Incubi e Delitti.

Negli ultimi giorni ho avuto l’opportunità di vedere di un paio di novità cinematografiche. Parlo dell’orrore di “Cloverfield” e del nuovo film di Woody Allen, “Cassandra’s dream” (in Italia tradotto con l’orrido “Sogni e delitti”).

Cloverfield.
In una New York che crede di aver superato lo shock legato alla catastrofe delle Torri Gemelle, un gruppo di ragazzi organizza una festa a sorpresa per un amico in procinto di partire per il Giappone. Un evento traumatico interrompe i festeggiamenti e muta per sempre i loro destini. Ad un certo punto un tipo sconsiderato, un folle, senza prendere in considerazione le terribili conseguenze del suo gesto, infila il dvd di un misterioso film chiamato “Cloverfield” all’interno del lettore e, pazzesco, preme il tasto play. La festa finisce, l’incubo comincia: da lì in poi la vita di questi giovani non sarà più la stessa.

A parte gli scherzi (pessimi). Mai m’era capitato, negli ultimi anni, di desiderare così tanto di uscire dal cinema prima della fine dello spettacolo. Raramente ho così rimpianto i soldi spesi per il biglietto. Quasi mai ho toccato tanto alti picchi di noia. E’ davvero strano per me uscire dalla sala senza aver provato nulla. Niente sconvolgimento. Niente emozioni. Solo voglia di una birra, subito, ora. E di cinema forte, bello, scioccante, vitale.

“Cloverfield” (come forse si è vagamente intuito) è un film che fa acqua, acqua tiepida, da tutte le parti. Nel soggetto, innanzitutto: un triste rituffarsi nell’immaginario dei vari Godzilla (wow), con aggiunta dell’idea del footage (vedi “Blair witch project”) e di uno sfondo tanto tanto denso di angoscia post-9/11. Non si tratta di una cosa originalissima, è evidente. Eppure credo che, alla fine, una sceneggiatura decente avrebbe potuto lo stesso rendere il film più che discreto. Bastava saperci fare. Così non è stato. Scrittura e dialoghi rasentano infatti il dilettantismo più patetico: i personaggi sono di cartone, compiono azioni contro logica e parlano in modo sconclusionato. Questo fatto è così palese che spesso essi sono più surreali e terribili anche dello stesso onnipotente e polimorfo mostro che, lì a 150 metri, sta tranquillamente distruggendo la loro città. La totale assenza di capacità descrittiva – che in un film del genere andava distribuita parcamente nei dettagli – mi andrebbe benissimo se ci si trovasse di fronte al solito horror movie anni ‘80 senza pretese: gli adolescenti (qui un po’ cresciuti), la festa interrotta, i dialoghi sciocchi, i personaggi bidimensionali, patatine, due birre, uno zombie, due tette e tante risate. Perfetto. “Cloverfield”, però, vuol essere qualcosa in più di un “Halloween 18”, come i film di Muccino vorrebbero essere qualcosa in più rispetto a quelli di Pieraccioni (e tutto sommato neanche loro lo sono). Lo si percepisce fin da subito. Ed è questa pretenziosità che lo frega irrimediabilmente. E’ l’ambizione che lo disintegra. Vuol essere un film adulto, ma non ne ha i mezzi: è il ragazzino che si mette i baffi finti per comprare le sigarette o i giornali porno e che non ha la minima possibilità di farla franca. I brufoli, infatti, finiscono per tradirlo. Sempre.

