Ad ogni modo, ci sarà sangue.

Nelle ultime settimane sono usciti un paio di film abbastanza importanti: parlo di “Into the wild” di Sean Penn e di “Il petroliere” (“There will be blood”) di Paul Thomas Anderson. Senza entrare troppo nei dettagli: sono due lavori più che buoni, che raccontano la storia di solitudine e tragedia di due uomini che, forti delle loro convinzioni, compiono scelte drastiche e irreversibili. In periodi storici molto diversi (ma fondamentali nel dirigere le loro azioni), queste due personalità reagiscono in maniera opposta di fronte alle promesse del Sogno Americano, l’uno aderendovi acriticamente, l’altro rifiutandolo per una utopica ricerca di sé stesso.Pur non essendo due film perfetti, lo stesso sono capaci di concretizzare momenti di ottimo cinema.

Di “Into the wild” ho apprezzato in particolar modo il finale col suo crudo ribaltamento di prospettiva, mentre la prima parte m’è parsa, a volte, scherzare troppo con la retorica e con un compiacimento eccessivamente marcato verso l’idealismo del protagonista. Il rapporto genitori/figlio, poi, manca così tanto di sfumature da sembrare del tutto fittizio e strumentale. Nella sua seconda metà, il film è molto più convincente e riuscito. Come detto, il finale è superbo.  Per regia, per coinvolgimento. Per devastazione di sogni.

Le prime scene de “Il petroliere” vanno a ricordare certe sequenze di Kubrick e Leone. La colonna sonora, l’andamento ciclico, l’inevitabile silenzio. I primi piani, durevoli ed espressivi. Poi il film acquista pian piano un’anima tutta sua fino a toccare i suoi vertici estetici nella parte centrale, che coincide con la scena dell’esplosione del pozzo petrolifero. Una scena spettacolare, girata con maestria e gusto. Potente eppure misurata. Il secondo tempo non è certo da buttare ma, pur regalando un paio di sequenze memorabili, a tratti sembra troppo confusionario, privo di tempi giusti e, perché no, fin troppo sopra le righe.

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