Il rapporto massa/volume di un soliloquio*

Un uomo tramesta dentro un panino alla porchetta con dita grosse e unte. Un uomo siede con la schiena incollata a un pino. Un uomo dalla casacca arancio e le gambe a stecco corre sorpassandomi a destra. Un bambino tira un calcio a una sfera di gommapiuma, i rimbalzi muti, sbagliati. Una mamma urla. Una mamma in canottiera tricolore allatta sguainando una tetta supersize. Una mamma sghignazza agitando le braccia larghe su e giù come un rapace in decollo. Un bambino rimane fregato dall’attrito a metà dello scivolo e, allibito dall’ingiustizia, comincia a frignare. Una bambina intona una filastrocca. Un bambino la fissa immobile. Un bambino di tre o quattro anni sillaba la parola apocalisse. Un cane spisciacchia su una busta della spesa abbandonata in un angolo emettendo un umido, caldo, vibrato. Un sessantenne dal pizzetto da moschettiere sfoglia una rivista di gossip su una panchina e si guarda attorno in maniera penalmente sospetta.
Tanti anni fa ho ucciso un gatto.
Ho parcheggiato qualche centinaio di metri più addietro. Lungarno Santa Rosa. Prima di chetare Cornell e scendere l’ho tolta dalla bustina di nylon e l’ho maneggiata un paio di minuti. Ultimi dubbi. Oggetto semplice, minuto e rotondo. Riepilogo repentino degli effetti favoleggiati. Buttata giù quando ho visto che si andava sfarinando – leccarsi i polpastrelli, condizionamento culturale?
Procedo nel burro delle mura, nel traffico fiacco, il sole che s’affloscia dietro le spalle come un frutto marcio. Al circolo Rondinella ordino una Beck’s. Il gigante di là dal bancone la toglie dal frigo mentre racconta alle facce cotte dei clienti di un certo contenzioso con una certa malfidata assicurazione. Ha una barba rossiccia, verminosa, che gli si arrampica fino alla depressione delle occhiaie e dispone di un ristretto set di parole che combina assieme con sbalorditiva efficacia.
Pensano solo a come incularti.
Verissimo.
A come incularti.
Una manciata di tavolini occupati fuori dal bar, nell’aria che non raffresca. Ora di aperitivo. Birre e succhi di frutta in bottiglie verdi, salse rosa, noccioline, pacchetti di sigarette. Borse da donna pendono dagli schienali di brutte sedie di plastica. Ci si lamenta oziosamente dei politici e delle zanzare. Qualcuno dice qualcosa a voce alta, una battuta, una frase pretenziosa.
Cammino mentre bevo, senza fretta.
Sotto il ponte dell’omicidio dei ragazzi con degli zaini si sono radunati sul cemento attorno a una chitarra. Gli accordi di Northern Sky, quelli, salgono a folate assieme a elementi vocali in delay. Droghe leggere, tentativi d’occhi, serate sperimentali. Crescere: assommare punti di vista. Crescere: distanziarsi gradualmente dalla cosa in sé. Sosto un attimo, dalla sommità del muretto assorbo la loro pace effimera, il fiume innervato di luce orizzontale, il mormorio estivo della pescaia che viene da destra.
Al ponte sterzo verso San Frediano, via dall’Arno, e appoggio la birra sul davanzale di una finestra. Divampano le ombre. Un vecchio ritto su uno scaleo martella l’insegna spenta di un negozio di scarpe con la serranda semiabbassata. In uno dei suoi slanci accademici Marta una volta mi disse che c’è una certa area dell’emisfero sinistro dei destrimani che s’attiva indistintamente sia quando impugno uno strumento sia quando mi soffermo sul mero concetto dello strumento stesso.
L’ho ucciso perché mi avevano detto di provare, prova, vedrai, è divertente.
Mangio una pizza in una pizzeria con foto incorniciate su tutti i muri (Firenze vecchia, struccata), la riduco in mille pezzetti e la faccio sparire dal piatto in una quindicina di minuti. Mi incanto sul portasale a forma di cactus. Sulle decostruzioni picassiane della tovaglia. Dopo il caffè, sfilo la bustina dalla tasca dei jeans, esprimo disinvoltura, normalità, estraggo la seconda, la inghiotto con un sorso di limoncello.
Sono sulla strada. Esattamente via San Frediano, fervida, brulicante di corpi. Il corpo umano è buffo: la testa è buffa, le gambe sono buffe, le orecchie sono buffe, sono buffe tutte le estremità penzolanti. Sono sulla strada, avanzo a passo incostante sotto lumi artificiali appena accesi, fa caldo, sudo.
Il sudore è composto per il 99% da acqua, poi da urea, creatinina, acido urico e ammoniaca, avrebbe detto Marta, la mia Marta, temporanea sospensione del regime del caos, Marta che sa tutto, scappata a Londra tre anni fa, dopo il congelamento ad aeternum del progetto Sabrina, dopo il cesareo vano, dopo mesi di pianto e silenzio.
Sono sulla strada.
Ecco la notte che c’inghiotte, ecco il fato, folle progetto di un dio malato.
