Buonanotte, buonanotte fiorelLenin.*

Terzani, Buonanotte, Signore Lenin

In questo periodo – come si è capito – fortemente e inequivocabilmente Rush mi son sciroppato, ben volentieri, quel volume non proprio esiguo di “Buonanotte, Signor Lenin” di Tiziano Terzani. In mezzo alle ventate ansiogene, gelide di Guerra Fredda, di “Power Windows” e “Grace under pressure” son salito sulla DeLorean e mi son trovato nel passato a visitare una manciata di paesi pressoché sconosciuti, misteriosi, lontani. Paesi dai nomi così simili e così terribili per noi, che siamo abituati a sentirli citati solo in occasione di conflitti, genocidi, rivolte e terremoti.

Siamo nel 1991. La Guerra Fredda è finita perché Gorbachev, con la sua politica trasparente, sta facendo morire il socialismo per asfissia. Un colpo di stato improvviso e indolore cerca di riportare le cose indietro di qualche anno, ma senza nessun esito concreto. Non si può fare retromarcia. L’URSS si frantuma ed ognuna delle 15 repubbliche ex-sovietiche cerca un suo modo di rendersi indipendente. Tra mille difficoltà. In quei mesi così importanti Terzani si trova in una Unione Sovietica che non è più Unione e non è più Sovietica, prima in Siberia lungo l’Amur e successivamente nelle terre centro-meridionali, Kazakhstan, Uzbekistan e qualche altro –stan. Kazakhstan: per me questa parola è una piccola signora russa (e non kazaka, dettaglio rilevante), rifugiata politica sempre sorridente e gentile, alla quale a Varsavia ho dovuto trasmettere i primi rudimentali concetti della lingua inglese. Senza nessun altro idioma che fungesse da intermediazione (non parlo russo e so giusto 100 parole di polacco) comunicare fu davvero un’impresa ardua, roba che ti dovrebbero dare il Nobel per la pazienza. Rappresentò, però, anche una buona esperienza.

Ma torniamo al libro. Immerso in questa  potenzialmente interessante realtà, Terzani è curioso di vedere e documentare come negli angoli più remoti del grande impero sovietico si reagisca di fronte all’improvviso decesso del Partito, colui che tutto faceva, colui che tutto sapeva e ordinava. Ciò che incontra lo sorprende. Non ci sono rivoluzioni, non ci sono sommosse. Nulla. La gente è ovunque stanca e svogliata. Frustrate da decenni di totalitarismo, sistema politico già da un po’ sulla via di un mesto tramonto, le diverse popolazioni mostrano solo un’insuperabile indolenza.  Respirano a fatica, sembrano non saper risollevarsi né svegliarsi. Procedono lente, come zombie malvestiti capaci di seguire solo quelle voci un po’ più altisonanti che sbraitano di Islam, conflitti razziali, nazionalismo e – di nuovo – comunismo. Nessuno riesce davvero a staccarsi dagli schemi sovietici: quando lo fa, spesso, si butta senza criterio alla ricerca di un illusorio sogno capitalista, adotta metodi da piccolo mafioso di periferia o, più semplicemente, si dà alla droga. La usa o la spaccia. Terzani trova tanta umanità misera e depressa, schiere di palazzoni tristi (credo di aver visto qualcosa del genere in alcune cittadine nel mezzo della Polonia), tutti uguali. Incontra architetture fascistoidi e banalizzanti che riescono a rovinare, per fortuna non del tutto, la proverbiale magia di città come Samarcanda e Bukhara. Denuncia sporcizia, incuria, rovine. Tra deportazioni di russi ed altre etnie, tra convivenze forzate, tra l’ingerenza sempre forte del KGB (molte scene mi hanno ricordato il bel film “Le vite degli altri”), tra l’inquinamento e le radiazioni per i troppi esperimenti nucleari (“no swimming in the heavy water, no singing in the acid rain”), per lui che da giovanissimo aveva creduto nel sogno comunista non è proprio un bel vedere. Il Grande Albero è stato abbattuto, ma qua e là ci sono ancora troppe radici. Difficili da estirpare. Col suo stile asciutto e ironico Terzani non manca di analizzare tutto quel che vede in maniera critica e pragmatica, fotografando – anche letteralmente – sia le brutture che incontra sia i pochi momenti in cui riesce a scovare una briciola di voglia di rivalsa, un po’ di speranza, qualche bellezza. In sintesi: un documento importante sul disfacimento di una delle più influenti idee del 900.

Nel frattempo, aspettando che mi arrivi “A nord, volti e storie dal tetto d’Europa” (ordinato a caso su IBS) sto dando una lettura veloce alla guida Lonely Planet sui Paesi Baltici.

(* quante notti insonni per creare siffatto titolo.)

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