Here be monsters

Here be monsters è il nuovo disco dei norvegesi Motorpsycho – cioè una delle rock band più meritevoli/multiformi/coraggiose/prolifiche/sanguigne/dal-vivo-devastanti degli ultimi 20 e passa anni. No: non è la solita trita lode. Se li conoscete fin dagli anni ’90, sapete che intendo. Trattasi di lavoro più raffinato e studiato rispetto agli immediati precedenti, in cui si palesava piuttosto chiaramente l’attitudine live e in cui poteva succedere che certe ossessive tendenze all’improvvisazione suscitassero alla lunga persino qualche sbadiglio. Qui si ampliano gli spazi vuoti, c’è una affascinante alternanza tra acustico ed elettrico, e gli assoli danno l’impressione di essere sempre centrati. Le melodie stesse sono più curate, anche se continuano a essere sghembe e anti-orecchiabili in pieno stile MP. Come al solito non mancano i brani lunghi e sfaccettati, gli ammiccamenti al prog, i lisergici cori anni ’70. In sostanza, più che promosso.

Io e te, di Bernardo Bertolucci

Lorenzo è un quattordicenne incasinato e asociale, uno che ha deciso che non sarà mai felice – e conseguentemente non sarà mai felice. Nel momento in cui la sua classe parte per la settimana bianca, per non farli soffrire fa credere ai genitori di essere partito assieme agli indifferenti compagni, ma – fatte le necessarie provviste – si rinchiude in cantina con l’idea di rimanerci tutti e sette i giorni – con tanto di computer, musica e libri (legge qualcosa di Anne Rice). Il suo solitario progetto viene però mandato a monte dalla comparsa casuale della sorellastra Olivia, che non vedeva da parecchi anni e che ha più di vent’anni ed è emancipata, disturbata e sola. Olivia non sa dove dormire e gli chiede di poter rimanere là sotto con lui. Dopo una prima fase di scontri – i due sono sostanzialmente sconosciuti l’uno all’altra – e dopo l’aver appreso che Olivia è una tossica in astinenza, l’evidenza è muco e sudore e urla e vomito, tra i due emarginati comincia a instaurarsi un rapporto di fiducia e complicità, una cosa clamorosamente fraterna che ha il suo culmine nella intensa scena del ballo – si balla l’appropriata Ragazzo solo, ragazza sola, versione italica e cantata da Bowie stesso di Space Oddity. Delizioso e per certi versi sorprendente adattamento di un romanzino di Ammaniti non proprio esaltante.

Scrivere un libro senza preoccuparsi della sua sopravvivenza sarebbe da imbecilli

La semiotica non è una materia effimera, come superficialmente tende a pensare chi non l’ha affrontata o capita. E’ sorella della logica, è cugina alla lontana dell’intelligenza artificiale. Ho conosciuto Umberto Eco vent’anni fa (…) col suo Trattato di Semiotica Generale, e fu l’aprirsi di un mondo. Poi ho letto alcuni (non tutti) dei suoi libri di narrativa – quel capolavoro postmoderno de Il nome della rosa, Il pendolo, La misteriosa fiamma (che sul fascismo t’insegna più tanti libri di storia). Il suo Come si scrive una tesi di laurea mi ha fatto capire a che serve scrivere una tesi, l’ha trasformata in un’avventura alla Doyle, e me l’ha fatta scrivere. Mi ha proprio messo di fronte al computer e me l’ha fatta scrivere. Che non era per nulla scontato. Pian piano ho letto anche parecchia altra sua roba – tutti i saggi sulla letteratura e sulla teoria della letteratura, quasi tutti. Ogni tanto, nei periodi in cui leggo meno o quando cerco le motivazioni (ci risiamo) per mettermi a scrivere qualcosa, ancora oggi continuo a pescare qualcuno dei suoi libri dallo scaffale per sfogliarne pagine a caso. Che si parli di Superman, di Borges, di Dylan Dog, di Hugo o di televisione poco importa. Il suo punto di vista è sempre originale e acuto. E motivante.

Difatti non si contano gli autori a cui mi ha avvicinato, o che mi ha aiutato a inquadrare. Eco è (stato) uno di quelli che sanno come farti capire perché la letteratura è importante, non so se mi spiego. Perché i libri sono importanti, perché la narrativa è importante. Perché conviene perderci tempo. E pochi hanno saputo sviscerare la materia col suo entusiasmo, la sua precisione, il suo volare alto, e le sue incursioni nel pop. Una passione che deve aver trasmesso a migliaia di migliaia di persone.

Il fatto, poi, che fosse citato e rispettato a livello internazionale – come pochi altri intellettuali italiani – fa capire ancora meglio quale sia stata la portata delle sue riflessioni e la potenza di alcuni suoi romanzi – non tutti, però, non tutti.

Grazie di tutto, professore.