Costeggio locali, trattorie, antri arabi. Canticchio i Soundgarden. Penso a Oliver Sacks, ai tormentoni musicali, a suo padre che girava per la città con gli spartiti in tasca. Una birra dal pachistano, fresca, due euro. È un ragazzo deluso, avrà sì e no vent’anni. Baffi ad arco ogivale. Il naso butterato. Gli incisivi incrociati, giallo pesca.
Mi ferma una tipa davanti alla Cité.
Ho ucciso un gatto, una volta, un pomeriggio estivo, sono dietro casa di Pietro, abbiamo dieci anni e lui mi suggerisce di provare.
Mi indica la direzione col dito.
Proseguo dritto?
Sì, mi risponde la ragazza in un boato di sorriso. Dritto e poi subito a destra, precisa. La guardo. Iridi di un verde Ferrarelle, fianchi maneggevoli, pelle giovane. Intravedevo questa specifica qualità di pelle regolarmente nelle tenebre lontane di anfratti studenteschi (oggi la coinquilina non c’è, sorriso) che sanno sempre di calzini e oli essenziali, la annusavo, la stringevo, la penetravo finché potevo – il giorno entra a righe parallele, dopo, nella superflua investigazione dei perché.
La guardo, lei mi guarda. Poi l’attenzione schizza via. Tutti hanno in mano calici di vino rosso o bicchieri di spritz, tutti, radunati a gruppetti, colori tenui, grigiastri, mocassini, pantaloni corti, penuria di peli e polpacci. C’è la necessità di una svolta, proclama lo stempiato alla mia sinistra – un insetto, un minuscolo svelto insetto a troppe zampe, esce dalla ridotta boscaglia di capelli sopra l’orecchio sinistro, attraversa il deserto della pelata, e s’infratta in quella sull’altro lato. C’è proprio la necessità di un salto qualitativo, aggiunge.
All my friends are brown and red.
Scomparsa la ragazza, io avanzo. La scritta anarchica sul muro in stampatello acuminato – tanto va lo schiavo all’urne che si sente cittadino. Due americane in infradito appollaiate sul marciapiede che si passano frequentemente una bottiglia di Averna e mi ridono addosso.
Sabrina è con lei e parla brandelli d’inglese.
Dice good morning, dice I hate vegetables.
Dice my dad’s name is.
Immaginaria sofficità di frequenze.
Ho ucciso un gatto in un giorno interrato di tantissimi anni fa, dieci anni appena compiuti e totale ignoranza dei letali principi della causazione, l’ho fatto nel giardinetto dietro la casa di Pietro, sotto un ciliegio di ciliegie bacate, Pietro che scoperchia una scatola da scarpe e tra le palle di carta di giornale sgambetta un cucciolo cenere, poche settimane di mondo, testa e occhi sovradimensionati.
Imbocco via dei Serragli. Ripasso mentalmente una poesia triste. Accarezzo l’intonaco irregolare dei palazzi con la mano destra, braille e cecità, piroetto un paio di volte, stupido spasmo di gioia areferenziale. Tra i pochi passanti, qualcuno mi guarda strano. Non arrivo mai, questo intuisco. Non arrivo mai, la strada è infinita, le finestre si ripetono ciclicamente, incontro sempre le stesse facce peculiari. Quello che assomiglia a Giovanni Spadolini. Quello che assomiglia a Lenny Bruce. Quella che assomiglia a Florence Welch. Non arrivo mai.
Piazza Santo Spirito scoppia di animali. Prima vedo le giraffe, i loro minuti capi svettanti. Le giraffe belano alla luna. Poi scorgo gli elefanti, grassi e paciocconi, le zampe solide come tronchi di cipresso. Le antilopi in gonnella. Le viscide marmotte. I musi ficcanti dei formichieri. Latrare di civette. Sculettare di lepri. Grossi felini a macchie che si aggirano ai margini dei branchi, pronti all’attacco, le code in tensione, le zanne esposte, la mousse di bava a corollario delle bocche. Più siamo deboli più siamo penosi. Sul selciato scivolano silenti grappoli di serpenti neri.
Marta amava la parola ecosistema.
Dobbiamo difendere l’ecosistema.
Il nostro ecosistema sta morendo.
Non posso tirarmi indietro. Attraverso la piazza molto lentamente, quasi sulle punte, cercando di passare inosservato. Vetri si schiantano a terra. In traiettorie storte svolazzano pipistrelli solitari.
Ho ucciso un gatto in un pomeriggio estivo di una vita fa, indosso una maglietta con su scritto Italia 90 appena scucita sotto l’ascella destra, lo prendo dalle mani di Pietro e lo sento pulsare mentre lo stringo per non farlo scappare, prova, prova, prova.
Prova.
La chiesa è un ritaglio di cartone rosa appiccicato al cielo nero oltretomba. La porta spalancata vomita rettili, e anellidi terrosi, e piattole consistenti come biscotti. Salgo le scale, atterro sul sagrato. Sono invisibile. Sono irreale. I muri e il pavimento marmoreo bruciano del giorno andato, rilasciano un vapore stanco. Gli occhi salati di sudore, la vista appannata – gli oggetti del mondo rivestiti di una sottile pellicola biancastra per un secondo o due.
