Lo stivale sulla mente

In questi giorni al cinema c’è un ottimo film, “La valle di Elah”, il cui regista è Paul Haggis, lo stesso che ha messo in piedi quel piccolo capolavoro di “Crash – contatto fisico”, manifesto della micro-America nel post 9/11 e vincitore dell’Oscar. Il nuovo lavoro di Haggis racchiude in sé quel senso d’impotenza e di cosmica frustrazione che avevo trovato in “Cuori in Atlantide” di King – dal secondo racconto in poi – , in “Ricambi” di Marshall Smith, nella visione della guerra di certi film di Kubrick o di Coppola, e così via. Tutte narrazioni che parlano apertamente – o suggeriscono, nel caso di Smith – del Verde, del Vietnam, dei Charlie e dell’agente Orange.

“La valle di Elah” sposta – finalmente – il mirino un po’ più in qua, più vicino a noi. Sia nel tempo che nello spazio. Va a parlare, infatti, della recente guerra in Iraq, tenendosi abbastanza lontano – nei limiti del possibile – da facili giudizi politici ma andando ad affrontare un fatto realmente avvenuto, sui binari di un’unica, eppure assai significativa, vicenda. Mi è venuto a mente Levi, osservando certe scene o ascoltando il freddo resoconto del soldato, nel finale. Dentro al campo di concentramento, lo scrittore/chimico si chiedeva se potesse ancora essere definito un uomo colui che era costretto a tali sofferenze e lesioni alla propria dignità. Qui ci viene presentata l’altra faccia della medaglia: non è solo la vittima a perdere le connotazioni di umanità, a perdere il diritto di sentirsi uomo. La violenza de-umanizza infatti anche il carnefice, lo rende incapace di scegliere tra il bene e il male non per insicurezza o dubbio, ma per indotta cecità, per dissonanza cognitiva, per spaesamento. La guerra genera il bele e il mane, rivoluziona i punti cardinali della morale: non toglie il libero arbitrio, mescola semplicemente i colori del reale. In un contesto bellico, forse anche le parole di O’Brian nel “1984” di Orwell sembrano fuori luogo, perché implicano la scelta di far male, di esercitare violenza: “Sempre, in ogni momento, ci sarà il brivido della vittoria, la sensazione di vivido piacere che si ha nel calpestare un nemico disarmato. Se vuoi un simbolo figurato del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano… per sempre”.

Il tutto cambia di prospettiva nel momento in cui il soldato viene visto – credo più giustamente – come semplice mezzo usato dal (sovra)carnefice per ledere la vittima. Come l’arma del delitto. In questo caso il carnefice effettivamente sceglie il male, e per raggiungere il suo sovrascopo deve prima raggiungerne uno più prossimo, più a portata di mano. Deve oliare la pistola, far in modo che funzioni sempre a dovere. Che non manchi un colpo. Fuor di metafora, il disorientamento che nasce nella mente del soldato quando deve trovare una soluzione al contrasto insanabile tra le scene strazianti a cui assiste tutti i giorni e il suo dovere di soldato – che può implicare anche il fatto di essere causa delle suddette scene – non può che favorire l’azione del carnefice alla soddisfazione del proprio fine ultimo. Annullando la mente del soggetto-mezzo, il carnefice rende nulle le resistenze alla propria azione. Se i soldati smarriscono il senso della morale o se, meglio, cominciano a fare largo uso di stupefacenti perdendo ancor di più il contatto con la realtà, c’è solo da rallegrarsene. Come ai tempi della psicologia comportamentista, lo stimolo diviene all’istante azione. La pressione sul grilletto porta direttamente al morto. Il campanello fa inevitabilmente sbavare il cane.

Nello stesso modo di molte altre rappresentazioni belliche – le più intelligenti -, anche “La valle di Elah” svicola elegantemente da una rozza visione manichea della realtà. Messi nel contesto-guerra, soldati e vittime civili sono solo numeri, oggetti inanimati funzionali a scopi gerarchicamente superiori. Lassù in cima, lì sta il colpevole, lì sta il manipolatore, lì sta il vigliacco. E io sono ateo, intendiamoci.

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