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Venti canzoni

Venti canzoni che non posso smettere di ascoltare.
Seguo l’iniziativa di Iguana, il quale a sua volta si è ispirato a questo post, che cito:
Vediamo, regole di campo – i pezzi, titolo, autore, fonte, due righe di commento e una citazione del testo (in originale, così chi vuole fa esercizio).
E un lato B – sono 45 giri, giusto?
Ecco dunque i miei “45 giri virtuali”. Quei “singoli”, insomma, a cui mi sento più legato. L’ordine è casuale, ed è inutile star qui a descrivere il fastidio causato dal non poter includere altri gruppi e/o canzoni. Inutilissimo. Per buttar giù i nomi dei venti (quaranta) brani mi son appoggiato qui, su una lista di dischi che avevo già stilato. Ottimo esempio di memoria esternalizzata, peraltro.
Insomma. Dopo giorni di pensieri e ri-pensieri, eccoci:
- Queensryche: I am I/Someone Else?
Che con i Queensryche ci son cresciuto e che Promised Land è il mio ‘disco della vita’ l’ho detto e ridetto. E scritto più volte. I am I è il primo brano dei ‘ryche che ho ascoltato. Ottobre 1994, e non fu subito amore. E’ un tale concentrato di frenesia, un così schizoide mix di umori e di melodie an-orecchiabili che per capirlo, ai tempi, ci misi un bel po’. Oggi non mi stanco mai di sentirlo e di inseguirci un significato. Come faccio ancora con tutto il disco, mistero autoreferenziale lungo 50 minuti che si chiude col piano & voce di Someone else?. Malinconica sintesi di frustrazione e reazione. B-side perfetta. E mi fermo qui.
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“It” is my move, my every look
interpreting gestures,informing other
what’s undercover and lurking beneath my mask
of this year’s featured model
Is this too much?
Close your eyes. Care to look inside? I AM I!
(I am I)
- Bruce Springsteen: The River/Downbound Train
Non ho alcun dubbio che The River, epica e struggente, sia la mia bosscanzone preferita. Ma la pur splendida Downbound Train se la gioca con tante altre. E’ comunque certo che The River (l’album) e Born in the USA siano i dischi di Springsteen che preferisco. Tendo molto a appiccicarli alle mie letture adolescenziali. In quegli album – per me – ci sono i giochi nel bosco dei bambini di It di Stephen King o l’epopea quasi-biblica de L’ombra dello scorpione. C’è l’America che mi immagino – o che mi piace immaginare.
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Now I just act like I don’t remember
Mary acts like she don’t care
But I remember us riding in my brother’s car
Her body tan and wet down at the reservoir
At night on them banks I’d lie awake
And pull her close just to feel each breath she’d take
Now those memories come back to haunt me
They haunt me like a curse
(The River)
- Nevermore: The Learning/We Disintegrate
La mastodontica The Learning, che chiude il glaciale The Politics of Ecstasy, mi fa pensare ad un sacco di quelle idee filosofiche che stanno giusto giusto a metà tra l’intelligenza artificiale, la fantascienza e le scienze cognitive. Il disco nel suo complesso mi rimanda ad un periodo in cui vivevo, da studente, in una camera sperduta nelle nebbiose campagne di Siena. All’università, guarda caso, studiavo psicologia dei processi cognitivi e facevo esercizi sulle macchine di Turing. We disintegrate - mai titolo fu più azzeccato – è anch’essa una canzone dal sapore fantascientifico. Viene da quello che è considerato il Black Album dei Nevermore, Dead heart in a dead world.
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I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought
If you cannot linguistically differentiate a person from a computer
Could the computer be internally conscious?
To emulate flesh machines I am learning
(The Learning)
- SOAD: Chop Suey/Sad statue
Chop Suey E’ il Cencio’s, il locale rock di Prato (ora defunto) dove ho passato infinite alcoliche serate tra i 22 e i 27 anni. Sad Statue viene dal duo di dischi Mesmerize/Hypnotize che – anche a causa dei testi – associo automaticamente all’ 11 settembre e a tutto il casino bellico successo dopo.