They beat the rhythm with their bones. Mi volto verso la piazza sottostante, scruto come meglio posso l’interazione multiforme e babelica delle bestie.
Se a un certo profondo livello di decodifica cerebrale non c’è alcuna differenza tra percezione e immagine mentale, diceva la madre del fantasma di mia figlia quand’era alticcia, cos’è mai la realtà oggettiva?
L’attimo in cui tutti assieme smettono di cianciare e si girano verso di me. Quell’attimo inaspettato. Quell’attimo di centinaia di globi ardenti, diversi per grandezza e forma, tutti puntati sulla mia sagoma curva. Quell’attimo di cognizione, di colpevolezza svelata. Quell’attimo di silenzio scioccante in cui gli animali diventano uomini – ragazzi in giacchetta che girano le cannucce pastello nei bicchieri, e barattano sorrisi, ed esigono proprie disperate deroghe al caos – e poi animali ancora, siamo tutti animali, siamo tutti cuore e amigdala, spietate bestie accusatrici, giudici e boia, quell’attimo di impercettibile sfarfallio in cui vacilla l’ultima certezza, quell’attimo in cui collimo con ogni singola mente, quell’attimo di crocifissione, di risoluzione estrema.
Muoia Gesù.
Muoia Barabba.
L’ho ucciso con una siringa di benzina, l’ha preparata Pietro, lui sa come funziona e vuole che impari anche io, che scopra i passaggi, che assapori l’interezza del processo, prova, prova, prova, è divertente.
Tutto questo sta succedendo. La chiesa alle spalle, gli sguardi spietati della folla dinnanzi. Nugoli di vespe addensati sopra la fontana centrale. Una serpe che mi striscia sul collo del piede facendomi urlare. Prendo l’ultima dalla busta, contravvengo alla prassi e la mastico prima d’inghiottirla, poi salto giù dalla scalinata e scappo sulla sinistra.
C’è ancora qualcosa di biblico nel modo in cui tutti si aprono al mio passaggio, suggerendomi implicitamente la rotta. Corro, arranco, il fiato corto, i pantaloni tutt’uno con le gambe, corro veloce per sfuggir loro e me stesso, corro su cupe stradine che si deformano al mio passaggio come vecchi tappeti elastici, inciampo in sampietrini vacanti, aggiro ostacoli, corro più forte che posso.
È Einstein, direbbe Marta. È la gravità che piega lo spaziotempo, direbbe.
Ho ucciso un gatto infilzandogli un ago sottile come un capello nella pancia, il cucciolo tenta di avanzare nell’erba bassa del giardino e sbanda, trema, produce scatti immotivati e un miagolio che è un delirio stonato, poi d’un tratto s’irrigidisce e frana giù stecchito. Annoiato pomeriggio d’estate di un passato felice, manca poco alla merenda, misticismo di cicale, il sole titanico a picco sulle nostre teste elementari.
È finita la benzina, ride Pietro.
È finita la benzina.
Rido.
Sul lungarno incontro la ragazza di prima. Siamo soli. Punto quasi buio, sconosciuto, da una parte la tempera gialla del Ponte Vecchio, sfocato, dall’altra una moribonda galassia di lucine sparse, l’Arno taciturno oltre il muretto che fa da argine. Lo sguardo suo spiccicato a quello dell’angelo di Cabanel. Davvero la prima volta che la vedo? Davvero non ne conosco il nome? Percepisco pelle di colpo più invecchiata, la traslucidità della struttura tutta – figura di consistenza ontologica meno certa. Non sorride, stavolta. Addita freddamente la botola sotto le mie Nike. Mi accuccio e apro. La ragazza di nuovo svanita nel nulla. A chi somigliava? Voci evanescenti che riecheggiano oltre l’aria, oltre i mattoni. Comincio la discesa approssimandomi consapevolmente alla fine. Scalette verticali di metallo in un cilindro cavo di pietra grezza, vago odor di decomposizione in blanda risalita. Umidità. Gocciolii remoti. Vado giù. Affondo senza vista e respiro, per metri, per decine, centinaia di metri. Affondo sotto Firenze, nel suo dimenticato ventre putrescente, sotto il Duomo, sotto Gucci, sotto piazza della Signoria, sotto il suo sabato sera fragoroso, sotto i misteri archeologici, le fogne, il letto melmoso del fiume. Affondo piolo dopo piolo, le mani salde, i piedi incerti. Ultimi garbugli di pensieri su Marta, sulle quattro fasi di cui senza dubbio mi istruirebbe (sorpresa, resistenza, apnoica, terminale), come ti chiami, non fare l’idiota, davvero lo pensi, il giorno solare delle nozze in un’intima cappella oltre Fiesole, scatola di Clearblue su comodino, l’attesa come eccesso di immaginazione, disinfettante, odore di, piccola dura cotenna d’ebano su telo ospedaliero alla vigilia di un bianchissimo Natale, thoughts, memories, il gelo assassino, l’oblio perpetuo.
Un piolo, un altro, un altro ancora.
Così giustamente m’annulla ciò che mi riempie.


