Mentre morivo, di William Faulkner

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Un viaggio folle su un barroccio sgangherato, tra inondazioni e fienili in fiamme, sotto i cerchi sempre più stretti degli avvoltoi che accompagnano speranzosi il grottesco funerale di Addie Bundren. Attorno alla bara, ingobbiti nei loro truci destini, assorti ciascuno nel proprio segreto, il marito e i cinque figli.

Moderno, strutturalmente geniale, Mentre morivo racconta una vicenda con rimandi epici e classici che rappresenta anche un manifesto filosofico. La realtà è il prodotto soggettivo dei nostri sensi e della nostra elaborazione cognitiva. Le realtà soggettive sono necessariamente incongruenti, a tratti. Straordinario, geniale, sì. C’è Joyce, immagino. C’è la Woolf. Flussi di coscienza come se piovesse. Architetture complesse. Colpi di scena. Ci sono passaggi di un’intelligenza sbalorditiva, intuizioni psicologiche da applausi. Padronanza del linguaggio, poi, e fasi comiche, e confusione magistralmente controllata – penso al momento drammatico dell’attraversamento del fiume in piena. Tu, lettore, tirato in ballo fin da subito e costretto a svolgere la tua faticosa – ma soddisfacente – parte di raccordo e completamento. Tu, invitato ciclicamente a intuire, a prefigurare, a esaminare gli indizi di ciò che prima o poi fatalmente si manifesterà. Tu, proprio tu, esatto – Faulkner, al contrario degli autori banali, non ti sottovaluta mai.

Capita spesso di avvertire sensibilità lontane e respingenti in diversi dei Grandi Classici Da Leggere Assolutamente. Qui la situazione è diversa. Mentre morivo appartiene e forse apparterrà al presente, anche se è stato scritto quasi un centinaio d’anni fa.

Ce ne sarebbero troppe da dire.

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Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie

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Ifemelu, ragazza nigeriana, espatria negli Stati Uniti in cerca di una vita migliore. Dopo aver conosciuto l’America e gli americani, tanti anni dopo, disillusa, decide di tornare in patria per ritrovare Obinze, il primo amore, che nel frattempo si è sposato e ha messo al mondo una bambina.

Sostenere che Americanah parli solo di questo – cioè di una storia d’amore tormentata – sarebbe comunque (ok, preparatevi, sto per dire riduttivo) riduttivo. Una volta una ragazza italiana di madre africana mi confessò che quand’era piccola provava un doloroso imbarazzo nel guardare un film come Il bisbetico domato per via della figura della governante di Celentano, quella donnona nera dall’accento stereotipato che ingenuamente avevo sempre trovato simpatica o comunque innocua. Ecco: il libro della Adichie ha proprio il grande merito di disvelare tutto un universo di minuscoli razzismi che spesso i bianchi tendono a sottostimare o a ignorare del tutto. Perché Americanah parla di razzismo, ovvero Sindrome da Disorientamento Razziale, parla soprattutto di questo, non del razzismo violento che deflagra nelle cronache, no, parla di quello quotidiano e sfumato, di quello legato ai capelli, di quello delle riviste di moda, dei taxi che tirano dritto, del pietismo, degli accenti, delle differenze tra afroamericano e africano tout court, dell’impegno ipocrita di certi borghesi progressisti. Non un lavoro perfetto. Le prime cento pagine non sono memorabili, per dire, e anche il finale è vagamente stanco, strascicato. Ma ci sono momenti speciali, pure ben scritti, la Adichie è fluida ma non sciatta, che ti vietano di appoggiare il libro sul comodino e hanno il merito di rammentarti ancora una volta quanto possa essere sensazionale e importante la letteratura (ed è qui che in fin dei conti un libro trionfa davvero: quando ti invoglia a prenderne in mano subito un altro). Su tutti, i drammi umani del clandestino Obinze nella classista Londra, dove l’uomo si trasferisce prima di essere espulso e sposarsi in Nigeria con una donna servizievole e noiosa. E l’elezione di Obama (oggi va tanto di moda definirlo sopravvalutato), vissuta all’interno della speranzosa comunità nera americana. E le pagine in cui si fa capire come concetti quali quello di razzismo al contrario siano, anche se diffusi, profondamente stupidi.

