Memories beating at the heart of an African village

The Masked Rider, Cycling in West Africa (neil Peart)

Alla fine ce l’ho fatta. Son riuscito a mettere un’immagine su questo blog iconoclasta che neanche la Kabul dei Talebani e, in un tour de force mica male, nell’ombra più ombrosa della stanza più rivolta a nord della mia casa, davanti a 3 o 4 ventilatori accesi, divorando diversi gelati e tenendo i piedi nell’acqua fredda, ce l’ho fatta a finire “The masked rider” di Neil Peart. Con immensa soddisfazione.

Neil Peart. Per chi ancora non lo sapesse, il qui spesso citato Peart è da una trentina d’anni tra i più grandi, influenti e capaci batteristi del mondo tutto. Influenzato sia da musicisti di stampo rock che dai classici del jazz (Buddy Rich su tutti, a sentire lui), Peart è stato in grado di elaborare un suo stile unico e inimitabile che negli anni si è sempre più arricchito di temi percussivi provenienti dai più impensati angoli del pianeta. Nel simpatico e disneyano film “School of rock”, il professore-rocker (Jack Black) che intende fare della sua classe un gruppo musicale, ad un certo punto della pellicola presta alcuni dei suoi cd agli alunni. Sono i compiti a casa: i pargoli devono ascoltarsi gli album ed imparare, sentire come suonano i maestri, possibilmente rubare qualche segreto. Studiare. Al piccolo aspirante batterista, l’esuberante professore affida un cd dalla copertina nera, con una luminosa stella rossa sopra. “Rush, 2112. Neil Peart, one of the great drummers of all time, study up”, gli dice mentre gli consegna l’album in mano. Tra milioni di fan e di adepti che sbavano per ogni suo fill, questo è solo un ulteriore e inaspettato omaggio ad uno dei più talentuosi musicisti contemporanei.

The professor. Peart, però, non è solo un batterista. “Il professore”, come lo chiamano gli altri due membri dei Rush, è da sempre l’autore di tutti i testi della band canadese ed è una persona che ama leggere, viaggiare, mettersi alla prova, migliorarsi, comprendere. Autoironico e razionale, orgoglioso ed estremamente lucido ed intelligente, sembra essere a suo modo un personaggio piuttosto eccentrico e tendente all’asocialità. Una personalità affascinante. Negli extra di un DVD live dei Rush Neil è spesso immortalato nella sua solitudine, sdraiato su una brandina o su un divano con l’inseparabile libro, o con la schiena appoggiata ad muro mentre raccoglie appunti per una sua futura pubblicazione. Già, il batterista dei Rush è anche un affermato scrittore, autore di alcuni libri di viaggio ben scritti, appassionanti e a tratti molto intensi. Io ne ho letti un paio, e ne ho appena ordinato un terzo, anch’esso in lingua originale.

The Ghost Rider. Questo libro nasce da una duplice tragedia. Tra il 1997 e 1998, Neil perde sia l’unica figlia, Selena, che la moglie Jackie. La prima muore in un incidente stradale sulla bianchissima neve canadese, la seconda viene distrutta da un cancro di quelli fulminanti. Pochi mesi e via, ciao ciao mondo crudele. Vedendosi crollare la vita addosso tutta d’un colpo e sentendosi sprofondare nella melma della disperazione, della depressione, dell’alcool e degli appetitosi istinti suicidi, Neil cerca di darsi una scossa. Scappa via. Abbandona la sua casa, la band, la batteria e tutto il resto e monta sulla moto. Vi resterà sopra per un anno intero, vagando tra l’Alaska, la California, il Messico e chissà quanti altri stati, cercando spesso vanamente di razionalizzare il dolore, di sistemarlo nel giusto cassetto, di stemperarlo in qualche modo. Cade più volte sui ghiacci del nord, beve bicchieri di tequila in mezzo alle mosche messicane, compra e legge libri (che, una volta terminati, si spedisce a casa dalle diverse località in cui si trova), Jack London e altri, parla con le poche persone che gli si avvicinano. Molti lo evitano, come se percepissero il peso della tragedia che si porta sulle spalle. Anche per questo si sente una sorta di fantasma che vaga senza meta e senza motivo sulle larghe e panoramiche strade americane. Dentro al suo casco Neil pensa, rimugina, ricorda, canta, piange e, chilometro dopo chilometro, già prepara il suo libro.