* Racconto finalista della prima edizione del concorso Urbanità Tentacolare (Firenze, 2018)

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Ultime cose lette

Tu, sanguinosa infanzia – Michele Mari. Probabilmente uno dei migliori scrittori italiani – anche se, de gustibus eccetera, per me talvolta baroccheggia un po’ troppo. Raccolta di racconti intrisi di nostalgia – se avete letto fin da piccoli (Urania, avventure piratesche, fumetti eccetera) ritroverete qua dentro lucidamente riesumati quei momenti tanto speciali. La scoperta degli autori, il mistero onomatopeico dei loro nomi, la solitudine del piccolo lettore, il ruminare interiore, la crescita cognitiva che si accompagnava al passaggio da testi semplici a testi sempre più complessi. Immagino l’adulto che di notte si mette alla scrivania e pensa, ripensa. Notevole.

Il profumo – Patrick Suskind. La storia arcinota di un uomo maledetto, delle sue portentose cellule olfattive, del suo cinismo connaturato, della sua ascesa e della sua fine nella Francia fetida di qualche secolo fa. Non entusiasma, ma c’è di peggio.

Il tempo è un bastardo – Jennifer Egan. Buono, parecchio buono, non so se da Pulitzer (ha vinto il premio nel 2011) ma buono. Struttura articolata – romanzo fatto di tanti racconti collegati tra loro da fili ultrasottili -, prosa agile, moderna, decisa presa di coscienza che (piaccia o non piaccia) oggi o sei totalmente asciutto o vendi dodici copie. O combatti la frenesia sapendo di perdere in partenza, o l’assecondi a modo tuo. Lo zenit minimalistoide viene toccato nelle Pagine delle Slide (chi ha letto sa), peraltro parecchio come si dice toccanti. Si parla di business musicale, di relazioni, di cleptomania. Diversi i momenti speciali: quello di Napoli, la nuotata notturna a New York, il Safari africano.  Come stile, c’ho ritrovato un po’ Eggers – un Faulkner filtrato da Eggers? Contiene splendido e praticamente dichiarato tributo a Wallace.

