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Musica d’estate
Lista di cose ascoltate nell’ultimo periodo. Tra lettore mp3, auto, computer e stereo in camera.
- Amy Winehouse, Back to Black. Ero l’unico sulla faccia della Terra a non aver mai sentito niente di questa ragazza. Questo disco ha della qualità ed è insospettabilmente energico.
- Washed Out, Within and Without. Se anni fa mi avessero detto che un giorno avrei ascoltato questa roba… e invece, invece sì. Lo chiamano dream pop, ma anche in altri mille assurdi modi, e fa molto spiaggia al tramonto con in mano un fresco mojito, non so se mi spiego. Non per sempre, non per tutti, sfiderà le vostre certezze eterosessuali – ammesso che ne abbiate. (recensione)
- Soul Asylum, Let Your Dim Light Shine. Riascoltato spesso e volentieri in camera, questo rock-pop irresistibilmente naif rimanda inesorabilmente ai nineties, all’adolescenza e a tutte queste cose qui.
- Rush, Moving Pictures. Rispescaggio, ci (ri)sto in fissa già da un paio di settimane. Perfetto come compagno di jogging. Quella batteria non è di questo mondo.
- Rush, Power Windows. Altro ripescaggio e altra prevedibile fissa. Lo sto sentendo in auto. Credo che dopo Emotion Detector la musica, tutta la musica, dovesse avere il buon senso di smettere di affrontare temi legati alle relazioni interpersonali. Qui si dice già tutto quel che c’è da dire.
E poi sto ascoltando i nuovi Fennesz e Memory Tapes (pretenzioso il primo – a forza di togliere non è rimasto nulla -, non male il secondo, che stupisce con qualche soluzione melodica non convenzionale), il nuovo dei Lumerians (sufficientemente estivo ma niente di davvero sconvolgente) e roba tipo Patrick Wolf – Wind in the wires (scoperto con diversi anni di ritardo, è un disco certamente non banale). Il tutto, s’intende, aspettando con una certa ansia i nuovi Mastodon e Tori Amos, in uscita tra settembre e ottobre.
(e intanto, forse – non so dove e non so quando -, me ne vado in ferie)
Christ, what have you done?
Una delle canzoni più efficaci ed emozionanti dei Rush è The Pass, dal sottovalutato Presto. Un brano di fronte al quale la band stessa – com’è noto, un trio di musicisti eccellenti – sembra quasi farsi da parte, per destinare il palcoscenico ad una melodia solenne e a un tema, quello del suicidio adolescenziale, già di per sé assai ingombrante.
Questo brano apparentemente semplice è invece pieno di suggestioni, di visioni, di idee. A volte mi sono trovato ad ascoltarlo per 3 o 4 volte di fila, lasciando che le varie immagini si alternassero nella mente. L’argomento, come detto, è quello del suicidio giovanile: nel testo Neil Peart cerca di demistificare (e depotenziare) il fenomeno, prendendo per le corna l’idea tipicamente rock secondo cui “è meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente”. Si tratta di un testo per certi versi assai controcorrente e, paradossalmente, parecchio coraggioso.
The Pass è una canzone che rimane. Di quelle che fanno la differenza. Quando Geddy Lee la annuncia in Rush in Rio – di fronte a decine di migliaia di brasiliani in delirio – rivela che si tratta di una delle loro preferite in assoluto. Stessa cosa peraltro scritta a più riprese nei libri di Neil, che dice: “It still brings a tear to my eye to play that song, I think that’s one of our better crafted ones lyrically and musically“.
Ne potrei dire tante, su questo pezzo. E certamente ne dimenticherei altrettante.
Diciamo che l’incipit
Proud swagger out of the schoolyard
Waiting for the world’s applause
Rebel without a conscience
Martyr without a cause
mi rimanda ai tempi del liceo, e a come fosse (talvolta) cool per taluni isolarsi dagli altri, fuori dalla scuola, aspettando l’applauso del mondo. Sentendo queste parole, io rivedo le scene.
La strofa successiva
Static on your frequency
Electrical storm in your veins
Raging at unreachable glory
Straining at invisible chains
descrive in maniera impareggiabile, in poche parole, l’inquietudine tipicamente adolescenziale.