Americanah è intelligente, corposo, spesso avvincente: un gran bel romanzo normale.

American Psycho, di Bret Easton Ellis

 

La storia è credo arcinota: Patrick Bateman è uno yuppie di fine anni ’80 che vive a Manhattan, attraente, abbronzato, pieno di soldi e addominali, sempre vestito splendidamente, i capelli perfetti, gusti esemplari in ogni ambito, cocainomane, fan sfegatato di Donald Trump. En passant, Patrick Bateman è anche un sadico omicida.

Facendola breve (ché poi questo post è soprattutto un’imbarazzante scusa per segnalare che sto ascoltando di brutto il disco da cui è tratto il brano sullinkato):

American Psycho sfiora il capolavoro. Privo di vere e proprie fasi di stanca, spiattella ritornelli ossessivi e procede pagina dopo pagina mantenendo una sua leggera programmatica incoerenza. Bateman lavora senza lavorare, prenota ristoranti, preleva, sfotte homeless, considera le donne oggetti da sesso e tortura, noleggia e restituisce videocassette. Ogni suo comportamento è narrativamente lecito. Qualsiasi suo atto si fa follia, viene percepito come tale, anche quello più banale. Nelle arcinote (e due) fasi “Indossa un [sfilza di marche & vestiario ricercato]”, il sistema che Bateman (con Ellis) usa sistematicamente per presentarci i vari personaggi, una volta capito l’andazzo, si tende a leggere senza leggere davvero, si vola un chilometro sopra, si relativizza, si prendono automatiche distanze. Così come si fa quando si parla di cibo ultraraffinato – dialoghi che mi ricordano la vacuità di certe scene del Fascino discreto della borghesia di Bunuel e che riecheggiano in molte discussioni contemporanee, anche in Italia (cibo gourmet e vino – pazzesco quanto la gente cianci quasi sempre di cibo e vino). L’America satirizzata da Ellis è questa: pulitina, frivola, nevrotica, fascistoide come nello sketch di Bill Hicks sui New Kids on the Block. Annoiata e vuota, di giorno si fa bella e di notte dilania – metaforicamente? – corpi umani nel suo lussuosissimo privato. L’assenza di un senso profondo implica, suggerisce Ellis, l’assenza di ogni morale.

Un romanzo a cui per scelta manca tridimensionalità, se escludiamo alcune lucidissime e ottimamente scritte pagine nel finale, lavoro d’accetta (ah ah) più che di bisturi, di cinismo brutale e, se proprio vogliamo dirla tutta, relativamente facile. Ottimo, spettacolare, trascinante: magari non geniale.

Prigionieri della geografia

Le 10 mappe che spiegano il mondo (Prisoners of geography) è un saggio del giornalista inglese Tim Marshall che cerca di spiegare le dinamiche di politica internazionale a partire dall’analisi di elementi di tipo geografico. Perché gli Stati Uniti erano destinati a diventare questa onnipotente nazione. Perché la Russia teme un’invasione dall’Europa Centrale e brama un porto in acque calde. Perché la Cina sta rafforzando la propria marina, perché sta investendo in mezzo mondo, perché sta costruendo un altro canale (tipo Panama) in Nicaragua. Perché il Sudamerica è abitato principalmente lungo le coste. Perché i grandi fiumi navigabili sono fondamentali per lo sviluppo. Perché il colonialismo africano ha fatto danni tutt’ora visibili. Perché sono criminali i confini imposti dall’alto. Perché l’Europa non può essere unita come gli Stati Uniti (e perché, invece, dovrebbe far di tutto per esserlo). Perché Pakistan e India si detestano. Perché Egitto ed Etiopia potrebbero entrare in guerra. Perché il Medio Oriente è così fitto di conflitti. Perché i sunniti e gli sciiti. Perché i curdi. Perché Gaza. Perché l’Afghanistan. Perché la Nord Corea. Eccetera.

Trecento scorrevolissime pagine di geopolitica e (inevitabilmente) di storia che almeno come idea rimandano a quel che aveva fatto Jared Diamond nel suo fondamentale Armi, acciaio e malattie. Anche se qui si parla di altro e il rigore scientifico di Diamond non può essere per forza di cose adottato.

Strumento utilissimo per capire il presente e per immaginare il futuro.