One hour by the concrete lake

Qualche avvertimento, prima di entrare. Non fare domande sul loro passato. Hanno vissuto esperienze tragiche, hanno perduto figli e madri, e non provano questo gran piacere a parlarne. Poi, devi sapere che sono gentili, anche troppo. Si offriranno di darti del cibo. Di farti usare i loro bagni. Non accettare: è assolutamente vietato, per noi, entrare nelle loro camere. Si tratta di gente molto povera, ma anche assai generosa: potrebbero privarsi di cibo a loro necessario per donarlo a noi“. Ewa sorride, poco, ma ha gli occhi sicuri, mentre stringe il volante. Vuole che capisca bene, che non ci siano problemi di comunicazione. Entrambi ci stiamo esprimendo in una lingua non nostra, riguardo ad una questione delicata, che non ammette fraintendimenti. La signora anziana sui sedili posteriori parla, parla, parla. Ha un milione di cose da raccontare, e pare sintetizzare in sé le esperienze esistenziali di una trentina di individui medi. Ewa sta guidando da una mezz’oretta, più o meno. La sua Opel va ad inoltrarsi tra gli alberi fitti e cupi di una tipica foresta centroeuropea. Il cielo è grigio, ma benigno. Almeno per ora. Io penso, intanto, che non sarei mai arrivato a fare domande sul loro passato, anche se non m’avesse avvertito. Per non risultare indiscreto, più che altro. Una forma di cortesia.

Arriviamo di fronte ad un enorme cancello. Un tipo baffuto, da una casupola sulla destra, si affaccia alla finestra, ci vede e preme il pulsante d’apertura. A passo d’uomo, varchiamo la soglia. Red sector A. Che siamo entrati dentro un’ex base militare lo si nota all’istante, al primo sguardo. I muri di recinzione sono alti, sui tre metri, e decorati con dell’ottimo filo spinato. Color ruggine. All’esterno, torreggiano gli alberi: la sensazione è quella di essere penetrati dentro un’oasi di cemento. L’ometto baffuto, in elegante divisa militare, ci viene incontro e ci invita nel suo ufficio. Mi chiede la carta d’identità, mi fa una foto. Mi chiede perché sono lì, con la faccia di chi non ha la minima voglia di fare il proprio lavoro. Poi si tiene i documenti e mi dice che potrò riprenderli all’uscita. Andiamo fuori, io, Ewa e la signora.

Due casermoni da cinque piani l’uno si stagliano contro il cielo. In mezzo c’è un’ampia piazza, scalcinata e piuttosto deserta. Sul fondo, a sinistra, si intravede un vecchio campo da basket, privo di canestri e, come scoprirò qualche minuto dopo, pieno di piccoli sassi appuntiti. A destra ha preso vita un minuscolo bosco di pini, cresciuto allinterno delle mura. Ci sono un paio di ragazzi sui diciotto-diciannove seduti per terra, a giocare a carte. Alcuni bambini, scalzi e col pannolone in evidenza, zampettano qua e là. Diverse signore parlano, sommessamente,  mentre appendono il bucato. E’ impressionante il numero di indumenti appeso ai fili. E’ forse la prima cosa che mi colpisce davvero. Un campegggio, sì. Penso ad un campeggio. Ci sono fili dappertutto. Partono dalle finestre ed arrivano agli alberi. Congiungono più alberi, raggiungono persino le mura di recinzione. Tengono sospesi pantaloni, mutande, calzini spaiati, scarpe, tante scarpe. E’ tutto un volteggiare di scarpe. Scarpe demodé, scarpe rotte, scarpe brutte, sudice, fuori contesto, grandi, piccole, nere, colorate.