And now you’re trembling on a rocky ledge
Staring down into a heartless sea
Can’t face life on a razor’s edge
Nothing’s what you thought it would be
Su you’re trembling on a rocky ledge l’immagine che mi salta in testa viene da un vecchio numero di Dylan Dog (letto, guarda caso, da adolescente). L’albo in questione si chiama Il lungo addio. Una vignetta mostra un giovane Dylan Dog in cima a una scogliera, indeciso se buttarsi o meno nel mare sottostante (into the heartless sea). Questi versi sono per me indissolubilmente legati a quel disegno. Scritti per quel disegno.
Poi, dopo il ritornello (wikipedia dice: “the lyric “All of us get lost in the darkness/Dreamers learn to steer by the stars/All of us do time in the gutter/Dreamers turn to look at the cars” references a line from Oscar Wilde‘s play Lady Windermere’s Fan“), abbiamo:
Someone set a bad example
Made surrender seem all right
The act of a noble warrior
Who lost the will to fight
e
No hero in your tragedy
No daring in your escape
No salutes for your surrender
Nothing noble in your fate
Christ, what have you done?
che sono, credo, sufficientemente eloquenti. Il pensiero di Peart riguardo alla mitizzazione del suicidio (il quale ha o potrebbe avere secondo lui lontane radici socio-culturali) è qui più chiaro che mai. Tra i commenti al testo che ho trovato su Songmeaning mi sento di condividere questa parte:
Christ is, after all, probably history’s most famous martyr. In the lines leading up to that final line, the writer is advising anyone contemplating suicide (or martyrdom) that there is nothing glorious in killing yourself. Finally, in that last line, the writer exhorts Christ himself, for it is his martyrdom that makes suicide an appealing option for some people–i.e., “what have you done, Jesus, when by your example you make people think martydom is OK?” An interesting question and I think it’s consistent with Neil’s own personal conflict or disagreement with religion.
Ma non tutto è così semplice. Leggendo Ghost Rider, ci si accorge infatti che l’approccio di Neil verso l’atto suicida potrebbe essere nel tempo mutato. Come è noto, questo libro è stato scritto in occasione del viaggio che Peart ha compiuto, da solo in moto, tra Canada, Stati Uniti e Messico, nel momento in cui ha perduto a distanza di pochi mesi l’unica figlia (incidente d’auto) e la moglie (cancro). La duplice tragedia arriva diversi anni dopo la scrittura di The Pass. Nel volume, una specie di diario di viaggio farcito di riflessioni esistenziali, il batterista e paroliere dei Rush racconta che a un centro punto, all’interno di un bar, realizza che stanno passando una canzone dei Nirvana. E’ una delle pagine più intense del libro. In quel momento il pensiero dello scrittore corre subito a Cobain e al suo suicidio, avvenuto qualche anno prima. Contrariamente a quello di The Pass, il Peart di Ghost Rider non ha voglia di svelare il suo punto di vista morale. Non vuole giudicare. Prende solo atto del paradosso di chi si toglie la vita e lascia al mondo una bambina e una moglie e di chi, invece, è costretto a vivere la situazione opposta. Pur non sapendo se e come ricominciare. Pur se l’indecente pensiero di farla finita, insomma, ogni tanto fa inaspettatamente capolino. E chi l’avrebbe mai detto.
The Pass è un capolavoro per tutti i motivi suesposti, per le visioni che sa veicolare. E per altre ragioni, più legate all’arrangiamento e alla melodia. Per il solo semplice e azzeccatissimo di Lifeson. Tre note e ti spacca in quattro. O per la batteria che si schianta sulla parola slam (the door). O per il modo struggente in cui Lee dice All of us get lost in the darkness.
Tra i commenti al video su YouTube ho trovato questo: “It’s kinda cool that this song might have saved a life somewhere“. Be’, sì, ha ragionissima. E’ davvero straordinario pensarlo.
Venti canzoni

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:
Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?
Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.
Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:
- Queensryche: I am I/Someone Else?
Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui.
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“It” is my move, my every look
interpreting gestures,informing other
what’s undercover and lurking beneath my mask
of this year’s featured model
Is this too much?
Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
(I am I)
- Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
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Now I just act like I don’t remember
Mary acts like she don’t care
But I remember us riding in my brother’s car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I’d lie awake
And pull her close just to feel each breath she’d take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse
(The River)
- Nevermore: The Learning/We Disintegrate
La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
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I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
Could the computer be internally conscious?
