In viaggio con Erodoto.

“Ma per attaccare gli esseri umani ci vuole un pretesto. Il pretesto è importante, in quanto innalza l’aggressione al rango di missione universale o di volere divino. I pretesti sono sempre gli stessi: la necessità di difendersi, il dovere di difendere un alleato o di eseguire il volere del cielo. Il massimo dell’abilità sta nel combinare insieme le tre ragioni, in modo che gli attaccanti possano avanzare circonfusi dalla gloria degli eletti, con l’aureola dei prescelti da Dio.”
(tratto da “In viaggio con Erodoto” di R. Kapuscinski: Dario, il Re dei Re persiano, si appresta a invadere nuove terre e sottomettere altri popoli).

Ryszard Kapuscinski è stato una sorta di Tiziano Terzani molto più pragmatico, scevro dalle derive mistiche che hanno caratterizzato l’italiano nell’ultima fase della sua vita. Giornalista di una non proprio ricchissima agenzia di stampa polacca, fu mandato come reporter in diversi paesi africani (leggere “Ebano” significa imparare a temere il sole), nell’Iran della rivoluzione, nella Cina di Mao, in URSS, in sudamerica, in India. Di cose ne ha viste parecchie, ed ha provato a raggrupparle nei suoi libri. Io ne ho letti un paio e mi sono piaciuti.

In viaggio con Erodoto” è in parte autobiografico e parla degli inizi (e non solo) della carriera di questo ometto dagli occhi vividi, dei suoi primi viaggi all’estero (“oltre frontiera”), tutti sogni che cominciarono a divenire realtà nel momento in cui Stalin tirò le cuoia. I suoi racconti del mondo contemporaneo finiscono sempre per intrecciarsi col libro che gli fu regalato in occasione del suo primissimo viaggio: “Storie” di Erodoto, colui che fu considerato da molti il primo vero reporter della storia umana. Carrarmati e ateniesi, olocausti moderni e battaglie greco/persiane, Serse e Stalin, isole dellEgeo e temibili soldati congolesi: il lavoro di Kapuscinski si muove nello spazio e nel tempo, alla ricerca di una linea comune, di somiglianze, per ascoltare i primi vagiti delle diverse culture che incontra nel presente. Traspare (fin troppo) un’adorazione sincera e incondizionata per Erodoto, il cui libro – tra finzione e storia vera, per anni non tradotto nella Polonia comunista – diverrà il compagno inseparabile di molti dei viaggi in terra straniera del giornalista/scrittore polacco.

Un lavoro interessante, infarcito di curiosità e momenti persino divertenti. Tra questi ultimi segnalo il primo viaggio all’estero, una breve tappa a Roma, e la genuina meraviglia del protagonista nel camminare finalmente in mezzo ad una città occidentale, piena di luci, sfarzosa, libera. Sull’aereo per la capitale Kapuscinski fa amicizia con un italiano. Quest’ultimo lo ospita a casa sua e gli confessa che una delle sue prime preoccupazioni riguarda il vestiario, che suppongo desueto e un po’ triste. Cè un’unica soluzione. L’indomani si va al negozio. Per prendere qualcosa di più consono, elegante, occidentale.

“I Trausi in tutto il resto si comportano allo stesso modo degli altri Traci, ma riguardo a chi nasce e muore agiscono nel modo seguente: seduti intorno al neonato, i parenti piangono, deplorando tutti i mali che egli dovrà soffrire una volta nato, enumerando tutte le miserie umane; e invece lieti e scherzando seppelliscono chi è morto dicendo come spiegazione che, liberato da tanti mali, egli è in completa felicità”
(Erodoto, “Storie”).

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