Tutti a Zanzibar, finché c’è posto!

Tutti a Zanzibar

“Parlo in piena coscienza. Non ho figli, e ogni anno che passa sono sempre più contento di non averne”.

John Brunner, Nota alla Seconda Edizione Italiana di “Tutti a Zanzibar”.



Qualche anno fa, in un’estate torrida di quelle che ti ammazzano ogni voglia e volontà, cominciai a leggere “Cent’anni di solitudine”. Fu solo il primo della lunga serie di romanzi di Marquez che avrei letto in seguito. Ma si rivelò un brutto cliente. Quell’estate non ce la feci, con lo scrittore colombiano. Niente da fare. Il caldo, la spossatezza, il desiderio malcelato di leggere altro più scorrevole e lineare e semplice e complice e ruffiano: tutto ciò mi spinse ad abbandonare la narrazione della vicenda di Macondo, questo nonostante gli riconoscessi originalità, potenza visionaria, talento narrativo, classe. Proprio non mi andava, non mi catturava. Avrei ripreso il libro successivamente, mesi e mesi dopo, bruciandolo in pochi giorni ed apprezzandone appieno la bellezza, quella sua inesorabile e ciclica piena di avvenimenti. Cose che succedono.

Tutto questo per ricordare che un prodotto artistico può esser bello e forte e geniale quanto si vuole, ma quando non è il momento c’è poco da fare. Non è colpa di nessuno. Forzare le cose è sconsigliato. Non è il momento. Bisogna lasciar perdere. Andare in pace.

Ecco, con “Tutti a Zanzibar” di Brunner ho fortemente temuto che andasse a finire nel modo suddetto. Verso la metà del libro ero lì lì per alzare bandiera bianca. Ciao ciao. Improvvisamente avevo voglia di un De Carlo, di un harmony, di una tisana al tamarindo. Ed invece no. E vero che l’ho iniziato pigramente, per carità, è vero che c’ho messo un mese (!) per leggerlo nella sua interezza, chi lo nega, ma è altrettanto vero che, pulcis in dumbo, ce l’ho fatta a terminarlo. E, forse, un giorno gli regalerò una rilettura: perché se la merita, e perché son convinto che diverse delle cose che insinua e afferma mi sono sfuggite, accidenti a loro.

Ora, per farla breve (per avere informazioni più dettagliate può esser utile dare un’occhiata qui o qui), “Tutti a Zanzibar” è un libro scritto negli anni sessanta che immagina un futuro (il 2010) in cui il problema centrale dell’umanità tutta è la sovrappopolazione. Il pianeta è eccessivamente affollato, troppa dannata gente ovunque, e ciò porta a tutta una serie di conseguenze che Brunner – straordinario osservatore della realtà – immagina e presenta nel dettaglio con una tecnica assai originale. Un’efficace strategia narrativa. L’idea, in sintesi,  è quella di evitare per buona parte dell’opera di inserire descrizioni di tipo classico. Il mondo del futuro arriva a noi d’improvviso e in maniera frammentaria, tramite pillole di informazione, titoli di telegiornali, conversazioni rubate per strada, opere artistiche, spot pubblicitari, battute, modi di dire, proverbi, usanze, pungenti riflessioni sociologiche (del grande Chad Mulligan), e così via. In mezzo a questo fruttuoso caos di stimoli di vario tipo si inseriscono le vicende di un paio di personaggi, i quali dovranno portare a termine le loro missioni in Beninia (paese dell’Africa povero ma anomalo in modo sorprendente) e in Yakatang (dove sarebbe stata fatta un’epocale scoperta nel campo della genetica). Naturalmente c’è dell’altro, molto altro, disordinatamente altro. Il libro è  ricco e denso, anche ironico, è fantantropologia, è fantasociologia, è un po’ fantatutto e, come si dice spesso per le grandi opere di fantascienza, si rivela molto avanti per i tempi in cui è stato scritto. Son convinto che azzeccare previsioni non sia il compito di uno scrittore di fantascienza, compito che è più quello di metterci in guardia, attenti perché se fate così succederà questo e quest’altro, di delineare alternative, di giocare col mondo reale. Però “Tutti a Zanzibar”, lavoro strutturalmente non semplice da digerire, su molte questioni c’ha preso, e ci potrebbe ancora prendere, parecchio. Rasserena poco. Allerta un bel po’. Merito della lucidità e dell’intelligenza di chi l’ha scritto.

Curioso che buona parte del libro io l’abbia letta durante il mio viaggio nei paesi del Nord-Est Europa, che hanno tassi di natalità molto superiori al nostro, notoriamente bassino se non prossimo allo zero. Inquietarsi per l’ipotesi (?) della sovrappopolazione e osservare giovani mamme ventenni portare a spasso i loro 3 o 4 bambini biondissimi m’ha fatto più volte uno strano effetto.

O forse quelle non erano mamme. Forse erano tutte badanti, come ha detto qualcuno.

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