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Ever noticed that people who believe in Creationism look really unevolved?

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Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (eh, come no)

con 6 commenti

Nel suo celebre Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut a un certo punto sostiene che

Tutto quello che c’è da sapere sulla vita si poteva trovare nei Fratelli Karamazov.

Perentorio, schietto, inquietante. Ho letto il libro di Vonnegut ormai diversi anni fa, eppure a distanza di tempo questa frase buttata lì con nonchalance continua a tornarmi spesso in testa. Mistero irrisolto e, quindi, uggioso e affascinante. Più volte – specialmente dopo un paio di birre – mi son trovato in libreria a soppesare la mastodontica opera di Dostoevskij per chiedermi cosa ci fosse scritto di così fondamentale là dentro. Di così assoluto. Più volte sono stato tentato dall’acquisto e dalla lettura. A oggi, però, non mi sono ancora cimentato nell’impresa. E forse è più bello così. Che poi, oh, son più di mille pagine.

Pensavo a questa frase (ancora) proprio qualche minuto fa. Cosa non si fa pur di non lavorare. E mi son chiesto – è un gioco – cosa indicherei io, oggi, come simbolico contenitore di (non ridete) tutto ciò che c’è da sapere sulla vita. Quale libro, sì, ma anche quale film, quale disco, quale canzone. Qui sotto c’è la lista. Sono scelte un po’ scontate – soprattutto per chi segue il blog o per chi mi conosce – ma… che volete farci? Non ho avuto un granché di tempo per pensarci su, del resto.

Non si tratta dei lavori più belli, eh. Non dei lavori migliori, non necessariamente. Si tratta di, di, di… come si spiega una cosa del genere? Si tratta di cose che svelano meccanismi. Di cose che ti equipaggiano di know how. Di cose che suggeriscono vie di fuga.

Ribadisco che è solo una specie di passatempo da pausa-pranzo, niente di serio o serioso. Tanto per.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL FILM

(il ridere)

Tutto sommato, la mia scelta non può che ricadere su Io e Annie di Woody Allen. Che forse è il film che ho visto di più in assoluto. Ho naturalmente pensato a diverse altre pellicole, anche dello stesso Allen (o Il posto delle fragole, o American Beauty, o Citizen Kane, o Fantozzi, o…), ma credo che questo capolavoro scavi davvero in profondità e vada a toccare questioni filosofiche interessanti con una leggerezza, un umorismo e una verve che sono propri solo dei grandissimi. E mi fa sorridere e/o ridere dal primo all’ultimo minuto. Mi piace confessare (ragazzi, quanto sono open-minded) che fino a qualche anno fa letteralmente schifavo i lavori del regista americano, che con troppa superficialità ritenevo pretenziosa roba da intellettualoidi. Poi, si capisce, ho cambiato idea.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL LIBRO

(il materialismo & la ragione)

Anche qui me ne vengono a mente a decinaia, pure tra il materiale più impensabile (che so, It di King, Il giovane Holden, Cent’anni di solitudine, Guida alle birre del mondo, etc). Però devo dire – ma va? – che Anelli nell’io di Hofstadter mi ha davvero scombussolato, per il suo essere lieve, anche divertente, ma allo stesso tempo così categorico e omnicomprensivo. Questa roba ti modella il modo di pensare. Non c’è un senso, no, non c’è un cazzo/diamine di significato in nulla. E lui sa dirlo meravigliosamente, con classe e tanto tanto tatto.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – IL DISCO 

(io & gli altri)

Scontatissimo. Promised Land dei Queensryche, ovviamente. Non aggiungo altro. Chi volesse approfondire… be’, si diverta. Auguri. Auguri vivissimi.

Tutto quel che c’è da sapere sulla vita (o quasi) – LA CANZONE

(la passione)

Tutti si aspettano che peschi da Promised Land e, invece, al momento andrei dritto dritto su Beyond the Pale dei Pain of Salvation, pezzo conclusivo del sanguigno Remedy Lane. Wonderfully physical. Doloroso sì, ma anche deliziosamente ironico (in the morning she’s going away, in a Budapest taxi I paid). Non smetterei mai di sentirlo.

Scritto da Gianluca Bartalucci

9 novembre 2011 alle 13:26

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

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Per il nuovo Woody Allen mi viene a mente un solo aggettivo: decente. Niente più di questo.

E’ un film, Incontrerai l’uomo dei suoi sogni (trama), che flirta troppo con i vecchi cliché alleniani. Oh certo, lo stesso si può dire del precedente, Basta che funzioni. Anche quella era una pellicola che non diceva niente di straordinariamente nuovo – cosa che peraltro nessuno si aspetta da un lavoro di Allen. Ma ci sono delle differenze. Mentre in Basta che funzioni si rideva spesso, in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, cinica commedia corale sull’amore patetico, ci si diverte molto ma molto meno. E questo conta.

