L’ultimo capodanno della stupidità.

Il fuoco d’artificio, in certe parti d’Italia, è ormai divenuto un definitore di status.  O ce l’hai o sei un perdente. O festeggi il capodanno facendo il botto più grosso di tutti, spendendo centinaia di euro per la “soddisfazione” suscitata da un boom di durata infinitesimale, o tanto vale che stai a casa, fesso che non sei altro. Come i SUV, gli yacht chilometrici, la marmitta sulla Peugeot: più ce l’hai enorme – e magari costoso -, più sei stimato. Più lo metti in mostra, più sei leader. Più urli, più sei ascoltato. E se tutti urlano, basta solo urlare un po più forte. Scomodare Freud sarebbe fin troppo facile, lo so. Quindi non lo faccio. Anche perché andrei a finire sulla brama di potere, sulla corsa agli armamenti, sul colonialismo  e sui rasoi elettrici. Sarebbe troppo lunga, specialmente per quanto riguarda i rasoi: sull’umano ripetersi di atti dagli effetti negativi e irrazionali ha scritto un saggio il docente di Psicologia Cognitiva (e non solo) Cristiano Castelfranchi. Il testo si chiama “Per una teoria (pessimistica) della mano invisibile e dell’ordine spontaneo”. Non so se si trovi ancora in Rete.

Tornando a bomba – ops –  sui cosiddetti botti di Capodanno e leggendo le ultime notizie al riguardo – il solito bollettino di guerra – , sento l’esigenza di fare due o tre considerazioni:

1) Tra le vittime c’è un bambino di origini tunisine, tutt’ora in gravi condizioni, colpito alla testa da un proiettile mentre giocava nel proprio giardino. E’ uno dei poco reclamizzati casi in cui la signora italiana di turno, forte della permanente appena fatta, non potrà cantare il solito melodioso ritornello: “vengono qua e vogliono imporci le loro tradizioni!”. Siamo noi, una volta tanto!, a imporre le nostre a casa nostra. Era l’ora, no?     

(a child alone in daddy’s room. the gun was hidden here. no one home to catch me when I fall).

2) C’è una diffusione di armi da fuoco davvero inaspettata e inaudita. Non si parla più, ora, di botti, di petardi, di fuochi d’artificio. Bazzecole. Si parla di pistole non registrate, di fucili da caccia: e non ci troviamo in un racconto di Ammaniti, siamo nel reale, i proiettili che vagano nelle notti di Capodanno potrebbero oltrepassare i vetri delle nostra finestre. Bucare le nostre teste. Frantumare le nostre collezioni di cristalli Swarovski. Del resto, quando hai speso quei mille euro per una super-bomba che ormai tutti possiedono – dunque ormai incapace di differenziarti dalla massa dei coglioniformi – perché non tirare fuori la pistola dal cassetto e far vedere – sì che glielo facciamo vedere! – chi è che davvero sa provocare l’esplosione più fragorosa? E quando tutti avranno pistole, mi chiedo? Quando anche le fucilate saranno all’ordine del giorno? Che succederà? Come farà il frustrato di turno a mettere in pratica la sua inequivocabile superiorità sugli altri? Come potrà il giorno dopo vantarsi con gli amici della propria inarrivabile prestazione pirotecnica? Suggerimento: siamo tra i maggiori produttori di mine antiuomo del mondo, fino a qualche anno fa lo si dava per scontato. Tanti dei botti che usiamo vengono normalmente importati dall’estero, spesso dalla Cina. Buttiamoci sulle mine. Le costruiamo noi, pure l’economia nazionale avrebbe di che guadagnarci. Buttiamoci sulle mine. Sulle mine. Mine.

3) Il mio cane e quel suo muso rassegnato. Il mio cane, per Capodanno, bussa alla porta al primo botto. Non vuol sentire neanche il secondo. Vuole entrare in casa, subito. Abbassa le orecchie e mi segue in ogni stanza, impaurito e frastornato. Quando fuori c’è l’Inferno, lui deve trovarsi sotto al tavolo. Poche storie. Per giorni e giorni rimane turbato, spento. Se lo rimetti in giardino, al minimo rumore è di nuovo alla porta, pronto a rientrare. Là fuori non si è sicuri. Lo sa. Io guardo i telegiornali, sento di occhi perduti, viste smarrite, dita mozzate, braccia amputate, sparatorie, bombe di Maradona, ordigni di fine Mondo: eppure, che quella dei botti di Capodanno sia la più stupida delle tradizioni, lo capisco in special modo perché lo capisce lui, all’istante. E non ci ragiona neanche troppo su.

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