Lo stretto necessario – Pierluigi Pardo. Stimo Pardo come giornalista sportivo (al netto di alcune trasmissioni imbarazzanti che si trova a condurre). Brillante, leggero, anche colto. Il tipo con cui ti faresti volentieri una birra. Ero curioso di vedere come se la sarebbe cavata con un romanzo… e quasi mi dispiace dover dire che ho trovato questo Lo stretto necessario piuttosto imbarazzante, un Hornby brutto, pregno di ironia trita, con personaggi che sono stereotipi di stereotipi, con spiegazioni e spiegazioni di sentimenti, con dialoghi stratrascurati. Anche se poi l’ho letto tutto, perché alla fine la seconda metà non è così da buttar via. E d’altra parte, se piace Diego da Silva col suo kitchissimo avvocato Malinconico, cos’ha Pardo in meno di lui?

QED – Richard Feynman. L’elettrodinamica quantistica spiegata da Feynman con due o tre chiarissimi esempi. Quella roba che mi par di capire mentre leggo e su cui già tre giorni dopo non saprei purtroppo dire alcunché. Comunque spettacolare.

Le venti giornate di Torino – Giorgio de Maria. Mi era stato presentato come un capolavoro, e capolavoro non è. Con stile giornalistico, con puntate sul visionario andante, il narratore cerca di penetrare all’interno del mistero che ha attanagliato Torino una manciata di anni prima per una ventina di giorni. Gente sonnambula, statue irrequiete, omicidi efferati. Fila via bene, tra Calvino e Buzzati, con una struttura funzionante e una certa originalità.

Consigli di un discepolo di Morrison a un fanatico di Joyce – Roberto Bolaño & A. G. Porta. Romanzino postmoderno stile Bonnie & Clide, pulp, cinico eccetera. Un (parziale) Bolaño molto minore.

Perché amiamo le donne – Mircea Cartarescu. Considerato un fenomeno (soprattutto per i suoi libri più voluminosi), qui Cartarescu presenta un pugno di racconti che spesso (ma non sempre) prevedono presenze femminili significative della sua vita vera. Lo fa con una prosa che non credevo fosse così stringata e franca. Ogni tanto si sente un certo odorino di maschilismo, ok, ma alcuni dei racconti appaiono parecchio ma parecchio validi. Alcuni magici.

Il fascismo eterno – Umberto Eco. Scossa elettrica per radar torpidi.

Il gioco del mondo (Cortàzar)

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– Il progresso nell’arte sono stupidaggini arcisapute, – disse Etienne. – Ma nel jazz come in qualsiasi arte c’è un sacco di ricattatori. Una cosa è la musica che può tradursi in commozione e un’altra la commozione che pretende di passare per musica. Dolore paterno in fa diesis, risata sarcastica in giallo, viola e nero. No, caro mio, l’arte comincia al di qua o al di là, non è mai questo.