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Trust in my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
In my self righteous suicide
I, cry, when angels deserve to die
(Chop Suey)
- Sting: Message in a Bottle/Mad about You
Lo so che Message in a Bottle appartiene ai Police, lo so, ma qui ho bisogno che sia tutta di Sting. Rappresenta uno di primissimi brani stranieri di cui mi sono davvero invaghito, in qualche momento attorno al 1990. Mi ha brevemente illustrato ciò che la musica rock poteva fare. Mad about you, sinuosa e arabeggiante, viene dal mio disco di Sting preferito, The Soul Cages. Ne ho consumato il vinile ai tempi del Liceo.
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Walked out this morning
Don’t believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I’m not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home
(Message in a Bottle)
- Dredg: Sanzen/Bug Eyes
I Dredg sono stati una delle poche vere infatuazioni del nuovo millennio. C’è stato un periodo, cinque o sei anni fa, in cui ogni tendevo ad ascoltare la spaziale Sanzen ogni notte, in auto. Bug Eyes, con la sua irresistibile melodia, mi ricorda del periodo vissuto a Londra, le attese alla fermata dell’autobus in Putney High Street, le passeggiate per i parchi, etc etc. Un pezzo perfetto.
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These papers are stuck in this book
Until they’re torn out and pasted
To the inside of my memory
Where I can later look and see them in a new gallery
Where they can later be viewed and appreciated
(Sanzen)
- Rush: Red barchetta/Bravado
I Rush hanno scritto decine di capolavori. Sceglierne solo due è davvero arduo. Red Barchetta è perizia tecnica al servizio della canzone, è fulminea emozione, è dannata voglia di scorrazzare in auto col braccio fuori dal finestrino, è fantascienza vecchio stampo. E’ irresistibile movimento. Bravado (versione live da Different Stages) rappresenta invece una delle poche cose dei Rush che più si avvicinano ad una ballata. Uno dei primi brani che mi hanno fatto perdere la testa per il gruppo canadese. Un calderone di ricordi.
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Wind in my hair
Shifting and drifting
Mechanical music
Adrenaline surge
(Red Barchetta)
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If the moment of glory
Is over before it’s begun
If the dream is won -
Though everything is lost
We will pay the price,
But we will not count the cost
(Bravado)
- Fates Warning: Don’t Follow Me/Part IX
La notturna Don’t follow me qui rappresenta l’intero Parallels, scintillante prova di classe dei Fates Warning. Part IX, dal capolavoro A Pleasant Shade of Gray, è invece, molto semplicemente, IL brano melodico. O uno di quelli. Semplice ma elegantemente arrangiato, può destare dal torpore esistenze intere. E l’assolo di Matheos vale, come si suol dire, il prezzo del biglietto.
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With calculated candor you play the part
Of a trusted confidant
Moving closer for a better view
Looking for more than eyes can see
(Don’t Follow Me)
- Tori Amos: Spark/Northern lad
Un’altra delle poche vere folgorazioni musicali degli ultimi anni. Tori Amos. Spark (suppongo per lei molto personale) e Northern Lad sono forse le canzoni di Tori che tendo ad ascoltare più spesso. Io che tento malamente di cantare Northern Lad è un classico dei miei viaggi solitari in auto.
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She’s convinced she could hold back a glacier
But she couldn’t keep Baby alive
Doubting if there’s a woman in there somewhere
Here
(Spark)
- Pain of Salvation: Beyond the Pale/Reconciliation
Beyond the pale e Reconciliation sono i due brani che sintetizzano al meglio le qualità dei Pain of Salvation. La prima è una lunga multiforme sinfonia di lussuria, con un favoloso ritornello Fates Warning-style. Reconciliation è un pezzo più immediato. Ma, potete scommetterci, per niente banale. Hell is to WAAAAKE UUUUUP!
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This is not who i wanted to be
this is not what i wanted to see
She’s so young so why don’t i feel free
now that she is here under me?