Il film descrive troppo, spiega tanto, è ridondante, eccessivo, si guarda allo specchio compiaciuto: quella telecamera (una ripresa in soggettiva) è sempre lì quando serve, riprende tutto ciò che è guarda caso funzionale alla storia, è messa splendidamente a fuoco nei momenti più impensati, è accesa di fronte al mostro, fa vedere troppo il mostro, conosce i particolari intimi di una storia d’amore segreta (l’idea del nastro sovraregistrato è buona, ma non parlo di questo) e così via. Raramente si gioca con i simboli, con i frame rubati, con l’immaginazione dello spettatore. E’ questo il fatto più sconcertante per un film che dovrebbe essere solo un punto di vista parziale, necessariamente limitato. Tutto è invece lì davanti a noi, evidente ed innegabile, logico, comprensibile. Non sappiamo da dove provenga il mostro, e questa è una buona cosa, ma poi sappiamo che non lo sa nessuno. Siamo onniscienti anche qui. Tutto ciò ha poco senso perché stiamo vedendo, lo ricordiamo perché il film stesso tende a farlo dimenticare, una ripresa amatoriale e montata in tempo reale di una situazione estrema di impensabile  panico e agitazione. Non un film montato con tutti i crismi, con postproduzione e via discorrendo. Si dà per scontato di assistere ad una ripresa che vorrebbe essere realistica (è un video ritrovato!) ma in fin dei conti non lo è, per tutta una serie di motivi, alcuni elencati, altri no. Per questo cade l’assunto iniziale (il patto spettatore – narrazione) e si finisce per stare costantemente fuori dal film, ad osservarne con distacco ogni minimo errore/stortura di sceneggiatura (e ce ne sono diversi), ad annoiarsi di fronte alla banalità del mostro, a sperare che quella bomba tanto attesa venga lanciata il più presto possibile.

“Cloverfield” è un disco già suonato, che salta regolarmente in alcuni punti. Puoi provare a concentrarti sulla musica (ammesso e non concesso che sia meritevole di attenzione), ma i difetti fisici del vinile non faranno altro che porsi di continuo in primo piano, ingombranti e decisivi, allontanandoti dalla pura fruizione della sequenza di note. Alla fine ti accorgi che conviene solo cambiar disco.

Cassandra’s dream (Sogni e delitti)
Woody Allen è vecchio, come uomo e come regista. E’ vecchio come uomo, tanto per cominciare, ed infatti pare abbia deciso di stare sempre meno davanti alla telecamera, e sempre più dietro. Si rende conto di non essere più una figura troppo credibile, quando deve cimentarsi in ruoli attorali. E’ vecchio anche come regista perché le sue sono sempre (state) inquadrature old-fashioned, la sua regia non si è mai vergognata di starsene al caldo riparo da qualsiasi tipo di innovazione, è vecchio perché non ha mai puntato su specifiche tecniche di montaggio né su fotografie particolarmente audaci. Tuttora i suoi film hanno sempre gli stessi font nei titoli d’apertura, hanno sempre le loro pause, le loro eleganti movenze. E’ stile, c’è poco da fare.

Eleganza e stile, già, sono queste la parole che mi sono venute a mente guardando il suo “Cassandra’s dream”, ultimo pezzo della trilogia londinese cominciata con “Match point” e proseguita con “Scoop”. Se “Match point” era un buon film, duro e cinico, che rammentava da che parte del campo cade di solito la pallina, “Scoop”, una commedia, era tutto sommato un lavoro inutile con un paio di battute divertenti. Si era creata una certa attesa per vedere come Allen avrebbe chiuso il ciclo.

“Cassandra’s dream”, qualitativamente, non si discosta troppo da “Match point”. Si potrebbe dire che, come tematiche e come atmosfere, ne rappresenta per l’appunto la degna conclusione. Londra è ancora immersa nel suo melmoso grigiore (anche se qui piove meno) e i protagonisti si trovano di nuovo di fronte alla scelta tra l’egoismo e i sentimenti, tra il materialismo e l’empatia umana. E scelgono sempre la prima opzione. La più antipatica, cinica e woodyalleniana.

Il film, girato col suddetto gusto retrò, non è che un ulteriore piccolo paragrafo del libro che Allen ha scritto, in tutti questi anni, sulla sfiducia che nutre nei confronti della vita umana. Nessun Dio, nessun amore. Qui abbiamo due personaggi mediocri (interpretati, bene, da McGregor e Farrell)  che, per raggiungere un illusorio riscatto sociale/affettivo, sono pronti a calpestare i loro stessi principi morali. Non senza conseguenze. Pur essendo una sorta di thriller/noir, come “Match Point”, in un paio di momenti l’estro da umorista di Allen è lo stesso capace di strappare qualche risata. Ma è questione di attimi. Poi tutto svanisce nella tragedia. Poi la musica di Philip Glass fa di nuovo salire la tensione, ed il fiume nero di pessimismo ci trascina ancora via, verso un finale che sa (un po’) di citazione verso l’indimenticabile “Sunrise”.

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