To emulate flesh machines I am learning
(The Learning)
- SOAD: Chop Suey/Sad statue
Chop Suey E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
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Trust in my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
In my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
(Chop Suey)
- Sting: Message in a Bottle/Mad about You
Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
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Walked out this morning
Don’t believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I’m not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home
(Message in a Bottle)
- Dredg: Sanzen/Bug Eyes
I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
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These papers are stuck in this book
Until they’re torn out and pasted
To the inside of my memory
Where I can later look and see them in a new gallery
Where they can later be viewed and appreciated
(Sanzen)
- Rush: Red barchetta/Bravado
I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
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Wind in my hair
Shifting and drifting
Mechanical music
Adrenaline surge
(Red Barchetta)
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If the moment of glory
Is over before it’s begun
If the dream is won -
Though everything is lost
We will pay the price,
But we will not count the cost
(Bravado)
- Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
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With calculated candor you play the part
Of a trusted confidant
Moving closer for a better view
Looking for more than eyes can see
(Don’t Follow Me)
- Tori Amos: Spark/Northern lad
Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
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She’s convinced she could hold back a glacier
But she couldn’t keep Baby alive
Doubting if there’s a woman in there somewhere
Here
(Spark)
- Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
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This is not who i wanted to be
this is not what i wanted to see
She’s so young so why don’t i feel free
now that she is here under me?
(Beyond the Pale)
- Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
Edge of thorns (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
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I have seen you on the edge of dawn
Felt you there before you were born
Balanced your dreams upon the edge of thorns
But I don’t think about you anymore
(Edge of Thorns)
- The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
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And blue is representing
The draft in my heart
I’m wandering through thin skies
And the transparent air I’ve missed
(The May Song)
- Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
Disarm è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
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Disarm you with a smile
Cut you like you want me too
Cut that little child
Inside of me and such a part of you
(Disarm)
- Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
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And now my bitter hands cradle broken glass
Of what was everything?
All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
(Black)
- Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
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Can you feel rejection
And a lack of motivation
And the joy you need restricted and delayed
(Forever Failure)
- Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
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I will run to the hills where you hide
Seeking vengeance for all of my kind
(Victory is Mine)
- Radiohead: The Bends/ Black Star
Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
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Where do we go from here?
The planet is a gunboat in a sea of fear
And where are you?
They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
To blow me away, to blow me sky high
(The Bends)
- Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
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Gravity keeps my head down
Or is it maybe shame
At being so young
And being so vain.
Holes in your head today
But I’m a pacifist
I’ve walked las ramblas
But not with real intent
(If you tolerate this…)
- Anathema: Are you there? /Temporary Peace
Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
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Are you there?
is it wonderful to know
all the ghosts…
all the ghosts…
freak my selfish out
my mind is happy
need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
(Are you there?)
- Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
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I saw his ending
long before it started
I knew his name
he’s the one who took the sword
out of the stone
it’s how that ancient tale began
I hear it in the cold winds
My song of the end
I had seen it in my dreams
my song of the end
I can’t stop the darkening clouds
(A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important Well mister they vanished right into the air Now I just act like I don't remember Mary acts like she don't care But I remember us riding in my brother's car Her body tan and wet down at the reservoir At night on them banks I'd lie awake And pull her close just to feel each breath she'd take Now those memories come back to haunt me They haunt me like a curse
Siòfoc, Budapest, Ljubjana
Tornato. Mangiato tanto, troppo (chi conosce le enormi porzioni dei ristoranti dell’est può capire), e camminato meno del previsto. Ero già stato anni fa a Siòfoc (lago di Balaton) e Budapest. Siòfoc è il solito adolescenziale – ed economico – divertimento alcolico. Budapest è invece sempre vasta, dispersiva e onnipotente. Qui abbiamo trovato un Danubio ancora più immenso – si portava dietro l’acqua caricata più a nord durante le varie alluvioni – e assistito ad alcuni spezzoni degli europei di nuoto, che si svolgevano sull’Isola Margherita. Ljubjana (Slovenia) è stata una piccola sorpresa: piccola, intima e tranquilla, prende improvvisa vita lungo un minuto fiume, dove regala aperitivi a volontà e sciorina ottimi ristoranti.
Più volte, durante questo breve viaggio, nei momenti in cui incontravo italiani che si lamentavano per questo o per quell’altro (un caso per tutti: alle splendide terme di Budapest, alcuni anziani signori del “Bel Paese” non facevano che ripetere fino alla noia che “da noi le acque termali son migliori”), mi trovavo a canticchiare mentalmente Territories dei Rush:
While their invaders dream of lands they’ve left behind
Better people…better food…and better beer…
Why move around the world when Eden was so near?
