The lady WHORE black.

Il nome di Lisa Dalbello mi frulla in testa da anni, un po’ per la famosa cover dei ‘Ryche e un po’ per… la famosa cover dei ‘Ryche. Poi capita che giri di qua e di là su Internet, capita che scopri che la canadese ha collaborato col canadese Alex Lifeson (e capisci che il fatto è in sé di importanza capitale), e gira  e rigira sul web alla fine capita che capiti sulla pagina myspace del cantante dei Pain of Salvation, Daniel Gildenlow. E cosa caspita capita, lì? Che tra i dischi preferiti del tizio svedese, a discapito di tanti altri album più famosi e celebri e noti, ci sia “Whore” di Lisa Dalbello (o Dalbello, senza Lisa), capito? Così finisco per andarmi a cercare il disco e, ta-dam, lo trovo (per ora) senza intaccare il capitale. Me lo sto sentendo da un po’ e, pur senza farmi girare il capo, questa manciata di canzoni del 1996 inizia sul serio a piacermi. E’ rock alternativo, capperi, ma pieno stracolmo (cit.) dei più disparati umori, c’è un che di Zeppelin  e Alice in Chains che affiora, c’è qualche accenno trip-hop, quelnonsoche di elettronico e manipolato e capovolto che mi fa sempre un gran piacere e una voce polivalente e passionale, rossastra e caparbia, acida e capace di far capitolare. A momenti ricorda la Tori Amos di mezzo, quella più sperimentale e malata di “Boys for Pele” e “From the choirgirl hotel“. Un capitolo interessante, per quanto mi è concesso di capire (ok, ok, la chiudo qui. Punto e a… capo).

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