Pessimista come tutta la filmografia woodyalleniana – specialmente quella degli ultimi anni – anche  Incontrerai è un film che tende a demolire ogni cosa e, in particolare, le relazioni tra le persone. Tutto è inutile, sciocco, ridicolo, compresa l’arte stessa? Bene. Tanto vale affrontarlo con un bicchiere di wiskey in mano. E, magari, con le fesserie dell’astrologia in testa.

Se tutto è inutile, dice Allen (e tutto è inutile), non pensate, cari romanticoni là fuori, che l’amore faccia eccezione. Perché esso è solo una bella illusione dentro cui ci piace tuffarci, un’illusione incapace di regalare garanzie e gioie a lungo termine. Come la cartomanzia – che riempie il mondo della protagonista anziana in cerca di un qualsiasi senso -, come la religione. Le quali forse, suggerisce il finale, alla resa dei conti deludono addirittura in misura minore.

Incontrerai è un lavoro che non consiglierei. Perché troppo stanco, specialmente nella prima parte. E perché sembra vagare privo di meta nella sua fase finale. Un film stanco, sì. Anche se non riesco a dire che sia brutto, no, non ci riesco: perché qualche momento divertente ce l’ho trovato. Come ci ho scovato più di uno spunto di riflessione.

Grande interpretazione per Gemma Jones, anziana dagli occhi perennemente arrossati.

Scritto da Gianluca Bartalucci

9 dicembre 2010 alle 11:05

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Tre botte di vita, nonostante tutto

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Negli ultimi giorni tre cose mi hanno scosso in maniera particolare. Il suicidio (e non la morte in sé) di Monicelli, certi passaggi di un audiolibro (Pale Blue Dot) di Carl Sagan che sto ascoltando e un’intervista di Anthony Hopkins, in giro per il mondo a promuovere il nuovo film di Woody Allen (nelle sale italiane da domani). C’è un filo invisibile che lega, nella mia testa, questi 3 eventi. E magari, chissà, non solo nella mia.

 

(qui mi interessa la parte in cui parla Paolo Villaggio)

 

(intervista a Hopkins)

 

(un intenso pezzo tratto dall’audiolibro Pale Blue Dot di Sagan, morto di cancro nel ’96)

Scritto da Gianluca Bartalucci

2 dicembre 2010 alle 15:00

La fisica contemporanea secondo Woody Allen

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Per puro caso son capitato su questo pezzo che Woody Allen scrisse alcuni anni fa per il New Yorker. Mi piace, così lo condivido – in inglese, visto che pare non esistere traduzione in italiano. Fa (un po’) ridere, ma denota anche il fatto che Woody si sia interessato – anche solo per pura curiosità – a cose come la Teoria del Tutto, la Teoria delle Stringhe, la Relatività, la Fisica Quantistica etc etc. Ganzo, no?

 

When the universe is expanding it can make you late for work

I am greatly relieved that the universe is finally explainable. I was beginning to think it was me. As it turns out, physics, like a grating relative, has all the answers. The big bang, black holes, and the primordial soup turn up every Tuesday in the Science section of The New York Times, and as a result my grasp of general relativity and quantum mechanics now equals Einstein’s – Einstein Moomjy, that is, the rug seller.

How could I not have known that there are little things the size of “Planck length” in the universe, which are a millionth of a billionth of a billionth of a billionth of a centimetre? Imagine if you dropped one in a dark theatre how hard it would be to find. And how does gravity work? And if it were to cease suddenly would certain restaurants still require a jacket?

What I do know about physics is that to a man standing on the shore time passes quicker than to a man on a boat – especially if the man on the boat is with his wife. The latest miracle of physics is string theory, which has been heralded as a TOE, or “Theory of Everything”. This may even include the incident of last week herewith described.

I awoke on Friday and because the universe is expanding it took me longer than usual to find my robe. This made me late leaving for work and, because the concept of up and down is relative, the elevator that I got into went to the roof, where it was very difficult to hail a taxi.

Please keep in mind that a man on a rocket ship approaching the speed of light would have seemed on time for work – or perhaps even a little early and certainly better dressed. When I finally got to the office and approached my employer, Mr Muchnick, to explain the delay, my mass increased the closer I came to him, which he took as a sign of insubordination.

There was some rather bitter talk of docking my pay, which, when measured against the speed of light, is very small anyhow. The truth is that compared to the amount of atoms in the Andromeda galaxy I actually earn quite little. I tried to tell this to Mr Muchnick, who said I was not taking into account that time and space were the same thing.

He swore that if that situation should change he would give me a raise. I pointed out that since time and space are the same thing, and it takes three hours to do something that turns out to be less than six inches long, it can’t sell for more than $5. The one good thing about space being the same as time is that if you travel to the outer reaches of the universe and the voyage takes 3,000 Earth years, your friends will be dead when you come back, but you will not need Botox.

