Lodi, lodi, lodi alla macchina della guerra.

Vengono dal nord, vengono da Seattle. Boschi, totem indiani e Microsoft.
Non sono i Pearl Jam. Né i Soundgarden. Né i Queensryche, no. Eppure sono importanti, eccome se lo sono. Negli ultimi quindici anni sono stati importanti soprattutto per me e, in secondo luogo, per la scena heavy-metal mondiale. Essi sono infatti tra i pochissimi ad aver saputo tenere a galla un suono prevalentemente classico senza annoiare, senza risultare prevedibili e monotoni, tenendosi allo stesso tempo ben lontani dalla tipica retorica metallara. Niente draghi, niente fratellanza, niente borchie né spadoni. Altri universi di senso, più complessi. Musicalmente, hanno elaborato i vecchi riff del metal ottantiano, hanno scovato nuove oblique melodie e hanno modellato un suono così personale che, non di rado, gli ascoltatori più conservatori non sono riusciti a comprendere. Un paradosso. Vecchi, insomma, ma troppo anormali per i vecchi.

Sto parlando dei Nevermore, come avrà capito qualcuno. Una spettacolare miscela di metal americano che contiene elementi di Metallica e Queensryche ma che prevede pure sconfinamenti nel thrash metal e nella musica dark-gotica, nonché marcate influenze judaspriestiane. Una grande band, sia chiaro.

La trilogia della distruzione. I Nevermore hanno scritto almeno tre dischi fantastici. Una trilogia che rappresenta alcune delle migliori cose proposte dal genere (e non solo) negli ultimi anni. Il primo disco a cui mi riferisco è “The politics of ecstasy”, uscito nel 1996, un’opera ambiziosa e prepotente che, tramite un suono ossessivo, crudo e acido, si sofferma a dissertare di alcune tappe dell’esistenza umana (i primordi e il rapporto con la divinità, le politiche del presente – sentire “The Tienanmen Man” e la title track – e i possibili sbocchi futuri come in “The learning”, vero tributo a Turing e alle scienze cognitive), barcamenandosi tra momenti di estrema lucidità e degenerazioni lisergiche. Il secondo lavoro che mi piace ricordare è il successivo “Dreaming neon black”, più tenebroso e passionale, più sentito ed irrazionale, una coinvolgente trattazione sul dolore costruita attorno al suicidio di una persona cara. La ragazza del cantante Warrel Dane, a quanto pare. Il terzo album, album che chiude questa fenomenale trilogia, si chiama “Dead heart, in a dead world” ed è uscito nel 2000. Questo è un disco più diretto e semplice, basato su pezzi che colpiscono fin dal primo ascolto, grazie alla loro orecchiabilità e all’insolenza di un suono potentissimo. Eppure anche qui, come nei due lavori precedenti, non manca il senso della morte, dell’impotenza del singolo, della consapevole autodistruzione dell’io (“We disintegrate”), della razionale presa di coscienza di un decadimento oggettivo (la title track), della fine. Come a dire che oltre l’apparente semplicità si nascondono ancora, immortali, le vecchie angosce dei Nevermore.

Macchine belliche. Tutte queste parole servono solo a introdurre il nuovo album di Warrel Dane, ugola calda e possente della band di Seattle, il quale ha deciso di mettersi alla prova con un lavoro solista intitolato “Praises to the war machine”. Se è vero che ero rimasto deluso dagli ultimi due dischi dei Nevermore (non pessimi, certo, ma di sicuro non sconvolgenti come quelli sopra descritti), ammetto che il nuovo di Dane m’è parso fin da subito meritevole, interessante, a tratti esaltante. Roba che, quando la cominci ad ascoltare, non puoi fare a meno di portartela ovunque. Al PC, in auto, nel lettore MP3, nell’hi-fi in camera. Roba che genera dipendenza. Roba buona.

Questo disco non fa dell’innovazione uno dei suoi punti di forza ma è, in concreto, una specie di sunto delle migliori caratteristiche dei Nevermore. Qui ancora più diretti, melodici, complici. Dane spreme il tipico suono Nevermore e ci tira fuori dodici ottimi pezzi, più asciutti ed essenziali rispetto a quelli della band madre, eppure spesso altrettanto efficaci. Vocalmente parlando, la sua passione per Rob Halford (Judas Priest) e per Geoff Tate (Queensryche) è qui ancora piuttosto evidente, anche se in un paio di pezzi, come lo dico, con che coraggio… Eddie Vedder? Chissà. Chissà se è voluto. Chissà se è solo una mia impressione. Passiamo oltre. A livello di testi Dane ha per lo più traslato su questo disco gran parte dell’imponente immaginario nevermoriano: l’approccio ragionato e filosofico, un certo cinismo verso la politica tutta, la coscienza antibellica, la coscienza antidivina, la multiformità e l’inevitabilità della sofferenza. Eppure qui ci sono anche, ecco la novità, un paio di episodi che – a prima vista – sembrano del tutto autobiografici. Mi riferisco alle drammatiche reminiscenze di “Brother” e “This old man”, mostri fanciulleschi che nessuno ha ancora saputo ammazzare e che, a quanto pare, creano ancora parecchi disordini (“If I could erase one moment of pain/Id throw away everything, even fame/If I could play God, you know what Id do?/Id swim through your blood and kill the cancer in you”). Tra i pezzi più notevoli troviamo una splendida versione di “Patterns” di Simon & Garfunkel, dinamica e travolgente, l’anomala ballata “Your chosen misery” e la siderale “Let you down”, che gode di un’intrigante melodia elettronicamente elaborata. Scintillante anche la priestiana “When we pray”, brano d’apertura di un disco che – ne sono sicuro – mi farà compagnia per molte settimane. Fino al nuovo Motorpsycho, come minimo.

“Do you feel betrayed? ‘Cause nothing ever changes when we
pray.”

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