(Beyond the Pale)
- Savatage: Edge of Thorns/This isn’t What We Meant
Edge of thorns (assieme a tutte le altre canzoni del disco da cui è tratta) mi ricorda il periodo dei 18/19 in cui cominciai a guidare. Un pezzo regale, raffinato, reso immortale dall’assolo di Criss Oliva. L’altro viene da Dead Winter Dead ed è un desolante concentrato di ansie da guerra dei Balcani. E mi sento un cretino a non aver incluso Believe, o Turns to me, o When the crowds are gone o…
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I have seen you on the edge of dawn
Felt you there before you were born
Balanced your dreams upon the edge of thorns
But I don’t think about you anymore
(Edge of Thorns)
- The Gathering: The May Song/Great Ocean Road
Anneke, Anneke, Anneke. La sua voce ha contaminato un sacco di momenti. Scelgo The May Song e Great Ocean Road come simboli due album straordinari, il primaverile Nighttime Birds e il più (moderamente) psichedelico How to Measure a Planet? Poesia. L’unica poesia che davvero mi smuove qualcosa dentro. Anneke. Ah, Anneke.
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And blue is representing
The draft in my heart
I’m wandering through thin skies
And the transparent air I’ve missed
(The May Song)
- Smashing Pumpkins: Disarm/Galapagos
Disarm è un po’ il grunge e tutte quelle cose lì, insomma, i 16 anni, le audiocassette, il rock, le prime uscite notturne. Galapagos, invece, mi ricorda soprattutto di persone. A posteriori c’infilo anche Darwin e Vonnegut, per ovvi motivi. Entrambi i brani fanno parte di una cd-compilation dei Pumpkins che mi porto sempre in auto.
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Disarm you with a smile
Cut you like you want me too
Cut that little child
Inside of me and such a part of you
(Disarm)
- Pearl Jam: Black/Yellow Ledbetter
Sull’intensità pazzesca del capolavoro Black inutile dilungarsi troppo. Yellow Ledbetter è invece una canzone meno nota. Era una B-side del singolo di Daughter che comprai in gita a Parigi ai tempi del Liceo. Ho sempre adorato quella spettacolare versione live (che peraltro non riesco a rintracciare su YouTube), tutto quel sentimento, tutta quella smania di raggiungere le radici, l’essenzialità della musica. Talvolta penso sia la migliore canzone mai scritta dai Pearl Jam.
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And now my bitter hands cradle broken glass
Of what was everything?
All the pictures have all been washed in black, tattooed everything
(Black)
- Paradise Lost: Forever failure/ True Belief
Il primo concerto metal a cui ho partecipato era dei Paradise Lost. Si tenne alla Flog di Firenze nel ’95, o nel il ’96. Il tour era quello di Draconian Times, album che ho ascoltato fino alla nausea lungo tanti, tanti pomeriggi. Forever Failure viene da lì, con tutto il suo lacerante pessimismo. True Belief è invece contenuta nel precedente e meno melodico Icon. Un aggettivo per descriverla? Imponente.
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Can you feel rejection
And a lack of motivation
And the joy you need restricted and delayed
(Forever Failure)
- Virgin Steele: Victory is mine/ Forever will i roam
Epicità. Nel periodo in cui davo dentro di letture fantasy, amavo accompagnare i libri con i dischi di Virgin Steele e Blind Guardian. Victory is Mine è tra i pezzi tirati e metallici degli Steele che preferisco. Forever will i roam è una power ballad (si dice così) di quelle che non si dimenticano. Su tutto e tutti l’ugola formidabile di David De Feis.
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I will run to the hills where you hide
Seeking vengeance for all of my kind
(Victory is Mine)
- Radiohead: The Bends/ Black Star
Sui Radiohead, come su mille altre cose, sono arrivato in ritardo. Ho conosciuto e apprezzato The Bends e Ok, computer solo nel nuovo millennio. E nonostante tutto The Bends rimane ancora oggi il disco che prediligo del gruppo rock inglese. Più semplice, più diretto, più vivo rispetto a quel che verrà dopo. Sia il pezzo che dà il nome all’album sia Black Star sono legati – in particolare – ad un Natale di 7 o 8 anni fa. O meglio: non sono legati a quel Natale. Vi dipendono.
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Where do we go from here?
The planet is a gunboat in a sea of fear
And where are you?
