Strane relazioni: Fromm & Bukowski

Come detto qualche giorno fa, di recente c’è stato un libro che mi ha tenuto impegnato per più di un mese. Una cosa seria. Di quelle che ci si vede ogni sera. Geloso ed egocentrico, ha voluto che donassi a lui la massima attenzione possibile. Mi sgridava se scopriva che pensavo ad altri. Mi faceva scenate. Tirava piatti di porcellana. Diceva, come al solito, “sei sempre il solito!”. Sbirciava gli SMS sul mio cellulare.

Per un po’ ho resistito. Per un po’ non ho fantasticato su altri. Su altri libri, dico. Però poi non ce l’ho fatta più, mi sono arreso ed ho ceduto. Ho seguito gli istinti. Sono franato di fronte alle tentazioni. Senza fare niente di male, per carità. Ho solo recuperato un sacco di numeri di telefono. Ho solo fissato appuntamenti. Ho solo immaginato futuri possibili.

Mentre leggevo “Gödel, Escher, Bach” e gli promettevo cose che non si promettono mai, furtivamente mi davo da fare con altri. Facevo un giro per Firenze, di sera, e capitavo al Melbook Store. Laddove hanno una stanza piena di libri vecchi, usati e fuori catalogo, a prezzo scontato. Sempre di sera potevo arrivare, che scostumato, fino all’Edison e passarci la mia solita ora alla ricerca del Libro Perfetto da acquistare. Un’ora a guardare copertine, lì, davanti a tutti. Perversioni pure. Inoltre sono di recente capitato alla Mostra dell’Antiquariato nel (vivo) centro domenicale di Lucca, e, oplà, non ho potuto trattenermi dal girarmi più volte nel vedere qualche bel libro sculettare sulle bancarelle. Vecchi Urania, polverose edizioni economiche, saggi d’annata. Roba buona. Oltre a tutto ciò ho fatto più di una capatina su IBS (ripulendo la cronologia subito dopo, chiaro) alla ricerca di libri che trovavo citati in Rete o, più semplicemente, per sfogliare il catalogo di vecchi remainders.

Insomma, stavo con Gödel, con Escher e con Bach. Vero. E me la spassavo, per carità. Ma già guardavo al domani. Già pensavo al dopo.

In questi ultimi due mesi la pila dei “libri da leggere” è venuta su che è una bellezza, formata da – sparo nel mucchio – un paio di libri di Erich Fromm, un paio di libri sui e dei Rush (una monografia e “The masked rider” di Peart), “Cronaca di una morte annunciata” di Marquez, “I demoni” di Dostoevskij, “Il rosso e il nero” di Stendhal, “La caduta” di Camus, un paio di lavori di Bukowski, una raccolta di storie di fantascienza (“Quasi umani”, edizione Longanesi del 1975) introdotta da A.E. Van Vogt, “L’io della mente” di Hofstadter e Dennett e chissà quant’altro. Naturalmente per me vale e varrà sempre, in ogni circostanza, la regola: l’ultimo libro comprato è il più affascinante, dunque leggo prima quello. Mentre starò leggendo i libri di questa pila di “libri da leggere”, di sicuro mi farò tentare da qualcos’altro, che comprerò. E che sarà l’ultimo libro preso e, dunque, meritevole della precedenza sugli altri rimasti nella pila. E mentre leggerò questo ne punterò altri e… insomma, la storia va avanti, ed ha un’unica sconsolante conclusione: i primi volumi acquistati (che ad occhio e croce sono quelli dei Rush) li leggerò tra una quarantina d’anni. Più o meno.

