Americana, di Don DeLillo

DeLillo-Americana

Spesso, leggendone i libri, ho l’impressione che la mission di DeLillo sia la stessa del grande Kurt Vonnegut. Ribadire l’umanità. Sottintendere la necessità di pace e armonia. Inventariare tutti i modi in cui, invece, la società sta viaggiando a vele spiegate in direzione inversa.

Come Vonnegut, DeLillo mette in scena personaggi stralunati, disallineati, sballottati qua e là dagli eventi. Disorientati dagli eventi stessi. Anche se lo fa – le analogie finiscono qui – con strumenti drasticamente diversi. Lo stupore degli uomini di Vonnegut di fronte alla violenza della realtà è di tipo fanciullesco e sottilmente ironico. In DeLillo i personaggi sono di altra pasta, hanno vissuto e sperimentato e soprattutto elaborato – possiedono strambe strategie di fuga. I due tipi di prosa, uno candido e minimale, l’altro cesellato e spiazzante, rimarcano bene questa differenza.

Americana è il primo libro di DeLillo ed è un gran bel libro. Abbastanza lineare nella sua prima parte, caotico nella seconda. Contiene in nuce tutti gli elementi che faranno la fortuna del DeLillo futuro (si fa fatica a pensare che sia stato pubblicato nel 1971). Racconta la storia di un uomo, David Bell, il quale lavora per un network televisivo o qualcosa del genere, che a un certo punto decide di partire per un viaggio in camper per gli USA con un paio di amici e una donna piuttosto misteriosa. Ma non è il viaggio, come si potrebbe pensare, il piatto forte del libro. Il viaggio, lo spostarsi fisico, rappresenta invece un elemento piuttosto marginale. Il centro di gravità dell’opera è la testa di Bell – la sua vita sprecata, la sua disillusione, i suoi stravaganti tic (isole di libertà in mezzo al rigore amministrativo in cui si trova ingabbiato). Tutto sta lì a veicolare la sua precarietà. Lampi di memoria che diventano disconnessi flashback. Rivalutazioni tardive. Disperati tentativi di mediazione esistenziale tramite telecamera – posso razionalizzare un evento significativo solo quando lo osservo da questa parte dello schermo. Considerazioni letali emergenti dalla baraonda dei tempi. Sproloqui notturni (geniali) di un dj a spiattellare certe ansie inesprimibili (embrioni delle tirate apocalittiche di Lenny Bruce su Underworld). Il libro è frammentato, scisso, come da manuale del postmoderno, quanto la testa di Bell. E altrettanto irrisolvibile.

Non è perfetto, intendiamoci. Leggendolo mi è capitato di pensare che il materiale potesse esser meglio amalgamato. E nella seconda parte si chiede molto al lettore – il filo da seguire è sottile e seppellito da camionate di parole e idee. Americana ha un suo duro cuore sperimentale e insegue tutta una serie di deviazioni intuitive. Non chiedete una trama né scorrevolezza. Armatevi di pazienza e immaginazione. Di materiale da ficcare nei vuoti, nelle crepe, nei salti logici. DeLillo si legge pagina per pagina – talvolta lo immagino mettersi alla macchina da scrivere senza la minima idea di dove andare a parare. Si legge frase per frase, ogni frase un macigno, un pensiero complesso, uno slancio metafisico. Si guarda come si guarderebbe un’opera di arte moderna: oltre l’elemento spoglio ribolle sempre un universo di significato.

Sono qui dentro (sull’incipit di Infinite Jest)

Lego Infinite Jest

ANNO DI GLAD

Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell’Università, dei Remington sono appesi alle pareti rivestite di legno, i doppi vetri ci proteggono dal caldo novembrino e ci isolano dai rumori Amministrativi che vengono dall’area reception, dove poco fa siamo stati accolti lo zio Charles, il Sig. deLint e io.

Sono qui dentro.

Il primo capitolo di Infinite Jest di David Foster Wallace, innestato dentro un complicatissimo capolavoro di 1000 e passa pagine, è (già di per sé) un prodotto di fenomenale architettura narrativa. Nell’ultimo periodo mi è capitato di rileggerlo e di fare maggior attenzione ai dettagli – i dialoghi spezzati, la tensione interiore crescente, la pace illusoria del flashback, il finale devastato.

E l’incipit, le primissime righe (nella traduzione italiana di Edoardo Nesi), sono un capolavoro nel capolavoro nel capolavoro. Qui per esempio se ne parla un po’, ma credo se ne potrebbero aggiungere delle altre.

Quel Sono qui dentro, per esempio. Lo vedo come un passaggio cruciale dell’intero lavoro, una specie di dichiarazione d’intenti, una comunicazione privata e confidenziale al lettore, una strizzatina d’occhio.

Sono qui dentro. Un’espressione potente e polisemica, che può essere – appunto – interpretata in diversi modi, soprattutto dopo aver terminato il libro e aver acquisito maggior confidenza con l’opera omnia di Wallace – col suo cervello ricorsivo.

Scatole cinesi.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: io personaggio della storia mi trovo dentro questa stanza con queste persone in questo giorno di novembre.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: la mia mente, la mente del personaggio della storia, il mio io, è dentro questa testa e questo corpo che segue consciamente la forma della sedia, dentro questa carne, dentro al personaggio fisico che tu lettore stai cominciando a immaginare, celata in questa materia fittizia – il che assume ancora più senso man mano che si viene a conoscere la personalità introversa e sfuggente di Hal.