They brought in the CIA, the tanks and the whole marines
To blow me away, to blow me sky high
(The Bends)
- Manic Street Preachers: If you tolerate this your children will be next/ Black dog on my shoulder
Ho scoperto i Manics durante una ‘forca’ al Liceo. Era una bella mattina di primavera, piena di possibilità. Presi il treno per Pisa e passai ore dentro ai negozi di dischi alla ricerca di… qualcosa. Ne uscii con la musicassetta del primo lavoro dei gallesi, Generation Terrorists. Un album a suo modo violento, politico, ambizioso, poetico, un album che ha significato parecchio per me. Eppure i due pezzi che cito vengono da uno dei loro lavori successivi, il più accessibile This is My Truth, Tell Me Yours. Irresistibile collezione di singoli da classifica. If you tolerate this, sulla guerra civile spagnola, è il brano che ogni gruppo di rock melodico vorrebbe scrivere. Colpisce subito. E dura nel tempo. Black dog on my shoulder, al contrario, è forse uno dei momenti più ignorati del disco, ma l’ho sempre trovata superlativa. Nasce sviluppando una frase di Churchill sulla depressione (‘un cane nero sempre in agguato, che ti assale alle spalle’) e muore, letteralmente, in un crescendo di schiaffi sinfonici.
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Gravity keeps my head down
Or is it maybe shame
At being so young
And being so vain.
Holes in your head today
But I’m a pacifist
I’ve walked las ramblas
But not with real intent
(If you tolerate this…)
- Anathema: Are you there? /Temporary Peace
Anche qui, mi piace scegliere due tra i brani più semplici. Lontani dalla deriva depressoide che caratterizzava gli Anathema degli esordi, le due canzoni sono frammenti di delizioso e malinconico pop. Are you there? è di una semplicità imbarazzante, eppure, eppure. Eppure è efficace. Temporary Peace costituisce un’emozionante salita verso la vetta, verso quella strofa che non può non lasciare strascichi.
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Are you there?
is it wonderful to know
all the ghosts…
all the ghosts…
freak my selfish out
my mind is happy
need to learn to let it go I know you’d do no harm to me
(Are you there?)
- Blind Guardian: A Past and Future Secret/ Mordred’s Song
Pezzi tratti dall’intricatissimo Imaginations from the other side. A past and future secret è un’anomala, fortissima ballad dalle atmosfere medievaleggianti. Mordred’s song, pur non discostandosi dagli intenti della precedente, sa diventare più graffiante. Due sottofondi musicali perfetti per le mie letture tolkeniane.
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I saw his ending
long before it started
I knew his name
he’s the one who took the sword
out of the stone
it’s how that ancient tale began
I hear it in the cold winds
My song of the end
I had seen it in my dreams
my song of the end
I can’t stop the darkening clouds
(A Past and Future Secret)
Now all them things that seemed so important Well mister they vanished right into the air Now I just act like I don't remember Mary acts like she don't care But I remember us riding in my brother's car Her body tan and wet down at the reservoir At night on them banks I'd lie awake And pull her close just to feel each breath she'd take Now those memories come back to haunt me They haunt me like a curse
Morbosamente attratti dal dolore
Se penso ai miei musicisti preferiti, mi accorgo che molti di loro hanno prodotto i lavori migliori nel momento in cui, chi più chi meno, stavano attraversando un qualche periodaccio esistenziale. E’ vero che ci sono le eccezioni (Dredg, Rush), ma mi sento di dire che il trend è sostanzialmente quello. Non si scappa. Di Tori Amos ho letto un paio di biografie (una davvero buona e una incentrata su misticismo e robaccia simile – brutta). So che la cantautrice americana, come tanti altri, in gioventù non se l’è passata proprio bene, tra stupri, aborti e storie d’amore finite male. Roba che non auguri a nessuno, per carità, ma che l’ha portata a comporre, per l’appunto, quelli che sono unanimamente considerati i migliori dischi della sua carriera. Lavori sofferti in cui tra carezzevoli ballate e brani più cupi emergeva un chiaro e perentorio messaggio di dolore. Tu stai male, ok, ma io sto bene con i tuoi dischi (e mi viene a mente una canzone di Elio). Perfetto rapporto tra artista e fan.