La signora che ha visto tutto si avvicina ad un tipo con i capelli lunghi, una sorta di Lorenzo Lamas dai tratti slavi. Lui sorride con la dentatura tipica della propria popolazione. La tensione si allenta, perché pare gentile, affabile e voglioso di raccontare. Raduna accanto a sé un po’ di gente, qualche massaia abbandona il cesto con i panni e si avvicina. Un ometto diffidente fa qualche passo verso di noi. Parliamo un po’, del più e del meno. La signora che ha visto tutto, ovviamente, conosce benissimo anche il russo, è lì per questo, per tradurre, perché loro non parlano una parola di inglese che sia una. E io in russo so dire solo Shevchenko. I ragazzi vogliono parlare di calcio, appunto, sono italiano e vogliono che parli loro del nostro calcio, dei campioni, della serie A, di Del Piero e Kakà. Non sono io ad allontanarli da lì, dai riflettori di uno dei campionati più noti del mondo. Sono loro, infatti, a voler deviare. Confessano candidamente di stare bene, là dentro. Sono in trecento, escono raramente e non muoiono dalla voglia di farlo. Se ne fregano di integrarsi, di visitare la città, Varsavia, di conoscere la cultura del paese che li ospita. Cazzate. Dentro quelle quattro mura hanno tutto: un paio di computer per navigare su Internet, forniti dal governo polacco, una cucina, docce, camere, la possibilità di seguire dei corsi di cucito, di lingua e di chissà cos’altro. Qualcuno dice, la butta lì come se niente fosse, che in patria ora come ora non ci possono tornare. Rischierebbero la morte. Silenzio. A wound that will not heal. Sognano, tutti, il giorno in cui potranno rientrare in pace, senza paura di subire ritorsioni. Sognano di tornare a casa, vivono il presente come semplice attesa, un temporaneo ma necessario esilio. All that we can do is just survive. Il loro presente è là dentro, compresso tra quelle mura. L’hanno accettato e non sembrano lamentarsene, anzi. Paiono sereni, ma non rassegnati, quasi felici per il solo fatto di poter stare tutti assieme. Come se fossero riusciti ad esportare un frammento di patria. All that we can do to help ourselves is stay alive.
Io scrivo due parole. Alla fine son lì per tirarci fuori un articolo, o qualcosa che ci assomigli.
Una donna, con i capelli nascosti sotto un velo, mi si avvicina e mi dice qualcosa. Me lo faccio tradurre: si vede che sei italiano. Non so sa da cosa. Non so perché. Non so se è un complimento o se mi sta bonariamente prendendo in giro. Accenno un sorriso.
Finito tutto, dallo zaino tiro fuori un pallone. Me l’ha affidato Ewa, dicendomi che a molti non sarebbe dispiaciuto, forse, tirare due calci. I ragazzi lo vedono, si interessano, si avvicinano. Andiamo a giocare, formo le squadre pur non sapendo come esprimermi, come farmi capire, pur non comprendendo assolutamente nulla di quel che mi dicono. La partita inizia. La maggior parte di loro gioca scalza, sulla ghiaia, o con scarpe poco adatte. Sembrano divertirsi, sudano, calciano, imprecano e ridono. Ma ce la mettono tutta. Mi chiedono scusa – con i gesti – al minimo contatto, mi offrono acqua a volontà, mi venerano come se fossi un Dio sceso in Terra. Il Dio col Pallone.

Infine, terminata la partita, trovo Ewa e la signora. Mi comunicano che è ora di andare, di tornare al mondo vero. Prendiamo i documenti dal militare baffo-munito, saliamo sulla Opel e usciamo, attraversando il mastodontico cancello, the prison gate. Un’ultima occhiata, dallo specchietto retrovisore: è tornata la normalità, le persone si sono diradate, sulla piazza non c’è quasi più nessuno. Tutti nelle tane. Sta per cominciare a piovere e il vento cresce d’intensità, ad annunciare l’imminente temporale. Le scarpe appese dondolano, come e più di prima.

(impressioni dal campo di rifugiati politici ceceni, situato a sud-est di Varsavia, luglio 2007)


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