Traveling Music: the soundtrack of Peart’s life and times.

Neil Peart - Traveling Music

A 32 anni, forse, non si hanno più idoli. E finito il tempo dei poster in camera, dei loghi delle band disegnati con cura maniacale sui diari e delle toppe di tela cucite sui giacchetti. Chi una volta era un dio oggi è un uomo qualunque con i suoi difetti e le sue virtù, uno che ha solo avuto talento e voglia di sfondare o, nel peggiore dei casi, un idiota che sè trovato nel punto giusto al momento giusto.

Non si sono più idoli, no. Però è sempre possibile ammirare quelle quattro o cinque persone, sostituire all’irrazionale idolatria adolescenziale una più sana e ragionata stima. Tra gli artisti che ho imparato a conoscere negli ultimi anni ce n’è uno – qui citato più volte – che sia come musicista che come scrittore che come persona (la persona che sembra essere, almeno) si merita sì e no il 34% della quantità di stima che io sono in grado di distribuire nel mondo. Non è molta, si accontenterà. Il suo mondo razionale, la sua indomita voglia di arrivare, di migliorarsi, di esplorare, di imparare. Sono tutti elementi che fanno di Neil Peart, timido, riservato e riflessivo, un uomo sempre in cammino. Nella vita come nella musica, si è soliti dire. I Rush sono sempre stati la mia band da “smetti di frignare, muovi il culo e datti da fare” e non è un caso, proprio no, che dietro di loro ci sia una persona in grado di fondere così bene saggezza e ragione con curiosità, spirito d’avventura e coraggio. Fatica e piacere, dedizione e soddisfazione. We each pay a fabulous price for our visions of Paradise.

Se si deve leggere uno solo dei libri di Peart, ci si deve buttare senza dubbio alcuno su questo. A me sono piaciuti moltissimo, ma moltissimo, anche “Ghost rider” e “The masked rider“, ma questi sono lavori più legati a particolari eventi o circostanze. Un doppio inconcepibile trauma  e un viaggio in bici nel Camerun del 1989.  Sono libri incentrati su fatti specifici. “Traveling music” è piuttosto una sorta di autobiografia, gira ancora di più attorno all’uomo e al musicista.

Neil decide di fare un viaggio (di nuovo, da solo) verso l’estremo sud degli Stati Uniti, al confine col Messico. Monta sulla sua BMW Z-8 e si porta dietro un bel pacco di cd. Gli ascolti, effettuati su strade panoramiche e magnetiche, danno il via a tutta una serie di riflessioni. E’ un ponderato andare avanti e indietro sui sentieri della memoria. Si parla dei suoi gusti musicali e di come si sono formati, si torna agli anni ’50 e ’60 per ricordare Sinatra, Duke Ellington, The Who, Beatles (sopravvalutati pure per lui), Miles Davis, Janis Joplin, James Brown, Hendrix, Grateful Dead, Pink Floyd, Buddy Rich e così via, tra mille nomi di artisti e band. Scorrendo quelle pagine, viene voglia di metter su un vecchio vinile. Ci sono belle parole anche per Madonna, Radiohead, Coldplay (sigh), Linking Park (ri-sigh), Dredg (alé!), Massive Attack e così via. Poi, ancora, compare il Neil adolescente, hippie e silenziosamente ribelle, la passione fulminante per la batteria, i ricordi della fanciullezza, i mesi a Londra che per certi versi ricordano i miei, gli esperimenti con le droghe e la curiosità verso la psichedelia, l’approccio col music business, le prime band, i primi libri letti e l’amore per la lettura, i primi importanti incontri, il provino per i Rush, la sua visione di musica senza compromessi, gli idoli, l’avvento della radio, i primi concerti nei localini, i successivi viaggi avventurosi in giro per il mondo (Cina, Italia, Germania, circa tredici paesi africani e chissà quanti altri – viaggi quasi sempre compiuti con la bicicletta) e molto, molto altro. Una marea di roba interessante. “Traveling music” è un libro davvero splendido ed emozionante, imprescindibile per ogni fan dei Rush. Una collezione di ricordi, aneddoti, curiosità, letture, carteggi, citazioni colte e pensieri da parte di una persona che ama rimettersi sempre in discussione, uno che adora talmente la libertà di pensiero e azione da rendere comiche le accuse di fascismo che gli sono in passato piovute addosso. Fanno sbellicare, davvero. Fantastiche anche le vicende che stanno dietro alle canzoni, “Nobodys hero” e “Mission” su tutte. Certi pezzi impari a vederli da un altro punto di vista.

Tre cose:

C’è Neil adulto, è in casa di amici. Si parla, si ride, si scherza. In sottofondo si odono le melodie di un disco che di colpo lo cattura, un morso letale e via. E “Grace” di Jeff Buckley. Non l’ha mai sentito prima, e si chiede come ciò sia potuto succedere. Si informa, compra l’album, perde la testa per la voce di Buckley. Sente a ripetizione la sua versione di “Halleluja”. Una passione sincera, viscerale, improvvisa, che lo porta ad acquistare anche la biografia del troppo presto defunto cantante, per poi divorarla in pochi giorni. Il privilegio di essere un musicista famoso, eccolo. Neil rimane spiazzato, quasi si commuove, nel leggere che il Buckley dodicenne aveva “Hemispheres” (uno dei primi lavori dei Rush) come disco preferito e suonava “Spirit of the radio” e “Tom Sawyer” con la sua band ai tempi del liceo. Spettacolo, dio bono.