Se dovete uscir fuori dal confine solo per assicurarvi che da noi le cose vanno meglio (il che è una fesseria, peraltro: basti guardare la condizione delle strade, perfette fino a Budapest, scalcinate già a Gorizia) perché non ve ne state, beati e soddisfatti, a casa vostra?
Beyond the Lighted Stage
Il documentario che racconta la storia dei Rush, Beyond the Lighted Stage, ha vinto quest’anno l’Heineken Audience Award al prestigioso Tribeca Film Festival ed è stato mostrato (all’estero) nei più importanti cinema, tra i quali l’Empire di Londra in Leicester Square.
M’è arrivato il DVD qualche giorno fa e posso dire che è molto, molto bello. Il video ripercorre a grandi linee l’evoluzione della band, dalla prima formazione all’ultimo Snakes & Arrows. Lo fa presentando un sacco di filmati (credo) inediti, alcuni dei quali ritraggono i musicisti ancora in fase adolescenziale, e un buon numero di spezzoni i quali raccolgono le opinioni di molti musicisti (e non solo) nei riguardi della band canadese. A memoria cito Matt Stone di South Park, un fenomenale Jack Black, Hammett dei Metallica, il bassista dei RATM, i Kiss, un grassissimo – spero ubriaco – Sebastian Bach, un membro dei Tool, Vinnie Paul, un devoto Billy Corgan, Dave Grohl, Portnoy ma, poco ma sicuro, me ne sto dimenticando parecchi.
Avevo già letto diverse cose su di loro (biografia ufficiale e tutti i libri di Peart) e quindi molti aspetti mi erano noti e non mi hanno sorpreso. Ciò nonostante ho trovato il documentario davvero ben realizzato. Ha ritmo, è divertente e, soprattutto, ha scovato una maniera efficace per presentare le tre diverse personalità. Il pragmatico (Lee), il divertente (Lifeson) e il riservato (Peart).
Il secondo DVD è anch’esso pieno di roba, scene tagliate, canzoni, battute e racconti. Il tutto non potrà che deliziare i numerosi fan della band, di recente immortalata nell’Hollywood Walk of Fame
Un paio di video:
Scienza & poesia: un connubio possibile
Nessun cantante mette in musica il valore della scienza
Caro (grande) Feynman, lo dici perché non hai conosciuto Rush, Dredg, Voivod e chissà quanti altri gruppi. O forse ti sei scoraggiato ascoltando ‘sta cosa (peraltro magnetica) dei Marillion. Ti passo qualche mp3?
Pay the price, don’t count the cost
“A line from John Barths The Tidewater Tales (he said I could use it) which echoed around inside me for a long time after I read that book. To me, it just means go for it. There are no failures of talent, only failures of character. I think thats often true too. Sure there a lot of talented people who dont achieve artistic or worldly success, but I think theres usually a reason – a failure inside them. The important thing is: if you fail once, or if your luck is bad this time, the dream is still there. A dream is only over if you give it up – or if it comes true. That is called irony. We have to remember the oracles words, from Nike, the Greek goddess of victory and lumpy athletic shoes: Just do it. No excuses.”
La versione in studio di Bravado è piuttosto moscia, anzichenò. Quella live, invece, è inevitabilmente magica. Ricca, passionale, indimenticabile. Questa non è proprio la versione di cui parlo, ma ci si avvicina un bel pò.
Rush & Jack Black
Leggendo Roadshow di Neil Peart si viene a scoprire come lattore Jack Black (in cui ho sempre rivisto la faccia, le movenze e la personalità di un ragazzo del mio paese) e la band si stimino a vicenda. Si apprende infatti che l’idea di citare 2112 in School of Rock (questa la famosa scena) è dello stesso Black, e che quest’ultimo potrebbe comparire in uno dei prossimi divertentissimi video che i Rush sono soliti proiettare durante i concerti.
Durante uno show a Los Angeles del 2004, Peart invita Black a fare unapparizione sul palco:
“At the beginning of 2112, I saw Jack come bounding out from the stage left in an improvised pirate costume – skull-and-crossbones hat, eye patch and some kind of multicolored skirt thing – do a sommersault, and strike some “rock poses” as the crowd roared its delight. He fell to his knees in front of Geddy at the front of the stage, acting out more rock poses then came back to the dryers and started to take his clothes off. [...] Fortunately he stopped at his boxers [...]