Back in my office, with the sunlight streaming through the window, I thought to myself that if our great golden star suddenly exploded this planet would fly out of orbit and hurtle through infinity forever – another good reason to always carry a cell phone. On the other hand, if I could someday go faster than 186,000 miles per second and recapture the light born centuries ago, could I then go back in time to ancient Egypt or Imperial Rome? But what would I do there: I hardly knew anybody.

It was at this moment that our new secretary, Miss Lola Kelly, walked in. Now, in the debate over whether everything is made up of particles or waves, Miss Kelly is definitely waves. You can tell she’s waves every time she walks to the water cooler. Not that she doesn’t have good particles but it’s the waves that get her the trinkets from Tiffany’s.

My wife is more waves than particles, too, it’s just that her waves have begun to sag a little. Or maybe the problem is that my wife has too many quarks. The truth is, lately she looks as if she had passed too close to the event horizon of a black hole and some of her – not all of her, by any means – was sucked in. It gives her a kind of funny shape, which I’m hoping will be correctable by cold fusion.

My advice to anyone has always been to avoid black holes because, once inside, it’s extremely hard to climb out and still retain one’s ear for music. If, by chance, you do fall all the way through a black hole and emerge from the other side, you’ll probably live your entire life over and over but will be too compressed to go out and meet girls.

And so I approached Miss Kelly’s gravitational field and could feel my strings vibrating. All I knew was that I wanted to wrap my weak-gauge bosons around her gluons, slip through a wormhole, and do some quantum tunnelling.

It was at this point that I was rendered impotent by Heisenberg’s uncertainty principle. How could I act if I couldn’t determine her exact position and velocity? And what if I should suddenly cause a singularity; that is, a devastating rupture in space-time? They’re so noisy. Everyone would look up and I’d be embarrassed in front of Miss Kelly. Ah, but the woman has such good dark energy. Dark energy, though hypothetical, has always been a turn-on for me, especially in a female who has an overbite.

I fantasised that if I could only get her into a particle accelerator for five minutes with a bottle of Chateau Lafite I’d be standing next to her with our quanta approximating the speed of light and her nucleus colliding with mine. Of course, exactly at this moment I got a piece of antimatter in my eye and had to find a Q-tip to remove it. I had all but lost hope when she turned toward me and spoke.

“I’m sorry,” she said. “I was about to order some coffee and Danish but now I can’t seem to remember the Schrodinger equation. Isn’t that silly? It’s just slipped my mind.”

“Evolution of probability waves,” I said “And if you’re ordering I’d love an English muffin with muons and tea.”

“My pleasure,” she said, smiling coquetishly and curling up into a Calabi-Yau shape.

I could feel my coupling constant invade her weak field as I pressed my lips to her wet neutrinos. Apparently I achieved some kind of fission, because the next thing I knew I was picking myself up off the floor with a mouse on my eye the size of a supernova.

I guess physics can explain everything except the softer sex, although I told my wife I got the shiner because the universe was contracting, not expanding, and I just wasn’t paying attention.

(Woody Allen)

Scritto da Gianluca Bartalucci

15 novembre 2010 alle 19:19

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Libri che fanno ridere (davvero)

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La mia recente (ri)fissazione per W. Allen si deve ad un fatto ben preciso. Tutto si spiega, tutto si spiega. Qualche settimana fa ho trovato 4 o 5 libri usati, di e sul regista americano, alla libreria Melbook di Firenze. Li ho presi quasi tutti. Alcune parti sono sottolineate, in special modo quelle che riguardano la psicanalisi. Suppongo che qualcuno ci abbia scritto una tesi sopra (tesi potrebbe intitolarsi La psicanalisi nella poetica di Woody Allen) e che poi, stufo dellargomento, si sia al più presto liberato di tutto il materiale che aveva accumulato. Bah, grazie. Chiunque tu sia.

Ho letto linteressante e lunga biografia scritta da John Baxter, la sceneggiatura teatrale La lampadina galleggiante (piacevole e triste) e, negli ultimi due giorni, Rivincite, raccolta di racconti scritti tra i 60 e i 70 per alcune riviste americane come il New Yorker, tradotti in italiano da Daniele Luttazzi.

Bene: Rivincite è il libro più divertente che abbia incontrato nell’ultimo periodo. I racconti durano poche pagine – adatti per esser letti durante brevi pause – e sono per lo più parodie di generi letterari, trip nonsense e ridicolizzazione degli classici atteggiamenti intellettuali. Tra tutti, mi viene da citare Le memorie di Schmeed, sentita testimonianza del barbiere di Hitler, La morte bussa, spassosa parodia de Il settimo sigillo di Bergman, Viva Vargas!, che avrebbe dato lo spunto per la realizzazione de Il dittatore dello stato libero di Bananas e Colloqui con Helmholtz, sulle origini della psicanalisi. Due autentici capolavori sono Sì, ma la macchina a vapore può farlo? e Mr. Big. Nel primo si narra, anno per anno, la biografia del Conte di Sandwich, colui che inventò il famoso panino:

“1741: Vivendo in campagna con una piccola rendita, egli lavora giorno e notte, spesso razionando i pasti per risparmiare soldi per il cibo. La sua prima opera completa – una fetta di pane, una fetta di pane sopra quella e una fetta di tacchino sopra entrambe – fallisce miseramente. Amaramente deluso, ritorna al suo studio e ricomincia da capo.”

