Strumenti per pensare
I’m a robot, and you’re a robot, but that doesn’t make us any less dignified or wonderful or lovable or responsible for our actions. Why does our dignity depend on our being scientifically inexplicable?
Daniel Dennett
Sta per uscire il nuovo libro di Daniel Dennett. Si è discusso di lui spesso e volentieri, su questo blog, e la segnalazione mi pare quindi quasi doverosa. Anche se col tempo mi son reso conto di avere maturato, rispetto al filosofo americano, un’idea un tantino diversa sulla questione del libero arbitrio (e simili quisquilie), di fondamentale valore all’interno del pensiero dennettiano, trovo gran parte delle sue intuizioni ragionevoli e spesso brillanti (vedi qui, per dirne una). Si parla del suo ultimo lavoro su questa pagina del New York Times.
Hacking your brain
Sempre a proposito di cerebro et similia, la sempre ganzissima pagina FB I fucking love science mi segnala la seguente infografica. Leggendola vengono a mente molti racconti di Sacks e Ramachandran – penso per esempio alla più volte sottolineata relazione tra deprivazione sensoriale e allucinazioni, ma non solo. In special modo, si percepisce come il trucco della mirror box (un video esplicativo) ideato da quest’ultimo abbia influenzato parecchia gente, spingendola a sperimentare e sperimentare ancor di più, confrontandosi con idee che a prima vista paiono le più assurde ma che, se ben sfruttate, possono portare benefici pratici.
Minutephysics
Giusto per segnalare la presenza di quest’interessantissimo canale YouTube che ho scoperto grazie a un post di Amedeo Balbi. Sono qui presenti decine di brevi spiegazioni animate, assai efficaci, che riguardano concetti e problemi della fisica.
Tra essi anch’io segnalo uno degli ultimi pubblicati:
Comprendere la coscienza, di Antonio Damasio
Su alcune questioni mi sono fatto un’idea leggermente diversa, ma tant’è. Conferenza lo stesso assai interessante.
Una riflessione a margine. Negli ultimi tempi, quando capito in libreria, mi rendo conto che gli scaffali dedicati alla saggistica scientifica e alla psicologia vengono sempre più invasi da volumi che riguardano il tema della coscienza dal punto di vista delle neuroscienze o, spingendosi ancora più in là, la questione dell’illusorietà dell’Io e dell’impossibilità di un libero arbitrio. Immagino che un simile fermento intellettuale lo si potesse percepire, se si avesse avuto la possibilità di farci la necessaria attenzione, anche negli anni che hanno preceduto la pubblicazione de L’origine delle specie, dell’Elettrodinamica dei corpi in movimento o dello studio di Watson e Crick (e Rosalind Franklin) sulla struttura molecolare degli acidi nucleici. La storia della scienza sembra indicare che una nuova scoperta, un’intuizione rivoluzionaria, non nasce mai dal nulla, ma è solo il necessario risultato finale di una sorta di brainstorming su scala planetaria. Com’è noto, se Darwin non si fosse sbrigato a riassumere tutte le sue idee sull’evoluzione delle specie in un agile volume, Alfred Russel Wallace avrebbe potuto anticiparlo e ‘fregargli’ la fama. La teoria dell’evoluzione era lì, pronta a farsi scoprire. Ci voleva solo una mente sveglia che mettesse assieme i pezzi del puzzle e che poi avesse la capacità di spiegare al mondo l’intera storia in maniera elegante e convincente.
Ecco. Sulla base di quel che è successo con (tra i tanti) Darwin, Einstein e Watson-Crick, mi aspetto che da qui a pochi anni arrivi un tizio il quale riesca a tirare le fila per quanto riguarda tutte le discussioni su Io, Coscienza e Libero Arbitrio. Sembra il momento giusto perché uno studioso si imponga su tutti gli altri fornendoci una spiegazione coerente, chiara, con solide basi scientifiche e potenti implicazioni filosofiche e, perché no, religiose. Il tempo pare maturo.