After the show, as Dave and Micheal and I drove away, apparently Jack stayed behind for a long time with Alex and Geddy, totally “on” in a way that owed nothing to drinks or drugs [...]. The character you saw in his movies [...]was, quite simple, him.”
Ho cercato su youtube un video del concerto, ma non l’ho trovato. Però ho scovato questo, che non so se sia più o meno noto.
(un molto più insospettatile fan dei Rush è invece Nicolas Cage, che si presenta ad un after-show party con i dischi al seguito, con l’intenzione di farseli firmare)
Rush: una missione lunga trentacinque anni (per ora).
“If their lives were exotic and strange
They would likely have gladly exchanged them
For something a little more plain
Maybe something a little more saneWe each pay a fabulous price
For our visions of paradise
But a spirit with a vision is a dream with a mission”(Rush, Mission).
Nell’ottobre del 1996 ero a New York nella tappa iniziale di quello che sarebbe stato un bel giro, purtroppo fin troppo superficiale, degli Stati Uniti. Ricordo che quando entrai in un megastore musicale – forse un Virgin* – vidi che l’intero negozio era tappezzato dai manifesti del nuovo album dei per me sconosciuti Rush. La cosa mi colpì, ascoltai Test For Echo in cuffia direttamente là dentro e lo trovai, come dire, interessante. Per anni, però, non avrei sentito più niente del trio canadese, fino al giorno in cui Counterparts non mi giunse tra le mani. La concisa bellezza di questo disco mi convinse ad immergermi, pian piano, nella vastità della discografia rushiana.
Nell’ultima settimana ho letto la biografia della band e, nel momento dell’opera in cui si affronta il lancio sul mercato proprio di Test For Echo, la mia mente non ha potuto fare a meno di tornare a quel lontano pomeriggio nuovaiorchese. Chi l’avrebbe detto, allora, che questo gruppo sarebbe divenuto per me così importante, così come lo era già da tempo per la Storia della Musica Rock. Ah, sospiro.
Consigliando ovviamente la lettura del libro a tutti i Rush-fans là fuori, perché è tutto un susseguirsi di aneddoti speciali, che è inutile stare qui a citare, e anche perché rinvigorisce il significato di certi dischi, mi accingo a fare qualche considerazione random:
- Peter Collins, Jimbo Barton, Terry Brown: sono i nomi dei produttori che stanno dietro a alcuni degli album di Rush, Queensryche e Fates Warning che più mi piacciono. Forse tendo a sottovalutare quanto siano stati decisivi nel realizzarli.
- Hemispheres dei Rush è un disco che ho sempre trovato aristocratico, inglese, molto Barry Lyndon: scoprire che è stato scritto e registrato in Gran Bretagna mi ha riempito di inspiegabile soddisfazione e ricordato che il mondo segue una sua logica.
- Il suono di Vapor Trails non l’ho mai digerito. E neanche la band stessa, a quanto pare.
- Ho sempre immaginato che ci fossero stati dei problemi con Alex Lifeson (chitarrista dei Rush) nel momento in cui il gruppo sfornava dischi prevalentemente gonfi di tastiere. E infatti…
- Un giorno Geddy Lee (bassista/cantante dei Rush) è a vedere un concerto dei Pearl Jam, Vedder se ne accorge e cambia il testo di Wishlist inserendoci il nome del musicista canadese (I wish I was as fortunate as Geddy Lee). Altrove, Marylin Manson si dimostra grande fan della band. Altrove, ancora, i Radiohead fanno la stessa cosa (invitati sul palco a suonare con loro, gli inglesi umilmente e giustamente rifiutano perché non si sentono all’altezza). Conclusione: essere grandi musicisti dev’essere appagante, ma ancora di più deve esserlo il rendersi conto di saper influenzare giovani artisti di fama mondiale. Che gran soddisfazione.
