La fine del mondo e il paese delle meraviglie.

Non è un libro, questo di Murakami, di quelli che ti prendono e ti portano via. Piuttosto, è uno di quei lavori che crescono piano piano, macinandone le pagine, infilzandole di segnalibri, macchiandole di caffè e nutella. La prima metà dell’opera m’ha rubato ben venti giorni, diluita e spesso piatta. Poco incoraggiante, direi. Più volte ho desiderato abbandonare tutto e passare ad altro. Del resto, non faccio che ricordarmelo, per leggere mica mi pagano. Né mi danno premi. Poi il Signore ha voluto che continuassi, e a volte bisogna dargli retta. E’ stato così che ho scoperto che LFDMEIPDM è un libro buonissimo, misurato, a tratti saggio. Una creativa trattazione sull’esistenza, un’opera che attorciglia maniacalmente due dimensioni, una Tokio parallela alla nostra e che ha in comune qualcosina con la Londra di Gaiman, e una città lontana, fantastica e simbolica, triste quanto l’isolata fortezza di Buzzati. A metà strada tra il fantasy e la fantascienza, il libro spinge a riflettere su concetti piuttosto altolocati e complessi, come quelli della coscienza, del tempo e delle esistenze parallele, facendo velati se non velatissimi riferimenti sia alla filosofia esistenziale che all’intelligenza artificiale. Più di una volta ho pensato che Murakami, prima di buttare giù il tutto, avesse dato una sbirciatina a qualcosa di Hofstadter. Ma suppongo sia solo una mia fantasia, dettata dalla mia mania di connettere tutto e tutti. Io, fedele seguace della dottrina del Cervello Globale. Mio malgrado.

Molto diverso dall’acclamatissimo “Norwegian wood” (splendido libro di formazione che lessi in un pomeriggio molto birresco sul traghetto Barcellona – Genova), anche LFDMEIPDM – colonna sonora di Duke Ellington – è un lavoro che non lascia indifferenti ma che, anzi, pian piano ti confina all’interno della sua tragedia. E le mura da scavalcare per uscirne sono alte, altissime. Scoraggianti, anzichenò.

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6 pensieri su “La fine del mondo e il paese delle meraviglie.

  1. Non così spesso da comprarlo solo per questo :D Ma Murakami è un giapponese che ha sempre manifestato una grande passione per un sacco di cose occidentali, dai film ai libri alla musica. I suoi libri sono pieni di citazioni, in questo senso. Il protagonista de “La fine del mondo…” è un appassionato di jazz, e spesso e volentieri ascolta Duke Ellington, sì. Cosa che faceva anche il ragazzino di “Norwegian wood” (al di là del titolo beatlesiano), tant’è che il primo pezzo in assoluto di Duke l’ho sentito proprio perché quel libro m’aveva fatto venir voglia di cercarlo: si trattava di “The Star-crossed lovers”.

  2. “A sud del confine…” fa veramente schifo. Non c’è dubbio alcuno.Oltre a questo, io ho letto solo “La fine del mondo…” e “Norwegian wood” (un’opera molto più classica). Mi sono piaciuti molto entrambi. Prima o poi mi butterò sull'”Uccello che gira…” (oddio, detta così…)

  3. Sì sì, mi piace, tant’è che ho ascoltato poi altra roba qua e là, in modo random. Such sweet thunder l’avevo pure visto (mi pare) tra gli usati al melbook store, che vende anche dischi, di Firenze… non mi ricordo perché non lo presi.

  4. Questo libro molto probabilmente resta il mio libro preferito in assoluto. Sfuggente, metafisico, alieno, unico. L’ho letteralmente adorato, e divorato una volta arrivato all’incirca a metà.Per me, un capolavoro.E “L’uccello che gira le viti del mondo” gli è di poco inferiore (ma per tanti è pure superiore). Certo non è il libro da leggere quando ancora non si sa che fare nella vita perché, diciamo, non è esattamente incoraggiante.

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