano a fissarsi, a sedimentarsi, a rimanere come “oggetti linguistici” memorizzati?
Non ho ovviamente le risposte. Nell’attesa, però, mi fiondo su un cono gelato al cioccolato.
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(1) Ramachandran è fenomenale nel trasmettere il proprio senso di meraviglia di fronte alle anomalie del cervello (e della mente) umano. Questo è uno di quei libri che si vorrebbero citare per intero, ricchi di storie stupefacenti che non possono non essere condivise. Scoprire, è solo un esempio tra tanti, che il sorriso “ipocrita” e il sorriso naturale sono mappati in due diverse aree cerebrali (il primo è un gesto meccanico, il secondo una reazione istintiva situata in una parte del cervello “più antica”) non è… sensazionale?
(2) Mi viene a mente anche un recente e buffo dialogo con un bambino che alleno. Ad un certo punto mi si avvicina, visibilmente infastidito.”Gianluca, Gianluca! Paolo mi dà fastidio!”. “Che ti fa?”, gli chiedo. “Mi indica”. Ho riso di gusto, pensando a quante volte la mamma gli avesse ricordato che “non si indica, perché non è maleducazione”.
Spiazzante morte di un Teatro Cartesiano
[...] non immaginiamo consciamente e deliberatamente quali narrazioni raccontare e come raccontarle. I nostri racconti vengono tessuti, ma lo più noi non li tessiamo; essi ci tessono. La nostra coscienza umana – e la nostra individualità narrativa – è un loro prodotto, non la loro fonte.
L’organizzazione di una colonia di termiti è così meravigliosa che alcuni osservatori hanno pensato che ogni colonia deve avere un’anima. [...] L’organizzazione di un sé umano è così meravigliosa che molti osservatori hanno pensato che anche ogni essere umano abbia un’anima: un benevolo Dittatore che governa dal Quartier Generale.
Daniel Dennett, Coscienza
Coscienza di Daniel C. Dennett non è un libro facile. Al contrario di altra roba simile letta in passato, non mi sentirei di consigliarlo con tanta leggerezza. Questo è un libro complicato. Contiene delle parti che ho, in tutta franchezza, trovato incomprensibili: un po’ perché la materia trattata è complicata e un po’ perché, ribadisco, le strategie narrative di Dennett sono talvolta discutibili. Anche se in linea di principio mi trovo d’accordo con molto di ciò che l’autore afferma, riuscire a seguirlo non è sempre una passeggiata. Si poteva, credo, fare un piccolo sforzo per rendere più leggibile il lavoro.
Parlando di contenuti, Coscienza espone una teoria “forte”, controintuitiva, e cerca di dimostrarla attraverso cinquecento pagine ricche di metafore, di aneddoti, di esperimenti empirici e di osservazioni di natura neurologica, filosofica ed evoluzionistica. In parole misere, la teoria è la seguente (1).
Non esiste un “teatro cartesiano” in cui, nella nostra testa, viene mostrato “il film” dell’esperienza: la nostra “narrazione” interna è frutto di una serie di mini-processi paralleli inconsci (le “molteplici versioni“, distribuite nello spazio tempo del cervello senza alcun ordine preciso) che saltuariamente fissano il proprio contenuto in memoria. Non c’è un Autore Cosciente che racconta una storia o un “sé” che assiste allo spettacolo dell’esperienza, semplicemente perché non esiste il “palcoscenico della coscienza”: molti (spiazzanti) esperimenti dimostrano che in certe circostanze è davvero arduo tracciare una linea di demarcazione netta tra esperienze coscienti e non. Il “teatro della coscienza” sarebbe dunque illogico e anti-economico: chi “dentro di noi” osserva lo “spettacolo” ha a sua volta un universo interno in cui si rappresenta lo spettacolo dello spettacolo? E cosa, poi, succede all’interno di quest’ultimo? Questo tipo di ragionamenti, ricorda Dennett, non spiega nulla. Rimanda semplicemente il problema.