Dopo aver appreso di avere un progenitore in comune con gli scimpanzé, dopo aver intuito che lo spazio e il tempo sono – contrariamente a quanto sembra – concetti relativi, dopo aver compreso la complessità della vita nei più minuscoli dettagli, l’uomo potrebbe dover fare i conti con un’altra idea spigolosa, controintuitiva, difficilmente digeribile. Un’idea che verrebbe divulgata, discussa nei talk show della domenica pomeriggio, analizzata assieme alle amiche dal parrucchiere, insegnata a scuola. Siamo solo eccezionali macchine biologiche prive di libera volontà. Siamo solo robot in carne e ossa. Ogni nostra decisione è inevitabilmente vincolata.
“Per parte di madre o per parte di padre che lei vanta la sua discendenza da una scimmia?”, chiese durante un famoso dibattito il vescovo anglicano Samuel Wilberforce al ‘mastino di Darwin’ Thomas Huxley, immaginando di mettere così in difficoltà quest’ultimo, che si era apertamente schierato a favore della teoria dell’evoluzione.
“E’ quindi una serie infinita di incommensurabili microcause che l’ha spinta a indossare quell’orrida cravatta?”, potrebbe chiedere oggi, così immagino, l’interlocutore scettico Mario Bianchi all’autore del futuro libro che rivoluzionerà il nostro modo di guardare al Libero Arbitrio.
Con la sua provocazione, Wilberforce nel 1860 ha strappato due minuti di risate al pubblico in sala. E credo che Mario Bianchi, fine umorista, potrebbe oggi fare altrettanto.
Eppure il tempo potrebbe dare torto al secondo esattamente come ha fatto col primo.
Non possiamo che restare in attesa. Un tizio prima o poi arriverà.
Il grande disegno di Hawking
Diversi mesi fa l’uscita in lingua originale del nuovo libro di Stephen Hawking aveva suscitato più di una polemica. Non poteva essere altrimenti. In The Grand Design infatti il noto astrofisico arriva a ipotizzare come e perché l’universo (il multiverso) si sia autocreato e autoavviato senza per questo aver avuto bisogno dell’intervento di un Creatore. Niente di sconvolgente/scandaloso e niente di così innovativo, a prima vista (si ricordi, tra i tanti, il noto aneddoto di Laplace). Ma senza dubbio un gustoso pretesto per tornare ad affrontare argomenti così alti e anche, perché no, giornalisticamente appetibili, in grado cioè di suscitare feroci dibattiti.
Ho finalmente letto il libro, pubblicato qualche settimana addietro anche in lingua italiana. E sono tornato a confrontarmi ancora una volta con concetti spesso controintuitivi e difficili da afferrare ma, inutile dirlo, sempre terribilmente trippy.
Prima di tutto va detto che Il grande disegno è un lavoro davvero accessibile. Lo sforzo portato avanti dal duo Hawking/Mlodinow verso la massima semplificazione delle teorie affrontate è davvero notevole, e qualche momento d’ironia distribuito tra le pagine contribuisce ad alleggerire la lettura.
L’idea dei due autori è quella di fornire al lettore non esperto (me) alcuni degli strumenti elaborati dalla fisica nel corso degli ultimi 3000 anni per poi condurlo, una volta attrezzato a dovere, a concepire quella che ritengono sia la teoria che più di tutte le altre potrebbe spiegare il nostro universo (e gli altri): la M theory, la teoria unificante di cui già Einstein era alla ricerca.