Il secondo è una fantastica parodia dello stile di Chandler. Una “pupa” si reca dal burbero detective privato perché egli deve rintracciare una persona: Dio. Tra mille riferimenti alla storia della filosofia, dialoghi troppo belli per essere veri e situazioni paradossali, si ride che è una meraviglia.

Se non vi è mai capitato di sghignazzare mentre tenete in mano un libro, provate con questo. Con me ha funzionato.

Scritto da Gianluca Bartalucci

5 novembre 2009 alle 18:45

Io, Annie e il dio gay

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Boris qualchecosa è uno scienziato, un esperto di fisica quantistica e di teoria delle stringhe. Ha un’intelligenza di livello superiore, è un riduzionista incallito, è saccente, arrogante, presuntuoso, materialista, cinico e fondamentalmente parecchio depresso. Un dr. House con vent’anni di più. Un giorno s’imbatte in una ragazzina fuggita di casa che gli chiede alloggio temporaneo. Lei è sciocca,  irritante, ignorante, insipida e banale, ma carina.  Per quel che può contare. Boris finisce per ospitarla nella propria casa disastrata, dimora insulsa di un uomo vecchio e solo: l’incontro tra due soggetti così diversi porterà tutta una serie di eventi imprevisti, paradossali e divertenti.

In estrema sintesi questa è la storia del nuovo film di Woody Allen, Basta che funzioni. Girato di nuovo a New York, dopo la controversa tournée europea, la pellicola si basa su una vecchia sceneggiatura che Allen aveva scritto una trentina d’anni fa. E, in tutta franchezza, si vede. Il film è  speciale, bellissimo, e riparte dalle tematiche affrontate in Io e Annie e Manhattan per regalarci una visione ancora più disperata riguardo agli argomenti tanto cari al regista: le relazioni interpersonali, Dio, il senso dell’esistenza e bazzecole simili. Nella più classica tipologia dei suoi lavori, Allen infatti mette in scena, infilandolo nel personaggio dostojievskiano di Boris, la totalità del proprio inguaribile cinismo (dimenticate quello affettato e adolescenziale di Palahniuk e affini), ripetutamente veicolato da raffiche di battute di grande effetto cui spesso si fa fatica a star dietro. Battute come ai vecchi tempi, che giocano sulla dicotomia alto/basso che tanto l’hanno reso famoso: l’universo che si espande & la vestaglia introvabile, l’esistenza del divino & il rarefarsi degli idraulici nel weekend, teoria della relatività & bollette della luce, etc, etc. Cose del genere, che nei suoi film fanno spesso ridere.

Incidentalmente, Woody dice con i suoi modi brutali anche un miliardo di cose che condivido: sulla politica, sulla diffusione delle armi, sulla religione, sulla sessualità, sulle relazioni uomo/donna, sull’America e su tanto altro ancora. Lo fa sempre in maniera maledettamente efficace. Anche per questo motivo trovo che Basta che funzioni rappresenti per il regista newyorkese il ritorno alla grande commedia, complessa e sfaccettata: Scoop era al massimo carino, Vicky Barcelona era al massimo piacevole, ma questo è aggressivo, intelligente, colto e divertente almeno dieci volte tanto. Ottimo, davvero, e neanche ci speravo più. Da rivedere il prima possibile.

 

Scritto da Gianluca Bartalucci

21 settembre 2009 alle 20:35

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Nightly ViZionZ

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Dexter. Mi sto appassionando a questa serie tv, che in diversi m’avevano consigliato. Sapendo che questo è il genere di cose che mi provoca dipendenza, cerco di tenermene lontano il più possibile. Ma ogni tanto cedo. Ho scaricato le prime sette puntate e me le son viste nel giro di due o tre giorni. Sufficientemente intelligente, molto scorrevole, assai appassionante. La storia è quella di un ematologo della scientifica della polizia di Miami il quale è, incidentalmente, anche un serial-killer – seppur di tipo speciale. Egli infatti ha imparato, fin da adolescente, a convogliare tutte le sue tendenze omicide nell’assassinio di persone – a loro volta assassini – che la legge non è riuscita a scovare o ad incastrare. Una sorta di morboso giustiziere. Pur con qualche momento di stanca e con i dialoghi non proprio brillantissimi, gli episodi scorrono via regalando la giusta dose di tensione, ravvivati da una regia eccezionale, vivace e calda, nonché dalle atmosfere e dalla musica latino-americana di Miami. Tutto questo calore cinestetico fa da contraltare alla freddezza manifestata in più occasioni dal protagonista. E il prodotto funziona.