Un lavoro duro e cupo, malinconico e disilluso, forse neanche davvero perfetto, tant’è che di tanto in tanto affiora qualche breve momento di stanca. Non importa. Chi se ne strafrega. L’importante sta altrove, per esempio nello smarrimento di una persona, la quale ha costruito il suo universo su solide e opportune basi razionali, di fronte all’avvento insensato della morte, di fronte alla perdita della persone care. Il dolore non ha motivo di esistere, ma prima o poi arriva e non si può far niente per evitarlo. Ci schiaccia sull’asfalto. Stupefacente è la sensazione di entrare in perfetta sintonia con l’autore, che si mette del tutto a nudo, che non teme giudizi e che descrive la propria sofferenza scendendo nei dettagli anche più scomodi e privati. Talvolta ho perfino provato un certo imbarazzo nel condividere con lui certi particolari. Ne ho ammirato (e ne ammiro), però, il coraggio, la voglia di riprendere il cammino, la forza con cui descrive, attimo per attimo, gli up e i tanti down, le ricadute inaspettate e il rinvigorirsi del proprio intorpidito istinto di autoconservazione, fino alla definitiva (o no?) rinascita finale. Time, if nothing else, will do its worst/So do me that favor/And tell me the good news first (Rush, “Good News First”)


The Masked Rider. Siamo in Camerun, nel 1988. Un Neil Peart assai più giovane, lo si percepisce meno saggio e più impulsivo, attraversa lo stato africano in bicicletta in un bike tour assieme ad una guida e tre sconosciuti compagni. “The Masked Rider“, il libro che ricorda tale esperienza, è molto compatto, ben scritto ed avvincente. Bellissimo e avventuroso, è il risultato di una serie di registrazioni audio effettuate dalla rockstar canadese durante le lunghe e soffocanti pedalate sotto il più cocente dei soli.  Il lavoro porta con sé una moltitudine di interessanti e condivisibili riflessioni di stampo quasi antropologico sui più svariati argomenti, dalla religione alle politiche mondiali, dalle intriganti dinamiche del piccolo gruppo che viene a formarsi (And what you say about his company/ Is what you say about society (Rush, “Tow Sawyer”)), all’Africa osservata senza pregiudizi alcuni, né in un senso né nellaltro, al lusso di possedere una propria integrità morale. Cosa che non tutti possono permettersi, come ricorda lui stesso pensando al suo periodo tardo-adolescenziale trascorso a Londra. Ovviamente non va dimenticato che si tratta anche e soprattutto di un libro di viaggio, di momenti esaltanti passati sotto la luce incontaminata delle stelle e degli attimi, i tanti attimi, in cui tutto sembra perduto, il sole picchia forte e non si riesce a trovare la strada da percorrere, poi la pancia fa male, ci sono la sete, la diarrea, le ruote sgonfie o forate, la fame, le zanzare e i babbuini. Ci sono i bellissimi bambini neri che sorridono timidi, i soliti furbi che cercano di fregare i turisti, le lunghe pedalate in solitaria di Neil – sempre avanti, sempre in avanscoperta – e la sua grande gioia nel pedalare (in bici ha visitato anche altri stati, anche in Africa), nel faticare, nello spostarsi, nel sentirsi vivo (we’re only at home when we’re on the run (Rush, “Dreamline”)). Ci sono momenti divertenti, spensierati, ci sono i libri rilassanti di Aristotele e Van Gogh che Neil legge nelle pause tra uno spostamento e l’altro, ma anche gli attimi di terrore di fronte ad un soldato armato ed ubriaco, o nel mezzo di un deserto che sembra non avere confini né forma. C’è Neil che si stupisce (e io con lui) nel vedere che i fondi stanziati dalle nazioni del primo mondo qualche volta davvero si tramutano in pozzi ed in acqua, e la cosa gli risolleva il morale ma, soprattutto, forse gli salva la vita. O quasi. Per i fan dei Rush, c’è la possibilità di approfondire il senso di alcune canzoni e di capire in che contesto ne siano stati concepiti i testi. E curioso scoprire che un pezzo come “The larger bowl” sia nato da un incubo/allucinazione avuto durante un violento e notturno mal di pancia. Il brano è stato pubblicato nel 2007, ma pensato per la prima volta una ventina di anni fa. Inoltre, ancora, leggendo il libro si comprende meglio l’origine della fascinazione che Neil ha sempre avuto per l’Africa, spesso evocata nei suoi assoli  dal vivo e, talvolta, anche nelle parti di batteria registrate in studio.

Un libro bellissimo, ripeto, che fa della capacità di coinvolgere la sua miglior arma. Intimo, personale, empatico, antiretorico. Quasi come in Ghost Rider, c’è l’illusione di imparare a conoscere sul serio una persona che, in realtà, non abbiamo mai avuto modo di incontrare. Figuriamoci, eh.
Get carried away on the songs and stories of vanished times
Memory drumming at the heart of an English winter
Memories beating at the heart of an African village

(Rush, “Working them angels”)

Annunci

3 pensieri su “Memories beating at the heart of an African village

  1. Grazie per essere passato a trovarmi, ti ho già linkato e messo tra gli amici :)Ho i libri dei Peart, ma solo per collezionismo… ahimé non conosco l’inglese :(Cmq sono strafissata coi Rush almeno quanto te (mi sa che dal mio blog si capisce) :DForse già lo conosci, comunque con altri due appassionati ho creato il nuovo sito italiano sui Rushwww.LimboRush.itSe ti va di dare un’occhiata sono contenta; c’è anche un forum abbastanza frequentato (LimboRush.forumfree.net).Buona giornata e a presto :)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...