Il lavoro è diviso in otto assai esplicativi capitoli che rappresentano una progressiva scalata verso la più alta complessità concettuale. Nel primo si pongono le tre domande a cui si tenterà in seguito di rispondere (Perché c’è qualcosa invece che nulla? Perché esistiamo? Perché questo particolare insieme di leggi e non qualche altro?). Nel secondo si passano in rassegna – velocemente – alcune delle tappe fondamentali della storia della scienza e della fisica (gli ionici, Aristotele, Tolomeo, Copernico, Keplero, Galileo, Cartesio, Newton) e si cerca di spiegare come si è sviluppato e cos’è il metodo scientifico. Nel terzo affascinante capitolo si affronta il tema della realtà (possiamo conoscerla o no?) e nel dibattito tra realisti (ciò che vedo c’è indipendentemente da me osservatore) e antirealisti (tutto ciò che percepisco è solo nella mia testa) si introduce una terza via, il realismo dipendente dai modelli (che chiede solo, umilmente, che ci sia accordo tra osservazione e modello elaborato). Il quarto capitolo rappresenta una delle più efficaci introduzioni al mondo dei quanti che abbia mai incontrato. Vi si spiega l’incredibile esperimento che evidenzia il noto dualismo onda-particella e si introduce il modello delle infinite storie alternative elaborato da Feynman, modello che prevede che una particella lanciata da A verso B compia simultaneamente qualsiasi possibile tragitto prima di arrivare a destinazione. Nel capitolo successivo si parla di relatività (vengono proposti un paio di esperimenti mentali davvero illuminanti) e di come, da Einstein in poi, la fisica abbia sentito la necessità di trovare una ‘teoria del tutto’ che unificasse le quattro forze fondamentali (gravità, elettromagnetismo, forza nucleare debole, forza nucleare forte). Nel sesto capitolo si fa il punto su cosa sappiamo oggi sulla nascita dell’universo, sul Big Bang, sull’inflazione e sull’espansione che ne è scaturita. Si integrano poi queste informazioni con quel che si è scoperto grazie alla fisica quantistica e utilizzando la teoria della somma delle storie di Feynman (verificata) si ipotizza infine l’apparire spontaneo di più universi paralleli. Il settimo capitolo parla del principio antropico e introduce la teoria M. L’ultimo capitolo gioca con l’idea del libero arbitrio (non lo abbiamo, ma è efficace pensare il contrario) e spiega come la teoria M possa essere una seria candidata a descriverci cosa sia successo – e perché – quando tutto è iniziato. Un inizio spontaneo, legato a fluttuazioni quantistiche. Un inizio, ci viene detto tra le righe, che può fare a meno di qualsiasi Creatore.
Libro chiaro, ripeto, chiarissimo. Facile? Facile, sì, anche troppo. Credo che un esperto in materia potrebbe trovarlo talvolta irritante. Per me, profano curioso (e curioso profano), è stato invece un viaggio assai stimolante.
(e finalmente potrò conversare da pari a pari con l’esimio Mons. Pizarro, perdio!)
Nella mente degli altri: alla scoperta dei neuroni specchio

(immagine presa da http://www.kissmachine.org)
I neuroni specchio sono per le neuroscienze ciò che il DNA è stato per la biologia.
(Vilayanur Ramachandran)
I neuroni specchio, individuati da Giacomo Rizzolatti e dal suo team a Parma diversi anni fa, sono forse una delle più importanti scoperte di sempre per quanto riguarda la conoscenza del funzionamento del cervello. Se è vero che la loro esistenza è ancora messa in dubbio da qualcuno, sembra che le conclusioni degli studi di Rizzolatti – e, ormai, di tantissimi altri – siano generalmente accettate dalla comunità scientifica mondiale. Personalmente i neuroni specchio li ho conosciuti tramite gli scritti di Ramachandran e grazie ad altri articoli letti sul web, e c’ho pure un po’ scherzato sopra qualche mese fa.
Ho voluto saperne di più, direttamente dalla fonte principale. Perciò negli ultimi due giorni ho letto Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, scritto da Giacomo Rizzolatti stesso e da Lisa Vozza. Si tratta di un libro assai snello (un centinaio di pagine) che rappresenta una sorta di introduzione al mondo dei neuroni specchio, raccontandone la storia della scoperta, il funzionamento e alcune possibili implicazioni. Lavoro estremamente semplice ma che aiuta lo stesso a comprendere appieno la portata rivoluzionaria di questi studi.
Studi che partono dalla fisiologia e arrivano, inutile dirlo, alla filosofia. I neuroni specchio possono infatti aiutare a far luce su diversi aspetti della mente dell’homo sapiens, una mente estesa, è sempre più evidente, che comprende il cervello ma che sa andare oltre ad esso. E’ curioso come, mentre sfogliavo le pagine, gli interrogativi che comparivano di volta in volta nella mia testa (“e cosa succederebbe se…?”, “e cosa c’entrano questi neuroni con…”, “e se si studiasse il rapporto tra i neuroni specchio e…?”) siano stati presi in considerazione (quasi tutti) dal duo di autori. Come detto sopra, ho in passato scherzato sul possibile rapporto tra neuroni specchio e insegnamento del gesto calcistico. Bene: nelle pagine finali del libro Rizzolatti e Vozza spiegano come gli studi sui neuroni specchio possano portare progressi anche in ambiti simili. Stesso dicasi per le mie (ovvie) speculazioni su neuroni specchio e autismo. E altro ancora.