Il prestanome. Film con Woody Allen (e non di), ambientato ai tempi del maccartismo, in cui il protagonista diventa il nome di cui si servono alcuni scrittori, finiti in “lista nera”, per pubblicare i loro lavori. Una delle migliori prove da attore di Allen. Curiosità: alla realizzazione della pellicola hanno lavorato persone che sono davvero state accusate di comunismo durante la fase McCarthy.

Scritto da Gianluca Bartalucci

14 aprile 2009 alle 23:16

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"Ma la gente si porta appresso azioni spaventose! Che si aspetterebbe da lui, che si costituisse?"

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“L’unico psicologo, peraltro, da cui ebbi mai qualcosa da imparare; lui è uno degli accidenti più felici della mia vita”. Con queste parole Nietzsche (il “Nice” degli appunti di filosofia del liceo) lodava Dostoevskij, nonostante l’elefantiaca logica cristiana che si cela dietro le opere dello scrittore russo, logica che lui non poteva condividere.

Dostoevskij è un russo, e so che per alcuni si porta dietro tutto quel carrozzone di tedio che è proprio dell’essere russi. Non vale lo stesso discorso per tutti ma, insomma, ci siamo capiti. Parlo dell’Immaginario Triste per eccellenza. La “Corazzata Potemkin” (“per un cucchiaio di minestra”, “per un cucchiaio di minestra!”), Sokurov e i suoi piani-sequenza infiniti, Tarkovskij, quei nomi impronunciabili che ci incasinano la vita se dobbiamo leggere un libro scritto là, la proverbiale solitudine della Siberia, le lande desolate, le tristi zuppe per cena, i vestiti grigi, i film sottotitolati di Fuori Orario, bla bla bla, e così via.

Il mio primo incontro con Dostoevskij avvenne con “L’idiota”, qualche anno fa. Bene, anzi male, malissimo: lo trovai di una noia mortale. E a me “La Corazzata Potemkin” piace, lo chiarisco, come mi piace l’ovunque stracitato omaggio fantozziano. Mi piacciono, a ben vedere, anche alcune cose di Sokurov (lottimo “Moloch“, per esempio), e trovo che quei due film di Tarkovskij che ho visto siano delle forti collezioni di immagini. Insomma, per farla breve non credo che il mio approcciarmi a “L’idiota” potesse essere troppo condizionato dal diffuso pregiudizio russofobo, come può legittimamente pensare qualche persona di mia conoscenza. Il fatto era che, dio mio, si trattava davvero di un libro pessimo. “L’idiota” è stupido (ah ah) in sé, è un polpettone indigeribile che non augureresti di leggere neanche al tuo peggior nemico. Roba che non si può proprio tollerare. Quando lo lessi lo trovai solo un grosso spreco di tempo libero, quel genere di libro che ad ogni pagina ti chiede “ma chi te lo fa fare?”. Perciò lo abbandonai a metà strada, e tanti saluti alla Gloriosa Letteratura Russa. Almeno per un po’. Almeno fino a uno paio di settimane fa.

Delitto e castigo”, invece, fa sfracelli. Come passare dal cavolo lesso alle lasagne. “Delitto e castigo” è di una bellezza limpida, incontrovertibile.  Universale. Non sorprende che i temi qui trattati abbiano influenzato un miliardo di altri artisti del secolo scorso, e di quello attuale, non ultimo il Woody Allen di “Match Point”, “Crimini e misfatti” e “Cassandra’s dream”. Non sorprende che Nietzsche parli di Dostoevskij come di un grande psicologo. Quelle seicento e passa pagine sono per l’appunto un lucido e credibile trattato sulla mente umana e le sue debolezze. Follia e paura, innanzitutto, che vengono sviscerate nei modi più approfonditi, ma anche quell’assordante senso della colpa attorno a cui gira l’intero libro, quel senso di colpa lancinante che, per esempio, tormenta tale Judah Rosenthal nel noto film di Allen. Le idee portano al delitto, e il delitto conduce a conseguenze impreviste. In sintesi, è tutto qui. Prima dell’atto la realtà è una teoria lontana dai sensi, sulla quale si può speculare di fronte ad una tazza di thè, dopo l’atto la realtà diviene reale, si tocca, di colpo torna a far parte dell’esperienza, di colpo acquista implicazioni dolorose che si devono in qualche modo razionalizzare e superare. Non senza difficoltà o tentennamenti.

