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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

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Venti canzoni

con 7 commenti

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:

Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?

Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed  è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.

Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:

  • Queensryche: I am I/Someone Else?
    Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui. 
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    “It” is my move, my every look
    interpreting gestures,informing other
    what’s undercover and lurking beneath my mask

    of this year’s featured model

    Is this too much?

    Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
    (I am I)
  • Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
    Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
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    Now I just act like I don’t remember
    Mary acts like she don’t care

    But I remember us riding in my brother’s car

    Her body tan and wet down at the reservoir

    At night on them banks I’d lie awake

    And pull her close just to feel each breath she’d take

    Now those memories come back to haunt me
    They haunt me like a curse

    (The River)
  • Nevermore: The Learning/We Disintegrate
    La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
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    I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
    If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
    Could the computer be internally conscious?
    To emulate flesh machines I am learning
    (The Learning)
  • SOAD: Chop Suey/Sad statue
    Chop Suey
    E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
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    Trust in my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    In my self righteous suicide
    I, cry, when angels deserve to die
    (Chop Suey)
  • Sting: Message in a Bottle/Mad about You
    Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
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    Walked out this morning

    Don’t believe what I saw
    A hundred billion bottles
    Washed up on the shore
    Seems I’m not alone at being alone
    A hundred billion castaways
    Looking for a home
    (Message in a Bottle)
  • Dredg: Sanzen/Bug Eyes
    I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
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    These papers are stuck in this book

    Until they’re torn out and pasted
    To the inside of my memory
    Where I can later look and see them in a new gallery
    Where they can later be viewed and appreciated
    (Sanzen)
  • Rush: Red barchetta/Bravado
    I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
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    Wind in my hair

    Shifting and drifting
    Mechanical music
    Adrenaline surge
    (Red Barchetta)
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    If the moment of glory

    Is over before it’s begun
    If the dream is won -
    Though everything is lost
    We will pay the price,
    But we will not count the cost
    (Bravado)
  • Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
    La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
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    With calculated candor you play the part

    Of a trusted confidant
    Moving closer for a better view
    Looking for more than eyes can see
    (Don’t Follow Me)
  • Tori Amos: Spark/Northern lad
    Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
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    She’s convinced she could hold back a glacier

    But she couldn’t keep Baby alive
    Doubting if there’s a woman in there somewhere
    Here
    (Spark)
  • Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
    Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
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    This is not who i wanted to be
    this is not what i wanted to see

    She’s so young so why don’t i feel free
    now that she is here under me?
    (Beyond the Pale)
  • Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
    Edge of thorns
    (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
    -
    I have seen you on the edge of dawn

    Felt you there before you were born
    Balanced your dreams upon the edge of thorns
    But I don’t think about you anymore
    (Edge of Thorns)
  • The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
    Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
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    And blue is representing

    The draft in my heart
    I’m wandering through thin skies
    And the transparent air I’ve missed
    (The May Song)
  • Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
    Disarm
    è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
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    Disarm you with a smile

    Cut you like you want me too
    Cut that little child
    Inside of me and such a part of you
    (Disarm)
  • Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
    Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
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    And now my bitter hands cradle broken glass

    Of what was everything?
    All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
    (Black)
  • Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
    Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
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    Can you feel rejection
    And a lack of motivation
    And the joy you need restricted and delayed
    (Forever Failure)
  • Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
    Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
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    I will run to the hills where you hide
    Seeking vengeance for all of my kind
    (Victory is Mine)
  • Radiohead: The Bends/ Black Star
    Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
    -
    Where do we go from here?

    The planet is a gunboat in a sea of fear
    And where are you?
    They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
    To blow me away, to blow me sky high
    (The Bends)
  • Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
    Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
    -
    Gravity keeps my head down

    Or is it maybe shame
    At being so young
    And being so vain.
    Holes in your head today
    But I’m a pacifist
    I’ve walked las ramblas
    But not with real intent
    (If you tolerate this…)
  • Anathema: Are you there? /Temporary Peace
    Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
    -
    Are you there?