Nella mente degli altri non ha la pretesa di dire tutto. Ma ha la capacità – è stato scritto per questo – di spingere il lettore ad approfondire l’argomento su altri testi. Unica pecca del libro, le immagini: in bianco e nero e di bassa qualità, non aggiungono niente al testo e sono spesso tutt’altro che comprensibili.
Un lavoro, sì, piacevole. Tra le cose più potenti che vi ho trovato c’è il fatto che (come aveva notato anche Ramachandran nell’analizzare la corteccia di pazienti con mani amputate) lingua (linguaggio) e mani (gesti) siano così strettamente legati a livello cerebrale, come a sottolineare (l’aveva notato anche Fouts) che il nostro linguaggio è un’evoluzione di un articolato sistema di gesti primordiale. E anche cose come questa, suppongo, non possono non destare meraviglia:
Noi umani abbiamo neuroni capaci di riconoscere i suoni prodotti dalla bocca e dalla laringe? Luciano Fadiga e colleghi hanno chiesto ad alcuni volontari di ascoltare attentamente alcune parole mentre la loro corteccia motoria veniva stimolata dalla TMS. Nel mezzo delle parole si poteva trovare una doppia <<f>> o una doppia <<r>>. Ora, se provate a pronunciare la parole muffa, vi accorgerete che durante il suono <<ff>> la vostra lingua si muove ben poco; viceversa, se cercate di pronunciare la parola carro, noterete che il suono <<rr>> è piuttosto impegnativo per la lingua. I risultati hanno mostrato che ascoltare parole contenenti una doppia <<r>>, ma non una doppia <<f>>, determina [nell'ascoltatore, ndG] un’attivazione delle aree che controllano i muscoli della lingua. (Nella mente degli altri, Rizzolatti e Vozza)
Infine, ecco un paio di interessanti video con Rizzolatti: Rizzolatti a 21min e lo studioso ospite in un bel programma sulla Rai (E se domani, dal minuto 17 in poi).
Gli mp3 di Moebius

Ultimamente vado a correre ascoltando i podcast che ho trovato sul sito della rivista online Moebius. Come si vede atterrando sulla pagina, il sito ne mette a disposizione a decine (o forse a centinaia). Si tratta di audio brevi – di rado superano i 10 minuti – tratti da trasmissioni radiofoniche andate in onda su Radio 24. Queste pillole di divulgazione scientifica, a volte davvero ben realizzate, affrontano gli argomenti più disparati in un modo che molto spesso è piacevole e capace di suscitare curiosità nell’ascoltatore. Nessuna pedanteria, per intenderci.
Io ho scorso un po’ i titoli e ne ho buttati diversi dentro il lettore, prediligendo quelli che avrebbero potuto interessarmi di più. E me la sono goduta, tra scimmie interessate all’heavy metal, discussioni sugli ogm, speculazioni su caso e quanti, riletture de Il gene egoista, racconti sulla diffusione culturale tra animali, esperimenti sull’effetto placebo, ironie sulle misurazioni cerebrali effettuate nell’800 (e qui ho ripensato a quel bel libro di Gould) e così via e così via.
Visto il numero di file a disposizione, mi sa che ne avrò per un bel po’.
La magia del bilinguismo

Sono in molti gli studiosi che sostengono che insegnare due lingue ai bambini – in certe fasi della crescita – possa favorire lo sviluppo delle loro facoltà cognitive. Se si dà per scontato che linguaggio e pensiero siano strettamente interconnessi (l’ho imparato da Dennett e Fouts), la correlazione sembra tutto sommato logica anche ad un profano come me, visti i vantaggi che il bilinguismo dovrebbe fornire in termini di maggior plasticità o di incremento delle aree corticali stimolate.