Nessuno pareva disposto a contraddirlo perché Wong arrivava con il caffè e Ronald, stringendosi nelle spalle, aveva dato avvio ai Waring’s Pennsylvanians e da uno stridore terribile giungeva il tema che piaceva tanto a Oliveira, una tromba anonima e poi il piano, tutto nella fumosità da vecchio fonografo e pessima incisione, da povera orchestra e come anteriore al jazz, in fondo da quei vecchi dischi, dagli show boats e dalle notti di Storyville era nata l’unica musica universale del secolo, qualcosa che avvicinava gli uomini più e meglio che l’esperanto, l’Unesco e le aviolinee, una musica sufficientemente primitiva per giungere all’universalità e sufficientemente bella per creare una storia sua propria, con scismi, ritrattazioni ed eresie, il suo charleston, il suo black bottom, il suo shimmy, il suo foxtrot, il suo stomp, i suoi blues, per ammettere le classificazioni e le definizioni, questo e quello stile, lo swing, il bebop, il cool, e andare e tornare dal romanticismo e dal classicismo, hot e jazz cerebrale, una musica-uomo, una musica con storia distinta dalla stupida musica animale da ballo, la polka, il valzer, la samba, una musica che permetteva di riconoscersi e stimarsi a Copenhagen come a Mendoza o a Città del Capo, che avvicinava gli adolescenti con i loro dischi sotto il braccio, che dava loro nome e melodia quali cifre per riconoscersi e iniziare un colloquio e sentirsi meno soli anche se accerchiati dai capiufficio, famiglie e amori infinitamente amari, una musica che acconsentiva a tutte le immaginazioni e gusti, la serie degli afonici 78 con Freddie Keppard o Bunk Johnson, l’esclusivismo reazionario del Dixieland, la specializzazione accademica di Bix Beiderbecke o il salto nella grande avventura di Thelonious Monk, Horace Silver o Thad Jones, la pacchianeria di Erroll Garner o di Art Tatum, i pentimenti e le abiure, la predilezione per i piccoli complessi, le misteriose incisioni con pseudonimi e denominazioni imposte dalle case discografiche o dai capricci del momento, e tutta quella massoneria del sabato sera nella camera da studente o nella cantina del circolo, con ragazze che preferiscono ballare mentre ascoltano Star Dust o When your man is going to put you down, e odorano lentamente e dolcemente di profumo di pelle, di calore, si lasciano baciare quando è tardi e qualcuno ha messo The blues with a feeling e quasi non si balla, si sta in piedi, fermi, dondolandosi, e tutto è torbido e sporco e canagliesco e ogni uomo vorrebbe strappare quei reggipetto tiepidi mentre le mani accarezzano una schiena e le ragazze stanno a bocca socchiusa e si abbandonano a poco a poco alla paura deliziosa e alla notte, allora s’alza una tromba possedendole per tutti gli uomini, prendendole con una sola frase calda che le lascia cadere come una pianta tagliata fra le braccia dei compagni, e c’è una corsa immobile, un salto nell’aria della notte, sopra la città, finché un piano scrupoloso le restituisce a se stesse, esauste e riconciliate e ancora vergini fino al sabato seguente, tutto questo in una musica che fa paura ai pettoruti di platea, quelli che credono che nulla sia reale se non ci sono programmi stampati e maschere, e così va il mondo e il jazz è come un uccello che migra ed emigra o immigra e trasmigra, saltabarriere, burladogane, una cosa che corre e si diffonde e stanotte a Vienna sta cantando Ella Fitzgerald mentre a Parigi Kenny Clarke inaugura una cave e a Perpignan martellano le dita di Oscar Peterson, e Satchmo ovunque con il dono dell’ubiquità che gli ha concesso il Signore, a Birmingham, a Varsavia, a Milano, a Buenos Aires, a Ginevra, nel mondo intero, è inevitabile, è la pioggia e il pane e il sale, una cosa assolutamente indifferente ai riti nazionali, alle tradizioni inviolabili, alla lingua e al folklore; una nuvola senza frontiere, una spia dell’aria e dell’acqua, una forma archetipica, anteriore, sottostante, che riconcilia messicani e norvegesi e spagnoli e russi, li reincorpora al dimenticato oscuro fuoco centrale, torpidamente e malamente e precariamente li restituisce ad una origine tradita, indica loro che forse potevano esserci altre vie e che quella presa non era né l’unica né la migliore, o che forse potevano esserci altre vie e che quella presa era la migliore, ma che forse ce n’erano altre più dolci da percorrere e che non le presero, o le presero a mezzo, e che un uomo è sempre più di un uomo e sempre meno di un uomo, più di un uomo perché racchiude in sé ciò cui allude il jazz e sottolinea e anche anticipa, e meno di un uomo perché di quella libertà ha fatto un gioco estetico o morale, una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo, una definizione di libertà che è insegnata nelle scuole, esattamente nelle scuole dove mai si è insegnato e mai si insegnerà ai bambini il primo tempo di un ragtime e la prima frase di un blues, eccetera, eccetera. I could sit right here and think a thousand miles away. I could sit right here and think a thousand miles away. Since I had the blues this bad, I can’t remember the day.

(Cortázar, “Rayuela”, 1969).