Poi Tori s’è sposata, ha finalmente messo al mondo una bambina e ha dato una sistemata alla sua vita. Questa nuova serenità l’ha portata a comporre dischi più rilassati e solari, come il pessimo The Beekeper, il fiabesco e buonissimo Scarlets Walk e il poliedrico American Doll Posse. Quest’ultimo, così esuberante, m’è piaciuto un bel po’: lo ricordo a farmi compagnia nelle sessioni di jogging per i parchi di Varsavia, con le sue molteplici influenze, con la sua energia, con la sua Digital Ghost (miglior pezzo della Tori contemporanea).
Adesso la Amos ha pubblicato un nuovo album, Abnormally Attracted to Sin. Non l’ho ascoltato tantissimo, a essere sinceri. Però sento già di potermi sbilanciare. Non è quel disco noiosissimo che m’era sembrato all’inizio, ma neanche l’ottimo prodotto che ti aspetteresti da un’artista di tale caratura. Amen. Lungo, eterno e zeppo di canzoni come tutti gli ultimi dischi di Tori, Abnormally è poco immediato, sobrio, a tratti dimesso, eccezionalmente omogeneo. Alterna intense ballad (Maybe California, Curtain Call, l’emozionante That guy), pezzi più ariosi (l’azzeccato singolo Welcome to England, Fast Horse) e qualche brano più coraggioso, a volte venuto bene (Give), altre meno (Police me, Strong Black Vine). Nel complesso sa regalare dei discreti momenti ma spesso appare, ahimé, anche monolitico e privo della freschezza compositiva del precedente. Abnormally è, in definitiva, un lavoro più che sufficiente e che, ne sono sicuro, ascolterò svariate volte. Ma niente più di questo, no, con tanti accidenti a quei malfattori che rendono felici le vite degli artisti.
Non lo sanno, loro, che stanno compiendo crimini contro l’umanità.
Notti di Paura e Delirio a Firenze.
Venerdì son salito in macchina alle 19 e mi son diretto verso Firenze. Quaranta chilometri, più o meno. Mezz’ora, se non si ha troppa fretta. Nel lettore dell’autoradio c’era un cd con tutti gli album di Tori Amos in formato mp3. Ho deciso di tenerlo. Ho girovagato tra i dischi, come non dovrebbe mai fare un ascoltatore serio, scegliendo solo i pezzi che più ci stavano bene. Ballate, più che altro. Jackie’s strength, dedicata a Jackie Kennedy, moglie dell’assassinato John. China, con quella splendida immagine dell’impenetrabile Grande Muraglia. Pretty Good Year, scritta pensando a Greg, un fan che inviò una lettera speciale. Northern Lad, cantata dal cielo eppure così schietta e para-femminista (Girls youve got to know/When its time to turn the page/When youre only wet/Because of the rain/When youre only wet/Because of the rain). Poi, ancora, personale, Digital Ghost, dall’ultimo disco. Che mi ricorda un po’ il jogging per le strade ventose di Varsavia.
Son arrivato a Firenze e ho parcheggiato lungo i viali. Giuro, porca miseria, giuro. Sì, a sentire in giro pare che parcheggiare in città sia impossibile. Dalla mia zona nessuno osa inoltrarsi nel capoluogo toscano, neanche di sera quando il traffico è minore, perché pare sia davvero un’impresa ardua trovare un angolo dove ficcare il proprio automezzo. In verità vi dico che da quattordici anni passo a Firenze un discreto numero di serate al mese. E che vado sempre in centro. E che avrò avuto problemi a parcheggiare una decina di volte. Forse. Il problema, diciamolo, è che la gente vorrebbe sistemare la macchina in piazza del Duomo. O lì vicino. O davanti alla discoteca Yab, sempre. I più si spaventano al sol pensiero di fare cinquecento tremendi metri a piedi.