La conferma arriva da Ramachandran (dal godibilissimo Che cosa sappiamo della mente) a proposito della percezione visiva:
L’errore più comune è pensare che l’immagine all’interno del bulbo oculare ecciti i fotorecettori retinici per poi essere trasmessa fedelmente lungo un cavo chiamato nervo ottico e mostrata su uno schermo chiamato corteccia visiva. E’ un evidente errore logico, perché se un’immagine viene proiettata su uno schermo interno, nel cervello ci deve essere qualcuno che la guarda e, perché ci sia questo qualcuno dovrà esserci qualcun altro all’interno del suo cervello; e così ad infinitum.
Per dimostrare la suddetta teoria Dennett utilizza una multiforme serie di strumenti e spazia senza timori reverenziali attraverso molteplici discipline. Tra le tante cose interessanti che racconta vorrei citare la teoria secondo cui la (illusione della) coscienza nasce parallelamente all’evoluzione del linguaggio, con i nostri lontani antenati che passano dal parlare con gli altri al narrare a se stessi, l’effetto Baldwin, e la fantastica critica al concetto di qualia (2), convincente come poche altre che ho letto. Notevole anche la maniera in cui viene smentita la nota (e un po’ stupida, a mio avviso) provocazione della Stanza Cinese di Searle.
Vi è poi una marea di roba in più che può interessare chi non ha paura di confrontarsi con un testo che – spesso – dà per scontato che il lettore abbia qualche conoscenza pregressa in materia. Se dovessi descrivere Coscienza con una frase direi che è “un mescolarsi piuttosto caotico di sorprendenti informazioni dal quale emerge una teoria tutt’altro che facile da afferrare”. E i vari passaggi, a volte, sono anche più interessanti dell’insieme.
Infine, mi fa piacere anche il constatare che la postfazione all’edizione Laterza è scritta dal mio ex-professore di Scienze Cognitive, Massimo Marraffa. Chiudo citando una bella recensione (tecnica) trovata in rete:
La coscienza non rappresenta un mistero: siamo gli zombi di Chalmers, privi della res cogitans cartesiana, di quel fantasma nella macchina (Ryle) di cui è imbevuta gran parte della cultura tradizionale e altrettanto privi di un unico centro (neurale) nel quale le percezioni del mondo esterno diventerebbero coscienza. Il Sé come coscienza non è che “fenotipo esteso” (Dawkins), l’estensione (protesica) del proprio essere, parte dell’equipaggiamento biologico fondamentale degli individui. Come i castori collaborando costruiscono le dighe, le termiti si aggregano a milioni per costruire i propri castelli e l’uccello giardiniere australiano elabora “templi” per il corteggiamento, così ogni individuo appartenente alla specie “Homo sapiens” crea un sé, fila una trama di parole e atti (Wittgenstein) con le altre creature che lo «protegge dall’esterno», gli «fornisce mezzi di sostentamento» e «incrementa le sue fortune sessuali» (p. 462).
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(1) Riassumere in poche righe studi e riflessioni di questo genere può dare l’impressione di banalizzare fortemente il tutto, e forse è davvero così: leggere i libri in questione, però, aiuta (a volte in un modo che non si può concepire finché non si passa alla lettura stessa) a comprendere come e perché teorie che appaiono tanto astratte e astruse (e, anche, metafisiche) possano invece risultare razionali e convincenti.
(2) Un paio di volte, con i miei amici, mi son ritrovato a parlare di “spettro invertito” sul treno, al ritorno da una qualche serata in giro per Firenze. Eravamo – ovviamente – ubriachi. Devo dire che l’idea che “il mio rosso potrebbe essere il tuo verde, ma non avremo mai conferme in tal senso” aveva sempre attratto anche me, fino a pochi mesi fa. Poi Hofstadter e (anche meglio) Dennett mi hanno aiutato a cambiare idea.









Qualità
http://some1elsenotme.wordpress.com/2010/11/22/so-much-… So much style without substance So much stuff without style It’s hard to recognize the real thing It comes along once in a while Like a rare and precious metal Beneath a ton of rock It … (continua)
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So much style without substance
So much stuff without style
It’s hard to recognize the real thing
It comes along once in a while
Like a rare and precious metal
Beneath a ton of rock
It takes some time and trouble
To separate from the stock
You sometimes have to listen to
A lot of useless talk
Shapes and forms
Against the norms
Against the run of the mill
Swimming against the stream
Life in two dimensions
Is a mass production scheme
(Rush, ‘Grand designs’)
Ti è stato d’aiuto?