Cè Neil da qualche parte in Africa – laddove, dice, è nata la sua musica -, Neil che entra in una capanna fatta di fango e paglia attirato da un ipnotico tambureggiare. Vincendo la sua proverbiale timidezza, si mette a suonare ritmi intricati e ossessivi assieme ad un vecchio dai capelli grigissimi, risvegliando la curiosità del villaggio, che si anima e comincia a danzare attorno a loro. L’Africa, la fatica, il pericolo, le malattie, il sole impietoso, le strade impossibili, l’acqua marrone, le zanzare. I saluti della gente. L’Africa. Per lui, nonostante tutto, irresistibile.

C’è Neil bambino che nuota in un lago del Canada. Tenta una traversata pericolosa e proibita, giunge esausto ad un molo e cerca un appiglio per tirarsi su. Non ci riesce, anche perché dei bulli gli impediscono la risalita. Decide di tornare indietro, non ha altra scelta. Ma non ce la fa. Sente che sta per lasciarci le penne, sviene. E finita. Si risveglia sulla spiaggia, però, vivo. Quasi sorpreso. Un ragazzo del paese a quanto pare l’ha tratto in salvo. E lo stesso ragazzo che avrebbe incontrato in seguito alle prime lezioni di batteria. Passano gli anni, Neil diventa una celebrità e il giornale del paese gli chiede di scrivere qualche articolo sui bei tempi che furono, su cosa volesse dire vivere in un paesino del Canada a cavallo tra i ’50 e i ’60. Il ragazzo che gli salvò la vita, il quale non è più un ragazzo, legge gli articoli e si mette in contatto con lui tramite lettera. Neil risponde, chiede come va, chiede com’è andata con la batteria, se ha continuato a suonare o no. L’altro dice che ha provato per un bel po’ a sfondare ma che poi, per ragioni economiche, ha dovuto vendere lo strumento. C’era da mantenere una famiglia. Qualche giorno dopo, l’ex-ragazzo che salvò la vita a Neil Peart sente suonare il campanello di casa e va ad aprire. Là fuori, oltre la porta, c’è una batteria nuova, lussuosa e scintillante. Tutta per lui.

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9 pensieri su “Traveling Music: the soundtrack of Peart’s life and times.

  1. Dato il mio amore per i Rush, e la mia non conoscenza dell’inglese con annessa impossibilità conseguente di leggere i libri di Peart, questo post mi è stato utile e ovviamente mi è piaciuto tantissimo, per la sua profondità.NB dici che Peart ha un terzo della tua stima totale… beh ovviamente io non posso fare a meno di amarlo; è il batterista dei Rush da 33 dei loro 34 anni di vita, e i suoi testi per me sono meravigliosi; però diciamocelo: qualche uscita infelice a volte se la sarebbe potuta risparmiare (una in particolare).Grazie ancora per questo bellissimo post… eh, per inciso, io di anni ne ho 34, ma ho ancora gli idoli e i poster appesi in camera… per certe cose (tante) mi rifiuto di invecchiare ;)Un saluto :)

  2. L’unica, per me, e’ suonare Cotton Tail di Ellington da fare schifo. Si sente che non e’ del mestiere. Ma se la Valeria si riferisce ad altro, ce lo dichi… :) Oh, Gianlu’, c’eravamo tutti e tre ai Rasc l’ultima volta, ahr ahr ahr.

  3. Ah. C’è da dire che in diverse parti del libro dice di non essere mai andato matto per jazz (a parte i soliti 3 o 4 nomi) e poi alla fin fine il suo idolo come batterista è stato uno rock come Moon degli Who (Buddy Rich in seconda posizione)

  4. Uh allora mi spiace di non averti incontrato al concerto… vabbeh in effetti pure con Niccolò, è stato un incontro purtroppo velocissimo (ma meglio di niente) :)L’uscita di Peart che non mi è piaciuta è quella relativa ai fans italiani… dopo il concerto del 2004 al Mazda si è lamentato, ce ne ha dette di tutti i colori, insomma io capisco tutto e immagino che lui è abituato a tutt’altro tipo di pubblico, però bah… secondo me non era necessario sparare a zero.Anzi, visto che abbiamo aspettato la bellezza di trent’anni per poterli vedere suonare in terra nostra, magari poteva pure perdonarci qualche incursione (ovviamente pacifica) durante le prove, e soprattutto, grande entusiasmo dimostrato durante la serata… invece pare che ciò l’abbia infastidito, lui è abituato a pubblico seduto e composto, noi invece gli siamo sembrati tifosi da stadio.Ce la poteva risparmiare, almeno per rispetto, visto anche che il biglietto non ce l’hanno certo regalato e che in tanti ci siamo fatti peraltro numerosi chilometri per raggiungere Milano (senza contare vitto alloggio e quant’altro… tra i due concerti in tutto ho speso un patrimonio…) :)

  5. non conosco i Rush ma conosco i Marillion che ascolto dall’88 e di Jeff Buckley, che adoro. Il tuo è uno dei pochi blog che non ho chiuso dopo la prima lettura. Grazie.

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