Mentre morivo, di William Faulkner

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Un viaggio folle su un barroccio sgangherato, tra inondazioni e fienili in fiamme, sotto i cerchi sempre più stretti degli avvoltoi che accompagnano speranzosi il grottesco funerale di Addie Bundren. Attorno alla bara, ingobbiti nei loro truci destini, assorti ciascuno nel proprio segreto, il marito e i cinque figli.

Moderno, strutturalmente geniale, Mentre morivo racconta una vicenda con rimandi epici e classici che rappresenta anche un manifesto filosofico. La realtà è il prodotto soggettivo dei nostri sensi e della nostra elaborazione cognitiva. Le realtà soggettive sono necessariamente incongruenti, a tratti. Straordinario, geniale, sì. C’è Joyce, immagino. C’è la Woolf. Flussi di coscienza come se piovesse. Architetture complesse. Colpi di scena. Ci sono passaggi di un’intelligenza sbalorditiva, intuizioni psicologiche da applausi. Padronanza del linguaggio, poi, e fasi comiche, e confusione magistralmente controllata – penso al momento drammatico dell’attraversamento del fiume in piena. Tu, lettore, tirato in ballo fin da subito e costretto a svolgere la tua faticosa – ma soddisfacente – parte di raccordo e completamento. Tu, invitato ciclicamente a intuire, a prefigurare, a esaminare gli indizi di ciò che prima o poi fatalmente si manifesterà. Tu, proprio tu, esatto – Faulkner, al contrario degli autori banali, non ti sottovaluta mai.

Capita spesso di avvertire sensibilità lontane e respingenti in diversi dei Grandi Classici Da Leggere Assolutamente. Qui la situazione è diversa. Mentre morivo appartiene e forse apparterrà al presente, anche se è stato scritto quasi un centinaio d’anni fa.

Ce ne sarebbero troppe da dire.

Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie

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Ifemelu, ragazza nigeriana, espatria negli Stati Uniti in cerca di una vita migliore. Dopo aver conosciuto l’America e gli americani, tanti anni dopo, disillusa, decide di tornare in patria per ritrovare Obinze, il primo amore, che nel frattempo si è sposato e ha messo al mondo una bambina.

Sostenere che Americanah parli solo di questo – cioè di una storia d’amore tormentata – sarebbe comunque (ok, preparatevi, sto per dire riduttivo) riduttivo. Una volta una ragazza italiana di madre africana mi confessò che quand’era piccola provava un doloroso imbarazzo nel guardare un film come Il bisbetico domato per via della figura della governante di Celentano, quella donnona nera dall’accento stereotipato che ingenuamente avevo sempre trovato simpatica o comunque innocua. Ecco: il libro della Adichie ha proprio il grande merito di disvelare tutto un universo di minuscoli razzismi che spesso i bianchi tendono a sottostimare o a ignorare del tutto. Perché Americanah parla di razzismo, ovvero Sindrome da Disorientamento Razziale, parla soprattutto di questo, non del razzismo violento che deflagra nelle cronache, no, parla di quello quotidiano e sfumato, di quello legato ai capelli, di quello delle riviste di moda, dei taxi che tirano dritto, del pietismo, degli accenti, delle differenze tra afroamericano e africano tout court, dell’impegno ipocrita di certi borghesi progressisti. Non un lavoro perfetto. Le prime cento pagine non sono memorabili, per dire, e anche il finale è vagamente stanco, strascicato. Ma ci sono momenti speciali, pure ben scritti, la Adichie è fluida ma non sciatta, che ti vietano di appoggiare il libro sul comodino e hanno il merito di rammentarti ancora una volta quanto possa essere sensazionale e importante la letteratura (ed è qui che in fin dei conti un libro trionfa davvero: quando ti invoglia a prenderne in mano subito un altro). Su tutti, i drammi umani del clandestino Obinze nella classista Londra, dove l’uomo si trasferisce prima di essere espulso e sposarsi in Nigeria con una donna servizievole e noiosa. E l’elezione di Obama (oggi va tanto di moda definirlo sopravvalutato), vissuta all’interno della speranzosa comunità nera americana. E le pagine in cui si fa capire come concetti quali quello di razzismo al contrario siano, anche se diffusi, profondamente stupidi.

Americanah è intelligente, corposo, spesso avvincente: un gran bel romanzo normale.