Il divo.

Questo è un altro di quei film che sarei andato a vedere a prescindere, che avesse parlato di politica italiana, dell’estinzione del ratto armeno o di teorie e tecniche dell’uncinetto. Il motivo è (com’era successo per il film di Garrone) che dietro a questo lavoro c’è la mano di un tizio che apprezzo. Un motivo più che sufficiente. Il succo è sempre lo stesso: me ne sbatto dell’argomento, l’importante è come se ne parla. Un ragionamento un po’ mcluhaniano, se vogliamo.
Di Paolo Sorrentino ho una buonissima opinione fin dai tempi in cui vidi l’ottimo “Le conseguenze dell’amore” (il titolo non tragga in inganno), cinico e splendidamente confezionato. In seguito ho recuperato anche “L’uomo in più“: un discreto film, ma non importante quanto il citato successore. Più che altro, me lo ricordo meno, se non per il fatto che c’entra il calcio. Il più recente “L’amico di famiglia“, così malsano e grottesco, confermava le doti del regista italiano.

Il divo” parla di Andreotti, ne segue i pensieri e gli spostamenti nel periodo di tangentopoli e di uno dei processi più importanti che il sette volte presidente del consiglio ha dovuto affrontare. E’ biografico ma romanzato, presenta l’Andreotti pubblico senza essere un triste documentario ed immagina l’Andreotti privato, ne riempie la sagoma,  delinea la sua predisposizione alle battute, l’ironia e la solitudine. Salta fuori il ritratto di una persona controversa, capace di gesti di estrema bontà (qui era troppo “Il padrino”, però!) ma anche di pensieri e comportamenti ben oltre i normali confini del cinismo. “Per fare il bene devi fare anche tanto male”, dice ad un certo punto del film. Che è un po’ il riassunto di tutta la sua filosofia politica, a quanto pare.
Il lavoro nel suo complesso non prende mai una netta posizione: insinua e poi smentisce, insinua e poi smentisce. Insinua. Poi smentisce. Almeno un po’.

Girato e rigirato sapendo dove andare (ehm) con la solita grande classe e cura dei dettagli da uno che sa come si tiene in mano una macchina da presa, il film m’ha aiutato a farmi un’idea un po’ meno vaga di alcuni dei fatti di cronaca e politica più ricorrenti nei titoli dei giornali negli ultimi 20-30 anni. Sotto tutto quel surreale, saltano fuori i nomi e gli avvenimenti: Salvatore Giuliano (fatto più antico e già documentato nel bel film di Rosi), il delitto Pecorelli, il commissario Calabresi, Falcone e stragi varie, il rapimento Moro, la loggia P2, il bacio con Riina. E così via, slalomeggiando in tutto quel marasma in bianco e nero che sembra avere sempre un elemento in comune, muovendosi senza cautela alcuna in mezzo a quei nomi a volte un po’ buffi con cui siamo cresciuti. Perché i Pecorelli e i Calabresi hanno riempito tante delle nostre serate d’infanzia. Almeno le mie.

Non ho i mezzi per dire se il film sia più o meno verosimile, ma non è questo il punto, non credo voglia essere reale. Di sicuro desta curiosità. Se a ciò aspirava, ha fatto centro pieno.

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