Io no, ma non mi sento un eroe per questo. Sono sceso che faceva quasi buio, mi sono infilato gli auricolari e ho messo qualcosa di più caldo ed esotico, Cool Struttin’ di Sonny Clark. Mi sono diretto verso il centro. Per attraversare la pericolosissima zona della stazione, lato Pastarito e poi più in là verso Piazza Santa Maria Novella, ritrovo dei più temibili extracomunitari della galassia. Io ci vedo sempre, molto semplicemente, un sacco di gente alla fermata dell’autobus che aspetta di rincasare. Visi stanchi. Se sono al novanta per cento di extracomunitari è perché la stragrande maggioranza dei fiorentini usa la macchina o il motorino. I mezzi pubblici per spostarsi in città non vanno di certo per la maggiore, e credo che non sarà semplice convincere i residenti ad usare la futura tramvia. Bisognerà lavorare sodo con le comunicazioni e gli incentivi. In quella zona inoltre ci vedo, soprattutto d’estate, gruppi variopinti che si trascinano dietro uno stereo portatile old fashioned, di quelli tamarri che andavano di moda una decina di anni fa e oltre, l’appoggiano sulla scalinata e passano le loro notti così, parlando e ballando sotto i lampioni. Ci vedo splendide donnone nere con i loro vestiti sgargiantissimi. Ragazzi che si fanno i fatti loro. Qualche volto più losco c’è, ogni tanto, che c’entra. Ma è pura statistica. L’obiezione che sento circolare più spesso è “ma non c’è più un italiano”. Io ogni tanto ci sono, ci passo, solo o accompagnato. Mai avuto problemi. Gli italiani stanno in casa, temendo stupri e rapine. Vogliono evitare rischi. Eppure le case crollano, ci sono i terremoti, le bombole piene di gas che possono scoppiare da un momento all’altro, l’ammoniaca nelle bottiglie d’acqua in ripostiglio, i phon che cadono nelle vasche colme d’acqua, le televisioni che si suicidano esplodendo durante le trasmissioni di Vespa. Rischiano anche lì, povere anime inconsapevoli. Ma, in questo caso, riescono a chiudere un occhio.
Faceva fresco e si stava bene. Sono arrivato al Melbookstore, con la testa sempre immersa negli anni ’50, e mi son messo a rovistare tra i libri usati. Una sorta di rito, ormai. Non ho trovato niente, niente che volessi prendere al momento. Stessa storia al reparto cd e dvd. Son sceso giù, ho tenuto per mano un paio di classici (“Il conte di Montecristo” e qualcos’altro) ma poi li ho messi via quando ho deciso di acquistare “Perché non sono cristiano” di Bertrand Russell. Tanto per ravvivare ancora di più il melting pot delle mie letture. Era l’ora di cena e l’ampio negozio era semi-vuoto, con i commessi indaffarati a sistemare le novità. Sono uscito per avviarmi verso l’Edison. Altra libreria. Ci ho fatto un velocissimo giro turistico e mi sono fermato lì fuori in Piazza della Repubblica. A sinistra una cantante professionista esibiva i suoi talenti allo pseudo piano bar del Paskowski, i cui tavolini erano pieni di clienti persi in conversazioni. Un pezzo melenso di Bryan Adams cercava di sovrastare Sonny Rollins. A destra, una giostra per bambini girava e girava senza bambini da far girare. Davanti a me, oltre la piazza, una nutrita fila di artisti mostrava ai passanti gli ultimi schizzi realizzati. Due ragazzi neri esibivano della mercanzia tarocca su un lenzuolo bianco, pronti a far sparire tutto in un lampo alla vista della polizia. Più in là verso via del Corso il noto clown baffuto si apprestava al suo rituale show. In giro c’era un buon numero di persone. Maggioranza straniera. Qualche inglese, qualche americano, molti spagnoli. Oddio, una serata tutto sommato tranquilla.
Ho soppresso sul nascere la voglia di una birra. Visto che era ancora presto per tornare a casa, ho individuato una panchina vuota nel centro della piazza e mi ci son seduto. Ho letto Russell per una buona mezz’ora, girandomi di rado per osservare i volti transitare attorno a me. La lettura era piacevole, scorreva via senza troppi intoppi. E’ prerogativa delle grandi menti quella di essere sempre chiari e semplici anche quando si toccano gli argomenti più spinosi. Del filosofo e matematico inglese, qualche anno fa avevo letto “La mia filosofia”: pur navigando anche in acque per me pressoché sconosciute (matematica, logica) ero riuscito a non uscirne del tutto sconfitto. Piccole soddisfazioni. Ho preso il suo “Perché non sono cristiano” per un motivo solo: avevo l’intenzione di leggere l’acclamatissimo “L’illusione di Dio” di Dawkins ma da più parti mi giungevano voci che mi dicevano di leggere prima Russell, leggere Russell, leggere Russell. E così farò.