    is it wonderful to know
    all the ghosts…
    all the ghosts…
    freak my selfish out
    my mind is happy
    need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
    (Are you there?)
  • Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
    Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
    -
    I saw his ending
    long before it started
    I knew his name
    he’s the one who took the sword
    out of the stone
    it’s how that ancient tale began
    I hear it in the cold winds
    My song of the end
    I had seen it in my dreams
    my song of the end
    I can’t stop the darkening clouds
    (A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important
Well mister they vanished right into the air
Now I just act like I don't remember
Mary acts like she don't care
But I remember us riding in my brother's car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I'd lie awake
And pull her close just to feel each breath she'd take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse

Scritto da Gianluca Bartalucci

25 ottobre 2010 alle 21:45

Grande, grosso e cattivo (forse)

con 2 commenti

Blaze è un romanzo che Stephen King ha scritto più di trenta anni fa. Come Allen ha fatto con Basta che funzioni, lo scrittore del Maine ha tirato fuori la sua opera dal cassetto, l’ha riletta e l’ha ripulita per poi gettarla in pasto ai propri ammiratori contemporanei. Non con gli stessi risultati, ahimé: se il film di Allen è strepitoso, vivo e pieno di spunti, il lavoro di King non è certo da annoverare tra quelli che gli son venuti meglio.

La storia rasenta in più punti la trama di altre storie kinghiane e vede come protagonista un uomo alto, enorme e mentalmente non proprio sveglissimo alle prese con un mondo cinico che non riesce ad inquadrarlo a dovere, che non sa infilarlo in nessuna categoria conosciuta. Il tutto rimanda (come faceva anche, che so, Il miglio verde) ancora una volta al calore americano dello splendido Uomini e topi di Steinbeck, racconto cui King devessere parecchio legato. Blaze, quest’essere mastodontico col quale si tende a simpatizzare, fin dall’infanzia ne passa di tutti i colori: un padre manesco, un professore manesco e un cervello che non riesce a sistemarsi sullo stesso livello dei coetanei. Una volta superate in qualche maniera e non senza dolore tutte le avversità, diviene un adulto incapace, anche quando è in buona fede, di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Un bambino troppo cresciuto, tanto per capirsi, inconsapevole della reale differenza tra il bene e il male. Il suo vissuto lo porterà al maldestro rapimento del piccolo Joe e ad una lunga serie di disastrose conseguenze che la debole mente affronterà cercando aiuto e conforto nella rievocazione delle frasi e dei pensieri di George, l’amico (anche qui, cattivo ma non troppo) deceduto qualche mese prima.

Pur trasmettendo una certa dolce malinconia, grazie a suggestivi flashback, il romanzo scivola via senza dare mai l’impressione di voler raggiungere una meta ben precisa.  Inconcludente e insicuro (per esempio, nella caratterizzazione dei personaggi), fin dalle prime pagine si avvia timidamente verso un finale privo di reali colpi di scena.

In ultima analisi, è proprio la mancanza di personalità di un King evidentemente ancora acerbo a rendere Blaze un lavoro troppo tiepido per poter ambire a un giudizio che vada oltre la sufficienza.

Scritto da Gianluca Bartalucci

11 ottobre 2009 alle 19:19

Pubblicato in libri

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Latest news!

con 5 commenti

In lettura: King, “La zona morta“. Trovato usatissimo a 2 euro, lo sto leggendo con gusto. Il recupero delle opere del primo King che non ho letto da ragazzo prosegue a discreto ritmo.In visione: Woody Allen, le sue cose migliori. Viste, riviste e ririviste. Ma sempre divertenti.

In ascolto: grande mescolìo di roba. Fondamentalmente sento l’unplugged dei Pearl Jam, “Soul call” di Duke Ellington, qualche vecchio disco metal (che so, “Rage for order” o i Control Denied), un po’ il nuovo Guns n Roses, un po’ la colonna sonora di “Babel“.

Scritto da Gianluca Bartalucci

22 dicembre 2008 alle 12:49

Pubblicato in musica

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Ti prendo e ti porto via, ma dopo un miliardo d’anni

con 8 commenti

ti  prendo e ti porto via
Esce in questi giorni il nuovo film di Salvatores. E chi se ne frega, diranno i più. E’ tratto da un discreto romanzo di Niccolò Ammaniti (discreto, quanto snobismo: lessi le sue 500 pagine in tre giorni). Embè? diranno altri. Ci sta che interrompa di colpo la mia ormai cronica pigrizia cinematografica per andarlo a vedere. Quindi?, chiederanno altri ancora.