Oltre a tutti i ragionamenti sull’etica che si possono fare se si ha tempo da perdere, in “Delitto e castigo” sono soprattutto le dinamiche della storia a coinvolgere, perché Dostoevskij si dimostra maestro nell’intrecciare in modo fluido ed avvincente le vite dei vari personaggi, personaggi tutt’altro che manichei che esibiscono le vaghe sembianze di quelli di un noir novecentesco, sfaccettati, turbati, angosciati, ubriachi, pezzenti e perduti, sballottati dalle circostanze e dalle conseguenze delle proprie azioni. La narrazione è una telecamera itinerante che segue i passi di quei due o tre attori e, pian piano, ci svela tutto l’universo di Pietroburgo e della morale secondo Dostoevskij. E’ inoltre sempre ben presente, perché costruito con mestiere, uno straordinario senso dell’attesa di qualcosa di inevitabile e drammatico che è più volte sul punto di realizzarsi ma che non si svela mai del tutto, nel non nelle ultimissime pagine. In breve, è sempre tutto maledettamente interessante, dal fluire delle titubanze psicologiche alle azioni vere e proprie, nonché scritto, rappresentato, immortalato da Dio o da un qualche suo vicino parente. Novanta minuti di applausi, insomma, tutti meritati.

Scritto da Gianluca Bartalucci

20 gennaio 2009 alle 09:36

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Vicky Cristina Barcelona

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Woody Allen
Caruccio, il nuovo Woody Allen, quello con S.Johansson, Javer Bardem e Penelope Cruz. In realtà non m’aspettavo niente di che, ed invece la visione ha rappresentato un’ora e mezzo abbastanza piacevole. Film leggerino, sia chiaro, su tematiche non originali, anche didascalico e prevedibile, con una stucchevole voce fuori campo e con la solita regia conservatrice tipicamente Woody. Fa ridere, anche, ma solo se si conosce Woody Allen e si riesce ad immaginare il sarcasmo con cui ha messo in scena certe situazioni e certi personaggi. La storia ha poca importanza: due ragazze americane che rappresentano due modi opposti di relazionarsi alla vita, uno freddo e represso, l’altro passionale e incostante, arrivano a Barcellona, incontrano un pittore appena uscito, forse, da un disturbato matrimonio, e cominciano ad intrallazzare nei modi più consoni alle loro differenti personalità.

Chi ha ben presente la poetica di Allen scorge un impalpabile alone di ridicolo attorno alle figure zoppicanti degli artisti rappresentati, all’amore libero, alla poesia, ai ritrovi di intellettuali che bevono vino – col bicchiere sempre impugnato nel modo giusto – e che discutono sul senso della vita e tutto il resto. Non ho potuto non ridere pensando all’ironia che sta dietro alla frase con cui Bardem (Juan Antonio) descrive con orgoglio il padre poeta: “Mio padre è un grande poeta“, dice più o meno, “ma non ha mai pubblicato una poesia. Odia il mondo, e negandogli le sue opere vuole fargli una specie di dispetto“. L’importanza attribuita alle proprie creazioni contrasta in modo troppo buffo, troppo per non farci una risata, con quello che è il noto pragmatismo del regista americano, quello che non si prende mai sul serio, quello di “Non voglio raggiungere l’immortalità con le mie opere, voglio raggiungerla non morendo“.

L’immagine dell’artista, nel film, viene derisa a più riprese ma in modo davvero sottile, con poche azzeccate pennellate. Non ascia, ma bisturi. I tre personaggi con velleità artistoidi rappresentano in fin dei conti personalità deboli, maniacali, sul lungo periodo neanche affascinanti come era parso inizialmente. Sono sciocchi, inutili. Da non prendere come modelli. C’è autoironia, suppongo, e autoreferenzialità. Sull’altro fronte, invece, Allen mostra di provare una certa comprensione e, perché no, simpatia, verso il personaggio interpretato da Rebecca Hall (Vicky), la quale viene a trovarsi di fronte al classico dilemma – già affrontato da Allen stesso in molti suoi lavori, tra cui “Match Point” – : meglio una vita serena, sicura, probabilmente noiosa o una vita di passione, di continua ridefinizione, instabile e sofferente?

Facciamo un passo indietro. Gli ultimi film di Allen, in particolare “Match Point” e “Cassandra’s dream”, sono stati molto criticati per il loro messaggio morale. Sono lavori eticamente antipatici, per certi versi assimilabili ai libri di Houellebecq, nei quali il cinismo e il proprio tornaconto personale hanno sempre la meglio su sentimenti, amore, pace e umanità, nei modi più spregevoli e sordidi. C’è un certo compiacimento, anche qui molto houellebecqiano, nel mostrare il lato più disgustoso degli uomini, e ciò ha dato fastidio ai più: macché speranza e gioia, dice Allen. Siamo solo miserabili, neanche degni di compassione. Ogni scelta porterà al dolore. Solo chi è gretto e inumano raggiungerà i propri scopi.