(Io) Sono qui dentro. Cioè: io persona David Foster Wallace mi sto nascondendo dentro Hal, Hal mi rappresenta spesso (se non sempre) all’interno di questo libro. Quello che pensa lui è quello che penso io.

(Io) Sono qui dentro. Cioè, infine: io persona David Foster Wallace sono sparso/disseminato nei due chili di pagine che stai tenendo in mano proprio in questo momento, io sono le pagine fisiche e l’inchiostro stampato, io sono sia dentro Hal che fuori Hal, io sono il mastermind, io sono Mario e Orin, io sono Don Gately, io sono Janelle, io sono la Cicogna Matta che ficca la testa nel microonde, io sono la sua moglie nevrotica eccetera, io sono le descrizioni e i raccordi, io sono le digressioni sulla teoria cinematografica e sui tatoo, io sono tutto il libro – interpretazione confermata dal fatto che molte delle vicende di Infinite Jest siano 1) esperienze vissute da Wallace stesso e qui trasfigurate (si pensi alle descrizioni delle partite di tennis, all’uso delle sostanze, all’ossessione grammaticale di Hal, alle divagazioni sentitissime sulla depressione, ai momenti Alcolisti Anonimi eccetera) e 2) teorizzazioni e/o astrazioni partorite dallo scrittore qui compattate, reificate, rese organi vitali del romanzo (l’intrattenimento perfetto come gabbia irresistibile e fatale, il suo corollario volto-nascosto-di-Janelle, tutto il discorso su catapulte & spazzatura, il tennista straordinariamente metaforico che entra in campo sempre con la pistola puntata alla tempia e che prima dell’inizio di ogni match dichiara che in caso di sconfitta si toglierà la vita – col risultato che vince sempre – eccetera). In sostanza, forzando un tantino le cose ma se no che gusto ci sarebbe, ecco che anche l’interpretazione più profonda e azzardata appare del tutto legittima. Sono qui dentro sta anche se non soprattutto per:

Benvenuti / Questo libro è la mia mente / Conoscetemi

Music & persons

Pensate al voi stessi di quindici anni fa.

Pensateci, voi che siete troppo pigri per tenere un diario.

Sforzatevi di pensare ai pensieri che stavate pensando esattamente in quel periodo (metacognizione differita?). Cercate di recuperare le idee che allora avevate sul mondo, sulle persone che vi stavano attorno, i vostri progetti, il modo in cui guardavate al passato.

Com’era la vostra mente, quindici anni fa?

Chi era quella persona col vostro nome, con qualche chilo in meno e qualche capello in più, che si aggirava per l’universo?

Un estraneo.

Qualcuno di cui non potete ricordare i processi di pensiero, qualcuno con cui fate persino fatica a immedesimarvi. Qualcuno di stupidamente sfuggente.

Lui, quel tipo col vostro stesso nome – fate addirittura fatica ad attribuirgli dei desideri, delle necessità, delle volontà.

Un estraneo, dunque, ma non solo. Un manichino sballottato qua e là dalle leggi fisiche. Un uomo col vuoto dentro la testa. Lui, esso.

Io sono io solo adesso, adesso – questa la vocina tremenda che vi risuona dentro.

Come se vi sentiste un’entità unica e cosciente e compiuta solo ed esclusivamente nell’esatto momento in cui affrontate il presente. Ora mentre leggete. Ieri eravate un po’ meno Voi rispetto a oggi. Quindici anni fa, parecchio meno.

Certo, siete evolutivamente modellati anche per pensare che esista una certa continuità col Voi di quindici anni fa. Ma a conti fatti è una continuità più convenzionale (illusoria) che reale. Ripeto: i pensieri di quel vostro Voi del passato, sforzatevi quanto vi pare, vi appariranno impenetrabili più o meno come quelli delle altre persone.

Poi un giorno vi capita di rimettere su uno di quei pezzi che ascoltavate proprio in quel periodo, quindici anni fa. Bravado dei Rush, nella commovente versione presente su Different Stages.

E nell’ascoltarla non riaffiorano solo le emozioni – sarebbe la solita banalità. Riaffiorano prodigiosamente anche alcune sfumature dei pensieri che stavate facendo allora (la dicotomia pensieri/emozioni sparisce presto quando riflettete abbastanza a fondo sulla portata di certe scoperte delle neuroscienze).

E allora si riapre una finestrella sul vostro Io di allora. E lo capite meglio, quasi empatizzate con lui, con quell’estraneo dalla testa vuota che faceva cose senza senso, senza scopo. Come se la canzone riattivasse tutto un contesto dimenticato, soppiantato, e ridesse vita a un percorso neurale ormai scarsamente battuto. Musica non solo come recupero di un passato emotivo. Musica come recupero di un passato cognitivo.

Ed ecco che quella testa vuota si fa meno vuota. Perché la riempite con un po’ di pensiero, con due o tre scopi, con qualche bisogno, con una certa idea che allora potevate avere del mondo (1).

Allora lo riguardate con occhi nuovi, quel tipo-marionetta, e lo salvate, lo sottraete al regno delle cose, lo rendete umano, proiettate su di lui l’illusione della coscienza che in questo momento state magistralmente proiettando su voi stessi.

Lo riconoscete come Voi.

Finché dura la canzone, s’intende.

When the dust has cleared, and victory denied…


(1) Prendete un oggetto, dategli delle necessità e la capacità di manipolare il contesto per soddisfarle. Ora osservatelo con attenzione mentre si aggira per l’ambiente mutevole: presto apparirà un’anima.