- Delizie:
“<<Il maestro percussionista mi fece cenno di provare a suonare un ritmo. Così attaccammo a suonare insieme e lui sorrise perché riconosceva che avevo un ritmo – forse non il suo, ma un ritmo di qualche tipo. Continuammo a suonare aumentando di intensità ed iniziarono ad arrivare dei ragazzini che ridevano dell’uomo bianco che suonava i tamburi. Dopo entrarono nella stanza alcune donne e tutti iniziarono a ballare al nostro ritmo! Il maestro e io improvvisammo anche un botta e risposta. Non ci mettevamo d’accordo a voce, ma lui capiva che mi sarei fermato ad ascoltare quel che stava suonando per un certo tempo, e dopo lui avrebbe fatto lo stesso. Fu un momento semplicemente magico>>. Alla fine un confuso e sorpreso missionario corse da Neil e gli chiese: <<Com’è che sai farlo?>>. Sorridendo tra sé e sé, lui rispose cortesemente: <<Sono del mestiere.>>”
(il batterista Neil Peart in Gambia).
- Una creatività che sopravvive ai decenni deve tutto al senso di disciplina.
- Fare la rockstar per certi versi è la cosa più spettacolare dell’universo. “Dai, registriamo la batteria a Londra!”. “Non mi convince, ri-registriamole in quello studio di New York dove hanno inciso anche gli Who e i Led Zeppelin”. “Per la voci andiamo a Parigi!”. “Il mixing lo facciamo con calma alle Canarie”. (…)
*Questo, mi sa.
Traveling Music: the soundtrack of Peart’s life and times.
A 32 anni, forse, non si hanno più idoli. E finito il tempo dei poster in camera, dei loghi delle band disegnati con cura maniacale sui diari e delle toppe di tela cucite sui giacchetti. Chi una volta era un dio oggi è un uomo qualunque con i suoi difetti e le sue virtù, uno che ha solo avuto talento e voglia di sfondare o, nel peggiore dei casi, un idiota che sè trovato nel punto giusto al momento giusto.
Non si sono più idoli, no. Però è sempre possibile ammirare quelle quattro o cinque persone, sostituire all’irrazionale idolatria adolescenziale una più sana e ragionata stima. Tra gli artisti che ho imparato a conoscere negli ultimi anni ce n’è uno – qui citato più volte – che sia come musicista che come scrittore che come persona (la persona che sembra essere, almeno) si merita sì e no il 34% della quantità di stima che io sono in grado di distribuire nel mondo. Non è molta, si accontenterà. Il suo mondo razionale, la sua indomita voglia di arrivare, di migliorarsi, di esplorare, di imparare. Sono tutti elementi che fanno di Neil Peart, timido, riservato e riflessivo, un uomo sempre in cammino. Nella vita come nella musica, si è soliti dire. I Rush sono sempre stati la mia band da “smetti di frignare, muovi il culo e datti da fare” e non è un caso, proprio no, che dietro di loro ci sia una persona in grado di fondere così bene saggezza e ragione con curiosità, spirito d’avventura e coraggio. Fatica e piacere, dedizione e soddisfazione. We each pay a fabulous price for our visions of Paradise.
Se si deve leggere uno solo dei libri di Peart, ci si deve buttare senza dubbio alcuno su questo. A me sono piaciuti moltissimo, ma moltissimo, anche “Ghost rider” e “The masked rider“, ma questi sono lavori più legati a particolari eventi o circostanze. Un doppio inconcepibile trauma e un viaggio in bici nel Camerun del 1989. Sono libri incentrati su fatti specifici. “Traveling music” è piuttosto una sorta di autobiografia, gira ancora di più attorno all’uomo e al musicista.