Sul primo momento ho pensato che “Vicky Cristina Barcelona” si allontanasse da quei temi. E, per certi versi, lo fa. E infatti un film molto più rilassante, musica spagnola e strade calde di gente, che non vuol seminare angoscia nelle menti degli spettatori come invece fanno gli altri due succitati. Di fronte al dilemma finale di Vicky, però, torna a bomba il pessimismo forse autobiografico di Allen. Sembra non poterne fare a meno, non più. La scelta di Vicky, la via della sicurezza, è infelice, e lo sarà per sempre.  Reprime le sue tentazioni e si accomoda sul divano di un noioso futuro. Ma, d’altra parte, anche Vittoria, pseudoartista, animo libero, che fugge da una relazione alla’ltra, perennemente insoddisfatta di ciò che ha, andrà incontro ad un’esistenza anonima, solitaria e dolorosa. Nel finale lei sembra rendersene conto, ma si ha  lo stesso l’impressione che non riuscirà mai a cambiare se stessa. L’insoddisfazione cronica, così pare, non ha cura.

Il dilemma di Vicky (che poi è quello di Victoria) è in fin dei conti inutile e pretestuoso, dal momento che entrambe le opzioni non sono minimamente soddisfacenti, entrambe non portano la felicità ma conducono a considerare, sempre e comunque, più desiderabile l’alternativa. Come quando siamo alla cassa della Coop e malediciamo noi stessi per aver scelto la fila sbagliata, dal momento che quella accanto scorre sempre più celermente. Stessa storia.

E’ di nuovo tutto fatalmente nero, in buona sostanza, per il vecchio Woody Allen.

Scritto da Gianluca Bartalucci

3 novembre 2008 alle 12:11

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Incubi e Delitti.

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Negli ultimi giorni ho avuto l’opportunità di vedere di un paio di novità cinematografiche. Parlo dell’orrore di “Cloverfield” e del nuovo film di Woody Allen, “Cassandra’s dream” (in Italia tradotto con l’orrido “Sogni e delitti”).

Cloverfield.
In una New York che crede di aver superato lo shock legato alla catastrofe delle Torri Gemelle, un gruppo di ragazzi organizza una festa a sorpresa per un amico in procinto di partire per il Giappone. Un evento traumatico interrompe i festeggiamenti e muta per sempre i loro destini. Ad un certo punto un tipo sconsiderato, un folle, senza prendere in considerazione le terribili conseguenze del suo gesto, infila il dvd di un misterioso film chiamato “Cloverfield” all’interno del lettore e, pazzesco, preme il tasto play. La festa finisce, l’incubo comincia: da lì in poi la vita di questi giovani non sarà più la stessa.

A parte gli scherzi (pessimi). Mai m’era capitato, negli ultimi anni, di desiderare così tanto di uscire dal cinema prima della fine dello spettacolo. Raramente ho così rimpianto i soldi spesi per il biglietto. Quasi mai ho toccato tanto alti picchi di noia. E’ davvero strano per me uscire dalla sala senza aver provato nulla. Niente sconvolgimento. Niente emozioni. Solo voglia di una birra, subito, ora. E di cinema forte, bello, scioccante, vitale.

“Cloverfield” (come forse si è vagamente intuito) è un film che fa acqua, acqua tiepida, da tutte le parti. Nel soggetto, innanzitutto: un triste rituffarsi nell’immaginario dei vari Godzilla (wow), con aggiunta dell’idea del footage (vedi “Blair witch project”) e di uno sfondo tanto tanto denso di angoscia post-9/11. Non si tratta di una cosa originalissima, è evidente. Eppure credo che, alla fine, una sceneggiatura decente avrebbe potuto lo stesso rendere il film più che discreto. Bastava saperci fare. Così non è stato. Scrittura e dialoghi rasentano infatti il dilettantismo più patetico: i personaggi sono di cartone, compiono azioni contro logica e parlano in modo sconclusionato. Questo fatto è così palese che spesso essi sono più surreali e terribili anche dello stesso onnipotente e polimorfo mostro che, lì a 150 metri, sta tranquillamente distruggendo la loro città. La totale assenza di capacità descrittiva – che in un film del genere andava distribuita parcamente nei dettagli – mi andrebbe benissimo se ci si trovasse di fronte al solito horror movie anni ‘80 senza pretese: gli adolescenti (qui un po’ cresciuti), la festa interrotta, i dialoghi sciocchi, i personaggi bidimensionali, patatine, due birre, uno zombie, due tette e tante risate. Perfetto. “Cloverfield”, però, vuol essere qualcosa in più di un “Halloween 18″, come i film di Muccino vorrebbero essere qualcosa in più rispetto a quelli di Pieraccioni (e tutto sommato neanche loro lo sono). Lo si percepisce fin da subito. Ed è questa pretenziosità che lo frega irrimediabilmente. E’ l’ambizione che lo disintegra. Vuol essere un film adulto, ma non ne ha i mezzi: è il ragazzino che si mette i baffi finti per comprare le sigarette o i giornali porno e che non ha la minima possibilità di farla franca. I brufoli, infatti, finiscono per tradirlo. Sempre.