Quindi Niccolò Ammaniti, quindi diverse estati torride di una decina di anni fa, trascorse sul divano col libro in mano, quindi “Ti prendo e ti porto via”. Semplice, no? Non fa una piega.

Ti prendo e ti porto via” è un libro che ho letto almeno due o tre volte. Non conosco, e non potrei conoscere, la letteratura italiana contemporanea nella sua complessità, ma son sicuro di non osare troppo nell’affermare che questo libro di Ammaniti rientra tra le migliori cose pubblicate nell’ultimo decennio e oltre. La letteratura italiana di solito fa schifo, dirà qualcuno. Forse è vero. Ma chi se ne frega, questa volta, lo dico io.

Da una parte, “Ti prendo e ti porto via” è un libro furbo. Sfruttando la facile nostalgia per l’adolescenza su cui si basano tutti i romanzi di formazione, da cui tutti più o meno si fanno attrarre, e ripescando certe atmosfere del King di “Stand by me” (“Il corpo“) e di “It” (ma senza l’apparato orrorifico) nonché del Dickens di “Grandi Speranze”, Ammaniti butta giù un lavoro con dei bersagli ben precisi e neanche troppo difficili da colpire. La nostalgia, in primis: la scuola media o il liceo, il primo amore, le scazzottate con i bulli, le girate in bicicletta, i piccoli misteri dei boschi, l’infelicità e la corruzione degli adulti. In tutto viene ben espresso dalla famosa frase contenuta dentro “Il corpo” di King:

Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, e voi?

Dall’altra parte, invece, il libro è di una schiettezza e di una onestà ammirabili. Non pretende di essere ciò che non è, non mira troppo in alto ma, con stile succinto ai limiti del colloquiale, si focalizza su ciò che più conta, la storia. Lo so, si dice sempre così. Ma stavolta è vero, giurin giurello. La storia, sì, una storia popolare ambientata in un paesino di derelitti e anime scombussolate, una storia sincera che più volte sconfina, in maniera credibile ed avvincente, nel grottesco e nel surreale.

Il tutto funziona alla grande. Ne parlo a distanza di anni dall’ultima rilettura, quindi non posso dare riferimenti troppo precisi. La trama esatta la si può trovare qui. A me sono rimaste le impressioni, non i dettagli. Lincantesimo muto della palude. La notte di terrore dentro la scuola. La cattiveria di Pierini. La vicenda sconclusionata della catapulta, degna di Douglas Adams. L’assurdo sesso nelle acque termali. La vasca della professoressa. Sua madre. La grottesca scena dei poliziotti che fermano l’auto del figlio di papà, e le risate che mi ci sono fatto. Il doloroso epilogo. Il “cazzo!” pronunciato dopo aver letto le ultime parole e aver chiuso il libro la prima volta.

Ho paura di cadere nel sentimentalismo più becero, ma non posso farci niente. “Ti prendo e ti porto via” è uno di quei libri “per sempre”, che, una volta letti, lasciano dentro un’impressione imperitura. Chi si ricorda, ancora oggi, a distanza di anni e anni, e anni, la magia dei bambini di “It” alle prese con la costruzione della diga nel bosco, forse può comprendere ciò che sto dicendo.

A tal proposito:

“[...] quel misero gruppuscolo di nati perdenti con il loro piccolo club segreto in quella località nota come i Barrens, i “brulli”, buffo nome per una zona così lussureggiante di vegetazione. A credersi esploratori nella giungla, o genieri della
Marina americana a disboscare un atollo nel Pacifico per una pista datterraggio tenendo testa ai giapponesi; a immaginarsi costruttori di una diga, cowboy, astronauti in un mondo di giungla; a inventarsi di tutto e tutto si poteva inventare, ma sempre senza dimenticarsi di quello che stavano facendo veramente: si nascondevano dai ragazzi più grandi, si nascondevano a Henry Bowers e Victor Criss e Belch Huggins e tutti gli altri. Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte “Hi-yo, ragazzi” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica arrotolata della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. Cera una parola per definirli? Oh sì. Cè sempre una parola. Nel loro caso era impiastri.”