Negli ultimi giorni ho fatto mie un paio di queste cose della pila dei “libri da leggere”: “Storie di ordinaria follia” di Bukowski (del qualche avevo letto solo pochissimi racconti, in precedenza) e “L’arte di vivere” dello psicanalista Erich Fromm. Detto che non darei la vita per nessuno dei due (il primo è piacevole e divertente a tratti, ma non mi cambia lesistenza; il secondo è superato, anche se due o tre idee le condivido), posso dire di aver trovato alcuni punti di contatto tra i due lavori. E successo più volte che leggendo luno mi venisse a mente laltro, e viceversa. E’ una cosa parecchio buffa, perché Bukowski odierebbe le elucubrazioni sociologiche e vagamente sessantottine di Fromm (che proviene dalla scuola di Francoforte dei vari Adorno, Marcuse e Horkheimer e cammina sui già troppo battuti sentieri di Marx e Freud), mentre lo psicanalista forse guarderebbe al vecchio edonista puttaniere con un filino di disgustato distacco. Vi sono punti in comune, imprevedibili. Come quando si parla di alienazione sul posto di lavoro, per esempio. Chi l’avrebbe mai detto? Bukowski, nel suo modo tutt’altro che sociologico, chiama “stupidi cristi” quelle persone costrette a lavorare facendo la stessa identica cosa tutto il giorno, tutti i giorni. Egli entra più volte nel dettaglio, scava a fondo quella condizione miserevole, ricordando le sue esperienze a tal proposito e citando le volte in cui ha mandato affanculo i capi, le volte in cui ha cercato lavoro e poi ha subito rinunciato, e così via. Da qualche parte nel libro dice di odiare Charlie Chaplin, ma in fondo non gli è troppo dissimile. Fromm, al riguardo, fa suo tutto il vetusto apparato marxista, dicendo in pratica le stesse cose dello scrittore alcolizzato. Inoltre, ll suo attacco al consumismo, per certi versi anche condivisibile (si tratta di una critica abbastanza articolata e non così estrema e cieca come si potrebbe immaginare), trova anch’esso diverse conferme nella vita (romanzata?) di Bukowski, in cui i soldi sono pochi, interessano nulla e servono solo per un tetto, per l’alcool e per le donne.

Altre somiglianze, connessioni o contrasti li trovo anche nelle pagine in cui Fromm parla dell’uso poco fruttuoso del tempo libero, e nella sua famosa distinzione tra modalità dell’avere e modalità dell’essere. Afferma, semplificando troppo le cose, che l’uomo dovrebbe vivere seguendo solo questo secondo modus vivendi. Vivere per essere e non per avere. Non mi vengono in mente esempi migliori, ora come ora, di Charles Bukowski. Del resto ho di recente letto un suo libro, no? Pochi come lui hanno saputo rappresentare appieno l’utopia di Fromm, riempire con la carne e il sangue le sagome senza contenuto pensate dallo psicanalista. Inconsapevolmente lo scrittore statunitense è stato il referente di un libro di sociologia, e lo è stato non temendo eccessivamente la morte (tipico, per Fromm, di chi ha paura di perdere, e non-avere più, sé stesso), non desiderando avere “per sé” la donna, uhm, amata, non bramando la ricchezza ma, anzi, arrivando a deridere il denaro stesso. Eppure Bukowski ha in sé anche parte di quelle caratteristiche che Fromm vorrebbe cancellare dalla faccia della Terra: è vuoto, è isolato, è annoiato. Ma è a suo modo produttivo, scrive, ed è questo lo tiene a galla, è questo che lo distanzia a sufficienza dalla modalità frommiana dell’avere. E’ questo che, agli occhi di Fromm, lo salva. Almeno un po’. Almeno rispetto a tanti altri.

Altre possibili connessioni col libro di Fromm sono “Caos calmo” di Veronesi (che sembra romanzare alcune idee di “Larte di vivere”, per poi andarsene altrove) e, naturalmente, “The art of life” dei Queensryche. Che forse non c’entra nulla, a parte il titolo, ma finire il post senza citare i Queensryche mi sembrava alquanto disdicevole.

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3 pensieri su “Strane relazioni: Fromm & Bukowski

  1. E’ uno che non ti piacerebbe :)L’ho trovato citato non so dove, son capitato su IBS e ho preso un suo libro. Qualcosa m’è pure piaciuto, ma in generale parla di cose superate in modo superato.

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