Il film descrive troppo, spiega tanto, è ridondante, eccessivo, si guarda allo specchio compiaciuto: quella telecamera (una ripresa in soggettiva) è sempre lì quando serve, riprende tutto ciò che è guarda caso funzionale alla storia, è messa splendidamente a fuoco nei momenti più impensati, è accesa di fronte al mostro, fa vedere troppo il mostro, conosce i particolari intimi di una storia d’amore segreta (l’idea del nastro sovraregistrato è buona, ma non parlo di questo) e così via. Raramente si gioca con i simboli, con i frame rubati, con l’immaginazione dello spettatore. E’ questo il fatto più sconcertante per un film che dovrebbe essere solo un punto di vista parziale, necessariamente limitato. Tutto è invece lì davanti a noi, evidente ed innegabile, logico, comprensibile. Non sappiamo da dove provenga il mostro, e questa è una buona cosa, ma poi sappiamo che non lo sa nessuno. Siamo onniscienti anche qui. Tutto ciò ha poco senso perché stiamo vedendo, lo ricordiamo perché il film stesso tende a farlo dimenticare, una ripresa amatoriale e montata in tempo reale di una situazione estrema di impensabile  panico e agitazione. Non un film montato con tutti i crismi, con postproduzione e via discorrendo. Si dà per scontato di assistere ad una ripresa che vorrebbe essere realistica (è un video ritrovato!) ma in fin dei conti non lo è, per tutta una serie di motivi, alcuni elencati, altri no. Per questo cade l’assunto iniziale (il patto spettatore – narrazione) e si finisce per stare costantemente fuori dal film, ad osservarne con distacco ogni minimo errore/stortura di sceneggiatura (e ce ne sono diversi), ad annoiarsi di fronte alla banalità del mostro, a sperare che quella bomba tanto attesa venga lanciata il più presto possibile.

“Cloverfield” è un disco già suonato, che salta regolarmente in alcuni punti. Puoi provare a concentrarti sulla musica (ammesso e non concesso che sia meritevole di attenzione), ma i difetti fisici del vinile non faranno altro che porsi di continuo in primo piano, ingombranti e decisivi, allontanandoti dalla pura fruizione della sequenza di note. Alla fine ti accorgi che conviene solo cambiar disco.

Cassandra’s dream (Sogni e delitti)
Woody Allen è vecchio, come uomo e come regista. E’ vecchio come uomo, tanto per cominciare, ed infatti pare abbia deciso di stare sempre meno davanti alla telecamera, e sempre più dietro. Si rende conto di non essere più una figura troppo credibile, quando deve cimentarsi in ruoli attorali. E’ vecchio anche come regista perché le sue sono sempre (state) inquadrature old-fashioned, la sua regia non si è mai vergognata di starsene al caldo riparo da qualsiasi tipo di innovazione, è vecchio perché non ha mai puntato su specifiche tecniche di montaggio né su fotografie particolarmente audaci. Tuttora i suoi film hanno sempre gli stessi font nei titoli d’apertura, hanno sempre le loro pause, le loro eleganti movenze. E’ stile, c’è poco da fare.

Eleganza e stile, già, sono queste la parole che mi sono venute a mente guardando il suo “Cassandra’s dream”, ultimo pezzo della trilogia londinese cominciata con “Match point” e proseguita con “Scoop”. Se “Match point” era un buon film, duro e cinico, che rammentava da che parte del campo cade di solito la pallina, “Scoop”, una commedia, era tutto sommato un lavoro inutile con un paio di battute divertenti. Si era creata una certa attesa per vedere come Allen avrebbe chiuso il ciclo.

“Cassandra’s dream”, qualitativamente, non si discosta troppo da “Match point”. Si potrebbe dire che, come tematiche e come atmosfere, ne rappresenta per l’appunto la degna conclusione. Londra è ancora immersa nel suo melmoso grigiore (anche se qui piove meno) e i protagonisti si trovano di nuovo di fronte alla scelta tra l’egoismo e i sentimenti, tra il materialismo e l’empatia umana. E scelgono sempre la prima opzione. La più antipatica, cinica e woodyalleniana.

Il film, girato col suddetto gusto retrò, non è che un ulteriore piccolo paragrafo del libro che Allen ha scritto, in tutti questi anni, sulla sfiducia che nutre nei confronti della vita umana. Nessun Dio, nessun amore. Qui abbiamo due personaggi mediocri (interpretati, bene, da McGregor e Farrell)  che, per raggiungere un illusorio riscatto sociale/affettivo, sono pronti a calpestare i loro stessi principi morali. Non senza conseguenze. Pur essendo una sorta di thriller/noir, come “Match Point”, in un paio di momenti l’estro da umorista di Allen è lo stesso capace di strappare qualche risata. Ma è questione di attimi. Poi tutto svanisce nella tragedia. Poi la musica di Philip Glass fa di nuovo salire la tensione, ed il fiume nero di pessimismo ci trascina ancora via, verso un finale che sa (un po’) di citazione verso l’indimenticabile “Sunrise”.

Scritto da Gianluca Bartalucci

8 febbraio 2008 alle 21:42

Pubblicato in cinema

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