Neil decide di fare un viaggio (di nuovo, da solo) verso l’estremo sud degli Stati Uniti, al confine col Messico. Monta sulla sua BMW Z-8 e si porta dietro un bel pacco di cd. Gli ascolti, effettuati su strade panoramiche e magnetiche, danno il via a tutta una serie di riflessioni. E’ un ponderato andare avanti e indietro sui sentieri della memoria. Si parla dei suoi gusti musicali e di come si sono formati, si torna agli anni ’50 e ’60 per ricordare Sinatra, Duke Ellington, The Who, Beatles (sopravvalutati pure per lui), Miles Davis, Janis Joplin, James Brown, Hendrix, Grateful Dead, Pink Floyd, Buddy Rich e così via, tra mille nomi di artisti e band. Scorrendo quelle pagine, viene voglia di metter su un vecchio vinile. Ci sono belle parole anche per Madonna, Radiohead, Coldplay (sigh), Linking Park (ri-sigh), Dredg (alé!), Massive Attack e così via. Poi, ancora, compare il Neil adolescente, hippie e silenziosamente ribelle, la passione fulminante per la batteria, i ricordi della fanciullezza, i mesi a Londra che per certi versi ricordano i miei, gli esperimenti con le droghe e la curiosità verso la psichedelia, l’approccio col music business, le prime band, i primi libri letti e l’amore per la lettura, i primi importanti incontri, il provino per i Rush, la sua visione di musica senza compromessi, gli idoli, l’avvento della radio, i primi concerti nei localini, i successivi viaggi avventurosi in giro per il mondo (Cina, Italia, Germania, circa tredici paesi africani e chissà quanti altri – viaggi quasi sempre compiuti con la bicicletta) e molto, molto altro. Una marea di roba interessante. “Traveling music” è un libro davvero splendido ed emozionante, imprescindibile per ogni fan dei Rush. Una collezione di ricordi, aneddoti, curiosità, letture, carteggi, citazioni colte e pensieri da parte di una persona che ama rimettersi sempre in discussione, uno che adora talmente la libertà di pensiero e azione da rendere comiche le accuse di fascismo che gli sono in passato piovute addosso. Fanno sbellicare, davvero. Fantastiche anche le vicende che stanno dietro alle canzoni, “Nobodys hero” e “Mission” su tutte. Certi pezzi impari a vederli da un altro punto di vista.
Tre cose:
C’è Neil adulto, è in casa di amici. Si parla, si ride, si scherza. In sottofondo si odono le melodie di un disco che di colpo lo cattura, un morso letale e via. E “Grace” di Jeff Buckley. Non l’ha mai sentito prima, e si chiede come ciò sia potuto succedere. Si informa, compra l’album, perde la testa per la voce di Buckley. Sente a ripetizione la sua versione di “Halleluja”. Una passione sincera, viscerale, improvvisa, che lo porta ad acquistare anche la biografia del troppo presto defunto cantante, per poi divorarla in pochi giorni. Il privilegio di essere un musicista famoso, eccolo. Neil rimane spiazzato, quasi si commuove, nel leggere che il Buckley dodicenne aveva “Hemispheres” (uno dei primi lavori dei Rush) come disco preferito e suonava “Spirit of the radio” e “Tom Sawyer” con la sua band ai tempi del liceo. Spettacolo, dio bono.
Cè Neil da qualche parte in Africa – laddove, dice, è nata la sua musica -, Neil che entra in una capanna fatta di fango e paglia attirato da un ipnotico tambureggiare. Vincendo la sua proverbiale timidezza, si mette a suonare ritmi intricati e ossessivi assieme ad un vecchio dai capelli grigissimi, risvegliando la curiosità del villaggio, che si anima e comincia a danzare attorno a loro. L’Africa, la fatica, il pericolo, le malattie, il sole impietoso, le strade impossibili, l’acqua marrone, le zanzare. I saluti della gente. L’Africa. Per lui, nonostante tutto, irresistibile.
C’è Neil bambino che nuota in un lago del Canada. Tenta una traversata pericolosa e proibita, giunge esausto ad un molo e cerca un appiglio per tirarsi su. Non ci riesce, anche perché dei bulli gli impediscono la risalita. Decide di tornare indietro, non ha altra scelta. Ma non ce la fa. Sente che sta per lasciarci le penne, sviene. E finita. Si risveglia sulla spiaggia, però, vivo. Quasi sorpreso. Un ragazzo del paese a quanto pare l’ha tratto in salvo. E lo stesso ragazzo che avrebbe incontrato in seguito alle prime lezioni di batteria. Passano gli anni, Neil diventa una celebrità e il giornale del paese gli chiede di scrivere qualche articolo sui bei tempi che furono, su cosa volesse dire vivere in un paesino del Canada a cavallo tra i ’50 e i ’60. Il ragazzo che gli salvò la vita, il quale non è più un ragazzo, legge gli articoli e si mette in contatto con lui tramite lettera. Neil risponde, chiede come va, chiede com’è andata con la batteria, se ha continuato a suonare o no. L’altro dice che ha provato per un bel po’ a sfondare ma che poi, per ragioni economiche, ha dovuto vendere lo strumento. C’era da mantenere una famiglia. Qualche giorno dopo, l’ex-ragazzo che salvò la vita a Neil Peart sente suonare il campanello di casa e va ad aprire. Là fuori, oltre la porta, c’è una batteria nuova, lussuosa e scintillante. Tutta per lui.