Di articoli a favore della teoria è pieno il web: tra i tanti linko La forza del bilinguismo e Bilinguismo precoce e impatto sullo sviluppo cognitivo e sociocognitivo, che conclude con
Le ricerche effettuate dimostrano che il bilinguismo precoce costituisce una esperienza significativa con degli effetti di rilievo sullo sviluppo del bambino. L’ aspetto più significativo è che il bilinguismo, qualora reale e supportato dal contesto famigliare e sociale, è una forza positiva che migliora lo sviluppo cognitivo e linguistico, migliora la capacità dei bambini di risolvere problemi e, cosa ancora più interessante, migliora lo sviluppo socio-cognitivo nel senso che facilita la comprensione delle differenze e delle altrui prospettive, incluse le difficoltà di linguaggio.
Va be’, il preambolo è finito. Non so così tanto sull’argomento da dedicarvi un post specifico.
In realtà tutto ciò è solo una misera scusa per introdurre una bella intervista fatta dal sito Bilingue per gioco a Douglas Hofstadter. L’autore di Anelli nell’io, che parla diverse lingue (tra cui l’italiano), ha accettato di rispondere (in inglese!) ad alcune domande che gli sono state rivolte sul tema del bilinguismo e sul mo(n)do bilingue in cui ha cresciuto i suoi due figli. Ne è venuta fuori una conversazione interessante, in cui Douglas tra le altre cose racconta del suo amore per l’Italia. Un amore che è sbocciato anche grazie alla moglie Carol, quella moglie (morta a metà anni ’90) che è protagonista di alcune delle pagine più toccanti (e più ‘letterarie’) di Anelli nell’io.
Ecco un estratto:
I think that I felt most deeply gratified when, a few years ago, I suddenly became aware of the fact that my kids had completely stopped speaking English with each other, and were speaking to each other ONLY in Italian at all times. At that point I knew that Italian was tremendously important to them, and that it formed a special kind of bond between them that symbolized “family” (or should I say “famiglia”?) and that also represented all the many experiences that we had all shared over the years in Italy and with Italian people. That really made me feel that I had brought up children who were not only bilingual but also bicultural.
Il resto dell’intervista – assai recente – si trova qui.
Omeopatia, omeopatia, per piccina che tu sia, tu sei sempre una fesseria
Homeopathy. There’s nothing in it.
Leggo su Oggi Scienza:
Sabato e domenica si svolgerà in tutto il mondo l’evento 10:23. [...] 10:23 si riferisce al numero di Avogadro, 1023, cioè il numero di atomi contenuti in una mole, l’unità usata in chimica per misurare la quantità di sostanza (l’unità è equivalente per convenzione al numero di atomi contenuti in 12 grammi di carbonio-12). La campagna “10:23” con questo riferimento vuole rimandare alle diluizioni praticate in omeopatia (spesso però maggiori a una parte di principio curativo su 1023 parti di acqua), di cui abbiamo già parlato e di cui parleremo nuovamente, diluizioni talmente diluite, appunto, da far sì che James Randi, scettico di fama planetaria, paragonasse ironicamente l’uso di un farmaco omeopatico per il mal di testa, a “buttare due aspirine dentro il lago Tahoe, mescolare bene con un bastone, aspettare una paio d’anni perché si dissolva bene e poi prendere un sorsino di quell’acqua
Oggi Scienza e Queryonline ne approfittano per fare informazione, proponendo diversi articoli legati al tema. Segnalo Omeopatia: facciamo il punto, Omeopatia: le basi, Caramelle, Si chiudono i rubinetti per l’omeopatia inglese, I trial clinici, Il disastro del rapporto Donner e Omeopatia: funziona? I risultati delle metanalisi.
Siamo tutti interconnessi
Su questo blog ho scoperto l’esistenza del seguente spettacolare video, “il quale fa parte di un bellissimo progetto chiamato The Symphony of Science del musicista statunitense John Boswell. Racchiuse in questo brano troviamo le bellissime parole di Carl Sagan, Richard Feynman, Neil deGrasse Tyson e Bill Nye, incastrate in modo musicale davvero originale. Buon ascolto e buon viaggio”. Si incastra perfettamente con la mia ultima lettura, il magico Cosmos di Carl Sagan (qui la prima parte della serie tv).
Per altri video del genere si deve fare un salto qui.





















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