(poco) Lucidi e (poco) piccoli momenti Motorpsycho

Ho preso l’ultimo album dei Motorpsycho a Firenze. Ho controllato ansiosamente tutti i più reconditi angoli della Rete, ogni maledetto giorno, per settimane. Se ci ripenso, ah. Se ci ripenso. Cercavo il promo, la preview, gli mp3, il disco messo online in anteprima. Niente. Ritorno al passato, dunque. Come facevo anni e anni fa per i dischi più attesi – compiendo spesso parecchi viaggi a vuoto – sono andato a Firenze il giorno in cui il disco era dato in uscita. Sono entrato nel negozio. Galleria del disco. Ho chiesto. C’era. C’era. Ho pagato. Sono uscito. Giro breve per la città. Auto. Lettore. Play. Ritorno solitario nella notte, superstrada. Disco, Motorpsycho.

Lo sto ascoltando da diversi giorni, ormai, con la passione e la dedizione che riservo solo ai bei lavori. Sì, perché “Little lucid moments” è un bel disco, di questo me ne sono reso conto subito, in auto, fulminato e stecchito sulla Fi-Pi-Li, strada che per una notte ha attraversato inconsapevole la Monument Valley. Al primo ascolto sono arrivato a concludere, eh sì, che i Motorpsycho hanno ancora diverse cose da dire. Sorprendente, per un gruppo che ha fatto decine di dischi e che è in giro da circa una ventina d’anni. Io li conobbi al Ciak di Pisa nel contesto di un concerto memorabile ed infinito, dilatato eppure robusto, nel quale sfidarono i Pink Floyd di Pompei e non ne uscirono sconfitti. Anzi. Da allora, da quando il gestore del locale accese le luci per spingere i musicisti a scendere da quel dannato palco e terminare quel cazzo di concerto che andava avanti da quattro fottute ore, li ho sempre seguiti, andandomi anche a recuperare capolavori come “Timothy’s monster” e “Trust us”. E il resto. Tutto il voluminoso resto dei Motorpsycho.

“Little Lucid moments” supera il periodo più pop – ma fascinoso – dei Motorpsycho, già parzialmente abbandonato con il più che discreto “Black Holes, Black Canvas”, e riapre quel cassetto di giocattoli psichedelici che i norvegesi pazzi per la California sembravano aver chiuso del tutto più di una decina d’anni fa. L’album è sintesi di 3 principali influenze: 1) la psichedelia dei Pink Floyd pre-Luna e dei Grateful Dead 2) l’essenzialità di un certo rock figlio di Motorhead e MC5 3) la malinconia adolescenziale dell’alternative degli anni ’90. C’è dell’altro, lo so. Ma sembra meno importante. Beatles? Sembra meno importante. Scambi basso/batteria (un po’) rimembranti – oddio – i Rush? Sembra meno importante. Qualcosa dei Deep Purple/Uriah Heep? Sembra, sì, meno importante. Puntatine sul jazz? Sì! Molto meno importante.

Questo è un disco di musica, e non di canzoni, che l’Antonioni di “Zabriskie Point” e “Professione:reporter” avrebbe adorato. La title-track, lunga suite di venti minuti e passa, fin dalle prime battute mette in mostra le ottime doti del nuovo batterista ed è una dirompente miscela di parti più tirate, psicosi e respiri lisergici. Tutt’altro che stanca, si conclude con un morbido, elegante, tributo agli Yes di  “Close to the edge”. Fantastico. Il brano successivo, “Year zero (a damage report)”, riprende la struttura della positiva “Before the flood” (dal disco precedente) scremandola di ruffianeria. Ciò caratterizza l’intero lavoro: retorica, semplici melodie e assoli memorizzabili vengono costantemente sacrificati* in quella che è una rigorosa ricerca dell’effetto straniante, della dissonanza, del trip. Erba pipa che non fa proprio ridere. Intesi?

“She left on the Sun Ship” si presenta con un veemente riff rock per poi sconcertare nei suoi acidissimi e siderali ultimi 8 minuti, interminabile danza in onore di Syd Barrett. E delle stelle. E comete. E vari deliri di Las Vegas. La conclusione è lasciata a “The alchemyst”, altro gran bel pezzo espanso e ripetutamente imbrattato dai più disparati umori, l’unico brano ad avere un cuore davvero melodico. Perso senza speranza, anch’esso, nella sabbia e nella polvere dei deserti americani. Come tutto l’album. Stoner, almeno nei concetti.

Il 22 maggio i Motorpsycho sono al Viper a Firenze. Impossibile perderseli. Una bottiglia di vino, poi tutti dentro.

(* naturalmente rispetto ai loro 3 o 4 dischi precedenti, non in assoluto)

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