Infine mi sono alzato dalla panchina e me ne sono andato. Cool Struttin’ era in loop da tempo, ormai. Ho fatto il percorso a ritroso – passando di nuovo dalla zona Stazione – e son rimontato in auto. In superstrada ho piazzato All hope is gone, il nuovo Slipknot, nel lettore e l’ho ascoltato a volumi non consigliati, cercando senza troppo successo di capire qualcosa dei testi. Ho viaggiato sotto i limiti per sentirlo per intero o quasi. Disco davvero non male, comunque, davvero non male.
A sorta fairytale
Bene bene bene, stavo giustappunto (eh?) riflettendo sul fatto che non vado al cinema dal 43. E che pure di film scar… ehm, noleggiati non è che ne veda così tanti, ultimamente. E il mio andare a periodi: l’anno scorso ho passato un paio di mesi in cui mi recavo alla Grande Sala anche due o tre volte alla settimana. Negli anni passati c’è stato il periodo Bunuel, il periodo W.Allen, il periodo Truffaut, il periodo Bergman, il periodo Kubrick. La passione improvvisa per ciascuno di questi registi mi ha spinto a vedere tutto di loro, in pochissimo tempo, anche le opere minori ed inutili. Magari fra poco ricomincio, con qualcun altro. O magari no. Fatto sta che i film visti nelle ultime settimane si contano sulle dita di una mano: curiosamente (e casualmente) ho avuto l’occasione di vedere una specie di trilogia su truffe&affini, e cho trovato anche qualcosa di interessante. E’ roba che tiene sveglio il cervello, o che almeno dovrebbe provarci, come la Settimana Enigmistica, il Cubo di Rubik o “indovina la radice quadrata di” del liceo. Parlo dell’argentino “Nove regine“, un film davvero eccellente, di “La casa dei giochi“, più vecchio e morboso, e di “Il genio della truffa” (di Ridley Scott), trasmesso stanotte da Rete4, prevedibile, almeno quando si conoscono già gli altri due. Poi ho visto la versione de “Il lungo addio” realizzata da Altman, carina e assai distante dal plot del libro. Una personale interpretazione di un classico della letteratura. C’è una truffa anche qui, nemmeno a farlo apposta.
E, a proposito di libri, ho letto un banale e breve racconto di Flaubert (“Un cuore semplice”, ma due straordinarie palle) e una favola di derivazione tolkeniana, “Stardust” di Neil Gaiman. Gaiman l’ho sempre seguito da lontano, ma le poche cose di lui che conosco, il fumetto “Sandman” (di cui possiedo molti albi) e “Nessun dove” (imperdibile per chi ama Londra) le ho sempre trovate avvincenti. La potenza della semplicità. Ho accompagnato “Stardust” con “Scarlets walk” di Tori Amos e, solo sul finire del libro, mi son ricordato che Tori e Gaiman sono grandi amici. L’avevo scoperto un paio d’anni fa leggendo la biografia della cantautrice americana. Così ho indagato un po’ (due minuti a dir tanto) e sono venuto a conoscenza di legami insospettabili. Il primo capitolo del libro è stato scritto a casa di Tori, la quale in cambio dell’ospitalità ha voluto che Neil le regalasse… un albero. Ancora: nel libro Gaiman introduce il personaggio di un albero parlante (con foglie rosse, come i capelli di Tori) e lo descrive pensando a lei. Ancora, ancora: in una canzone dell’album “Boys for Pele” chiamata “Horses” c’è un verso scritto dalla Amos che fa: And if there is a way to find you I will find you/but will you find me if Neil makes me a tree?
E il libro com’è? Buono, leggero e scorrevole. Frugale. C’è un mondo fantastico, un eroe, una ricerca assai singolare e tutta una serie di ostacoli da superare per portarla a compimento. Il paradiso di Propp. Una storia essenziale e affascinante come una fiaba, dal finale buonista e prevedibile come una fiaba. L’Amore trionfa, urrà, e tutti sono felici e contenti. Ma “Nessun Dove” era parecchio meglio, eh.