(Stephen King, IT)

Scritto da Gianluca Bartalucci

5 dicembre 2008 alle 11:59

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Le notti di Salem (e Napoli non c’entra nulla)

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Non leggevo King, il King narrativo, da qualche anno. Se non ricordo male, m’ero fermato al suo “La casa nel buio” (scritto con Straub), il seguito de “Il talismano”. Nel periodo che va dai dieci ai venti anni ho letto la maggioranza dei suoi lavori. Cominciai con i capolavori “It” (ero alla Coop, lo infilai nel carrello della mamma perché la copertina era irresistibile) e “L’ombra dello scorpione”, poi mi buttai sul resto.

Era rimasto fuori qualcosa, tra cui “Le notti di salem“. Un libro vecchio, polveroso e un po’ fuori dal tempo, ma buonissimo, che cresce lentamente, con un finale fin troppo tirato per le lunghe per eccesso di citazionismo*. La storia riprende – più o meno – quella del “Dracula” di Stoker e la immerge nella melmosa apatia delle campagne americane. Tutto ruota dunque attorno alla figura dei vampiri. Niente Anne Rice, qui, però. Qui i vampiri sbranano, sono viscidi, perfidi, schifosi. Non sono eroi maledetti, non hanno volti effeminati, non sono affascinanti playboy, non seducono. Ti vogliono morto. Stecchito. O non-morto, o non-stecchito: in ogni caso, hanno una loro dignità. E’ questo ciò che conta. Ciò che fa la differenza rispetto al romanticismo del vampiro moderno.

King è vitale, porta avanti con maestria le diverse storie parallele (anticipando ciò che farà in modo anche migliore con “It”), è asciutto e sempre attaccato all’intreccio, è a tratti ironico e divertente (e divertito). Fa fuori personaggi fondamentali, gioca con le aspettative dei lettori e ribalta un paio di topoi della letteratura orrorifica. Il finale, omaggio al romanzo gotico epistolare, è forse un tantino forzato. Ma si può chiudere un occhio. Questo è uno dei primi libri pubblicati dallo scrittore del Maine: strafare, citare, seguire in modo pedissequo gli stilemi del genere. E’ la gioventù, succede a tutti. Dai Rush ai Queensryche, da Ammaniti a Cronenberg, da Picasso a Van Gogh. E così via, e così via.

(*in colpevolissimo ritardo mi accorgo che questa parte è stata inserita alla fine del racconto solo a posteriori ed era dunque assente nell’edizione originaria. amen)

Scritto da Gianluca Bartalucci

3 maggio 2008 alle 08:41

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Letti di straforo.

con 3 commenti

La filosofia del Dr. House“. Sull’etica e sulla logica del famoso personaggio televisivo. Lettura tutta sommato superflua. Penso che House sia una delle cose più belle, brillanti ed intelligenti che la tv trasmette oggigiorno (anche se guardo gli episodi solo perché me li porta il pigro quadrupede). Penso, inoltre, che attorno alla figura del cinico medico col bastone si possa dire parecchio. Per questo, quando in libreria ho visto che qualcuno aveva provato a parlarne seriamente, non ho saputo trattenermi dall’acquisto. Il libro, però, non aggiunge niente rispetto alle considerazioni che mediamente si fanno sul serial. Ci si ferma all’ovvio e, ancora peggio, lo si racconta in modo noioso e pedante.”Stephen King & Clive Barker“, di Anthony Timpone. Raccolta di articoli ed interviste sui due scrittori horror, pagata un euro. Niente di eccezionale, anche qui (ho letto solo i testi riguardanti King). Piacevole a tratti.

Sto leggendo “I versi satanici” di Rushdie. Dopo un inizio schioppettante, la lettura comincia a farsi faticosa (o forse sono in un periodo in cui ho solo voglia di leggere altro, roba più diretta). Vedremo se arriverò alla fine.

Scritto da Gianluca Bartalucci

9 aprile 2008 alle 18:58

Pubblicato in libri

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